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Frost/Nixon

Frost/Nixon (USA, 2008)
di Ron Howard
con Frank Langella, Michael Sheen, Sam Rockwell, Matthew Macfadyen, Oliver Platt, Kevin Bacon

A un certo punto della sua carriera, Steven Spielberg ha cominciato ad alternare evidenti puttanatone a film più sentiti e personali. Mentre ti buttava lì un Amistad, uno Schindler’s List, ci infilava in mezzo, girandoli fra l’altro spesso in contemporanea, roba con dinosauri, alieni giganti e donne pelate che prevedono il futuro. Personalmente non me ne sono mai lamentato, visto che comunque anche la peggior cacata di Spielberg mi sembra mantenga sempre una sua bella dignità. Ora mi si vorrebbe far credere che Ron Howard stia facendo lo stesso e che valga la pena di appesantire l’universo con pozze di vomito del livello de Il codice Da Vinci se è il prezzo da pagare per potersi poi gustare una cosa come questo Frost/Nixon. Sarà vero?

Non lo so mica. Se è vero, lo è perché più o meno tutti gli attori in Frost/Nixon sono molto, molto bravi. Non so quanto siano fedeli a ciò che interpretano, e magari Nixon non era così ingolfato nel parlare o Frost non faceva tutte quelle faccette, ma mi son piaciuti proprio tutti, dal primo all’ultimo, dall’Oliver Platt al (sempre ottimo) Sam Rockwell. E insomma, sì, dai, anche solo per gustarsi le interpretazioni, vale ben la pena di vedere ‘sto film. In originale, ché vedere doppiato un attore che imita un personaggio storico non ha davvero alcun senso.

Epperò tutto questo sta incastonato in un film abbastanza ordinario. Il solito film che tende a decontestualizzare l’episodio da quel che gli sta attorno, concentrandosi su un paio di persone e rendendole il centro del mondo, evitando di circostanziare gli eventi non da poco che racconta. Il solito film in cui c’è un protagonista apparentemente un po’ fesso, che viene preso a ceffoni dal “cattivo”, e poi però ha il rigurgito d’orgoglio e senso civico e, insomma, in fondo non è poi così fesso e, grazie a un allenamento con montaggio in stile Rocky, nel combattimento finale va a dominare e vincere.

E insomma, io David Frost non lo conosco, ma da quel che leggo non mi pare sia così fesso. Oh, poi non c’è problema, si sopravvive alla scarsa verosimiglianza, il problema più che altro è che, ripeto, Frost/Nixon è un filmetto ordinario, che ha sicuramente il pregio di rendere estremamente cinematografico del materiale televisivo (e teatrale), ma lo fa anche nella maniera più semplice e banalotta possibile. E mi pare insomma un po’ sopravvalutato, soprattutto in America, sull’onda della materia trattata e delle scintillanti prove d’attore. E sì, certe interpretazioni meritano di essere gustate, ma io mi chiedo: ne vale la pena, se poi ci dobbiamo sorbire la probabile valanga di merda che sarà il prossimo film di Ron Howard tratto da Dan Brown con protagonista Tom Hanks? Senza dinosauri?

Guida galattica per autostoppisti

The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy (USA, 2005)
di Garth Jennings
con Martin Freeman, Mos Def, Sam Rockwell, Zooey Deschanel, Warwick Davis e le voci di Stephen Fry e Alan Rickman

Quella della Guida galattica per autostoppisti è una serie di libri semplicemente meravigliosa, che conosco di fama fin da piccolo grazie all’avventura grafica Infocom, ma su cui ho posato gli occhi solo a fine anni novanta, grazie a una vecchia edizione Mondadori del primo libro. Mi piacque tanto da giustificare lo sbattimento di recuperare gli episodi successivi tramite gli arretrati Urania, con tanto di inevitabili bollettini postali. Altro che play.com.

Il meraviglioso humor brit di Douglas Adams, il carosello di personaggi completamente assurdi, quel taglio a metà fra il demenziale e il malinconico… fu amore immediato e insopprimibile, che mi fece divorare ogni singolo libretto. Sono però passati appunto un bel po’ di anni e il ricordo della saga, per quanto positivo, è ormai flebile. Difficilmente, insomma, nel guardare il film di Garth Jennings, posso essere rimasto deluso da una scarsa fedeltà allo spirito o agli eventi raccontati nei libri. Insomma, la sega mentale sull’aderenza al testo originale, che già di suo non mi affascina particolarmente, in questo caso mi viene proprio difficile. Non saprei neanche dire se sia un bene, perché non ricordo se all’uscita nei cinema i FANN si scagliarono contro il film, ma ovviamente do per scontato che sia accaduto.

Io mi limito a dire che al suo esordio sul grande schermo Jennings ha avuto intanto le palle di affrontare materiale difficile per mille motivi ed è riuscito comunque a trarne un film scemotto e simpatico. Non è esilarante, ma del resto non mi pare lo fossero più di tanto neanche i libri, e certo ogni tanto sembra cercare disperatamente di farti ridere con gag che non sono poi così divertenti. Però ha un bello spirito giullaresco, ha Sam Rockwell, che mi sta sulle balle ma funziona quasi sempre bene, e ha l’impressionantemente adorabile faccia di Zooey Deschanel.

Solo che gli manca qualcosa. Non so bene cosa, ma qualcosa gli manca di sicuro. Gli manca la carica, forse, un po’ di cinismo, per renderlo adatto al palato fino di chi si è ormai abituato a commedie tutte sangue e merda. Ma a onor del vero non mi pare di ricordare molto sangue (e men che meno merda a pacchi) nei libri di Adams. O magari gli manca la capacità di essere coeso oltre il minestrone di sketch messi in fila l’uno all’altro, perché in effetti in questo il film fa un po’ fatica. O magari non gli manca nulla, e manca a me la capacità di apprezzare un certo tipo di umorismo quando raccontato per immagini, invece che nero su bianco. Però per qualche motivo mi aspettavo una merdata pazzesca e invece ho trovato un film gradevole, anche se non entusiasmante.

Locarno/Venezia a Milano 2008

Quindici film in sette giorni. Son finiti i tempi in cui alla rassegna di Venezia mi sparavo quaranta film. Non ho più la possibilità di farlo, e sinceramente mi sa che in ogni caso non ce la farei. Oppure sì, vai a sapere. Di buono c’è che l’obbligatoria censura preventiva fa il suo sporco lavoro: non ho certo guardato solo roba esaltante, ma mai una volta mi sono messo a dormire o sono scappato a film in corso. Hai detto niente! Mi brucia un po’ l’aver visto solo uno dei film in concorso a Venezia, ma d’altra parte era il vincitore e fra gli altri presenti alla rassegna milanese proprio poco mi ispirava. E poi lo dicono tutti che il meglio sta nelle altre sezioni, no? Comunque, questo è.

Locarno – Sezione Piazza Grande
Choke (USA)
di Clark Gregg
con Sam Rockwell, Anjelica Huston, Kelly Macdonald

Ancora Palahniuk, ancora elogio dell’anarchico e pseudo-satira della vuota società moderna, però con un film che, insomma, è vuotarello pure lui. Choke è un’ora e mezza divertente, con qualche battuta azzeccata, qualche sottotitolo tradotto completamente a caso, un paio di momenti toccanti e furbetti. C’è dentro una manciata di ottimi attori, con Rockwell e la Huston che svettano, e si sente una certa difficoltà a colpire allo stomaco, sia quando vorrebbe graffiare, sia quando vorrebbe commuovere. Va via placido e non è certo scritto male, ma insomma, forse gli manca un regista.

Locarno – Sezione Cineasti del presente
La forteresse (Italia/Sri Lanka/Germania)
di Fernand Melgar
Pardo d’oro per la sezione Cineasti del presente

Un documentario nudo e crudo sulla vita delle migliaia d’immigrati che vivono nel limbo, in attesa di sapere se l’accogliente Svizzera vorrà o meno accettare le loro richieste d’asilo politico. Affascinante e interessante per quel che mostra, smuove lo stomaco nel raccontare le storie di questi ragazzi piovuti nel cantone da un po’ tutto il mondo. Dura tanto e stanca abbastanza, ma merita.

Venezia – Concorso
The Wrestler (USA)
di Darren Aronofsky
con Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood
Leone d’oro

Oh, The Fountain non l’ho visto e non so se faccia cacare come dicono, ma questo, nella sua essenziale, pulita, quasi perfetta semplicità, è davvero un gran bel film. Non racconta nulla che non si sia mai detto, nel mostrare questo stanco lottatore giunto al capolinea umano, professionale, temporale, che prova a rialzarsi in tutti i modi ma viene rischiaffato al tappeto e schienato per un’ultima volta. Si è già visto nel “genere” sportivo, si è già visto nelle storie di (auto)distruzione che sembrano essere tanto care ad Aronofsky. Epperò è proprio il genere di roba che, se me la racconti in una bella maniera, solitamente tende a diventare un gran film e a regalare prove d’attore eccezionali. E infatti, guarda un po’, Mickey Rourke è strepitoso che vien voglia di abbracciarlo, e il film è una bomba, cruda, impietosa, sanguinaria, realistica e commovente. Sfugge al patetismo e alla maniera, schiva le colonne sonore a effetto e si ferma subito prima di spingere il pedale sul finalaccio strappalacrime. Irretisce con una narrazione ferma, solida, profonda e personaggi semplici e ben scritti. Funziona, alla grande, e non c’è nient’altro da dire.

Venezia – Fuori concorso
Burn After Reading (USA)
di Ethan e Joel Coen
con Frances McDormand, George Clooney, John Malkovich, Brad Pitt, Tilda Swinton

Quando fanno i cazzari i Cohen mi lasciano spesso abbastanza indifferente, al di là del solito Lebowski che comunque, pur apprezzandolo, non riesco proprio a mettere sul mitologico piedistallo dove lo piazzano tutti. E invece stavolta per qualche motivo mi han preso. Burn After Reading è una specie di presa per il culo totale e radicale del film d’intrigo e spionaggio, che ne ricalca meravigliosamente bene la grammatica nei toni, nelle musiche, nelle trovate di regia (a tratti sembra di vedere una roba girata da Tony Scott). Solo che, a popolare il film, Joel ed Ethan ci mettono una serie di sfigatelli comuni d’antologia, gente alle prese con roba mille volte più grande di loro e che per una volta non ci capisce davvero niente. Assurdo e stupidissimo, poco più che un giochetto divertente, forse un filo troppo lungo, ma strepitoso nei suoi momenti migliori, tipo tutti quelli in cui appare Brad Pitt. Avercene.

Encarnação Do Demonio (Brasile)
di José Mojica Marins
con José Mojica Marins

Scalpi lacerati, tette traforate, schiene fatte a pezzi, occhi cavati, peni masticati, cavità varie esplorate da bestie assortite, sgozzamenti e ammazzamenti, torture e carne trita sceltissima. Questo, in sostanza, l’intreccio di un film che – riporto perché non ne so nulla – è il grande ritorno di un maestro del genere dopo vent’anni a riposo. Una specie di seguito che, al di là degli ettolitri di morte dispensata per la gioia degli appassionati, ha comunque un suo senso gustoso nell’utilizzo degli spezzoni d’annata come flashback, nel mescolare colore e bianchennero con quei fantasmi dei ricordi, nel consapevole, sbracato e divertente tuffo in un trash piacevolissimo, con un protagonista che recita talmente sopra le righe da strappar più di un sorriso. Nonostante quel che si vede faccia abbastanza schifo, certo.

Puccini e la fanciulla (Italia)
di Paolo Benvenuti
con Federica Chezzi, Riccardo Moretti
Premio “Poveri ma belli”

La storia della cameriera di Puccini che si suicida perché non riesce a vivere col dolore di essere accusata ingiustamente d’essersi trombata il Puccini stesso (che invece, a quanto pare, tutte si trombava tranne che lei). Il punto del film sta nell’esser tutto costruito attorno a suoni e musiche, pensato e ritmato sulle partiture di Puccini e raccontato quasi senza parole, ma solo tramite suoni, melodie, immagini. L’idea è interessante, ma il risultato è francamente un po’ barboso e forse un po’ meno bello di quanto se la creda.

Venezia – Sezione Orizzonti
Pa-ra-da (Italia/Francia/Romania)
di Marco Pontecorvo
con Jalil Lespert

Lui è tanto bravo e buono e avanti e fuori dagli schemi e chi lo segue gli vuole tanto bene ed è tanto reso migliore da lui che è troppo un grande ma le istituzioni gli danno contro e gli creano problemi però comunque vada alla fine lui ha fatto del bene. Good Morning Vietnam, L’attimo fuggente, Patch Adams, insomma, quelle cose lì, i film con Robin Williams tratti da una storia vera (in questo caso quella di un pagliaccio francese che va a lavorare coi servizi sociali in Romania per tirar via dalle strade i bambini che si drogano, si prostituiscono, vivono nelle fogne, parcheggiano in doppia fila, non pagano le tasse e rubano la pensione alle vecchiette fuori dall’ufficio postale). Ecco, rispetto al Williams medio, qui c’è un gusto un po’ più europeo, una certa voglia di essere crudi e terra terra, di toccare le corde giuste senza scivolare troppo nel patetismo. Pontecorvo ci riesce abbastanza bene, anche se più si avvicina la fine e più lo si intravede, quel patetismo. E a me il patetismo dà un po’ fastidio, anche se ammetto che gli occhi lucidi mi son venuti.

Venezia – Giornate degli autori
Machan (Italia/Sri Lanka/Germania)
di Uberto Pasolini
con Dharmapriya Dias, Gihan De Chickera, Dharshan Dharmaraj, Namal Jayasinghe
Un paio di premi delle sezioni collaterali che non mi ricordo

Una cosetta banale banale, ma placida e divertente. Parte raccontando delle condizioni di chi vive in Sri Lanka, della voglia di fuggire, delle difficoltà nel riuscirci. Ti butta lì qualche pezzetto di denuncia un po’ a caso, in pieno stile commedia brit pop operaia che piace tanto alle masse e alle massaie. Scivola poi nel film sportivo piacione e non dimentica d’impegnarsi a toccare tutte le corde giuste, senza andare a solleticare quelle sbagliate. Innocuo, ma divertente e pure un pochino emozionante, anche in quel suo modo scemotto di prendere in giro (ma anche no) gli stereotipi del genere.

Nowhere Man (Belgio)
di Patrice Toye
con Frank Vercruyssen, Sara De Roo

L’ennesima storia di un uomo in piena crisi d’identità, che sceglie di fuggire dalla sua vita di tutti i giorni, dal lavoro, dalla moglie, da tutto. A Venezia tirano di brutto, ‘ste storie, ce n’è praticamente una all’anno. Questa, in particolare, viene dal Belgio, ha una bella cura per l’immagine, un gradevole senso dell’umorismo, un protagonista incredibilmente faccia da pirla e un piglio autoriale e pretenzioso che sulla distanza scartavetra un po’ i maroni.

Pescuit Sportiv (Romania)
di Adrian Sitaru
con Adrian Titieni, Ioana Flora, Maria Dinulescu

Un’ora e mezza di soggettive che raccontano un drammetto pseudofamiliare tramite gli occhi dei personaggi. Tutto il film è “visto” in prima persona, prevalentemente attraverso lo sguardo dei protagonisti, episodicamente sfruttando quello di veloci comparse. Il classico commento dopo la visione di un film del genere è: “L’idea è buona, ma andava bene per un cortometraggio”. E invece tutto sommato qui la durata non si soffre, perché i personaggi, i dialoghi, i comportamenti sono scritti davvero bene. Mezzo film è dato dall’idea, mezzo film dalla sceneggiatura. Entrambe sono buone, obiettivo centrato.

Pokrajina St.2 (Slovenia)
di Vinko Möderndorfer
con Marko Mandic, Barbara Cerar, Maja Martina Merljak

Una specie di thrillerino a tinte fosche, in cui uno sfigato qualunque s’imbarca in un furtarello e finisce inavvertitamente per scatenare la tremenda vendetta di un ex collaborazionista nazi. Noir sarcastico e crudele, che non risparmia risate e schizzi di sangue. Si racconta con toni placidi e meditabondi, tirando fuori dal nulla improvvise accelerate fatte di umorismo grottesco e micidiali eccessi violenti. Amaro e puzzolente, non concede un filo di speranza che sia uno. Avanti così, facciamoci del male.

Stella (Francia)
di Sylvie Verheyde
con Léora Barbara
Un altro paio di premi minori a caso (ma quanti ce ne sono?)

Un bel filmetto su una bimba alle soglie dell’adolescenza, che nel finire degli anni Settanta vive il duro impatto sociale e culturale con un ambiente scolastico a lei ignoto (viene da una famigliaccia un po’ del cazzo e finisce a studiare in una scuola da figli di papà – quindi, se vogliamo, un po’ del cazzo pure quella). Divertente, intenso, con una colonna sonora assurda (Umberto Tozzi rulez) e una serie di interpreti bravissimi, a partire dalla bimba protagonista.

Venezia – Settimana della critica
L’apprenti (Francia)
di Samuel Collardey
con Paul Barbier, Mathieu Bulle
Premio Settimana Internazionale della Critica

Un giovane studente d’agraria che non va molto bene a scuola e vive maluccio il rapporto coi genitori si dedica alla sua passione facendo da apprendista presso l’azienda agricola di un signore di mezz’età, che finirà per fargli da pseudopadre. Tutto prevedibile e già visto mille volte, con quell’aria da film francese da festival che fa un po’ cadere le palle. L’aspetto documentaristico però non è male e la scena del maiale sgozzato fa passare la voglia di prosciutto.

Pranzo di ferragosto (Italia)
di Gianni Di Gregorio
con Gianni Di Gregorio, Valeria De Franciscis, Marina Cacciotti, Maria Calì
Premio Luigi De Laurentiis per la miglior opera prima

Un gran bel film, costruito su una semplice trovata che dilaga per un’ora e mezza raccontando tutto e niente con pochi mezzi e tanta voglia. Di Gregorio, regista e protagonista, è un uomo di mezz’età costretto in casa per star dietro alla madre anziana, curarla, accudirla. Una vita da mezzo recluso, che non lavora e non fa molto altro che il casalingo. Impossibilitato a pagare i conti, cede alla proposta del padrone di casa, che gli rifila madre e zia da accudire a ferragosto in cambio di qualche spesa azzerata. Da questo e un paio di altri episodi vien fuori una commedia deliziosa, tutta giocata sulla demenzialità spontanea che nasce dai comportamenti, dagli atteggiamenti, dallo spirito delle donne anziane. Divertentissimo e percorso da un lieve retrogusto malinconico che non fa mai male.

$E11.OU7! (Malesia)
di Yeo Joonhan
con Jerrica Lai, Peter Davis
Premio “Altre visioni”

Un adorabile commedia-musical che prende in giro tutto e tutti, fa satira e demenziale autoironia, strizza d’occhio allo spettatore e lo coinvolge in un delirante e surreale gioco basato sui meccanismi stessi della narrazione. Le canzoni sono bellissime, coinvolgenti e perfettamente cucite addosso al tessuto narrativo, sempre che si possa parlare di tessuto narrativo per un film che gioca così tanto sul limite dell’assurdo e del nonsense. Si ride di gusto, si allibisce davanti a trovate spiazzanti e lampi di genio, ci si spiace un po’ per qualche lungaggine che viene comunque perdonata senza problemi. I tre momenti di poesia in avvio sono da dichiarazione d’amore istantanea al regista, ma fra reality show sulla morte, intense dissertazioni musicali sul valore del denaro, esorcismi assortiti e quel dirompente momento karaoke ce n’è proprio per tutti i gusti. Modo migliore per chiudere la rassegna non c’era, e infatti ho pisciato i due film che avrei voluto vedere dopo e me ne sono andato a casa con un sorrisone stampato in faccia.