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Civiltà perduta

Sono andato al cinema a vedere The Lost City of Z a fine marzo, accompagnato dall’insopportabile brezzolina parigina e da un bel fresco. Oddio, in realtà non ricordo che tempo facesse il 20 marzo, ma insomma, sicuramente si stava meglio di adesso. D’altra parte il film arriva in Italia questa settimana, a giugno inoltrato, quando siamo invece immersi in un caldo di quelli che ti fanno sudare senza tregua, specialmente se ti ritrovi seduto davanti al computer senza aria condizionata a disposizione. Quindi, se andrete a vederlo, in sala ci arriverete nello stato d’animo giusto, fradici, anche se l’umidità delle nostre parti, per quanto a tratti bella fastidiosa, non è certamente paragonabile a quella affrontata da Percy Fawcett negli anni Venti o anche solo da James Gray negli anni scorsi. Senza contare che poi tanto il film ve lo guardate con l’aria condizionata del cinema. Ad ogni modo, qui si conclude il paragrafo introduttivo denso di nulla, a testimonianza del fatto che in questo caso faccio un po’ fatica a parlare del film con tre mesi di ritardo ma, ehi, ci tengo lo stesso a scriverne perché mi è piaciuto parecchio. Tanto non è che devo fare la critica seria, non mi paga nessuno.

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La legge della notte

Tutto quel che ruota attorno a La legge della notte è ben più interessante e seducente di La legge della notte stesso, un film che non funziona proprio, in parte perché non girano molte delle singole componenti, in parte perché non si sposano bene fra di loro, anche quando le cose funzionano, in parte perché sembra proprio mancare la forza, la personalità, la carica, la magia. Ma fuori, ah, fuori è pieno di spunti! Fuori dal film, c’è un puzzle complesso e articolato i cui singoli pezzi sanno affascinare e vanno a comporre un ritratto particolare per una figura, quella di Ben Affleck, a modo suo fondamentale nel cinema hollywoodiano degli ultimi tempi. C’è il romanzo di Dennis Lehane, apprezzatissimo e senza dubbio fascinoso nel suo ritrarre la Boston e la Florida criminali degli anni Venti. C’è la carriera di Ben Affleck, passato nel giro di qualche anno da caduto in disgrazia a idolo di tutti a nuovamente in chiara difficoltà. Dopo aver provato a tirare un colpo al cerchio (Batman e derivati) e uno alla botte (i suoi progetti personali), ora si ritrova invischiato in un grosso flop, nella decisione di mollare la regia del prossimo Batman e nel circoletto di voci su un suo supposto desiderio di abbandonare del tutto il mantello. E, volendo, c’è anche il progetto un po’ sconclusionato dell’universo cinematografico DC che attorno a lui stanno provando a costruire e che non sembra riuscire a trovare un sua uniforme serenità. Al centro di tutto questo, però, c’è La legge della notte, un film poco riuscito, poco interessante, poco tutto.

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Alfie (2004)


Alfie (USA/UK, 2004)
di Charles Shyer
con Jude Law, Omar Epps, Nia Long, Marisa Tomei, Sienna Miller, Susan Sarandon

Jude Law, ne sono convinto fin dai tempi di Gattaca, è talmente figo che quasi quasi me lo farei pure io. Non stupisce quindi che si decida di basare un’intera pellicola sul suo fascino magnetico e su un personaggio i cui unici interessi paiono essere il sesso spensierato, un vita comoda e lussuosa, un vago e impalpabile progetto di affari, da concretizzare prima o poi nel futuro assieme al fido amico Marlon.

Alfie si racconta tramite la voce narrante del suo protagonista, che analizza le proprie azioni parlando direttamente allo spettatore e cerca sempre di mantenere un’aria distaccata e gioiosa, qualsiasi cosa gli accada. Tant’è che i momenti migliori dell’ottima interpretazione di Law sono proprio quelli in cui Alfie prova a dissimulare il fastidio, la tristezza e l’angoscia per i suoi errori, mantenendo il sorriso stampato in faccia e nascondendo lacrime e malumore dietro una maschera di plastica.

Già, perché un personaggio del genere, è inevitabile, finisce per mandare a puttane tutto quanto di buono ci sia nella sua vita, distruggendo amicizie, rovinando amori e cercando sempre di uscirne con le mani pulite. Alfie non lo fa apposta, non vuole fare del male a nessuno, ma finisce sempre per farlo. E da qui nasce una vena triste, amara, malinconica, che percorre un po’ tutto il film e ne smorza i toni da commedia.

Pellicola tutt’altro che irresistibile, priva di particolare mordente, ma piacevole e divertente. Infastidisce un po’ con quella deriva moralista nel finale, ma va pur detto che il protagonista, a conti fatti, se ne fa travolgere solo fino a un certo punto e quell’uscita di scena, tutto sommato, il dubbio che Alfie non abbia certo intenzione di cambiare vita te lo lascia eccome.