Il padrino – La trilogia

Il padrino
The Godfather (USA, 1972)
di Francis Ford Coppola
con Marlon Brando, Al Pacino, James Caan, Robert Duvall, John Cazale, Diane Keaton

Guardi Il padrino per la prima volta da chissà quanto tempo, o forse anche per la prima volta punto e basta, visto quel che ti dice la memoria, e ti aspetti che il protagonista sia Don Vito Corleone. Troppo forte, iconica, stampata nella mente, l’immagine della faccia di Marlon Brando, per attendersi qualcosa di diverso. E invece, sebbene la strabordante presenza di questo stanco e adorabile padrino anziano rubi la scena per buona parte del film, il vero protagonista delle vicende narrate è il figlio Michael Corleone. Lui è il padrino del titolo, la cui “nascita” viene raccontata in maniera magistrale, sottile, lucida.

Da ingenua, onesta, e pura mosca bianca in una famiglia di criminali incalliti a splendido e perfetto capomafia, che nel tempo – come racconterà poi il secondo film – è destinato a diventare il più crudele, freddo e insensibile di tutti. Coppola racconta del passaggio di consegne fra padre e figlio e delle difficoltà insite nell’intraprendere una “carriera” tanto particolare. Proprio nel descrivere le vicende come quanto di più normale e famigliare possa esserci sta però il colpo di genio. Il padrino non parla di fuorilegge squallidi, violenti e odiosi, ma di amici e parenti che si supportano e si amano a vicenda.

Il regista indugia tanto sugli improvvisi scoppi di violenza criminale quanto sulle piccole cose, sui momenti intimi, su Clemenza che fa il sugo e Don Vito che gioca col nipote. Racconta di persone adorabili dallo stile di vita deprecabile, non eccede nel beatificarli e nel dare loro un tono eroico, ma anzi ce ne mostra gli insostenibili lati oscuri. E nonostante questo riesce incredibilmente bene a farcene innamorare e a renderci partecipi dei loro drammi e delle loro gioie, perché a conti fatti li dipinge tutti come uomini d’onore, amorevoli e rispettabili, impegnati a combattere loschi traditori e fetidi poliziotti corrotti.

Ma oltre ad essere una storia tremendamente ben scritta ed orchestrata, Il padrino è anche, soprattutto, una gioia per gli occhi. Quasi tre ore di splendido cinema, una lunga e ininterrotta serie di immagini e sequenze meravigliose, messe in fila una dietro l’altra. Tutta l’apertura sul matrimonio, la visita a Don Vito in ospedale, la parte in cui Michael, seduto sul divano, prende coscienza dei suoi doveri e mostra per la prima volta la sua anima oscura, il doppio omicidio al ristorante, il soggiorno in Sicilia, la sparatoria al passaggio a livello, quella meravigliosa immagine di Brando che gioca nel giardino col nipotino… non c’è fine all’elenco di fantastici ricordi che Il padrino regala alla memoria.

Un film perfetto, in cui gli incredibili virtuosismi di Coppola si mettono al servizio di una storia potente ed emozionante e si cibano di tanti interpreti meravigliosi, splendidi sia nel tenere la scena da protagonisti, sia nel caratterizzare il film rimanendo sullo sfondo. Meglio di così, davvero, è difficile fare.

Il padrino parte seconda
The Godfather Part II (USA, 1974)
di Francis Ford Coppola
con Al Pacino, Robert Duvall, Diane Keaton, Rober De Niro, John Cazale, Talia Shire

E infatti meglio di così lo stesso Coppola non fa col secondo episodio, la cui idolatrazione popolare nei termini di “unico seguito superiore all’originale” davvero mi lascia perplesso. Il padrino parte seconda è un gran bel film, ma fatico a comprendere in cosa possa essere considerato superiore al precedente. Certo non nella sceneggiatura, che fatica a mantenersi altrettanto coesa e appassionante, anche per colpa dei flashback, spesso inseriti in maniera francamente discutibile. Se da una parte il parallelo fra le vite e le azioni di padre e figlio risulta senza dubbio affascinante, dall’altro l’inserimento delle – belle, ma anche poco approfondite e, a conti fatti, quasi superflue – sequenze dedicate al giovane Don Vito appare posticcio, faticoso, impacciato. Spezzano tremendamente il ritmo e l’intensità della storia principale e, per assurdo, anche di ciò che loro stesse raccontano. E sono ben lontane, per esempio, dalla spettacolare efficacia dei flashback di C’era una volta in America.

E se è pur vero che questo secondo film non fa altro che proseguire nell’adattamento del libro di Mario Puzo, è vero anche che si fa fatica a non farsi colpire da una certa sensazione di superfluo. Tanto era perfetto e compiuto il primo episodio, quanto appare per certi versi inutile questo secondo, fra l’altro molto meno convincente anche per una certa logorrea narrativa e per una regia meno virtuosa e affascinante. Prolisso e farraginoso, decolla coi ritmi di un diesel ingolfato, ma quando finalmente ci riesce, bisogna dirlo, regala ancora una lunga serie di grandi momenti.

La seconda parte del film, incidentalmente quasi priva di flashback, torna alla grandezza del primo episodio e presenta tanti momenti memorabili. Il racconto del definitivo crollo verso l’oscurità di Michael Corleone è potente ed efficace, splendido nel mettere in scena il suo alienarsi da tutto ciò che gli sta attorno, le menzogne, la fredda crudeltà con cui tratta gli affari di famiglia, il drammatico rapporto con la moglie e la sempre più lucida consapevolezza di non saper e voler mantenere il vuoto proposito di tirarsi fuori dall’attività criminale.

Lo sguardo di Michael che litiga con la moglie e viene a sapere dell’aborto, la splendida e sottile interpretazione di Al Pacino, la bella e intensa sequenza finale, che richiama alla memoria il battesimo in chiusura del primo film… di enormi pregi questo Padrino parte seconda è indubbiamente pieno, ma è la somma delle parti a lasciar perplessi e, tutto sommato, un po’ delusi.

Il padrino parte terza
The Godfather Part III (USA, 1990)
di Francis Ford Coppola
con Al Pacino, Andy Garcia, Eli Wallach, Sofia Coppola, Talia Shire, Diane Keaton, Joe Mantegna

Il padrino parte terza mi ha ricordato sotto più di un aspetto il disastroso pasticcio partorito da George Lucas con la sua nuova trilogia di Guerre Stellari. Film disfunzionali e male orchestrati, che riecheggiano il passato ricalcando le orme di ciò che li ha preceduti e che in sostanza funzionano meglio di quanto dovrebbero grazie all’eredità su cui si appoggiano. Così come Lucas fa percorrere ai personaggi delle sue due trilogie un cammino quasi identico, ricalcando trovate, avvenimenti, immagini, perfino intere sequenze, altrettanto fa Coppola, costruendo un intreccio che scorre parallelo a quello dei precedenti episodi, che sceglie soluzioni narrative molto simili e che ripropone immagini quasi identiche, dal massacro sulle note della Cavalleria Rusticana al destino di Michael, consumato in un vuoto e malinconico giardino.

Il problema è che sembra di guardare una versione distorta, appannata, tirata via e malriuscita dei primi due film. La storia di Michael Corleone giunge al capolinea raccontando di un uomo stanco e sfibrato, finalmente convinto e deciso a ridare dignità e onestà alla sua famiglia, ma destinato a scontrarsi nel peggiore dei modi con una realtà drammatica e crudele. Non c’è modo di uscirne, non è possibile lavarsi l’anima e sfuggire alla propria natura. E altrettanto stanche, sfibrate, prive di nerbo, appaiono la scrittura e la regia di Coppola.

Una considerazione a parte merita Sofia Coppola, che, poveretta, fa quel che può, ma deve combattere con la presenza scenica di un parafango e una voce che in qualche modo ricorda il poetico risciacquo di un water intasato. I dialoghi in campo-controcampo fra lei e Andy Garcia sono impietosi in quel loro mostrare da una parte un attore che davvero buca lo schermo con la sua sola presenza e dall’altra una poveretta scartata dal casting di Un posto al sole.

Nonostante tutto, però, Il padrino parte terza ha i suoi pregi. Ad esempio nel raccontare, per quanto non benissimo, della disperata e struggente lotta di Michael Corleone contro un destino ineluttabile e nel tratteggiare, invece molto bene, la triste relazione fra il Padrino e la sua ex moglie Kay. Insomma, così come non condivido gli osanna generali per il secondo episodio, mi distacco dal feroce odio che si percepisce per il terzo. Che comunque, va detto, si trova proprio in una galassia distante anni luce dai precedenti due. Lontana lontana, quasi.

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A sangue freddo


In Cold Blood (USA, 1965)
di Truman Capote

14 novembre 1959, Holcomb, Kansas, Stati Uniti d’America. Richard Hickock e Perry Edward Smith si introducono nell’abitazione della famiglia Clutter a scopo di rapina. Ne usciranno con una quarantina di dollari in tasca e un tremendo omicidio plurimo sulla coscienza. Nel giro di sei mesi saranno arrestati e, dopo cinque anni di processi, appelli e rinvii, pagheranno con l’impiccagione il loro crimine. Il romanziere Truman Capote, affascinato da un breve articolo letto sul New York Times del 12 novembre 1959, decide di recarsi sul posto nelle vesti di inviato del New Yorker, per realizzare un’inchiesta giornalistica e scrivere un libro che racconti quella vicenda sfruttando le tecniche narrative del romanzo.

Nasce così A sangue freddo, un resoconto romanzato che tratta i suoi protagonisti come personaggi da approfondire e caratterizzare, dando alla sua opera una forza e un crudo realismo che un semplice articolo di cronaca non avrebbe forse potuto vantare. Capote racconta le ore precedenti al delitto, la vita delle future vittime, la tragica sera del 14 novembre, la fuga dei due criminali e le conseguenze di quanto da loro commesso. Le indagini, l’arresto e il lungo periodo di attesa per un’inevitabile condanna a morte, eseguita, a sangue freddo, il 14 aprile 1965. Tutto quanto si legge nel romanzo, sostiene Capote, deriva dalla sua esperienza diretta o dai racconti degli stessi protagonisti.

Lo scrittore di New Orleans, infatti, trascorre anni interi frequentando la cittadina di Holcomb, familiarizzando con gli abitanti, le forze di polizia e, dopo l’arresto, i due stessi criminali. Instaura rapporti di sincera amicizia con molte persone del luogo, da cui trae linfa per dare vita alla sua opera. E vive l’atroce consapevolezza di desiderare, in un certo qual modo, l’esecuzione di due esseri viventi, perché essa rappresenterà l’unica possibile e degna conclusione per il suo libro.

Da questa esperienza nasce un romanzo splendido per la sua capacità di raccontare quegli avvenimenti in maniera ferma, asciutta, precisa, approfondita, emozionante, agghiacciante, commovente. Capote se ne tira fuori, non si manifesta mai nel racconto, nonostante sia stato una presenza importantissima, fondamentale, nella vita carceraria di Perry Smith, e così facendo non spezza mai l’illusione, non distrae dalla forza di un romanzo che scivola via per quasi quattrocento pagine senza farsene accorgere. Ma lascia, in bocca e nello stomaco, un senso acidulo di sconforto, di fastidio, di immensa tristezza.

Alfie (2004)


Alfie (USA/UK, 2004)
di Charles Shyer
con Jude Law, Omar Epps, Nia Long, Marisa Tomei, Sienna Miller, Susan Sarandon

Jude Law, ne sono convinto fin dai tempi di Gattaca, è talmente figo che quasi quasi me lo farei pure io. Non stupisce quindi che si decida di basare un’intera pellicola sul suo fascino magnetico e su un personaggio i cui unici interessi paiono essere il sesso spensierato, un vita comoda e lussuosa, un vago e impalpabile progetto di affari, da concretizzare prima o poi nel futuro assieme al fido amico Marlon.

Alfie si racconta tramite la voce narrante del suo protagonista, che analizza le proprie azioni parlando direttamente allo spettatore e cerca sempre di mantenere un’aria distaccata e gioiosa, qualsiasi cosa gli accada. Tant’è che i momenti migliori dell’ottima interpretazione di Law sono proprio quelli in cui Alfie prova a dissimulare il fastidio, la tristezza e l’angoscia per i suoi errori, mantenendo il sorriso stampato in faccia e nascondendo lacrime e malumore dietro una maschera di plastica.

Già, perché un personaggio del genere, è inevitabile, finisce per mandare a puttane tutto quanto di buono ci sia nella sua vita, distruggendo amicizie, rovinando amori e cercando sempre di uscirne con le mani pulite. Alfie non lo fa apposta, non vuole fare del male a nessuno, ma finisce sempre per farlo. E da qui nasce una vena triste, amara, malinconica, che percorre un po’ tutto il film e ne smorza i toni da commedia.

Pellicola tutt’altro che irresistibile, priva di particolare mordente, ma piacevole e divertente. Infastidisce un po’ con quella deriva moralista nel finale, ma va pur detto che il protagonista, a conti fatti, se ne fa travolgere solo fino a un certo punto e quell’uscita di scena, tutto sommato, il dubbio che Alfie non abbia certo intenzione di cambiare vita te lo lascia eccome.

X-Files – Stagione 6

The X-Files – Season 6 (USA, 1998/1999)
creato da Chris Carter
con David Duchovny, Gillian Anderson

Affrontare la sesta annata di X-Files in pieno 2006 senza avere addosso un po’ di timore è davvero impossibile. In parte per l’altissimo livello qualitativo delle due stagioni precedenti, che ovviamente avevano fissato uno standard difficile da eguagliare, un po’ perché praticamente quasi tutti coloro che a suo tempo l’hanno seguita identificano con questi ventidue episodi il vero e proprio “inizio della fine”. Il crollo qualitativo, il tuffo nell’abisso, la morte di X-Files e la nascita di legioni di spettatori insoddisfatti, che continuavano a seguire fedelmente in TV le avventure di Mulder e Scully, ma lamentavano la scomparsa qualità dei bei tempi.

Di fronte a premesse tanto cataclismatiche, beh, si rimane un po’ perplessi, nello scoprire che in realtà, per una dozzina buona di episodi, il serial si mantiene su livelli decisamente alti. Gli episodi della “mitologia”, che portano avanti la trama principale dedicata al tentativo d’invasione da parte degli alieni, cercano di fare ordine nel maelstrom d’informazioni creato dalla quinta stagione e lo fanno molto bene. La storia riprende esattamente da dove si era interrotta col film, ma nella sostanza compie una decisa virata: si smette di gettare carne sul fuoco a oltranza e si cerca invece di fare chiarezza.

Praticamente quasi tutti i segreti che hanno accompagnato i fan per cinque anni vengono messi a nudo e, sebbene questo tolga certamente un po’ di fascino misterioso, bisogna dire che cominciava francamente ad essere ora. Sotto questo punto di vista, poi, la visione delle sei annate a stretto giro di tempo (magari non strettissimo, ma comunque sufficiente per avere chiari in testa i vari elementi sparsi in giro) fa guadagnare al racconto chiarezza e compattezza. E a conti fatti tutte le rivelazioni e spiegazioni convincono, dicono esattamente quello che gli indizi suggerivano e non sembrano campate per aria.

Gli sceneggiatori, insomma, tirano le fila, fanno il punto della situazione e piazzano anche un bel colpo di mannaia, che chiude alcuni discorsi lasciati in sospeso, fa piazza pulita di personaggi e pone base interessanti per ciò che dovrà venire. Questo, perlomeno, succede nei quattro episodi esplicitamente dedicati alla mitologia (The Beginning, S.R. 819, Two Fathers e One Son). Ma non solo: nella prima parte di stagione si vedono anche molti singoli racconti davvero riusciti, su tutti gli azzeccatissimi Drive e Triangle, e una splendida, catartica, divertente e attesissima avventura nella mecca degli ufologi: Area 51.

Poi, però, sbrigata la pratica “mitologica” e archiviati altri due/tre episodi che, seppur fortemente derivativi, si rivelano molto gustosi, cominciano i problemi. La vena si esaurisce, il livello qualitativo crolla e si avvera in effetti tutto ciò che di squallido e temibile avevo sentito raccontare su questa sesta stagione. Episodi sciatti, banali, scritti malissimo e diretti senza brio, che trascinano a fatica il serial fino alla fine e risultano talmente pessimi da far sembrare onestamente migliore di quanto non sia il “season finale”, intrigante per alcune nuove idee estratte dal cilindro, ma davvero poco oltre la sufficienza.

E se nel complesso non si può bocciare una stagione che nella sua prima metà sa comunque regalare emozioni forti, è inevitabile rimanere con l’amaro in bocca di fronte a un tale crollo. Comprensibile quindi la sensazione di fastidio che quest’annata ha lasciato in dote a molti, specie se poi si pensa alla latitanza di quelle divertenti sperimentazioni visive e narrative che avevano caratterizzato quasi tutte le stagioni precedenti e che qui, in sostanza, mancano del tutto.

La storia fantastica


The Princess Bride (USA, 1987)
di Rob Reiner
con Cary Elwes, Robin Wright, Mandy Patinkin, Chris Sarandon, Andre the Giant, Christopher Guest, Wallace Shawn, Fred Savage, Peter Falk, Billy Cristal

Lascia sempre di stucco scoprire quanto la percezione di un film possa cambiare nel tempo. Quando vidi per la prima (e ultima) volta La storia fantastica in televisione, avrò avuto al massimo tredici anni e ne rimasi estasiato, tanto da conservarne ancora un affezionatissimo ricordo, fatto di personaggi adorabili e divertentissimi e di un’atmosfera magica, sognante, romantica. A rivederlo oggi, il primo impatto è straniante, perché ci si trova davanti a una produzione di livello televisivo, con set davvero poveri e musiche che, Mark Knopfler o meno, sembrano poco più che file midi.

Eppure bastano pochi minuti per rendersi conto di come tutto questo non stoni affatto, perché La storia fantastica è un film incredibilmente autoconsapevole, che non ha paura di prendersi in giro e, soprattutto, lo fa splendidamente. La sceneggiatura che William Goldman ha tratto dal suo omonimo libro è davvero brillantissima, carica di battute memorabili e personaggi ben caratterizzati. I toni oscillano di continuo fra il divertito, il divertente e, nei rarissimi momenti in cui il film si prende sul serio, perfino un discreto e appassionante senso epico.

Reiner orchestra poi il tutto alla perfezione, con un gran senso del ritmo e una discreta saggezza nel non esagerare coi toni demenziali. La storia fantastica prende in giro gli stereotipi del fantasy, ma non li disprezza, anzi, se ne serve per raccontare la sua storia. E il risultato è che diventa facilissimo innamorarsi di personaggi tanto simpatici e ammiccanti ed è davvero impossibile non emozionarsi nel travolgente assalto finale, con quel piccolo, splendido, geniale duello fra Inigo Montoya e l’assassino di suo padre.

E in tutto questo neanche ho citato l’azzeccata idea del narratore Peter Falk, che racconta la storia al famigerato nipotino Fred Savage e lo fa pian piano appassionare agli eventi, con una serie di siparietti che potevano tranquillamente diventare fastidiosi e posticci inserti, ma al contrario funzionano benissimo. E mentre il bimbo senza nome si appassiona sempre più a una storia che inizialmente gli pareva poco interessante, così lo spettatore non può fare a meno di farsi rapire dalle avventure del temibile pirata Roberts. Da ragazzino, come dicevo, ma alla fin fine anche da ragazzone, magari non troppo cresciuto.

Mysterious Skin


Mysterious Skin (USA, 2004)
di Gregg Araki
con Joseph Gordon-Levitt, Brady Corbet, Michelle Trachtenberg, Jeffrey Licon, Bill Sage, Elisabeth Shue

Strano, intenso, toccante, splendido film di Gregg Araki, autore che fino a oggi conoscevo solo di nome, ma che a questo punto mi incuriosisce non poco. Mysterious Skin racconta della gioventù di due bambini che hanno subito abusi sessuali, del loro modo di reagire, della negazione e dei drammi della crescita. Segue in maniera allo stesso tempo algida e tremendamente passionale le vicende parallele dei suoi due protagonisti, uno tanto ingenuo e sperduto da convincersi che in quei due brutti momenti di cui ha perso ogni memoria era stato rapito dagli alieni, l’altro talmente freddo da spingere la sua migliore amica a sentenziare “Where normal people have a heart, Neil McCormick has a bottomless black hole.”

Araki esplora tutte le possibili facce dello spettro emozionale, racconta di violenze e abusi, divertenti e divertite scopate, traumi infantili e tristi ricordi, momenti di tenerezza, forti amicizie e sincero affetto. Lo fa con immagini fredde, gelide, che contrastano con l’intensa emozione raccontata, ma finiscono – grazie anche alla bella e azzeccata colonna sonora – per accentuarla a dismisura. Non c’è compiacimento, pornografia, voglia di scioccare in maniera gratuita, anzi, Mysterious Skin mostra ben poco di ciò che racconta, ma forse anche per questo il pugno nello stomaco finisce per essere ancora più forte, dirompente.

Vien da dire che è il miglior film di sempre sull’argomento, ma sono affermazioni un po’ troppo categoriche, anche perché poi, a conti fatti, non è che ne ricordi così tanti. Ma di sicuro è un grandissimo film, ricco, profondo, ben diretto, scritto come meglio non si potrebbe e graziato da una serie di interpreti eccellenti. Unico difetto, forse, un finale troppo tirato per le lunghe, in cui la potenza delle emozioni, insostenibile fino a quel punto, finisce per disperdersi un po’. Ma si cerca il pelo nell’uovo.

Capitani oltraggiosi


Captains Outrageous (USA, 2001)
di Joe R. Lansdale

Un uomo anziano vomitò dal parapetto, e una giovane donna che avevo già adocchiato più volte perse il cappello di paglia nel vento. Cadde in acqua, le onde lo sommersero e si allontanò. Pensai di tuffarmi e recuperarlo, per essere il cavaliere della donna e magari riuscire a scoparla.
Soppesai l’idea nella mente.
Onde alte.
Figa.
Onde alte.
Figa.
No. Onde troppo alte. Figa incerta. Lei avrebbe potuto limitarsi a ringraziarmi e basta. E l’idea di annegare con un cappello di paglia stretto in mano non mi affascinava.

Capitani oltraggiosi è il sesto e per ora ultimo volume delle avventure di Hap Collins e Leonard Pine, sorta di detective/vendicatori per caso (e per scelta di vita) che Lansdale tratteggia come inguaribili romantici, uomini d’onore tremendamente propensi a ficcarsi nei guai e a spaccare inevitabilmente tutto e tutti per tirarsene fuori. Malinconiche ed esilaranti, romantiche ed agghiaccianti, storie di persone dure come il cemento, ma sempre pronte a sciogliersi nel sentimentalismo quando se ne presenta l’occasione.

In questo nuovo episodio si ritrovano tutti gli elementi che hanno caratterizzato l’intera serie, sorta di lungo divertissement pulp-noir, inesauribile nella sua continua riproposta “trasversale” del genere allo stato brado, senza limiti e senza compromessi. E, seppur ben lontano dallo splendore di Bad Chili, che rimane probabilmente l’episodio più riuscito della serie, Capitani Oltraggiosi è la solita lettura piacevole e divertentissima.

Prendendo come spunto di partenza un tragicomico viaggio su una nave da crociera, Lansdale catapulta i suoi due (anti)eroi in Messico, dove Hap conosce biblicamente una bella autoctona e, come da copione, si fa trascinare, assieme a Leo e alle varie altre vecchie conoscenze, in un turbine di violenza, vendette incrociate e squinternati piani inevitabilmente destinati al fallimento. Nulla di nuovo, tutto piacevolmente come al solito, con un colpo di scena bello e molto intenso verso metà vicenda e uno splendido finale. Per essere un sesto episodio, poteva andare molto peggio.

Il gigante di ferro


The Iron Giant (USA, 1999)
di Brad Bird
con le voci di Eli Marienthal, Vin Diesel, Harry Connick Jr., Christopher McDonald, Jennifer Aniston

Cinque anni prima di recarsi alla corte di John Lasseter e spiegargli come fare (meglio) il suo lavoro, Brad Bird già si dilettava a nuclearizzare gli altrui culi con questo splendido gioiello. Ispirato all’omonimo romanzo di Ted Hughes, Il gigante di ferro racconta del piccolo Hogarth e della sua tenera amicizia con un enorme robottone venuto dallo spazio. L’iniziale incapacità di comunicare, le incomprensioni, la paura di chi sta loro attorno, il pericolo rappresentato da un uomo del governo desideroso di spazzare via la minaccia “alienocomunista”… il pensiero va inevitabilmente ad E.T.

Ma il film di Brad Bird non è una semplice fotocopia animata della pellicola di Steven Spielberg, ha una sua anima viva e pulsante, fatta di una sceneggiatura semplice e brillantissima, capace di parlare a cuore aperto mentre si rivolge a un pubblico veramente di tutte le età. Dialoghi frizzanti e gag divertentissime fanno da collante per una vicenda molto meno scontata e piatta di quanto ci si potrebbe aspettare. Il gigante di ferro riflette sulla natura umana, sulla necessità di costruirsi il proprio destino, di crearlo con le proprie scelte e le proprie azioni. Si racconta con una credibilità e una passione tali da assorbire completamente e far dimenticare in un amen l’iniziale sbigottimento di fronte a un’animazione cui (per scelte stilistiche e “atmosfera”) non siamo purtroppo più abituati.

Vive grazie ai bei personaggi, stereotipati nella concezione, ma tratteggiati benissimo nella grafica e nella personalità, alle tante idee affascinanti, per esempio il delizioso filmato iniziale sulle contromisure in caso di bombardamento nucleare, e soprattutto alla voglia di realizzare un film. Vero, vivo, senza animaletti umanizzati e numeri musicali, con delle ottime interpretazioni da parte dei doppiatori e una magistrale scrittura dei personaggi. Brad Bird aveva una storia da raccontare e l’ha fatto nel miglior modo possibile, con un film d’animazione intenso e toccante.

Il profumo


Das Parfum (Germania, 1985)
di Patrick Süskind

Ho avuto questo libro in casa, senza leggerlo, per quasi dieci anni. Preso in edicola, nel periodo in cui vi lavoravo, consigliato da colui che in edicola mi dava da lavorare. Nella mia testa, non so perché, doveva essere una specie di thriller in cui il detective era dotato di un olfatto superlativo. In realtà le cose non stanno proprio così, come ho scoperto di recente, quando finalmente, incuriosito dal film in uscita, mi sono deciso a leggerlo.

Il profumo parla di un uomo, Jean-Baptiste Grenouille, che potrebbe tranquillamente essere un mutante dei fumetti Marvel. Emarginato per scelta e necessità, graziato/maledetto da un naso straordinario, tramite il quale può localizzare qualsiasi odore a centinaia di metri di distanza, orientarsi nel buio più completo, distinguere al volo gli ingredienti che compongono un profumo. Eppure lui un odore non ce l’ha e non riesce ad avercelo. Tant’è che decide di dedicare praticamente tutta la sua vita alla ricerca del profumo perfetto, capace di perforare il cuore degli uomini con i suoi effluvi.

Süskind descrive le morbose vicende del suo protagonista in maniera appassionante, raccontando di un essere freddo, la cui unica ragione di vita sono gli odori. Grenouille non osserva, ascolta, tocca o scruta il mondo che gli sta attorno, si limita ad annusarlo. Vive di una percezione totalmente diversa dalla nostra, si invaghisce del profumo delle donne, trascurandone l’aspetto, anela solo a un obiettivo e non si concede praticamente nessuna passione. Addirittura, anche quando giunge a conquistare il tesoro tanto voluto, lo scopre vuoto, inutile, privo di alcuna soddisfazione.

Il profumo è un bel romanzo, breve e affascinante, che rapisce con le sue atmosfere morbose e con un paio di idee folgoranti, ben sviluppate dall’autore. Suskind costruisce un intreccio semplicissimo, ma di grande efficacia e soprattutto riesce ad accumulare molto bene la tensione emotiva, portando a un crescendo finale di grande impatto, che monta fino ad esplodere, per poi risolversi ina una specie di delusa e sfiatata stanchezza postorgasmica.

A questo punto sono davvero curioso di scoprire come Tykwer, un regista che, lo ammetto, non stimo molto, abbia scelto di portare su schermo un romanzo tanto particolare.

Smells like Singstar


883 – Una canzone d’amore
Aretha Franklin – Respect
Barry White – You’re The First, The Last, My Everything
Carmen Consoli – Confusa e felice
Carmen Consoli – Parole di burro
David Bowie – Life on Mars?
Depeche Mode – Enjoy the Silence
Dusty Springfield – Son Of A Preacher Man
Elton John – Rocket Man
Elvis Presley – Blue Suede Shoes
Jackie Wilson – Reet Petite (The Finest Girl You Ever Want To Meet)
John Lennon – Imagine
Jovanotti – Bella
Jovanotti – Ragazzo Fortunato
Ligabue – A che ora è la fine del mondo?
Lynyrd Skynyrd – Sweet Home Alabama
Pooh – Uomini soli
Madonna – Papa Don’t Preach
Marvin Gaye – I Heard it Through the Grapevine
Nirvana – Smells Like Teen Spirit
Pet Shop Boys – Always On My Mind
Sam Cooke – Wonderful World
The Jackson 5 – I Want You Back
The Police – Roxanne
The Rolling Stones – Sympathy for the Devil
Tina Turner – What’s Love Got To Do With It?
U2 – Vertigo
Whitney Houston – The Greatest Love Of All
Zucchero – Con le mani
Zucchero – Diamante

La migliore tracklist da quando esiste Singstar?
Potrebbe anche essere.

Comunque Rocketman, Sweet Home Alabama ed Enjoy the Silence si “giocano” che è un piacere.
Qualcuno me ne stacchi, per favore.

P.S.
Come al solito, scoprire la lista delle canzoni tagliate dall’edizione inglese fa male al cuore:

Black Sabbath – Paranoid
Blur – Parklife
Ella Fitzgerald & Louis Armstrong – Let’s Call The Whole Thing Off
Johnny Cash – Ring Of Fire
Patsy Cline – Crazy
Roxy Music – Love Is The Drug
The Monkees – Daydream Believer
The Righteous Brothers – Unchained Melody
The Smiths – This Charming Man

Tutto sommato, ai Pooh potevo anche rinunciare.