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L’inganno

L’inganno è tratto dallo stesso romanzo da cui arriva La notte brava del soldato Jonathan, film del 1971 che pone lo stoico Clint Eastwood, con la sua interpretazione da stoico Clint Eastwood, soldato “giacca blu” ferito in territorio nemico e accolto in un un collegio femminile, dove le residenti lo curano, apprezzano e poi desiderano, scatenando un gioco di competizione, invidia, vendetta e violenza. Il punto di vista, lì, è strettamente maschile e del resto il regista Don Siegel lo descrisse come un film sul “desiderio basilare femminile di castrare gli uomini”. Diciamo che è un film molto figlio dei suoi tempi. Basta avere una conoscenza anche solo superficiale della filmografia di Sofia Coppola per intuire che la sua versione della storia ribalta la prospettiva, mostrando un gruppo di donne isolate dal mondo degli uomini e messe in crisi dall’ingresso di un “alieno”, sostanzialmente assolte nelle intenzioni, al massimo vittime di istinti indomabili, dell’assurdo voler reprimere la sessualità e di scelte sì infelici ma che è facile compiere in situazioni complicate.

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Fargo – Stagione 2

Se devo trovare un difetto alla prima stagione di Fargo, mi metto a ravanare cercando il pelo nell’uovo e posso dire che impiega qualche puntata per scrollarsi di dosso l’eredità pesante del film dei Coen e spiccare definitivamente il volo, abbracciando una propria anima indipendente. Ecco, la seconda stagione parte che sta già a diecimila metri d’altezza e non si ferma mai, mai, mai. Nella testa di Noah Hawley esiste un grande libro dedicato alla storia del crimine nel Midwest e sta a Fargo, tanto il film quanto le varie stagioni del telefilm, il compito di raccontarne i vari capitoli. Con il secondo anno del suo show si affronta quel massacro di Sioux Falls cui accennavano i personaggi della prima stagione, ma soprattutto viene raccontata un’altra piccola storia di persone normali alle prese con la furia degli eventi rabbiosi che dominano il mondo fuori dal tranquillo focolare domestico. E ne viene fuori l’impresa incredibile, una stagione ancora più bella della prima, forte di un cast forse senza pari, di una scrittura strepitosa e di una cura per l’immagine senza senso. Insomma, una bomba atomica.

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Spider-Man – La trilogia

Spider-Man (USA, 2001)
di Sam Raimi
con Tobey Maguire, Kirsten Dunst, Willem Dafoe, Kirsten Dunst, James Franco

Rivedendo il primo Spider-Man a sei anni di distanza, ho trovato conferma per le impressioni contrastanti che ricordavo. Da una parte il piacere di poter osservare una versione in “carne e ossa”, fedele all’originale nei tratti caratteristici e frutto di un evidente amore per il personaggio da parte di Sam Raimi. Dall’altra una pellicola debole, farraginosa, per certi sfilacciata. Un film d’azione con un antagonista incapace di andare oltre il suo pur divertente macchiettismo, una serie di personaggi poco più che abbozzati e uno script che paga la presunta necessità di raccontare sempre le origini nel film d’esordio.

E allora ci si deve sorbire una genesi lunga due ore, ben ritmata e, soprattutto, graziata dalla presenza dietro alla macchina da presa di una persona che gira le scene d’azione come davvero pochissimi altri, ma che dà l’impressione di non riuscire ad andare oltre il compitino svolto diligentemente. L’incredibile somiglianza di un po’ tutti gli attori al modello originale (un Jameson migliore non si poteva proprio trovare), la voglia di rielaborare in chiave moderna i personaggi senza tradirne lo spirito e in generale la capacità di rendere così bene su pellicola l’impatto visivo dei fumetti rendono questo Spider-Man – perlomeno ai tempi dell’uscita – l’adattamento fumettistico meglio realizzato di sempre. E ancora oggi, nonostante degli effetti speciali poi surclassati dai seguiti, il film si conserva abbastanza bene. Certo, vien da chiedersi se fra una decina d’anni sarà invecchiato male come l’ormai decrepito primo Batman di Tim Burton…

Spider-Man 2 (USA, 2004)
di Sam Raimi
con Tobey Maguire, Kirsten dunst, Alfred Molina, James Franco

Così come accaduto anche per altre serie tratte da fumetti, il secondo episodio si rivela decisamente più compiuto, maggiormente vicino alla sensibilità di un autore forse anche più libero di lavorare fuori da costrizioni di produzione. Ma i pregi di Spider-Man 2 stanno innanzitutto in una sceneggiatura estremamente solida, che non va certo oltre l’ordinarietà di un manicheo conflitto fra super esseri, ma regala personaggi un po’ più ricchi e mostra una maggiore capacità di dosare ritmi e tempi. Raimi, poi, abbraccia con più convinzione lo spirito spensierato e goliardico dell’Uomo Ragno che piace a lui, mostrandoci un personaggio carico di autoironia e scegliendo di affrontare eventi dal forte peso drammatico con un forte taglio umoristico e la consapevolezza di non poter prendere più di tanto sul serio queste storielline d’amore e questi iperbolici drammoni adolescenziali.

In Spider-Man 2, poi, c’è l’unico villain davvero ben caratterizzato (e interpretato) di tutta la serie, affidato a un Alfred Molina capace di spazzare via in un attimo le mossette e i sorrisini di Willem DaFoe. E regia ed effetti speciali raggiungono un livello strepitoso, capace di rendere su pellicola come forse non si pensava fosse possibile la spettacolare complessità dell’azione fumettistica. Tutta la sequenza del combattimento sul treno, per esempio, è incredibile per ritmo, intensità e capacità di riprodurre le dinamiche e le tematiche del fumetto di supereroi.

E non manca il gusto per l’ammiccamento, l’attenzione al fan che può riconoscere la storyline palesemente ripresa nell’intreccio, o le tante citazioni grafiche costruite su schermo come tavole del fumetto, fra le quali spicca senza dubbio lo Spider-Man No More citato a parole da Tobey Maguire e per immagini da Sam Raimi. Insomma, Spider-Man 2, nella sua semplicità di blockbusterone estivo, è forse il perfetto film dell’Uomo Ragno. Meglio di così era davvero difficile fare.

Spider-Man 3 (USA, 2007)
di Sam Raimi
con Tobey Maguire, Kirsten Dunst, James Franco, Thomas Haden Church, Topher Grace, Bryce Dallas Howard

Il terzo episodio della serie paga un po’ il desiderio di inserire sempre di più, senza tregua e senza ritegno, cercando di accontentare in tutti modi i fan e di accumulare scene d’azione a raffica. Ne viene fuori una sceneggiatura sfilacciata, senza particolari buchi o passi falsi, ma che fatica a tenere insieme l’abbondanza di temi e personaggi e finisce per trascurarne in buona parte l’approfondimento. E così ci ritroviamo per esempio con un Venom piuttosto sprecato e una Gwen Stacy messa lì tanto per far numero.

Eppure, nonostante questo e nonostante un Tobey Maguire inguardabile, che sembra in procinto di trasformarsi in un Tom Hanks del tutto privo di carisma, Spider-Man 3 funziona, grazie soprattutto alla bravura di Raimi, uno che, tocca ripeterlo, gira come quasi nessuno. La scena della gru, da sola, vale il film, ma in generale, di momenti registici in grado di giustificare la visione e rendere marginale qualsiasi difetto la pellicola possa avere, Spider-Man 3 è davvero pieno.

Inoltre Raimi riabbraccia in pieno lo spirito autoironico e irriverente del secondo episodio, mostrandoci per esempio un Peter Parker che, grazie all’influenza “potenziante” del costume alieno, non diventa uomo di successo ma si limita a convincersene, rimanendo però il solito ingenuotto. Per non parlare dell’ennesimo cameo di Bruce Campbell, brillantissimo come sempre. Comicità per lo più di grana grossa, forse anche mirata a un pubblico infantile, ma che in fondo rende ancor più palese l’intento di mantenere un’atmosfera sognante, fiabesca, fumettosa, tutto sommato anche molto riuscita.

Spider-Man 3 è un degno capitolo finale per una trilogia omogenea e riuscita, ma che aveva decisamente bisogno di concludersi. Chiude i fili lasciati in sospeso, mostrando qualche ruga di troppo, ma rimanendo nella sostanza sui livelli dei precedenti film. Ora bisogna passare ad altro, come del resto sembra dire lo stesso Raimi, chiudendo per la prima volta non sull’Uomo Ragno in volo fra i palazzi, ma su Peter e Mary Jane uniti in borghese.

A margine, devo ancora una volta sottolineare la mia ormai totale insofferenza nei confronti dei film doppiati. Zia May, che nei primi due episodi appena rivisti in originale mi era parsa un’adorabile vecchietta interpretata da un’attrice davvero brava, in italiano diventa una lancinante e insopportabile lagna. Gwen Stacy, la cui versione cinematografica già in partenza non è il più ricco e profondo dei personaggi, ottiene in regalo una cadenza da Valeria Marini sotto effetto di sostanze stupefacenti. Tobey Maguire viene graziato da una voce certo degna della faccia da frolloccone che si ritrova, ma davvero insopportabile. E via così, senza fine, e senza neanche stare a discutere di gioiellini come “silicone” (chi deve capire capisca) e altre perle del genere. Non ce la faccio più.

Marie Antoinette


Marie Antoinette (Giappone/Francia/USA, 2006)
di Sofia Coppola
con Kirsten Dunst, Jason Schwartzman, Steve Coogan, Danny Huston, Marianne Faithfull, Jamie Dornan

Il più grande pregio di Marie Antoinette rappresenta forse anche il suo principale difetto. Il terzo film di una Sofia Coppola sempre più padrona dei propri mezzi e sempre meno aggrappata all’insopportabile didascalismo che caratterizzava la sua opera d’esordio racconta di una quattordicenne come tante, condannata a non essere come tante. Strappata dal suo ambiente naturale, infilata a forza in un contesto cui non sente di appartenere, vive un’adolescenza fatta di fastidiosi obblighi, superflui vizi e stupidini divertimenti. E alla lunga osservare la sua vita annoia, esattamente come annoierebbe osservare una ragazzina barcamenarsi fra monotoni pomeriggi davanti a MTV, frivoli party notturni e stucchevoli attese dell’alba in riva al mare.

Che il racconto riguardi un personaggio storico appare quasi incidentale, perché Sofia Coppola, pur contestualizzandolo più di quanto non sembri a uno sguardo superficiale, lo universalizza il più possibile. In maniera anche un po’ grossolana e fin troppo evidente, se vogliamo, con questa colonna sonora attuale, questi dettagli moderni infilati qua e là e questa sottolineata “consapevolezza”, fatta anche di un fugace sguardo verso la macchina da presa. Ma l’idea di fondo rimane quella già espressa anche ne Il giardino delle vergini suicide e Lost in Translation, quella spocchiosetta voglia di raccontare la bellissima e malinconica solitudine, intima compagna dell’essere donna, creatura meravigliosa, incomprensibile e inattaccabile da tutto ciò che la circonda (e che tende fatalmente a rivelarsi sempre inadeguato).

Se in Lost in Translation c’erano però anche la storia di una bella amicizia, l’irresistibile gigioneria di Bill Murray e il fascino di un’ambientazione talmente lontana e stuzzicante da tenere la scena per i fatti suoi, qui il racconto tende un po’ troppo a svanire nella nebbia. Una nebbia fatta di splendide immagini, dipinti curati nel minimo dettaglio e messi in scena con un’attenzione e un senso estetico impressionanti, che alla lunga lasciano però addosso un senso di vuoto. Vuoto che rispecchia forse l’esistenza di questa ragazzina strappata con violenza al suo vivere e impegnata a dare un significato alla sua adolescenza. Ma vuoto, anche, che colpisce lo spettatore con l’ammorbante assenza di un qualsiasi racconto, un qualsiasi personaggio, una qualsiasi “cosa” narrativamente interessante.

Elizabethtown


Elizabethtown (USA, 2005)
di
Cameron Crowe
con
Orlando Bloom, Kirsten Dunst, Susan Sarandon

La Smemoranda, quella maledetta agenda che raccoglie i pensierini dei cabarettisti e quelli delle proprietarie. Una quantità immane di cazzate, ma cazzate modello baci perugina. E le frasi intense, e i pensieri famosi, e gli aforismi, e le citazioni colte… le cazzate, insomma.

Ecco, anni di Smemoranda e/o fatti assimilabili, presi, frullati, compressi e infilati su per il culo di Kirsten Dunst, che dà poi libero sfogo al tutto interpretando un personaggio insostenibile, il testamento alle parole – chiaramente scolpite nella pietra – pronunciate da Michael Wincott/Philo Grant in Strange Days: “le puttane devono aprire bocca solo per far pompini”. Lei e il suo atteggiamento simpatico e un po’ pazzo, strano ma divertente, adorabile e ammiccante, un po’ puttana e un po’ zoccola. Vai affanculo.

Cameron Crowe, un povero stronzo sfigato che si deve sentire una specie di nuovo Woody Allen, con ‘sta storia di usare sempre se stesso come protagonista di tutti i suoi film. Ecco, questo demente rockettaro, che pure qualcosa di decente (seppur piacione e leziosetto) con Almost Famous aveva fatto, prende tutto questo e lo mette assieme alla sua maniera, dandogli quindi quell’aria da intenso film festivaliero, che ammalia perché racconta situazioni da spot Mulino Bianco, confezionandole però in stile Sundance.

Il risultato è una merda mostruosa, un film divertente per dieci minuti e poi fastidioso, insopportabile, stucchevole, piatto e ridicolo.

Ogni tanto c’è qualche idea, qualche battuta divertente, un momento magari anche evocativo, ma tutto viene sempre, sistematicamente, matematicamente rovinato per creare l’ennesimo videoclippino. E non me ne frega un cazzo se la famiglia e lo stile di vita del Kentucky sono ben tratteggiati, o se il road trip finale dipinge alla grande scorci di America: per quello ci sono i canali 400 di Sky, la Routard e, per dio, le cazzo di vacanze. E che il prologo, con quel simpaticissimo Alec Baldwin, sia pure bellino, così come qualche battuta ogni tanto, me ne frega ancora meno. Anzi, mi fa pure incazzare il doppio, perché tutto il resto che c’è nel film fa VOMITARE. Fanno vomitare i personaggi, fanno vomitare le situazioni, fa vomitare il taglio cool/romantico/fintoautoironico, fa vomitare il monologo di Susan Sarandon.

Una roba imbarazzante e vergognosa, un film che potenzialmente, anche solo per i temi trattati, mi sarebbe dovuto piacere a randa, e che forse proprio per questo mi ha smonato più del dovuto.

In ogni caso, caro Cameron Crowe, te ne devi andare affanculo.

Te ne devi andare affanculo tu e se ne deve andare affanculo Orlando Broom (sì, Broom, come la scopa che ha evidentemente infilata su per il culo), che passa tutto il tempo con dipinta in faccia una particolare espressione di Legolas. Quella che ne La compagnia dell’anello assume poco dopo la morte di Gandalf, quando sono sui ghiacci e lui è lì che sembra non capire bene questo fatto della morte. Ecco, sembra non capire bene. Esattamente come Ewan Mc Gregor nei tre Guerre Stellari, con quella faccia perplessa di chi sta recitando davanti a uno schermo blu. Quella cosa da “ma che cazzo sto facendo?”.

Probabilmente quella stessa espressione ce l’aveva addosso pure Cameron Crowe mentre girava Elizabethtown, un vero pastrocchio senza capo né coda. Sempre con ‘sta estetica vintage che ormai definire di maniera sarebbe riduttivo, sempre a infilare dappertutto canzoni, a forza, in maniera casuale, anche dove non c’entrano nulla, sempre alla ricerca del facile sentimento, a rovinare ogni minimo spunto interessante per piazzare il momento emozionante, con la musica che sale assieme al battito del cuore.

E i tre finali arrotolati, che ogni volta sembra stia per arrivare la liberazione e ogni volta capisci che il supplizio non è ancora finito.

HAhahahahah, ma poi, insopportabile, in questo momento, mentre scrivo, c’è una deficente in costume da bagno su un’isola che dice stronzate dalla TV accesa qua di fianco (non è colpa mia, lo giuro) e, per dio, è ESATTAMENTE lo stesso genere di stronzate che vengono emesse dal visino da schiaffi di Kirsten Dunst per tutto il film.

Cameron Crowe, hai pure una faccia di merda, vai a cagartela nei prati.
Vai a cacare, e fallo per davvero.
Vai affanculo.

Ti odio, per la madonna.

Non vado al cinema per quasi due mesi e, quando finalmente ci torno, mi devo sorbire due ore di questa merda.
Cristo, che fastidio.

V A F F A N C U L O