Revolutionary Road

Revolutionary Road (USA, 1961)
di Richard Yates

April e Frank Wheeler sono una giovane coppia sposata che vive coi due figli a Revolutionary Hill, Connecticut. Siamo in pieno 1955 e la vita di queste persone sta per essere sconvolta da avvenimenti tragici e travolgenti nella loro banale semplicità. Entrambi sono insoddisfatti e desiderano qualcosa di più, qualcosa di diverso. Da qui nasce la voglia di cambiare, di rilanciarsi, di seguire sogni e progetti da tempo accantonati, di nascondere sotto un tappeto di pensieri e speranze l’evidente crisi in cui versa il loro matrimonio.

Revolutionary Road racconta una storia che potrebbe tranquillamente svolgersi oggi, in una qualsiasi città del mondo occidentale. Fa impressione rendersi conto di quanto un romanzo vecchio di oltre cinquant’anni sappia essere attuale e moderno, nel linguaggio come nei temi trattati e nel descrivere una società che, in fondo, non è cambiata poi tanto. Certo, l’età del libro è evidente nel contesto, nel modo in cui si parla di tecnologie che oggi diamo per scontate, nell'(ab)uso un po’ differente da quello odierno che i protagonisti fanno di alcool e fumo, ma nella sostanza sembra davvero di leggere un testo scritto l’altro ieri.

Un bellissimo testo, fra l’altro, un romanzo appassionante e coinvolgente, i cui due protagonisti sono dipinti con un’intensità e una profondità incredibili. Persone vere, vive, dai sentimenti forti e credibili. Esseri tristi e ingrigiti, che probabilmente incontriamo tutti i giorni in metropolitana, o magari la mattina guardandoci allo specchio. Revolutionary Road è un libro fantastico, per il mediocre fascino dei suoi personaggi, per il travolgente realismo dei suoi dialoghi e per la semplice, pura, strepitosa bellezza dello stile con cui è scritto. Vola via senza quasi farsi notare, e ti lascia addosso una maliconia e un’ansia palpabili, pari solo all’agghiacciante angoscia che provo al pensiero di Sam Mendes che ne sta dirigendo il film.

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Blood Diamond

Blood Diamond (USA, 2006)
di Edward Zwick
con Leonardo DiCaprio, Djimon Hounsou, Jennifer Connelly

Sierra Leone, 1999. Siamo ancora in piena guerra civile e, in seguito a un’azione militare di ribelli, il pescatore Solomon Vandy si ritrova improvvisamente solo e separato dalla propria famiglia. Il contrabbandiere Danny Archer, spinto non esattamente da spirito umanitario, decide di aiutarlo a ritrovare i suoi cari. Queste, più o meno, le premesse di Blood Diamond, un filmone d’azione e avventura che prova a mescolare denuncia sociale, dramma, approfondimento storico e genere puro.

Spettacolare nella messa in scena, ben diretto dall’ottimo mestierante Edward Zwick, ottimamente interpreto da un azzeccatissimo tris di attori, Blood Diamond ha il pregio di evitare l’irritante approccio manicheo, patinato e manierista à la The Constant Gardener. Zwick racconta alla sua maniera l’Africa dei contrabbandieri e del sangue sparso nella terra, propone personaggi “di mezzo” e dalla caratterizzazione morale sfumata, difficilmente identificabili come buoni o cattivi, racconta di un fascinoso contrabbandiere e un commovente padre, mostra in maniera cruda ed efficace l’insensata violenza e il tragico dramma di cui parla. E mette in scena Jennifer Connelly, che è sempre un clamoroso piacere.

Blood Diamond è un bel filmone d’avventura “impegnato” e coerente, che non nega i suoi ritmi e il suo impianto hollywoodiano fin dal travolgente incipit e che offre con l’assedio a Freetown una scena madre di grandissimo impatto. Sulla distanza cede un po’ alla tentazione dei buoni sentimenti e si standardizza su binari fin troppo noti, ma così facendo regala anche uno splendido momento di melodramma, un toccante addio illuminato da un romantico tramonto africano.

Una pellicola efficace, divertente e appassionante, che non commette l’errore di mirare più in alto del dovuto e finisce così per essere anche importante, nel suo veicolare un certo tipo di messaggio in maniera magari imprecisa, forse addolcita, ma semplice e diretta. Ah, mi raccomando: è un film che va decisamente visto in lingua originale, per non perdersi il gran lavoro fatto sul linguaggio e per gustarsi l’accento africano sfoderato da Di Caprio (te credo che chi lo vede doppiato non capisce la nomination all’Oscar).

Abarat

Abarat (USA, 2002)
di Clive Barker

Le premesse di Abarat, lo ammetto, non sono proprio una roba in grado di farmi innamorare. Già l’idea dell’ennesima, epica, saga fantasy (cinque tomi previsti) mi fa un po’ rabbrividire, e certo le cose non migliorano quando poi inizio a leggere e mi ritrovo davanti – incredibile shock – una ragazzina dalla vita un po’ sfigata, maltrattata a scuola da una professoressa stupida, che si ritrova improvvisamente catapultata in un mondo fantastico nel quale – udite udite – scoprirà di essere una sorta di prescelta.

Per fortuna, però, Abarat non delude dove conta, ovvero nell’appassionante stile di Clive Barker e nella sua incredibile fantasia, che poi sono i motivi per cui ho deciso di affrontarlo. Barker, che da leggere è sempre un piacere, sfrutta un pretesto insomma abbastanza banale e già visto per aprire al lettore le porte su un immaginario fantasioso e seducente come tutte le folli creature che da sempre popolano i suoi libri.

A far venire voglia di andare avanti non è l’intreccio, quanto piuttosto il complesso e folle mondo creato da Barker. Un arcipelago di venticinque isole “bloccate” su un’ora del giorno ciascuna (con, evidentemente, un’ora extra) e popolato da creature incredibili, molto più affini ai supplizianti di Hellraiser che ai classici personaggi da romanzo fantasy. Abarat, insomma, è l’Alice nel paese delle meraviglie di Barker, magari un po’ più ordinario nello stile del racconto, ma con quella stessa voglia di stupire e divertire con un mondo completamente sopra le righe eppure solido, credibile. Vista la struttura a episodi, è difficile rendersi conto di quanto sia davvero riuscito, ma come inizio non andiamo affatto male.

Super Mario Galaxy

Super Mario Galaxy (Nintendo, 2007)
sviluppato da Nintendo EAD Tokyo – Shigeru Miyamoto, Takao Shimizu, Yoshiaki Koizumi

La prima mezzoretta di gioco con Super Mario Galaxy è un’esperienza incredibile. Ci si ritrova a vagare con la bocca spalancata, saltellando in una serie di mondi fantastici e variopinti, immersi in un’atmosfera da fiaba… uhm, no, non è vero, la prima mezzoretta di Super Mario Galaxy fa abbastanza cacare. Una specie di mezzo tutorial col filmato, nel quale si perde tempo osservando l’ennesimo rapimento della principessa Peach, ci si sorbisce lasagnette di testo che non si ha voglia di leggere, si saltella per livelli semplici semplici mentre si viene istruiti sul gioco. Due palle come una casa.

Da qualche parte durante questa fase, però, già comincia a scoccare la scintilla, quella scintilla che poi si trasformerà in travolgente incendio. Perché sì, non saprei dire quando accada, ma accade, e si ripete ogni volta che ti rimetti a giocarci. Sei lì che stai trotterellando per i livelli, tutto concentrato e teso, e a un certo punto ti rendi conto di avere addosso una faccia da idiota completo, con la bocca spalancata e lo sguardo inebetito. Sei ipnotizzato da Super Mario Galaxy, rapito e senza possibilità di fuga. Non è detto che accada a tutti, perché mica è obbligatorio essere in sintonia con la poetica Nintendo, ma se accade è finita, non ne esci più.

Ed è un piacere, non uscirne, perché significa dedicarsi anima e corpo, giorno e notte, a uno dei giochi più curati, ricchi, vari, divertenti e pieni di idee e fantasia di sempre. Super Mario Galaxy è soprattutto questo, un gioiello di attenzione al game design, nel quale ogni cosa è al suo posto, ogni singolo elemento ha una funzione precisa in perfetta armonia con tutto ciò che le sta attorno. A lasciare di sasso non è necessariamente la quantità o l’originalità di idee che, in fondo, si sono per buona parte già viste altrove, ma la maniera incredibile con cui sembrano non esserci difetti, la fantasia e l’efficacia con cui viene sfruttato il controller del Wii, il gusto tramite il quale dietro ogni angolo fanno capolino piccoli dettagli, trovate ingegnose, lampi di genio e pennellate di delizia.

Super Mario Galaxy straborda di idee che ti sbatte in faccia con un’eleganza incredibile. Quando è il momento di presentare un nuovo comando, un nuovo gesto, ti ritrovi a farlo senza quasi rendertene conto, per eseguire un’azione semplicissima. Non c’è bisogno di indicatori o scritte – che pure non mancano – perché basta uno sguardo per intuire cosa fare, e a quel punto è tutto assimilato e ripetersi per affrontare passaggi più complessi e articolati viene facile come respirare.

Semplice e divertente, perché poi alla fine conta quello. Giocare a Super Mario Galaxy è un piacere unico, una gioia ininterrotta, una vera e propria droga. Tantissime cose da fare, interminabile varietà, grandissima capacità di farti esplorare quelle splendide ambientazioni e quei meravigliosi pianetucoli motivandoti con deliziose scelte di game design. Super Mario Galaxy si gioca e si rigioca, avanti e indietro, dieci, cento, mille volte, su e giu per dei mondi fantastici, alla ricerca dell’ultima stella, affrontando la sfida dell’ennesima cometa.

Che poi, vabbé, si esagera, perché la telecamera ogni tanto si incaglia contro il pianetino, e in fondo girano le palle a rendersi conto che Nintendo, proprio Nintendo, ancora ti rompe le palle con dei filmati che non è possibile saltare. E poi, diciamocelo, cascano un po’ le braccia al pensiero di trovarsi per l’ennesima volta di fronte al mondo ghiacciato e a quello con la lava, al livello egizio e a quello subacqueo, che fra l’altro non ha un’oncia dell’atmosfera che si respirava al primo tuffo in Mario 64. Poi però guardi Mario che pattina sul ghiaccio e rotea fra i tifoni nel deserto, sghignazzi di fronte ai boss infanti frignoni, ti esalti a ogni nuovo utilizzo del Wii Remote, bestemmi sbavando nel tentativo di scovare le stelle segrete e dei difetti finisci quasi per non rendertene conto.

La scintilla, si diceva, non è detto che scocchi, ed è giusto così, ma se accade, non se ne esce più. O perlomeno a me così è successo, al punto che Super Mario Galaxy entra nel ristretto club dei giochi capaci di convincermi a giocarli e rigiocarli, dall’inizio alla fine, per scovarne ogni segreto nascosto. Due volte di fila in due settimane scarse, con il gusto della sfida leggermente più impegnativa offerta dal secondo giro “in verde” e dal piacere di gustarmi anche il gran finale. Mi mancano troppi pezzi da novanta perché il mio parere possa contare qualcosa, ma al momento Super Mario Galaxy è il mio gioco del 2007.

All That Jazz

All That Jazz (USA, 1979)
di Bob Fosse
con Roy Scheider, Jessica Lange, Ann Reinking, Erzsebet Foldi, Leland Palmer

Joe Gideon è un ballerino, regista e coreografo, drogatissimo e bastardo, divorziato e donnaiolo, folle creativo e maniacale director, contemporaneamente al lavoro su una pelliccola interpretata da un famoso comico e un nuovo spettacolo teatrale. Joe Gideon è Bob Fosse, regista di All That Jazz e, in precedenza, di Lenny, il film dedicato al comico Lenny Bruce. All That Jazz è un’opera autobiografica, evidente anche se forse non apertamente dichiarata. Un film nel quale l’istrionico regista americano racconta se stesso con schietta e cinica crudeltà.

Fosse parla di un uomo triste e malinconico, un nevrotico tossicodipendente incapace di regalare amore a chi gli sta attorno, interessato solo al proprio successo lavorativo. La realtà si mescola alla finzione, in un delirio barocco che racconta con uno stile caotico e straniante le azioni autodistruttive di Gideon e il suo tormento interiore. L’intero film salta avanti e indietro nel tempo, mostra la giovinezza di Joe e i suoi ultimi giorni, mette in scena sotto forma di numeri musicali il sogno comatoso all’interno del quale si trova a dialogare con la morte stessa e il definitivo abbandono alla vita.

All That Jazz è un film profondamente triste e malinconico, tramite il quale un uomo si racconta in maniera impietosa e rende il suo pubblico partecipe della bassa opionione che ha di se stesso e del mondo dello spettacolo in cui vive. Ed è anche un’inquietante premonizione di quella che otto anni dopo sarà poi la vera morte di Bob Fosse. Una pellicola strana, imperfetta, tutt’altro che pulita e precisa, ma forse anche per questo graffiante, turbante, affascinante, ipnotica.

Alta tensione

Haute tension (Francia, 2003)
di Alexandre Aja
con Cécile De France, Maïwenn Le Besco, Philippe Nahon

Finalmente, con quattro anni di ritardo, ho visto il film che ha portato alla ribalta Alexandre Aja, poi autore del positivo Le colline hanno gli occhi edizione 2006. Alta tensione è uno “slasher” duro e puro, che non si sofferma su moraline e spiegoni come il successivo film di Aja e che non si preoccupa di caratterizzare personaggi o raccontare vicende. Il regista prende un tavolo, vi appoggia sopra una scacchiera, dispone le pedine e poi comincia a scuotere il tutto con violenza, facendo traballare e cascare roba in giro in un turbine privo di pause.

Il prologo di Alta Tensione è da antologia della banalità. Si intravede un killer che commette efferatezze, ci vengono presentate un po’ di potenziali vittime, si buttano lì tre o quattro immancabili stereotipi (dall’altalena cigolante in cortile all’apparizione improvvisa dell’amica che fa paura solo è unicamente perché c’è un “botto” musicale senza motivo). Poi, grazie al cielo, comincia il film. C’è voluto un po’, non si capisce perché si sia dovuto aspettare tanto (forse per buttare lì a caso il sostrato sociale fatto di amore lesbico non corrisposto), ci si comincia a chiedere cosa giustifichi tutto il clamore dell’epoca.

Poi per fortuna Aja lo motiva, il clamore, regalando un’oretta buona di tensione tracimante. Alta tensione diventa un granguignolesco delirio di sangue e panico, che travolge lo spettatore senza dargli respiro, generando a onor del vero più ansia e disgusto che reale spavento, ma tenendo altissimo il ritmo. Certo, la fiera dello stereotipo non si ferma e ci troviamo davanti a una protagonista che sembra decisa a voler sempre commettere l’errore più banale, a ignorare qualsiasi possiblità di fuga, a fare di tutto per giungere al disastro, ma le cose funzionano clamorosamente bene.

Poi, però, finisce il film e comincia la barzelletta. Una barzelletta che ribalta le carte in tavola, giustifica in qualche modo qualsiasi cazzata di sceneggiatura si sia vista prima (certo, così è un po’ facile) e rende ridicolo e totalmente privo di pathos tutto quel che viene dopo. Roba da rimpiangere i ridicoli finali rambeschi alla Wes Craven e, volendo, anche un po’ i soldi del biglietto.

Ma tutto sommato non è neanche giusto attaccarsi troppo al patetico finale, perché prima, pur con tanti limiti e tanta semplicità, c’è un film dell’orrore che funziona molto bene e che vanta una notevole cura nella messa in scena. Dentro Aja c’è un ottimo regista, che del resto vien fuori prepotentemente anche in più di una sequenza del suo successivo film. Il problema, forse, è che di ‘sto talento non sembra sapere troppo bene cosa farsene.

Ghost Rider – Extended Cut

Ghost Rider – Extended Cut (USA, 2007)
di Mark Steven Johnson
con Nicolas Cage, Eva Mendes, Peter Fonda, Wes Bentley, Sam Elliott

Mark Steven Johnson è un tamarro, un truzzo, uno zarro, un burino. Un grezzo colossale, la cui principale cifra stilistica sta nel riprendere il protagonista in posa plastica mentre gli fa recitare battute banali e prevedibili, zuccherose e patetiche. L’uomo perfetto, insomma, per dirigere il film dedicato a Ghost Rider.

Sul fatto che dall’adattamento cinematografico del curioso personaggio Marvel non potesse venir fuori qualcosa di accostabile all’intrigante e cupo Ghost Rider fumettistico degli anni Novanta, quello morbosamente dark e dallo stile pittorico di Mark Texeira, beh, ci avevo messo una pietra sopra fin dall’inizio. Un po’ perché, insomma, non è facile immaginarsi un modo per non rendere ridicolo su pellicola uno scheletro motociclista fiammeggiante. Un po’, ovviamente, proprio per il coinvolgimento del signor Johnson.

Quello che non mi aspettavo, però, era di ritrovarmi a guardare un film talmente stupidino e scemotto, talmente bravo a non prendersi sul serio, talmente pupazzoso e divertito da finire per piacermi. Una minchiatona, ma una minchiatona consapevole, che si spara le pose dall’inizio alla fine in una maniera tanto esagerata da non poter esserne convinta, che fa cavalcare nella notte le versioni demoniache di Sam Elliott e Nic Cage sulle note della quasi omonima canzone country (non che ci volesse molto, però, insomma, intanto lo fa), che va via leggera e futile senza pretendere di prendersi sul serio come il precedente Daredevil – gigioneggiate di Colin Farrell a parte – purtroppo faceva.

Insomma, poteva andare molto peggio e, tutto sommato, non so quanto si potesse fare di realmente meglio con questo materiale. Così com’è, Ghost Rider è un filmetto idiota, ma coi suoi bei momenti, oltre che un Blu-Ray di qualità impressionante. Sulle aggiunte della Extended Cut, però, non so che dire, dato che al cinema non ci sono andato a vederlo (anche perché, insomma, a che serve guardare un film con Sam Elliott, se devi perderti la sua meravigliosa voce?).

King Kong

King Kong (USA, 2005)
di Peter Jackson
con Naomi Watts, Adrien Brody, Jack Black

Fin dagli esordi Peter Jackson ha sempre dichiarato il suo amore passionale per King Kong, un film che ha scatenato la sua fantasia di bambino e ha dato vita per primo alla sua passione per il cinema. Che realizzarne un remake fosse il suo sogno era risaputo da anni, quali razza di segoni debba essersi tirato nel poterlo fare con i mezzi finanziari e la libertà creativa derivanti dal successo della sua precedente trilogia tolkeniana, beh, lo si può solo immaginare.

Di sicuro, l’impressione è che si sia divertito un sacco, nel realizzare questo giocattolone pieno d’amore nei confronti di ciò che racconta così come del cinema stesso. King Kong è tre film in uno, tutti notevolmente riusciti e molto ben amalgamati. È un cupo, sordido e inquietante viaggio all’avventura, che si apre su un bel ritratto dell’America in preda alla Grande Depressione e prosegue verso la scoperta di una terra nascosta e pericolosa. È una spettacolare e travolgente battaglia fra titanici mostri, in mezzo ai quali un gruppo di sfortunati esseri umani tenta di portare a casa la pelle. È un melodrammatico e triste epilogo in cui la bella finisce per uccidere la bestia.

Nel mettere in scena il suo King Kong, Jackson racconta un bizzarro triangolo amoroso, che coinvolge lo sceneggiatore Jack Driscoll, l’attricetta Ann Darrow e un gigantesco scimmione. Nel mondo di Peter Jackson, King Kong non è solo un semplice spauracchio, un mostroso babau da cui fuggire, ma una creatura che si affeziona alla sua preda, con cui il personaggio interpretato da Naomi Watts sviluppa un legame di fiducia e affetto. Ne viene fuori un trasporto emotivo e romantico che nei precedenti due film era assente, o poco più che accennato, suggerito sottopelle. Qui, invece, il rapporto fra Ann e la creatura diventa ben presto il motore della vicenda, capace di generare scene deliziose come il “corteggiamento” in cima alla montagna o la danza sul ghiaccio a Central Park.

E attorno a tutto questo c’è anche uno spettacolare film d’azione, pieno di momenti esaltanti e che riesce a tenere alto il ritmo dall’inizio alla fine. C’è un personaggio riuscito come Carl “Orson Welles” Denham, che ha per me il difetto di essere interpretato da Jack Black (non lo sopporto), ma che con la sua avida sete di fama e potere funge da ulteriore, efficacissimo, motore per le vicende. E ci sono effetti speciali incredibili, con creature convincenti e pochi passaggi sottotono anche nella visione televisiva (la fuga fra le gambe dei dinosauri è un po’ piatta, diciamocelo).

Insomma, King Kong è un gran bel film, appassionante, romantico e divertente. Cinema popolare ambizioso e presuntuoso, che sbatte in faccia al pubblico tutta la sua prosopopea e la sua logorrea. Forse è un po’ troppo lungo, forse a qualche rutilante effetto speciale si poteva rinunciare, ma io non mi sono annoiato un attimo e mi sono divertito dall’inizio alla fine, come non mi capitava con un film di Peter Jackson dal primo dei tre “anelli”.

Blow

Blow (USA, 2001)
di Ted Demme
con Johnny Depp, Penélope Cruz, Franka Potente, Ray Liotta, Paul Reubens

George Jung è un giovane ribelle del Massachussets che un bel giorno si rende conto di non voler diventare un clone del suo amato padre, di non volersi infognare in un matrimonio fatto di litigi e incomprensioni e di non voler mai avere in vita sua problemi economici. Tirare la fine del mese con un semplice stipendio non fa per George, che decide così di trasferirsi in California assieme all’amico Tuna. Qui s’innamora della bella hostess Barbara, che lo introdurrà al fantastico mondo della droga e, così facendo, staccherà il guinzaglio all’irrefrenabile ambizione di George.

Blow, penultimo lungometraggio firmato da Ted Demme prima di morire, racconta la (sedicente) storia vera di George Jung, che da ragazzetto sfigato alla ricerca di soldi facili si trasformerà nel principale trafficante di droga degli anni Settanta, capace di aprire praticamente da solo la strada degli Stati Uniti al cartello del narcotraffico colombiano. La sua esistenza, così come raccontata da Demme, è la storia triste e malinconica di un personaggio squallido, spinto a distruggere la vita delle persone a cui vuole bene, incapace di fermarsi anche di fronte agli affetti più cari, destinato a fallire anche quando proverà a cercare redenzione dedicandosi alla figlia.

Molto ben diretto e interpretato, con il solito grande Johnny Depp a sfoderare uno splendido accento da “Boston George”, Blow non sembra interessarsi più di tanto al racconto della vita di Jung. Tant’è che i bei personaggi di contorno, capitanati da un grandissimo Ray Liotta e impoveriti da quel catorcio di Penelope Cruz, finiscono per essere più interessanti e degni di nota del triste uomo al centro del racconto. Ma d’altra parte la scena è dominata non dai personaggi e dagli eventi, quanto piuttosto dagli anni in cui essi vivono.

Demme parla di un’epoca e delle sue trasformazioni, trasporta lo spettatore lungo un paio di decenni che tratteggia con spensierata delicatezza. Blow, insomma, è quasi un documentario, non sulla vita di George Jung, ma su una particolare epoca della storia americana. Ed è nel seguire questo intento, forse, che si trova la dubbia utilità di un protagonista e un racconto tanto poco interessanti.

The Riddle of Master Lu

Ripley’s Believe it or Not: The Riddle of Master Lu (U.S. Gold Ltd., 1995)
sviluppato da Sanctuary Woods, Inc.

Nella prima metà degli anni Cinquanta, Robert Leroy Ripley ha intrattenuto il mondo con la sua striscia a fumetti Ripley’s Believe it or Not, in cui ricreava le scoperte e gli avvenimenti più incredibili vissuti durante i suoi viaggi in giro per il pianeta. Oltre che per le sue esplorazioni e i suoi fumetti, Ripley viene ricordato anche per gli Odditorium, musei dell’incredibile nei quali raccoglieva gli oggetti più assurdi recuperati nelle sue peregrinazioni. La sua eredità sopravvive ancora oggi sotto forma della Ripley Entertainment, un’azienda che produce show televisivi, pubblicazioni e attrazioni turistiche.

Riddle of Master Lu è un’avventura grafica del 1995 che immagina una spettacolare epopea in pieno stile Indiana Jones, nella quale Robert Ripley si trova impegnato a impedire che un reperto dall’incalcolabile valore simbolico e pratico cada nelle mani sbagliate. Il tutto viene raccontato con uno stile adorabilmente naïf, con personaggi digitalizzati che recitano costantemente sopra le righe nelle movenze e nei toni. Ingenuo e divertente, Riddle of Master Lu affascina e sommerge con un’impressionante mole d’informazioni in bilico fra favola e realtà, mentre ti seduce col suo delicato umorismo e il suo semplice intreccio.

A convincere, comunque, è soprattutto l’impianto di gioco, ricco di enigmi complessi e articolati, che richiedono di manipolare e combinare fra loro oggetti in maniera creativa e fantasiosa. Alcuni problemi sono davvero difficili, da testate al muro per la disperazione, ma la soluzione è quasi sempre una questione di pura logica e di capacità nell’intuire utilizzi alternativi per il materiale a disposizione. Le uniche vere critiche possono andare a un paio di contesti in cui bisogna individuare oggetti minuscoli e a un lungo, estenuante e sinceramente troppo macchinoso labirinto sotterraneo.

Pur coi suoi difetti, e con una veste grafica che, per quanto molto curata e ispirata, mostra tutti i suoi anni, Riddle of Master Lu è una splendida avventura grafica, forse un po’ troppo sottovalutata in nome della macchinosità che talvolta la colpisce. Comunque da consigliare, per chiunque voglia metter mano a un gioco come non se ne fanno più. Anzi, già che ci siamo, un paio di note per chi voglia imbarcarcisi:

– il gioco funziona molto bene sotto DosBox, senza bisogno di impazzire con particolari impostazioni;
– esiste una versione doppiata in italiano. Ne ho provato un pezzetto per curiosità e non mi sembra realizzata male, anche se la recitazione è molto seriosa e si perde un po’ il gustoso stile sopra le righe dell’originale. Bisogna però considerare che…
– … non esiste un’opzione per i sottotitoli, quindi la versione inglese, tenendo conto che molti personaggi parlano con un forte accento straniero, non è proprio accessibilissima;
– se vi impantanate nel labirinto, tenete premuto CTRL e scrivete “Lee” per teletrasportarvi all’uscita. Occhio, però, che così ci si perdono per strada un paio di reperti nascosti all’interno del labirinto stesso.