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Mayhem

Dunque, se ieri ho recuperato un film che per puro caso è appena uscito anche in Italia, seppur solo su YouTube Premium, oggi tocca all’altro film che ho visto al PIFFF 2017, vale a dire Mayhem. Vale a dire un film che, se non mi sono perso pezzi, dovrebbe essere uscito al cinema negli USA e in pochi altri posti, in home video in qualche altro luogo, nei nostri e vostri sogni in Italia. Ma posso sbagliarmi, eh, anche perché capire le (infinite) vie della distribuzione su questo tipo di film è un po’ un casino. Ad ogni modo, Mayhem è l’ultima regia di Joe Lynch, già autore di Knights of Badassdom ed Everly e attualmente al lavoro sul remake con Frank Grillo di un film francese di qualche anno fa. Non sapevo bene che cosa aspettarmi, al di là del fatto che Steven Yeun mi sta simpatico, e ho trovato un film molto divertente, che butta tutto per aria ma lo fa senza rinunciare a voler dire qualcosa. E ho scoperto che anche Samara Weaving mi sta simpatica, quasi quanto suo zio.

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Bodied

L’altro giorno dicevo che Bodied non è stato esattamente distribuito in grande stile in tutto il mondo, ma era un po’ un darlo per scontato. Poi ho controllato e mi sono reso conto che il mio era allo stesso tempo un eufemismo e un errore, dato che il film ha effettivamente trascorso gli ultimi dieci mesi gironzolando per i festival del pianeta ed è uscito al cinema negli USA solo qualche settimana fa, ma dal 28 novembre è disponibile in tutto il mondo nel catalogo di YouTube Premium. Praticamente, è finita che ne sto scrivendo in maniera tempestiva, completamente per caso. Del resto, se vogliamo è un po’ per caso che me lo sono ritrovato davanti un anno fa al PIFFF 2018, se consideriamo che è il classico intruso, quello che ti ritrovi nel festival dell’horror e del fantastico anche se non c’entra molto, perché gli organizzatori hanno deciso che era un’eccezione meritevole (mi viene in mente quando il giro dei festival se lo fece Lo sciacallo – Nightcrawler).

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Runaways – Stagione 1

Runaways nacque nel 2003 come serie a fumetti inserita nella linea Tsunami di Marvel Comics, ideata per provare ad accalappiare gli amanti dei manga attraverso uno stile grafico che ammiccava verso l’oriente. Di quella linea non si salvò moltissimo ma certamente la creatura di  Brian K. Vaughan e Adrian Alphona è fra quelle ricordate con più affetto, grazie alla freschezza, alle idee azzeccate, alla scrittura brillante e, insomma, a un po’ tutto ciò che caratterizza le opere dello scrittore americano. La premessa era semplice ma azzeccata: un fumetto Marvel ambientato a Los Angeles, quindi lontano da dove operano di solito i supereroi della casa delle idee, incentrato su delle figure adolescenti e su un’estremizzazione della classica storia di conflitto generazionale: sono assaliti dagli ormoni ma anche dalla scoperta di avere superpoteri o, comunque, caratteristiche fuori dal normale; l’inevitabile moto di ribellione nei confronti delle figure adulte viene “lievemente” acuito quando si rendono conto che i loro genitori sono supercriminali uniti in un culto omicida; vivono le classiche vicende da ragazzini, amorose e non, in questo contesto surreale. A seguito di un ciclo iniziale splendido, la serie si è via via persa ma si è comunque a lungo parlato di un possibile adattamento e l’anno scorso l’ha tirato fuori Hulu, con la versione italiana finalmente arrivata oggi su TIMVISION (e prevista per gennaio su Rai 4).

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La diseducazione di Cameron Post

C’è una strana atmosfera, in La diseducazione di Cameron Post, figlia della specie di frullatone da cui nasce il film. È una produzione indipendente americana, che si porta dietro un certo look e un certo approccio minimalista ormai fin troppo identificabile, che potremmo chiamare “Sundance sezione dramma”. È un qualcosa di ormai talmente codificato da essere considerato quasi un genere, un genere da cui molti si fanno respingere. Ma c’è anche altro. La seconda regia di Desiree Akhavan è una sorta di Qualcuno volò sul nido del cuculo avvolto nell’amore per The Breakfast Club, un film di denuncia delle istituzioni e di dramma umano filtrato attraverso una lente young adult e immerso in un’ambientazione anni Novanta, mai molesta ma presente con forza nelle scelte musicali e nel guardaroba dei personaggi. Va a pescare in un momento storico preciso ma, come spesso accade, risulta attualissimo nel suo raccontare quanto la gente non sia capace di tenersi le mani in tasca e farsi un’enorme dose di fatti propri quando si parla di sessualità altrui.

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Disobedience

Primo film “internazionale” del fresco di premio Oscar Sebastián Lelio, Disobedience è un melodramma che parte dal classico spunto del contesto che opprime l’amore inarrestabile dei protagonisti per allargare il discorso e parlare dell’oppressione stessa e, ancora di più, della difficoltà estrema insita nell’atto della disobbedienza. Lo dice, ovviamente, il titolo e lo dichiara in maniera esplicita, senza alcuna delicatezza, l’avvio del film, che mostra un rabbino lanciarsi in un sermone sul libero arbitrio, sulla capacità di scegliere la propria via, e morire sul colpo subito dopo. Protagonista delle vicende è sua figlia, donna ribelle in un quartiere in cui la minima devianza dagli schemi secolari del patriarcato religioso risulta scandalosa, figuriamoci coltivare amori proibiti o decidere di andarsene: viene perfino esclusa dal necrologio del padre.

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Searching

Searching si inserisce in un filone che, onestamente, non mi aspettavo sarebbe davvero diventato tale, vale a dire quello dei… non saprei, vogliamo chiamarli desktop movie? Mi dicono che il termine tecnico è Screencasting. Ad ogni modo, si tratta di film in cui l’inquadratura è costantemente piazzata sullo schermo di un computer e l’azione si propaga solo attraverso quel che avviene su quel desktop, con un racconto che viene quindi portato avanti anche solo mostrando un puntatore del mouse che va ad aprire cartelle e gli attori che appaiono perché ripresi da videocamere, coinvolti in videochiamate o, insomma, pescati da espedienti simili. Certo, è fondamentalmente un’evoluzione del concetto di found footage, ma ormai ne sono usciti a sufficienza perché si possa parlare di un filone per i fatti suoi. Tra l’altro, come per i found footage, l’idea è stata utilizzata quasi solo per il genere horror ma comincia a manifestarsi anche in altri ambiti, come è il caso di questo Searching.

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Soldado

L’idea di realizzare un seguito per Sicario è allo stesso tempo surreale e perfetta. Surreale perché, onestamente, nel campionato dei sequel di cui non si sentiva il bisogno, sta parecchio in alto. Perfetta perché l’immaginario tratteggiato da Sheridan e Villeneuve era talmente potente e suggestivo che è comprensibile il desiderio di sfruttarlo per farci altro. E infatti, “altro” è proprio quello che Soldado fa, rinunciando al punto di vista “umano” di Emily Blunt per concentrarsi sulle figure di Josh Brolin e Benicio Del Toro, che nel primo film erano allo stesso tempo fondamentali ma sfuggenti, appena accennate. Più che un vero seguito, insomma, Soldado è quasi forse uno spin-off, che del resto cambia molti nomi fondamentali (oltre ad Emily Blunt, via anche Denis Villeneuve, Roger Deakins e Johann Johannsson), conservando però il word processor di Taylor Sheridan e la sua passione per il western contemporaneo camuffato da thriller.

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L’uomo che uccise Don Chisciotte

Roba da matti. Ieri è uscito nei cinema italiani L’uomo che uccise Don Chisciotte. Quasi trent’anni dopo l’avvio del progetto originale, con nel mezzo la girandola quasi farsesca di false partenze, abbandoni, nuovi tentativi, disperazioni e, ovviamente, perfino un contenzioso a livello di proprietà e diritti di distribuzione, che ne ha reso l’arrivo nelle sale ancora più scalcagnato di quanto già ci si potesse attendere per un film del genere. Un film che, per altro, nel suo essere stato concepito tre decenni fa e pur avendo cambiato volto, forma ed essenza nel tempo, profetizzava già in partenza il disastro produttivo che sarebbe stato. Del resto, racconta di come la realizzazione di un film su Don Chisciotte abbia rovinato la vita a tutti i coinvolti, che ancora ne portano addosso segni pesantissimi dieci anni dopo, e diventa velocemente un continuo tuffo metacinematografico da film nel film nel film, in cui è complicato mantenere il contatto con la realtà, capire dove Gilliam stia raccontando i suoi personaggi, quando questi diventino quelli di Cervantes e quando invece la storia sia quella di Gilliam stesso.

In questo delirio,  ci si soprende a sorprendersi del fatto che la cosa più sorprendente non sia la sorpresa dell’uscita, infine, nelle sale, ma quella per un film sorprendentemente riuscito.

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Gli Incredibili 2

Il primo Gli incredibili era, nel 2004, il miglior film di supereroi sulla piazza ed era anche un omaggio a Watchmen intelligente, passionale, delicato e con una personalità ben più forte, o comunque interessante, rispetto al gradevole ma pasticciato, inerte e fondamentalmente sbagliato adattamento ufficiale di Zack Snyder che sarebbe arrivato cinque anni dopo. Gli incredibili 2, nel 2018, affronta una concorrenza forse più agguerrita, sicuramente più numerosa, ma è ancora una volta, se non necessariamente il migliore, senza dubbio uno fra i migliori film di supereroi sulla piazza e/o di sempre. E lo è grazie alla maniera in cui di nuovo Brad Bird riesce a sintetizzare al meglio la doppia anima Pixar, trovando una comunione fra spettacolo, dramma, temi famigliari, commedia esilarante e mirata a tutte le età, azione pazzesca, che un po’ tutti i film illuminati da Luxo jr. cercano ma spesso non trovano fino in fondo. Insomma, è splendido.

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Mission: Impossible – Fallout

Nella chiacchiera online immediatamente successiva all’uscita internazionale di Mission: Impossible – Fallout, mi è capitata una discussione su quanto avesse rotto le palle la spinta di marketing relativa a Tom Cruise che esegue i propri stunt e si spacca le ossa saltando dai tetti. Veramente non si può parlare di questo film senza parlare di questa cosa? Ed è comprensibile: il marketing, alla lunga, spacca sempre le palle. Ma il problema è che, nonostante il nuovo, clamoroso, film di Christopher McQuarrie e Tom Cruise (necessario considerarli autori assieme, considerando quanto anche il secondo mette sul piatto dal punto di vista creativo) abbia parecchi altri meriti, l’approccio fisico e sconsiderato all’azione è inevitabilmente un suo punto fermo. E lo è anche perché non fine a se stesso, anzi, sfruttato col preciso fine di offrire qualcosa che si può trovare solo qui e valorizzato da un regista dal tocco e dallo sguardo strepitosi, capace di costruire immagini splendide e scene incredibili anche – ma non solo – attorno allo spunto innegabilmente spettacolare offerto dal poter utilizzare una stella di quel calibro nelle situazioni più spericolate.

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