Archivi tag: Quasi me ne dimenticavo

Big Fish & Begonia

Il terzo e ultimo film che ho visto al festival del cinema cinese di Parigi nel 2017 è un oggetto forse un po’ bizzarro (ma, del resto, a modo loro, lo erano anche l’action movie storico patriottico e l’adattamento monocromatico di un racconto breve del grande autore). Big Fish & Begonia è una produzione ad alto budget, che ha richiesto oltre dieci anni di lavoro (!), mira a lanciare una nuova era per il cinema d’animazione cinese e va a sfidare apertamente i pesi massimi mondiali… senza vincere lo scontro ma, tutto sommato, senza uscirne con le ossa rotte. La sua forza sta tutta nella surreale follia del mondo che racconta, vagamente ispirato a leggende e proverbi del folklore cinese, fresco e intrigante nella concezione, seppur non particolarmente originale nel suo mettere in scena il classico mondo parallelo a quello umano e una storia d’amore impossibile a cavallo fra le due dimensioni.

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Mr. No Problem

Un mese (ormai abbondante) fa, ho seguito quel che potevo dell’annuale rassegna dedicata al cinema cinese che si tiene qua a Parigi. E, come mio solito, mi sono messo in testa di scrivere dei vari film visti. In questo caso erano solo tre, quindi, insomma, l’impresa era sicuramente più gestibile rispetto ad altre volte. Poi, però, il tempo passa, gli impegni si accavallano, la voglia sfuma nell’umidità estiva e, per l’appunto, oltre un mese dopo mi sono reso conto di aver scritto solo uno dei tre post previsti. E oltretutto la vecchiaia avanza e non mi ricordo più quasi una fava dei film in questione. Eppure ci tengo, quindi ci provo. Tanto più che, con questo preambolo, intanto, un po’ del post odierno è andato. Bene così, no?

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Agents of S.H.I.E.L.D. – Stagione 4

Con la quarta stagione, un Agents of S.H.I.E.L.D. rimasto tutto solo in zona Marvel/ABC (ma con in arrivo un Inhumans che, a giudicare dalla pezzenza mostrata nel trailer, sembra un revival degli speciali in cui Hulk incontrava Devil e Thor) e spostato in fascia oraria protetta, poteva sembrare prossimo all’oblio, messo in punizione nell’angolino in attesa della mannaia. E invece oggi siamo qui a festeggiarne la stagione fino ad oggi migliore, una serie di scelte piuttosto azzeccate e la conferma per un quinto anno dalle premesse ancora una volta intriganti, che sembra spostare l’azione nello spazio per andare tematicamente dietro a quel che accadrà nei prossimi film Marvel. E probabilmente, così come è accaduto in questa quarta stagione col misticismo di Ghost Rider parallelo a quello di Doctor Strange, potrebbe essere un tema affrontato solo nelle fasi iniziali, per poi passare ad altro, magari recuperando il formato a tre blocchi che tanto bene ha funzionato qui.

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Civiltà perduta

Sono andato al cinema a vedere The Lost City of Z a fine marzo, accompagnato dall’insopportabile brezzolina parigina e da un bel fresco. Oddio, in realtà non ricordo che tempo facesse il 20 marzo, ma insomma, sicuramente si stava meglio di adesso. D’altra parte il film arriva in Italia questa settimana, a giugno inoltrato, quando siamo invece immersi in un caldo di quelli che ti fanno sudare senza tregua, specialmente se ti ritrovi seduto davanti al computer senza aria condizionata a disposizione. Quindi, se andrete a vederlo, in sala ci arriverete nello stato d’animo giusto, fradici, anche se l’umidità delle nostre parti, per quanto a tratti bella fastidiosa, non è certamente paragonabile a quella affrontata da Percy Fawcett negli anni Venti o anche solo da James Gray negli anni scorsi. Senza contare che poi tanto il film ve lo guardate con l’aria condizionata del cinema. Ad ogni modo, qui si conclude il paragrafo introduttivo denso di nulla, a testimonianza del fatto che in questo caso faccio un po’ fatica a parlare del film con tre mesi di ritardo ma, ehi, ci tengo lo stesso a scriverne perché mi è piaciuto parecchio. Tanto non è che devo fare la critica seria, non mi paga nessuno.

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Lady Macbeth

Do per scontato che non sia capitato solo a me ma sì, ammetto l’ignoranza: prima di avvicinarmici, pensavo che Lady Macbeth fosse una sorta di rilettura a ruoli invertiti del classico shakespeariano cui il titolo fa ovvio riferimento. E invece, per quanto l’ispirazione originale arrivi da lì, si parte da Lady Macbeth del Distretto di Mcensk, romanzo breve pubblicato nel 1865 da Nikolai Leskov e già portato al cinema nel 1962 con Lady Macbeth siberiana. A cimentarcisi è il regista teatrale William Oldroyd, qui alle prese con un esordio sul grande schermo di quelli che lasciano il segno per potenza visiva, attenzione ai dettagli, capacità nel dirigere gli attori e nello stordire con la conduzione di una storia non facile, dai repentini cambi di tono, che riesce a farti appassionare a una vicenda e ad un personaggio specifico spingendoti in una direzione ben precisa, per poi devastarti con una virata conclusiva da vanga sui denti. E rimani lì a bocca aperta, rendendoti conto che in fondo era tutto prevedibile e annunciato ma ti ha colpito lo stesso con una violenza che non ti aspettavi.

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Ritratto di famiglia con tempesta

Ritratto di famiglia con tempesta è il nuovo film di Hirokazu Koreeda, cintura nera del racconto per immagini di vicende in cui non succede una fava dall’inizio alla fine. Qui, il non far succedere nulla viene dedicato a una famiglia in frantumi, come suggerisce almeno in parte il titolo italiano (vagamente più pretenzioso e meno sottile dell’internazionale After the Storm). Ryota è un detective privato da quattro soldi e dalla morale discutibile, che non riesce a mettersi alle spalle un matrimonio finito male. Appassionato di scommesse, sciamannato senza speranza, arraffone dalle pratiche illecite sul lavoro, fatica a pagare gli alimenti, non vuole accettare la fine della storia con la ex moglie e rischia sempre più di alienarsi tanto lei, quanto il figlio. Il film racconta soprattutto la sua storia e un suo preciso momento di (possibile) crescita personale, sfruttando come pretesto una situazione improvvisata a causa dell’ennesimo tifone in arrivo sulla città.

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Sette minuti dopo la mezzanotte

Il titolo originale di Sette minuti dopo la mezzanotte, A Monster Calls, fa apparente riferimento a una creatura fantastica che nasce da un albero, una sorta di Groot dopato a dismisura che passeggia fra le case e chiacchiera con il giovane protagonista utilizzando la voce di Liam Neeson (ma senza telefonate minacciose). L’impressione, però, è che sia un depistaggio e il vero mostro della vicenda si trovi da qualche parte fra il lutto, il senso di colpa, l’agonia del rimpianto, l’impossibilità di trovare il senso in una tragedia che ti colpisce come un martello e la difficoltà, appunto, mostruosa con cui un bambino affronta i meccanismi complessi della propria mente. È il cuore del film, il suo aspetto emotivamente più forte, oltre che quello attorno a cui ruotano per intero la vicenda e il mistero centrale, svelato solo nei minuti finali ma prevedibile e sempre più chiaro mano a mano che ci si avvicina a quella conclusione così forte. Ed è l’aspetto più riuscito del nuovo film di J.A. Bayona, qui più che mai Guillermo Del Toro del discount, non all’altezza ma comunque apprezzabilissimo.

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Miss Sloane – Giochi di potere

Miss Sloane parla di politica americana, di lobby e affari loschi attorno a cui ruota quel mondo con un approccio da House of Cards dopato. C’è quello stesso macchiettismo, quello stesso gusto per l’esagerazione e i personaggi che si allisciano i baffetti, quella stessa voglia di spettacolarizzazione, ma viene tutto alzato ulteriormente di livello per tirarne fuori un thriller hollywoodiano coi testicoli grossi. Non ci sono esplosioni, non ci sono sparatorie, ma la protagonista è quel classico personaggio al limite del supereroe che pianifica tutto, sa tutto, prevede tutto, ordisce piani assurdamente complicati basandoli sul fatto che sa prevedere alla perfezione ogni mossa dei suoi antagonisti. E alla fine si allontana lentamente senza guardare l’esplosione (in questo caso metaforica) alle sue spalle. Insomma, è un film po’ cretino, ma è divertente.

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Personal Shopper

Personal Shopper appartiene in larga misura alla categoria dei film in cui non succede nulla dall’inizio alla fine ma che, se non hai problemi coi film in cui non succede nulla dall’inizio alla fine, ti coinvolgono e ti trascinano fino in fondo senza che tu capisca bene come mai stia accadendo. Racconta, lo dice il titolo, di una tizia che si guadagna da vivere curando abbigliamento, accessori e acquisti vari per le celebrità che non hanno tempo, forza e voglia di dedicarsi ad attività tanto mondane. Ma in realtà la tizia in questione si presenta recandosi in una villa semi abbandonata per trascorrervi la notte nella speranza di entrare in contatto con lo spirito di un defunto. Perché la nostra amica è anche una medium, o quantomeno è abbastanza convinta di esserlo, capace di entrare in contatto coi fantasmi ma non troppo in grado di gestire le modalità della cosa. E Personal Shopper ruota attorno a questa sua (presunta?) capacità per sviluppare alcuni misteri.

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Intolerance

Durante le ultime vacanze natalizie, nei momenti di solitudine che riuscivo a ritagliarmi fra i pisolini dell’erede e gli impegni parentali, mi sono guardato una cofana di film. In mezzo a quella cofana di film, ci ho infilato Intolerance, il mastodonte del 1916 diretto da un D.W. Griffith in preda a megalomania, delirio d’onnipotenza e desiderio di zittire quelli che avevano criticato le posizioni politiche espresse in Nascita di una nazione. Come mai ho deciso di guardarmelo? Perché ho dei grossi problemi psicologici e, non contento di essermi lanciato nell’impresa impossibile del librozzo di Roger Ebert, ho deciso di provarne anche un’altra, teoricamente più abbordabile ma che altrettanto probabilmente non porterò mai a termine. Tanto, poi, alla fin fine, il punto è avere uno stimolo cretino per guardarmi dei film che non ho visto e/o riguardarmi film che ho visto e provare a scriverne qua dentro, sai mai che faccia venire voglia a qualcuno di buttarci un occhio.

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