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Men in Black: International

Ha senso, nel 2019, un quarto Men in Black col sapore del reboot? Beh, ha senso nella misura in cui questo genere di operazioni può trovare un senso: il successo artistico e/o quello commerciale. Capita, eh! Se il quinto Fast & Furious ha finito per essere il migliore della serie, oltretutto dopo che già il quarto aveva fatto un mezzo tentativo di pseudo-reboot in continuity, tutto è possibile, no? E, diciamocelo, al netto della scarsa fiducia con cui tendiamo ad accogliere operazioni del genere, sulla carta sembravano esserci gli ingredienti giusti. In fondo, la coppia Tessa Thompson/Chris Hemsworth ha relativamente da poco fatto faville in Thor: Ragnarok, mostrando grandissima intesa e una verve comica fenomenale, convincendo critica e (buona parte del) pubblico in un film che, tutto sommato, può ricordare un Men in Black nel suo taglio da commedia avventurosa. Non solo: alla regia, hanno chiamato F. Gary Gray, fresco fresco del successone di Straight Outta Compton e dall’aver tirato fuori il miglior Fast & Furious dopo il quinto. Insomma, a prova di bomba. E invece.

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Unfriended: Dark Web

Unfriended non fu certamente il primo film a sfruttare il filone che mi viene spontaneo chiamare desktop movie ma è probabilmente quello che l’ha, nel suo piccolo, lanciato.  Si tratta, lo dico per chi non lo sapesse, di film completamente “ambientati” sul desktop di una persona: per tutto il tempo, vediamo lo schermo e ne seguiamo quindi le azioni sul computer, quello che fa rovistando fra cartelle, programmi e applicazioni varie. Chiaramente, per dare spazio ad attori e avere almeno una parvenza di film, fra i programmi usati dominano le videochat e i sistemi di sorveglianza con videocamere, in modo da mostrare una certa dose di azione dei personaggi e avere interazioni fra di loro. Unfriended sfruttava questo tipo di approccio per raccontare la classica storiella di adolescenti insopportabili perseguitati dalle conseguenze sovrannaturali di una cosa molto brutta che avevano fatto. Era, insomma, un buon “come”, interessante e abbastanza rigoroso, per raccontare il solito “cosa”, trito e ritrito. Unfriended: Dark Web torna all’horror ma in maniera molto diversa.

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Cafarnao – Caos e miracoli

Se l’è presa comoda, ma finalmente, questa settimana, Cafarnao – Caos e miracoli è giunto in Italia, forte del premio della giuria conquistato a Cannes, uscito sconfitto dalla cinquina dei migliori film stranieri agli ultimi Oscar (ma la sfida a Roma era obiettivamente impossibile), passeggiando con calma dopo aver girato per i cinema di mezzo mondo. Ed è un film che vale la pena di recuperare, se avete voglia di passare un paio d’ore deprimendovi di fronte alla vita agghiacciante condotta dai bambini di scarsi mezzi in Libano, se non vi lasciate indispettire troppo da qualche scivolone di stucchevolezza nella messa in scena ma, soprattutto, se volete gustarvi delle interpretazioni pazzesche, una fotografia stellare e dei lampi di fantastica umanità.

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Border – Creature di confine

Border – Creature di confine è tratto da una storia breve di John Ajvide Lindqvist, autore di Lasciami entrare, che ha curato anche la sceneggiatura del film assieme al regista Ali Abbasi e a Isabella Eklof. E i tratti in comune con quel piccolo fenomeno che raccontava di crescita, isolamento, integrazione e, beh, vampirismo, sono numerosi. I temi sono differenti perché i protagonisti sono adulti, già sconfitti da una vita e un’umanità che faticano a comprendere, ma la scelta di raccontare la difficoltà di vivere, l’impossibilità di sentirsi parte di qualcosa, la necessità di riscoprire se stessi, passa ancora una volta attraverso l’estremizzazione data dall’elemento fantastico, qui forse ancora più forte perché la “creatura” è protagonista assoluta delle vicende.

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Mayhem

Dunque, se ieri ho recuperato un film che per puro caso è appena uscito anche in Italia, seppur solo su YouTube Premium, oggi tocca all’altro film che ho visto al PIFFF 2017, vale a dire Mayhem. Vale a dire un film che, se non mi sono perso pezzi, dovrebbe essere uscito al cinema negli USA e in pochi altri posti, in home video in qualche altro luogo, nei nostri e vostri sogni in Italia. Ma posso sbagliarmi, eh, anche perché capire le (infinite) vie della distribuzione su questo tipo di film è un po’ un casino. Ad ogni modo, Mayhem è l’ultima regia di Joe Lynch, già autore di Knights of Badassdom ed Everly e attualmente al lavoro sul remake con Frank Grillo di un film francese di qualche anno fa. Non sapevo bene che cosa aspettarmi, al di là del fatto che Steven Yeun mi sta simpatico, e ho trovato un film molto divertente, che butta tutto per aria ma lo fa senza rinunciare a voler dire qualcosa. E ho scoperto che anche Samara Weaving mi sta simpatica, quasi quanto suo zio.

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Bodied

L’altro giorno dicevo che Bodied non è stato esattamente distribuito in grande stile in tutto il mondo, ma era un po’ un darlo per scontato. Poi ho controllato e mi sono reso conto che il mio era allo stesso tempo un eufemismo e un errore, dato che il film ha effettivamente trascorso gli ultimi dieci mesi gironzolando per i festival del pianeta ed è uscito al cinema negli USA solo qualche settimana fa, ma dal 28 novembre è disponibile in tutto il mondo nel catalogo di YouTube Premium. Praticamente, è finita che ne sto scrivendo in maniera tempestiva, completamente per caso. Del resto, se vogliamo è un po’ per caso che me lo sono ritrovato davanti un anno fa al PIFFF 2018, se consideriamo che è il classico intruso, quello che ti ritrovi nel festival dell’horror e del fantastico anche se non c’entra molto, perché gli organizzatori hanno deciso che era un’eccezione meritevole (mi viene in mente quando il giro dei festival se lo fece Lo sciacallo – Nightcrawler).

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Runaways – Stagione 1

Runaways nacque nel 2003 come serie a fumetti inserita nella linea Tsunami di Marvel Comics, ideata per provare ad accalappiare gli amanti dei manga attraverso uno stile grafico che ammiccava verso l’oriente. Di quella linea non si salvò moltissimo ma certamente la creatura di  Brian K. Vaughan e Adrian Alphona è fra quelle ricordate con più affetto, grazie alla freschezza, alle idee azzeccate, alla scrittura brillante e, insomma, a un po’ tutto ciò che caratterizza le opere dello scrittore americano. La premessa era semplice ma azzeccata: un fumetto Marvel ambientato a Los Angeles, quindi lontano da dove operano di solito i supereroi della casa delle idee, incentrato su delle figure adolescenti e su un’estremizzazione della classica storia di conflitto generazionale: sono assaliti dagli ormoni ma anche dalla scoperta di avere superpoteri o, comunque, caratteristiche fuori dal normale; l’inevitabile moto di ribellione nei confronti delle figure adulte viene “lievemente” acuito quando si rendono conto che i loro genitori sono supercriminali uniti in un culto omicida; vivono le classiche vicende da ragazzini, amorose e non, in questo contesto surreale. A seguito di un ciclo iniziale splendido, la serie si è via via persa ma si è comunque a lungo parlato di un possibile adattamento e l’anno scorso l’ha tirato fuori Hulu, con la versione italiana finalmente arrivata oggi su TIMVISION (e prevista per gennaio su Rai 4).

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La diseducazione di Cameron Post

C’è una strana atmosfera, in La diseducazione di Cameron Post, figlia della specie di frullatone da cui nasce il film. È una produzione indipendente americana, che si porta dietro un certo look e un certo approccio minimalista ormai fin troppo identificabile, che potremmo chiamare “Sundance sezione dramma”. È un qualcosa di ormai talmente codificato da essere considerato quasi un genere, un genere da cui molti si fanno respingere. Ma c’è anche altro. La seconda regia di Desiree Akhavan è una sorta di Qualcuno volò sul nido del cuculo avvolto nell’amore per The Breakfast Club, un film di denuncia delle istituzioni e di dramma umano filtrato attraverso una lente young adult e immerso in un’ambientazione anni Novanta, mai molesta ma presente con forza nelle scelte musicali e nel guardaroba dei personaggi. Va a pescare in un momento storico preciso ma, come spesso accade, risulta attualissimo nel suo raccontare quanto la gente non sia capace di tenersi le mani in tasca e farsi un’enorme dose di fatti propri quando si parla di sessualità altrui.

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Disobedience

Primo film “internazionale” del fresco di premio Oscar Sebastián Lelio, Disobedience è un melodramma che parte dal classico spunto del contesto che opprime l’amore inarrestabile dei protagonisti per allargare il discorso e parlare dell’oppressione stessa e, ancora di più, della difficoltà estrema insita nell’atto della disobbedienza. Lo dice, ovviamente, il titolo e lo dichiara in maniera esplicita, senza alcuna delicatezza, l’avvio del film, che mostra un rabbino lanciarsi in un sermone sul libero arbitrio, sulla capacità di scegliere la propria via, e morire sul colpo subito dopo. Protagonista delle vicende è sua figlia, donna ribelle in un quartiere in cui la minima devianza dagli schemi secolari del patriarcato religioso risulta scandalosa, figuriamoci coltivare amori proibiti o decidere di andarsene: viene perfino esclusa dal necrologio del padre.

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Searching

Searching si inserisce in un filone che, onestamente, non mi aspettavo sarebbe davvero diventato tale, vale a dire quello dei… non saprei, vogliamo chiamarli desktop movie? Mi dicono che il termine tecnico è Screencasting. Ad ogni modo, si tratta di film in cui l’inquadratura è costantemente piazzata sullo schermo di un computer e l’azione si propaga solo attraverso quel che avviene su quel desktop, con un racconto che viene quindi portato avanti anche solo mostrando un puntatore del mouse che va ad aprire cartelle e gli attori che appaiono perché ripresi da videocamere, coinvolti in videochiamate o, insomma, pescati da espedienti simili. Certo, è fondamentalmente un’evoluzione del concetto di found footage, ma ormai ne sono usciti a sufficienza perché si possa parlare di un filone per i fatti suoi. Tra l’altro, come per i found footage, l’idea è stata utilizzata quasi solo per il genere horror ma comincia a manifestarsi anche in altri ambiti, come è il caso di questo Searching.

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