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Star Wars: Gli ultimi jedi

Due anni fa, sono andato un paio di giorni a Londra per partecipare a una cosa scema e bellissima che si chiama Secret Cinema.  Il tema era L’impero colpisce ancora e lo svolgimento è descritto nel post che ho linkato qui sopra. Parte della cosa era anche una proiezione del film e nel riguardarlo per l’ennesima volta, a parecchi anni dalla precedente, mi colpi un aspetto in particolare: il ritmo. Quel film ha un ritmo pazzesco. Non se ne parla spesso, perché ci sono mille altri motivi per i quali è il più amato della serie e, se lo chiedete a me, l’unico Star Wars a cui davvero non puoi dire nulla di male, ma il ritmo, mamma mia. Parte fortissimo, non molla mai, tira dritto dall’inizio alla fine e ti martella senza tregua, senza ammorbarti con mezzo secondo che risulti superfluo. Che roba pazzesca, ancora oggi. O, insomma, due anni fa. Ed è una cosa che spicca, a ripensarci, vuoi perché molti film d’azione degli anni Ottanta, a riguardarli adesso, hanno un ritmo che risulta assai più compassato, vuoi perché oggi, se il tuo blockbuster non dura troppo, non ha un calo di ritmo clamoroso nel secondo atto e non ha in quella parte almeno due o tre scene di cui si poteva fare a meno (perché superflue o anche solo brutte), beh, non sei nessuno. Succede anche con Star Wars: Gli ultimi jedi? Certo.

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Rogue One: A Star Wars Story

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Quest’immagine che ho messo qua sopra* fa un po’ schifo ma ci sta bene, perché riassume quel che Rogue One doveva essere, ci avevano promesso che sarebbe stato e tutto sommato è, seppur nei limiti di quel che si può fare con il film di Guerre Stellari gestito dal comitatone Disney. È un film cupo e con protagonisti dalla moralità sfumata, nei limiti di cui sopra ma comunque tale, soprattutto per quelli che sono gli standard della serie. È il primo Star Wars che racconta e mette effettivamente in scena una “war”, proponendosi quindi come film di guerra, anche piuttosto tradizionale nelle sue svolte e nei suoi cliché, seppur sempre all’interno di quei limiti sul piano della violenza, dei temi, dell’approccio. È il primo Star Wars che dà l’idea di stare raccontando una vicenda di guerra in cui la posta in palio è qualcosa di enorme, di ben più grosso rispetto alle vite dei personaggi, senza avere fra le palle le solite fregnacce della famiglia Skywalker. Ed è un film di Gareth Edwards, che esprime chiaramente il suo stile, la sua capacità folle di imprimere su schermo il senso di scala, di ometti piccoli di fronte all’immenso, ma anche il suo dono per la composizione di immagini stupende, quasi pittoriche, seppur sempre all’interno dei limiti bla bla bla. Insomma, è effettivamente lo spin-off che si distacca in una certa misura dai canoni della serie, anche se ovviamente non lo fa fino in fondo e in tanti aspetti rimane costretto e inquadrato. Un po’ come i film dei Marvel Studios ma un po’ di meno costretto e inquadrato rispetto ai film dei Marvel Studios.

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Pippe mentali sui trailer di Rogue One

Dunque, l’altro giorno è uscito il nuovo trailer di Rogue One – A Star Wars Story e internet s’è tutta bagnata. L’ho guardato e ho provato a bagnarmi pure io, ma qualcosa me l’ha impedito, con una sorta di effetto pannolone che non riuscivo a inquadrare. Come mai mi convinceva meno dei precedenti, che pure non mi avevano fatto correre in strada a rovesciare le macchine ma mi avevano intrigato, colpito, affascinato? Vai a sapere. Poi, mentre avevo nelle orecchie The Watch, il podcast di Andy Greenwald e Chris Ryan, mi sono ritrovato ad ascoltare due sconosciuti che davano voce ai dubbi incartati nel mio cuore. Ecco cosa non mi tornava! Ecco cosa non mi convinceva! Cosa? Eh, adesso ci arrivo. Prima, però, finisco il raccontino, ché mi piace divagare e infilo un pratico link: ieri ho espresso i dubbi su cui avevo finalmente puntato il dito nel gruppo di discussione di Outcast su Facebook, se ne è chiacchierato brevemente e mi è venuta voglia di mettere tutto per iscritto e in fila qua dentro. E quindi ora lo faccio. Raccontino finito.

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Caspita, sta finendo anche il 2015

Quasi due mesi fa, m’è capitato di salire su un autobus notturno a Opera, più o meno alle tre di notte, appena uscito dal cinema (The Walk), pronto a tornare in una casa vuota, ma prossima al riempimento (di urla). Era il 31 di ottobre, ma me n’ero dimenticato e ingenuamente mi aspettavo di trovare l’autobus vuoto. E invece era pieno, ma pieno di quel pieno che quando sali devi stringerti forte forte, ed era pieno di gente, ragazzi, ragazze, molti giovani, alcuni molto meno, TUTTI travestiti da diavoli. Ma TUTTI, eh. E niente, così, mi sono ritrovato alle tre di notte, neopadre, stipato in un autobus pieno di diavoli nel bel mezzo di una Parigi altrimenti piuttosto silenziosa, a scambiare messaggi su Whatsapp con Nabacchiodorozor. È stato, devo dire, piuttosto surreale. Anche più di quando, cinque giorni prima, mi ero sentito dire che si erano rotte le acque mentre stavamo a metà della seconda puntata della seconda stagione di The Americans (guardatelo, è bellissimo), per poi andare in ospedale (ma con calma, relax, stai tranquilla, han detto che non c’è fretta, no? Rilassati, easy) e ritrovarmi ad aspettare le ore, perché nei film mica te lo dicono che fra la scena da film “Tesoro, mi si sono rotte le acque” e l’effettiva uscita del creaturo possono pasMartin-Mystére-cover-016-defsare le ore. Maledetti! Di che sto parlando? Non lo so. È che quando mi sono ritrovato lì sull’autobus in mezzo ai diavoli dell’inferno  ho pensato che avrei voluto scrivere qualcosa al riguardo sul blog, chiacchierare delle scene quotidianamente bizzarre che stavano capitando e dei momenti surreali, ma poi quella cosa ha fatto la fine delle centomila cose di cui vorrei scrivere sul blog ma delle quali poi non scrivo mai sul blog e insomma pazienza. E dunque? E dunque, niente, in realtà questo dovrebbe essere un post in cui dico che adesso il blog si ferma per un paio di settimane, a meno di botte estemporanee da fuoco sacro improvviso, e quindi buone feste, buone mangiate, buon anno, buon tutto quanto, ci rivediamo l’anno prossimo, ma ogni tanto mi piglia la logorrea della divagazione accazzodecane e che ci devo fare, la assecondo, anche in questa maniera un po’ tutta disordinata e sconclusionata. È il 15 dicembre, son qua che scrivo questo post perché mi sto portando avanti con un po’ tutto quel che voglio finire di fare prima di partire e ancora non so se domattina riuscirò ad andare a vedere Star Wars come da programma, se Gozer il gozeriano si metterà di mezzo, se sarò in grado di non addormentarmi durante la visione nel caso dovessi effettivamente andare. Lo scopriremo solo vivendo. Oddio, chi segue questo blog l’avrà già scoperto, a questo punto, dato che presumibilmente, se ci sono andato, ne avrò scritto. Oppure no. Vai a sapere. Ma di che volevo parlare? Non lo so. Comunque, oh, io a pulire la merda mi diverto un sacco (del resto è una metafora della mia carriera lavorativa). E sto guardando un sacco di telefilm. E niente, basta, sono padre, cose che capitano, ciao e grazie.

Star Wars: Il risveglio della forza

Star Wars: The Force Awakens (USA, 2015)
di J.J. Abrams
con John Boyega, Daisy Ridley, Harrison Ford, Oscar Isaac, Adam Driver, Mark Hamill, Carrie Fisher

Avete presente Super 8? Dai che ve lo ricordate, era quel film con cui J.J. Abrams aveva detto “Mi piacciono un sacco i film Amblin degli anni Ottanta, ne faccio uno pure io”. Ecco, Il risveglio della forza è sostanzialmente la stessa cosa, applicata però alla trilogia originale di Guerre Stellari, o forse direttamente al primissimo episodio, Una nuova speranza. Ci sono, però, due differenze significative, rispetto a Super 8: il finale non è bruttarello e l’operazione, trattandosi di seguito ufficiale, non si limita al semplice omaggio carico d’amore e si permette invece di farsi letterale nel suo ricalcare tutto quanto con la carta carbone. Il risultato è che alla fin fine ha ragione George Lucas quando dice che è il film che volevano i fan: Il risveglio della forza è Guerre Stellari, è quel Guerre Stellari lì, con quel taglio visivo, quell’atmosfera, quell’umorismo, quelle gag e quell’approccio all’azione. E con Abrams in cabina di regia, tutto impegnato a imitare lo stile visivo del vecchio George, a cercare come lui le grandi inquadrature evocative e spettacolari, seppur filtrando tutto nell’ottica di una messa in scena almeno in parte più moderna (e concedendosi solo due personaggi realizzati in performance capture che, se lo chiedete a me, risultano brutalmente fuori posto, in mezzo a quel look così vintage).

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Lo spam della domenica mattina: Venerdì 13!

Questa settimana su Outcast ho uscito l’intervista alla gentaglia di Venerdì 13, il nuovo Outcast Popcorn, il The Walking Podcast sulla serie TV di iZombie, il Reportage su Parigi e l’Old! sul novembre del 1985. Su IGN, invece, abbiamo l’analisi della qualunque di Star Wars.

Fine.

La robbaccia del sabato mattina: Cose a caso da casa

Mentre ero in Liguria che agitavo il telefono in giro fra i campi nella speranza di trovare una connessione funzionante tramite cui consegnare quel paio di lavori che ho fatto tra una lettura e l’altra, m’è apparso davanti quanto segue.

 

E bam, niente, non so che sia, ma quell’ultima inquadratura m’ha fatto tornare l’arrapamento nei confronti di Star Wars: Il risveglio della forza. E che ci posso fare, capita. Vedremo come sarà il vero trailer, dai.

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Star Wars: The Clone Wars

Star Wars: The Clone Wars (USA, 2008)
di Dave Filoni
con le voci di Samuel L.Jackson, Christopher Lee e un po’ di gente sconosciuta che imita gente più famosa

Questa incredibile monnezza, meglio dirlo e sottolinearlo, non ha nulla a che vedere con la deliziosa serie animata partorita da Genndy Tartakowsky fra 2003 e 2005. Che, lo ricordo, è la miglior cosa (nonché una delle poche decenti) partorita dall’universo narrativo di Guerre Stellari dopo il 1980. No, questo cumulo di pattumiera è, invece, la degna coda di quello schifìo che sono i prequel di Guerre Stellari. Che, lo ricordo, vanno a formare una trilogia talmente moscia e piatta che La minaccia fantasma ne esce come il miglior film. La minaccia fantasma. Leggetelo a voce alta, ripetete con me: “La minaccia fantasma, il miglior film”.

Ecco, qui c’è quello stesso spirito idiota, quella stessa insistenza su scene d’azione interminabili, mediocri e pallose come la morte per inedia, quella stessa comicità che non fa ridere nessuno, quella stessa incapacità di realizzare qualcosa, qualsiasi cosa, che riesca a essere non dico interessante, ma perlomeno divertente. Anzi, peggio, questa roba è la versione brutta di tutto ciò. Capito? La versione brutta dei prequel di Guerre Stellari. Una roba imbarazzante, un film da un’ora e venti talmente noioso da andare persino oltre il fatto che lo sto guardando in aereo, luogo dove in genere si accetta passivamente un po’ di tutto.

Questa. Roba. Fa. Cacare.

Molle.

Star Wars: Clone Wars – Volume 2

Star Wars: Clone Wars – Volume 2 (USA, 2005)
creato da Genndy Tartakowski
con le voci di Mat Lucas, James Arnold Taylor, Richard McGonagle, Tom Kane, Nick Jameson, André Sogliuzzo, Corey Burton, Anthony Daniels

In questo terzo e conclusivo blocco di puntate del suo serial animato di Guerre Stellari, Tartakowski decide di cambiare impostazione e passa dai microscopici episodi-lampo delle prime due stagioni a dei più corposi appuntamenti da dieci minuti l’uno. Ne esce così rafforzata la componente narrativa, che ricalca fedelmente il modello “lucasiano”, tanto insistentemente basato sul montaggio alternato di racconti paralleli che s’intersecano fra di loro. Volutamente o meno, però, finisce per essere un po’ penalizzata l’anima iconoclasta e irriverente che così bene aveva caratterizzato gli episodi precedenti.

Si rimane comunque su livelli altissimi di qualità, ispirazione e divertimento, ma di sicuro questo secondo DVD dedicato alla serie sembra molto più spiritualmente vicino al Guerre Stellari che piace a Lucas. Il racconto, comunque, riprende esattamente da dove si era interrotto e prosegue fino alle battute iniziali di Episodio III, infilando qua e là gustose citazioni ed elementi narrativi che saranno poi ripresi nell’ultimo episodio cinematografico della saga.

Proprio questo suo dover fare da prologo, però, toglie alla serie un po’ di compiutezza. Mentre le prime due stagioni, pur con un cliffhanger conclusivo, davano un senso di chiusura e ponevano termine al proprio arco narrativo, qui sembra mancare un vero e proprio finale e c’è una fastidiosa sensazione di coito interrotto. Fastidiosa soprattutto perché, se si volesse andare avanti, toccherebbe rivedersi Episodio III.

Star Wars: Clone Wars – Volume 1

Star Wars: Clone Wars – Volume 1 (USA, 2003/2004)
creato da Genndy Tartakowsky
con le voci di Mat Lucas, James Arnold Taylor, Corey Burton, Tom Kane, Nick Jameson, André Sogliuzzo, Anthony Daniels, Richard McGonagle

Mentre era impegnato a cacar fuori la ridicola sceneggiatura di Episodio III, quel vecchio rincoglionito di George Lucas decise di staccare un altro paio di assegni e mettere in produzione una serie a cartoni animati che raccontasse quanto avvenuto fra il secondo e il terzo episodio del suo gerontodelirio. Grazia volle che il caro George, pur avendo perso vergogna, capacità di autocritica e contatto con la realtà, mantenesse ancora saldo il suo buon gusto. Buon gusto che lo portò a mettere il progetto nelle geniali mani di Genndy Tartakowsky, mente responsabile di gioielli come Il laboratorio di Dexter e Samurai Jack.

E ne è uscito fuori quel che era lecito attendersi, vale a dire un vero e proprio delirio grafico e narrativo, che rispetta a pieno lo spiazzante e assurdo senso dell’umorismo di Tartakowsky e adatta meravigliosamente bene il suo stile all’universo di Guerre Stellari. Non solo, perché come suo solito l’autore di origini russe si concede anche lusso di sperimentare, questa volta con la scelta di realizzare brevissimi episodi di tre minuti l’uno, capaci di acchiappare e divertire con un senso del ritmo e una verve quasi sconvolgenti.

L’edizione in DVD monta i primi due blocchi di episodi in un unico mediometraggio da poco più di sessanta minuti. Il risultato ovviamente finisce per non essere del tutto omogeneo, con la sezione dedicata alle avventure dello Jedi “subacqueo” a staccare un po’ troppo dal resto, ma nel complesso convince, grazie all’avvincente affresco narrativo e alla spettacolare realizzazione dei singoli episodi.

Devastante per il continuo turbinio di invenzioni visive e trovate allucinogene, spiazzante per come irride con un umorismo demenziale e frizzantissimo, eccellente nella pura realizzazione tecnica, questo Clone Wars – Volume 1 può perfino permettersi di vantare, nelle sue battute conclusive, uno dei duelli in assoluto più spettacolari dell’intera saga di Star Wars.

Meglio di così era davvero difficile chiedere e infatti, se non consideriamo una manciata di videogiochi, Clone Wars è la migliore cosa legata a Guerre Stellari che si vede dal 1980. E questo nonostante il cretino col doppio mento abbia pure contribuito alle sceneggiature (ma sicuramente sarà colpevole degli episodi meno riusciti).