Archivi tag: Keira Knightley

Everest

Everest (USA, 2015)
di Baltasar Kormákur
con Jason Clarke, Josh Brolin, Jake Gyllenhaal, Ang Phula Sherpa, John Hawkes, Naoko Mori, Michael Kelly, Emily Watson, Keira Knightley, Sam Worthington, Robin Wright

Nel lontano 1996, quarantatré anni dopo la prima scalata di successo fino alla vetta dell’Everest, esplose improvvisamente il boom delle salite “commerciali”, già in atto da qualche tempo ma particolarmente forte durante quell’estate. Gente che può permetterselo (economicamente, ma forse non sul piano dell’abilità) e quindi paga delle guide per (provare a) farsi portare sul tetto del mondo. Chi non lo farebbe? Ma soprattutto: perché farlo? Eh, lo chiede verso metà film anche il giornalista Jon Krakauer, inviato per un reportage della spedizione, senza ottenere una risposta davvero convincente. E risposte convincenti non ne dà in assoluto Everest, un film per molti versi risaputo e semplice, che non mira mai alto (battutona!) ma fa più che bene il suo dovere.

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Pirati dei Caraibi – Ai confini del mondo

Pirates of the Caribbean – At World’s End (USA, 2007)
di Gore Verbinski
con Johnny Depp, Orlando Bloom, Keira Knightley, Geoffrey Rush, Chow Yun-Fat, Bill Nighy, Naomie Harris

Ai confini del mondo è decisamente un degno e riuscito capitolo conclusivo per una trilogia che, pur con tutti i suoi difetti, ha saputo mettere assieme un colossale e divertente minestrone piratesco, rendendolo godibile e adatto a un pubblico ggiovane e moderno. In questo terzo episodio si confermano pregi e difetti dei precedenti, con un Verbinski che si rivela ancora una volta regista capace e, nel suo piccolo, anche piuttosto dotato. Il terzo Pirati dei Caraibi vanta una messa in scena sontuosa e spettacolare, con effetti speciali capaci di ridicolizzare qualsiasi altra produzione, e mette in mostra una discreta voglia di stupire e osare, magari anche andando un po’ fuori dagli schemi del “blockbusterone”, con trovate visionarie e affascinanti, personaggi dal destino tutto sommato non troppo prevedibile e un certo retrogusto amarognolo nel raccontare di stanchi pirati al tramonto e di amori destinati alla tragedia.

Si conferma la logorrea narrativa del secondo episodio, con una durata di quasi tre ore, snellite dal notevole senso del ritmo, ma forse comunque un po’ eccessive. Specie se si pensa che, nonostante la lunghezza, alcuni passaggi sanno comunque di tirato via, con una sceneggiatura che paga i limiti della serialità senza saperne sfruttare a fondo i pregi. E così vediamo personaggi importanti dei precedenti episodi ridotti ad esili e inconsistenti macchiette, mentre spuntano fuori dal nulla fior di elementi narrativi ai quali in passato non si era concesso nemmeno un accenno. Ne viene così fuori una saga nel complesso stilisticamente omogenea, ma forse un po’ troppo schizofrenica sul piano narrativo.

Nel complesso, comunque, Ai confini del mondo convince, grazie al carisma dei personaggi (ottimo davvero Sao Feng, purtroppo risibile il cattivone, specie se paragonato al Barbossa del primo film), alla saggezza di dare un po’ meno spazio al sempre ottimo Jack Sparrow, che nel secondo episodio rubava forse troppo la scena, alla già citata capacità di affascinare con trovate visionarie e alla spettacolare baracconaggine dell’azione. E poi, via, stiamo parlando di un film in cui si mettono a consultare una mappa identica all’aggeggio per superare la protezione anticopia di Monkey Island. Come non amarlo?

Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma


Pirates of the Caribbean – Dead Man’s Chest (USA, 2006)
di Gore Verbinski
con Johnny Depp, Orlando Bloom, Keira Knightley, Bill Nighy, Jack Davenport, Jonathan Pryce

Mi rendo conto di andare forse un po’ controcorrente, ma questo Forziere fantasma mi è piaciuto decisamente più della Prima luna. Magari è perché il precedente film l’ho visto sul minuscolo schermo di un volo transoceanico, che proprio non è la sua sede (ma la spettacolare visione del secondo all’Arcadia mi ha privato della recitazione originale di Depp, ben altra cosa rispetto a un doppiaggio comunque di buon livello). O magari è perché, col mio adorare la serialità, non posso fare a meno di apprezzare un secondo episodio tanto riuscito nel dare seguito a vari discorsi che potevano tranquillamente essere considerati chiusi e nel porre intriganti basi per l’appuntamento conclusivo.

Sta di fatto che questa seconda incursione nel mondo piratesco Disney mi ha convinto con la sua scanzonata baracconaggine, coi suoi toni a tratti anche molto cupi, col suo sbrodolante non farsi problemi di durata per dare il giusto spazio a tutti i personaggi (tanti, belli e ottimamente tratteggiati) e con quel “season finale” da telefilm. Gli si può forse imputare un avvio un po’ faticoso, un certo ritardo nel prendere il ritmo travolgente che caratterizza tutta la seconda parte, ma non vedo quali altri critiche muovere a un’operazione che si propone come baracconata d’alto profilo e non pretende di essere altro.

Verbinski svolge il suo lavoro di bassa manovalanza, con una regia banale, prevedibile, ma efficace e perfetta per questo cinema di puro entertainment. E a conti fatti mi han divertito più queste due ore e mezza di cappa, spada e tentacoli rispetto ai presuntuosi capricci di Lucas e alla tanto decantata saga di Peter Jackson, che tutto sommato mi aveva davvero convinto solo col primo film.

E invece questa nuova e sottovalutata trilogia è un bel ripescare tutti gli stereotipi pirateschi possibili ed immaginabili, creando un minestrone che per certi versi ricorda invece il miglior Lucas, quello di fine anni Settanta. Il gioco di rimandi, poi, è talmente ampio da non poter fare a meno di trovare piacevoli similitudini, volute o meno che siano, con le fonti più disparate, compreso materiale anche molto recente come The Secret of Monkey Island e One Piece.

Ottimi, infine, gli effetti speciali, che davvero meritano una menzione per la capacità di rendere credibili polpi giganti e uomini-pesce assortiti. La prima apparizione di Davy Jones, così tremenda e posticcia nel suo dialogo faccia a faccia con un pirata umano che fissa il vuoto, è orripilante. Ma si tratta di un inspiegabile inciampo, ben distante dallo splendore di tutto ciò che viene dopo. Anche sotto questo profilo i pirati cagano in testa agli Jedi e ai loro pupazzetti incollati sul fondale di fronte ad attori spaesati.

Insomma, per quanto mi riguarda, convinta promozione, certo lontana dal massimo dei voti, ma priva di alcun dubbio. Con la speranza che il terzo episodio non replichi il colossale tuffo nella merda di Matrix Revolutions.

Domino


Domino (USA, 2005)
di
Tony Scott
con
Keira Knightley, Mickey Rourke, Edgar Ramirez, Riz Abbasi, Delroy Lindo, Mo’Nique, Ian Ziering, Brian Austin Green, Lucy Liu, Jacqueline Bisset, Christopher Walken, Mena Suvari

Bollare la regia di Tony Scott come modaiola e videoclippara sarebbe molto facile, forse anche aderente alla realtà, ma senza dubbio riduttivo. Sì, riduttivo, perché si rischia di accomunarlo a ignoranti della macchina da presa come il James Wan di Saw, quelli sì capaci solo di mettere in fila una serie di effetti ed effettacci senza senso con l’unico scopo di fare la figata.

E invece Tony Scott è uno che sa quello che fa, che magari, come nel caso di Domino, si fa un po’ prendere la mano, ma che trova sempre un senso narrativo per le sue sperimentazioni sull’immagine. Come e meglio che nel già ottimo Man on Fire, Scott porta avanti un discorso fatto di colori iper saturi, di didascalie a schermo, di montaggio sincopato e inserti onirici che raccontano il pensiero dei suoi personaggi.

E il tutto in Domino trova una sua precisa dimensione, nel raccontare i sogni e i ricordi di una bimba viziata e presuntuosa, che si atteggia da anti-hollywoodiana ma ci mette un attimo a cedere al fascino dello stardom, che vuole fare la dura e si scioglie in lacrime alla prima difficoltà. E poco importa se una Keira Knightley perfetta per il ruolo che interpreta assomiglia in realtà a Domino Harvey anche meno di quanto gli eventi raccontati aderiscano a quelli reali, perché alla fine si parla di cinema, non di uno speciale dell’History Channel.

Il voler parlare sostanzialmente d’altro è esplicito, non solo nella dichiarazione d’intenti iniziale “Tratto da una storia vera… più o meno”, ma anche nel mostrare in chiusura la vera Domino, esplicitando con una semplice immagine quanto lontane siano ritratto filmico e realtà. I difetti di Domino sono altri, e stanno in un eccesso d’immagine, un minestrone travolgente che affascina ma alla lunga toglie importanza al racconto, mettendolo da parte e dimenticandoselo un po’.

Avrebbe forse giovato una sforbiciatina, la voglia di far giungere un po’ prima quell’inquadratura in cui campeggia la scritta “It’s Showtime!”, ma è pur vero che fatico a immaginarmi cosa, di preciso, si sarebbe potuto eliminare. La patetica deriva buonista sulla malattia della bimba, forse, che però ha il pregio di mostrare la vacuità dei sentimenti di alcuni personaggi.

Sarebbe bastato rinunciare al macchinone e a qualche altra stronzata, per pagare le cure della figlia di Delroy Lindo, ma non sia mai, piuttosto si rischia il culo in una rapina. E poi, in un film del genere, non può mancare la scelta morale catartica, la rinuncia alla propria vita per compiere un estremo atto di bontà. E allora Domino rischia tutto e perde tutto per dare una mano a qualcun altro, tanto poi, alla fin fine, si torna a casa da mammà, per un tuffo in piscina e un po’ di relax.