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Soldado

L’idea di realizzare un seguito per Sicario è allo stesso tempo surreale e perfetta. Surreale perché, onestamente, nel campionato dei sequel di cui non si sentiva il bisogno, sta parecchio in alto. Perfetta perché l’immaginario tratteggiato da Sheridan e Villeneuve era talmente potente e suggestivo che è comprensibile il desiderio di sfruttarlo per farci altro. E infatti, “altro” è proprio quello che Soldado fa, rinunciando al punto di vista “umano” di Emily Blunt per concentrarsi sulle figure di Josh Brolin e Benicio Del Toro, che nel primo film erano allo stesso tempo fondamentali ma sfuggenti, appena accennate. Più che un vero seguito, insomma, Soldado è quasi forse uno spin-off, che del resto cambia molti nomi fondamentali (oltre ad Emily Blunt, via anche Denis Villeneuve, Roger Deakins e Johann Johannsson), conservando però il word processor di Taylor Sheridan e la sua passione per il western contemporaneo camuffato da thriller.

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Gli Incredibili 2

Il primo Gli incredibili era, nel 2004, il miglior film di supereroi sulla piazza ed era anche un omaggio a Watchmen intelligente, passionale, delicato e con una personalità ben più forte, o comunque interessante, rispetto al gradevole ma pasticciato, inerte e fondamentalmente sbagliato adattamento ufficiale di Zack Snyder che sarebbe arrivato cinque anni dopo. Gli incredibili 2, nel 2018, affronta una concorrenza forse più agguerrita, sicuramente più numerosa, ma è ancora una volta, se non necessariamente il migliore, senza dubbio uno fra i migliori film di supereroi sulla piazza e/o di sempre. E lo è grazie alla maniera in cui di nuovo Brad Bird riesce a sintetizzare al meglio la doppia anima Pixar, trovando una comunione fra spettacolo, dramma, temi famigliari, commedia esilarante e mirata a tutte le età, azione pazzesca, che un po’ tutti i film illuminati da Luxo jr. cercano ma spesso non trovano fino in fondo. Insomma, è splendido.

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Scappa: Get Out

La primissima idea di Jordan Peele per il film che è poi diventato Scappa: Get Out vedeva una declinazione sensibilmente diversa dello stesso soggetto. C’era già un protagonista maschile invitato dalla sua ragazza a conoscere delle persone, che però erano solo vecchi amici. E, certo, anche in quel caso la faccenda non sarebbe finita bene. Poi, nel corso degli anni in cui Peele ha sviluppato la sua idea, il soggetto si è evoluto, finendo per pescare in maniera più diretta da Indovina chi viene a cena e vari classici della paranoia come Rosemary’s Baby, giungendo quindi all’idea del thriller sociale di risposta agli anni di Obama. La sceneggiatura, infatti, è stata scritta proprio in quel periodo e nasce come risposta a un momento culturale nel quale gli Stati Uniti sembravano non voler parlare più di razzismo. C’è un presidente nero, è finita, siamo nel post razzismo, dicevano in molti. Il paradosso? Get Out è poi stato girato nel 2016 ed è uscito nel 2017, in un momento in cui la conversazione sul tema è tornata brutalmente d’attualità, facendo – ne è convinto lo stesso Peele – la fortuna di un film che, forse, anche solo un paio d’anni prima, molta meno gente avrebbe voluto vedere. E il risultato è un altro successo clamoroso targato Blumhouse, di quelli con l’incasso che ha due cifre in più rispetto al budget, oltretutto adorato dalla critica.

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40 anni vergine

The 40 Year Old Virgin (USA, 2005)
di Judd Apatow
con Steve Carell, Catherine Keener, Paul Rudd, Romany Malco, Seth Rogen

Due anni prima di Molto incinta, Judd Apatow si faceva conoscere con questo 40 anni vergine, che all’epoca era decisamente più “il film di Steve Carell” – e del resto si basava su uno sketch già mostrato in tv dal comico statunitense – ma col senno di poi mostra chiaramente tutto quello che renderà Apatow quella specie di Re Mida della commedia americana che è poi diventato.

Così come il successivo film di Apatow, anche 40 anni vergine lavora all’interno di meccanismi consolidati per rileggerli alla sua maniera. Se in Molto incinta si parla di classica commedia romantica, qua siamo più dalle parti della commedia demenziale e “politicamente scorretta” in stile Farrelly. Ma se il genere è indubbiamente quello, lo stile e le modalità sono ben lontane.

La chiave del film sta ovviamente nel protagonista, uno Steve Carell strepitoso che riesce ad essere contemporaneamente un personaggio assurdo e improbabile ma anche una persona realistica e tremendamente ben caratterizzata. E del resto si rispecchia anche in chi gli gravita attorno la natura di personaggi-stereotipo, macchiette monodimensionali ma in qualche modo realistiche e credibili, ben tratteggiate nei dettagli di un dialogo, un sentimento, un tratto caratteristico.

E poi c’è quella insostenibile amarezza di fondo, quel continuo mettere in scena momenti in cui non riesci a capire se devi ridere o provare tristezza per il protagonista, quell’anima graffiante e satirica che ti entra sottopelle e ti convince di non stare guardando la minchiata colossale che t’aspettavi. I Farrelly ti fanno ridere sboccatamente delle sfighe altrui, 40 anni vergine ti fa sentire in colpa perché ne stai ridendo. E la differenza non è poca.

E poi Apatow ha una dote rara, quella sua deliziosa capacità di rendere in maniera naturale e a modo suo elegante argomenti, situazioni e modi di parlare che chiunque altro ridurrebbe a triste volgarità. Con 40 anni vergine non ci si ammazza forse dal ridere – se non in un finale pazzesco, che da solo vale la visione – ma sembra sempre di essere davanti a qualcosa di ben più intelligente rispetto a quanto voglia far credere. E anche se preferisco l’umorismo più terra-terra e credibile di Molto incinta, apprezzo e approvo.

P.S.
Ho visto il film in lingua originale, non mi assumo responsabilità sul doppiaggio italiano, che immagino mestamente virato al volgare e al basso come troppo spesso accade negli adattamenti delle commedie. Del resto già lo strillo di copertina è una garanzia: “Più tempo aspetti e più sarà duro”