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Cannes 2007

Edizione in formato estremamente ridotto per gli Addams, complici il fatto che potevamo frequentare solo gli spettacoli serali, l’improvvida scelta di andare all’Heineken Jammin’ Festival e lo scazzo che mi ha portato a pisciare gli spettacoli pomeridiani anche di domenica. Comunque, questi sono gli otto film che ho visto:

Concorso
4 mesi, 3 settimane e 2 giorni (4 luni, 3 saptamani si 2 zile) (Romania)
di Cristian Mungiu
con Laura Vasiliu, Anamaria Marinca, Vlad Ivanov, Alexandru Potoceanu
Palma d’oro

4 mesi, 3 settimane e 2 giorni è il primo episodio del progetto Ricordi dell’età dell’oro, che mira a raccontare il comunismo in Romania tramite le (più o meno) leggende urbane e le persone comuni che le vivevano da protagonisti. In questo caso si parla di aborto clandestino, e lo si fa con un taglio estremamente verace, terra terra, tutto puntato alla visione in prima persona della protagonista (la compagna di stanza di una ragazza che si sottopone ad aborto). Mungiu segue il personaggio “selezionato” e ci racconta una storia cruda, crudele, angosciante, dal suo solo punto di vista. Lo spettatore si trova così a seguirla nella sua triste e insopportabile giornata, vivendo con lei l’angoscia di non sapere cosa succede alla sua amica. Il film è ben raccontato, soprattutto grazie a dialoghi molto credibili nella loro sciatta banalità, ma – esattamente come il cinema dei Dardenne a cui molti l’han paragonato – non è proprio il mio genere. Detto questo, vado forse un po’ controcorrente, ma dico che preferisco di gran lunga questo a L’enfant (Palma d’oro a Cannes 2005).

Un Certain Régard
Il viaggio del palloncino rosso (Le voyage du ballon rouge) (Francia/Taiwan)
di Hou Hsiao Haien
con Juliette Binoche, Simon Iteanu, Fang Song

Ok, lo ammetto, ho capito come buttava nel giro di dieci minuti, ho appoggiato la testa sulla spalla della Rumi e mi sono addormentato. Quando ho riaperto gli occhi era passata quasi un’ora, eppure nel film doveva ancora succedere qualcosa. Non ci posso fare niente, a me non interessa guardare due ore di gente che si fa i cazzi suoi, in casa, senza che accada non dico qualcosa di interessante, ma anche solo qualcosa. E Juliette Binoche non sta invecchiando bene. Eppure ‘sto film su imdb ha già una media bella alta (certo, su nemmeno venti votanti). Bah…

Quinzaine des Réalisateurs
Smiley Face (USA)
di Gregg Araki
con Anna Faris, Danny Masterson, Adam Brody

Tre anni dopo lo splendido Mysterious Skin, Gregg Araki torna alla ribalta con un filmetto divertente, una scemenzuola che racconta la giornata di una ragazza fatta, strafatta e fattissima e le mille disavventure che le possono capitare se, per sbaglio, finisce per essere mostruosamente più fatta del solito. La mano di Araki c’è, nell’uso dei colori, nella capacità di mettere assieme immagini evocative anche mentre racconta una fesseria del genere, ma il film è davvero poco più che un divertissement. Esilarante per una buona mezzora, alla lunga mostra un po’ la corda, anche se fino all’ultimo secondo riesce a tirare fuori qualche trovata davvero gustosa. E, mi dicono, sotto certi aspetti è davvero realistico.

Concorso
Lo scafandro e il papillon (Le scaphandre et le papillon) (Francia/USA)
di Julian Schnabel
con Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner
Premio per la miglior regia

Sette anni dopo l’interessante Prima che sia notte (Venezia 2000), Schnabel ritorna con una bella prova di regia, davvero giustamente premiata. Lo scafandro e il papillon racconta della malattia di Jean-Dominique Bauby, editor di successo della rivista francese Elle, che a quarantacinque anni subisce gli effetti di un improvviso e devastante attacco, capace di punirlo con una paralisi quasi totale. Da quel giorno in poi, Bauby potrà muovere solo l’occhio sinistro, che imparerà a usare per comunicare col mondo e, addirittura, scrivere un libro che racconti la sua esperienza (e da cui è tratto il film). Schnabel racconta una discreta fetta di storia in prima persona, mostrandoci gli eventi tramite lo sguardo del protagonista, con un risultato straniante, certo imperfetto per i limiti del mezzo, ma incredibilmente efficace. E anche nel momento in cui decide di abbandonare l’esercizio di stile, confeziona un film notevole per asciuttezza, coinvolgimento, capacità di colpire dritto al bersaglio senza scivolare nel patetismo.

Concorso
We Own the Night (USA)
di James Gray
con Joaquin Phoenix, Mark Wahlberg, Eva Mendes, Robert Duvall

James Gray “nasce” registicamente nel 1994 con Little Odessa, un film sulla mafia russa che non ho mai visto, ma che ricordo molto celebrato. Passano sei anni e dirige The Yards, con Mark Wahlberg e Joaquin Phoenix, anche quello mai visto dal sottoscritto. Passano altri sei anni (facciamo sette) e dirige un film sulla mafia russa con Mark Wahlberg e Joaquin Phoenix. Un regista versatile, attivissimo e pieno di idee, insomma. Comunque, We Own the Night sembra un film scritto dal fratello scemo di Martin Scorsese (un po’ come gli ultimi di Martin Scorsese) e diretto dal cugino stordito di Martin Scorsese (e questo, via, non si può proprio dire neanche degli ultimi, di Martin Scorsese). Un’epica (ma dove?), commovente (ma quando?), emozionante (certo, come no) e avvincente (ma per favore) storia di mafia, polizia, infiltrati, tradimenti, controtradimenti, amori, droga, amicizie, famiglia. Una regia a tratti imbarazzante e a tratti, per esempio con l’inseguimento in macchina, inspiegabilmente splendida. E nient’altro, al di là di Joaquin Phoenix che infila la mano nelle mutande di Eva Mendes.

Concorso
Persépolis (Francia)
di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud
con le voci di Chiara Mastroianni, Catherine Deneuve, Danielle Darrieux, Simon Abkarian
Premio della giuria

Tratto dallo splendido e omonimo fumetto, Persépolis racconta in prima persona la vita dell’autrice Marjane Satrapi, divisa fra Francia e Iran, desideri e speranze da adolescente qualunque e difficile realtà della vita in un paese in guerra, affetto per la propria famiglia e ricerca dell’amore. Un racconto delizioso, ironico, graffiante, molto fantasioso e allo stesso tempo tremendamente ancorato alla realtà. L’edizione animata è fedelissima al fumetto per tratto, atmosfere e spirito, pur concedendo ovviamente qualcosa sul piano narrativo nel passaggio dalle centinaia di pagine alla novantina di minuti.

Un Certain Régard
Mio fratello è figlio unico (Italia)
di Daniele Luchetti
con Elio Germano, Riccardo Scamarcio, Diane Fleri

Di Luchetti in passato ho visto solo La scuola e, dopo una dozzina d’anni, devo dire che ne conservo ancora un buon ricordo. Così come penso conserverò un buon ricordo di questo ennesimo racconto di formazione, che esplora la vita di un ragazzo tirato dentro il caos ideologico, politico, sociale degli anni sessanta e settanta. Il rapporto col fratello attivista di sinistra e con la famiglia tutta, la scoperta dell’amore, l’indecisione ideologica e tutti i soliti argomenti trattati da questo genere di film. Nulla di nuovo e, soprattutto, nulla di particolarmente coraggioso, senza particolari idee o prese di posizione. Ma un film piacevole, divertente, che scorre via e merita la visione anche solo per le belle prove di Angela Finocchiaro e di uno strepitoso Elio Germano (che, diciamocelo, caga in testa al pur efficace Scamarcio).

Concorso
Paranoid Park (Francia/USA)
di Gus Van Sant
con Gabe Nevins, Daniel Liu, Taylor Momsen
Premio speciale per il 60° anniversario a Gus Van Sant

Gus Van Sant, c’è poco da fare, non è proprio nelle mie corde. E la cosa è tanto più evidente se penso che l’unico suo film (dei pochi che ho visto, va detto) ad avermi davvero soddisfatto è Good Will Hunting, quello probabilmente meno “suo” e più marchettaro. Comunque, con Paranoid Park siamo anni luce sopra a quella roba insopportabile di Last Days, vista sempre a Cannes due anni fa. Perlomeno c’è un personaggio con un minimo accenno di spessore, c’è una vicenda vagamente interessante, ci sono delle trovate di regia che sembrano avere senso. Epperò c’è anche la solita, insopportabile, sensazione che se ne potesse tirar fuori un mediometraggio, invece di un’ora e mezza che pesa come quattro. E poi, c’era davvero bisogno di menarsela con l’ennesimo film dalla scansione temporale scombinata, per raccontare di questo ragazzino sminchiato e sminchiatello, primattore in una tragedia da bassa periferia americana? No, perché cosa sia realmente accaduto lo si capisce dopo cinque minuti, e a quel punto il racconto incasinato serve solo a rompere i coglioni.

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Il padrino – La trilogia

Il padrino
The Godfather (USA, 1972)
di Francis Ford Coppola
con Marlon Brando, Al Pacino, James Caan, Robert Duvall, John Cazale, Diane Keaton

Guardi Il padrino per la prima volta da chissà quanto tempo, o forse anche per la prima volta punto e basta, visto quel che ti dice la memoria, e ti aspetti che il protagonista sia Don Vito Corleone. Troppo forte, iconica, stampata nella mente, l’immagine della faccia di Marlon Brando, per attendersi qualcosa di diverso. E invece, sebbene la strabordante presenza di questo stanco e adorabile padrino anziano rubi la scena per buona parte del film, il vero protagonista delle vicende narrate è il figlio Michael Corleone. Lui è il padrino del titolo, la cui “nascita” viene raccontata in maniera magistrale, sottile, lucida.

Da ingenua, onesta, e pura mosca bianca in una famiglia di criminali incalliti a splendido e perfetto capomafia, che nel tempo – come racconterà poi il secondo film – è destinato a diventare il più crudele, freddo e insensibile di tutti. Coppola racconta del passaggio di consegne fra padre e figlio e delle difficoltà insite nell’intraprendere una “carriera” tanto particolare. Proprio nel descrivere le vicende come quanto di più normale e famigliare possa esserci sta però il colpo di genio. Il padrino non parla di fuorilegge squallidi, violenti e odiosi, ma di amici e parenti che si supportano e si amano a vicenda.

Il regista indugia tanto sugli improvvisi scoppi di violenza criminale quanto sulle piccole cose, sui momenti intimi, su Clemenza che fa il sugo e Don Vito che gioca col nipote. Racconta di persone adorabili dallo stile di vita deprecabile, non eccede nel beatificarli e nel dare loro un tono eroico, ma anzi ce ne mostra gli insostenibili lati oscuri. E nonostante questo riesce incredibilmente bene a farcene innamorare e a renderci partecipi dei loro drammi e delle loro gioie, perché a conti fatti li dipinge tutti come uomini d’onore, amorevoli e rispettabili, impegnati a combattere loschi traditori e fetidi poliziotti corrotti.

Ma oltre ad essere una storia tremendamente ben scritta ed orchestrata, Il padrino è anche, soprattutto, una gioia per gli occhi. Quasi tre ore di splendido cinema, una lunga e ininterrotta serie di immagini e sequenze meravigliose, messe in fila una dietro l’altra. Tutta l’apertura sul matrimonio, la visita a Don Vito in ospedale, la parte in cui Michael, seduto sul divano, prende coscienza dei suoi doveri e mostra per la prima volta la sua anima oscura, il doppio omicidio al ristorante, il soggiorno in Sicilia, la sparatoria al passaggio a livello, quella meravigliosa immagine di Brando che gioca nel giardino col nipotino… non c’è fine all’elenco di fantastici ricordi che Il padrino regala alla memoria.

Un film perfetto, in cui gli incredibili virtuosismi di Coppola si mettono al servizio di una storia potente ed emozionante e si cibano di tanti interpreti meravigliosi, splendidi sia nel tenere la scena da protagonisti, sia nel caratterizzare il film rimanendo sullo sfondo. Meglio di così, davvero, è difficile fare.

Il padrino parte seconda
The Godfather Part II (USA, 1974)
di Francis Ford Coppola
con Al Pacino, Robert Duvall, Diane Keaton, Rober De Niro, John Cazale, Talia Shire

E infatti meglio di così lo stesso Coppola non fa col secondo episodio, la cui idolatrazione popolare nei termini di “unico seguito superiore all’originale” davvero mi lascia perplesso. Il padrino parte seconda è un gran bel film, ma fatico a comprendere in cosa possa essere considerato superiore al precedente. Certo non nella sceneggiatura, che fatica a mantenersi altrettanto coesa e appassionante, anche per colpa dei flashback, spesso inseriti in maniera francamente discutibile. Se da una parte il parallelo fra le vite e le azioni di padre e figlio risulta senza dubbio affascinante, dall’altro l’inserimento delle – belle, ma anche poco approfondite e, a conti fatti, quasi superflue – sequenze dedicate al giovane Don Vito appare posticcio, faticoso, impacciato. Spezzano tremendamente il ritmo e l’intensità della storia principale e, per assurdo, anche di ciò che loro stesse raccontano. E sono ben lontane, per esempio, dalla spettacolare efficacia dei flashback di C’era una volta in America.

E se è pur vero che questo secondo film non fa altro che proseguire nell’adattamento del libro di Mario Puzo, è vero anche che si fa fatica a non farsi colpire da una certa sensazione di superfluo. Tanto era perfetto e compiuto il primo episodio, quanto appare per certi versi inutile questo secondo, fra l’altro molto meno convincente anche per una certa logorrea narrativa e per una regia meno virtuosa e affascinante. Prolisso e farraginoso, decolla coi ritmi di un diesel ingolfato, ma quando finalmente ci riesce, bisogna dirlo, regala ancora una lunga serie di grandi momenti.

La seconda parte del film, incidentalmente quasi priva di flashback, torna alla grandezza del primo episodio e presenta tanti momenti memorabili. Il racconto del definitivo crollo verso l’oscurità di Michael Corleone è potente ed efficace, splendido nel mettere in scena il suo alienarsi da tutto ciò che gli sta attorno, le menzogne, la fredda crudeltà con cui tratta gli affari di famiglia, il drammatico rapporto con la moglie e la sempre più lucida consapevolezza di non saper e voler mantenere il vuoto proposito di tirarsi fuori dall’attività criminale.

Lo sguardo di Michael che litiga con la moglie e viene a sapere dell’aborto, la splendida e sottile interpretazione di Al Pacino, la bella e intensa sequenza finale, che richiama alla memoria il battesimo in chiusura del primo film… di enormi pregi questo Padrino parte seconda è indubbiamente pieno, ma è la somma delle parti a lasciar perplessi e, tutto sommato, un po’ delusi.

Il padrino parte terza
The Godfather Part III (USA, 1990)
di Francis Ford Coppola
con Al Pacino, Andy Garcia, Eli Wallach, Sofia Coppola, Talia Shire, Diane Keaton, Joe Mantegna

Il padrino parte terza mi ha ricordato sotto più di un aspetto il disastroso pasticcio partorito da George Lucas con la sua nuova trilogia di Guerre Stellari. Film disfunzionali e male orchestrati, che riecheggiano il passato ricalcando le orme di ciò che li ha preceduti e che in sostanza funzionano meglio di quanto dovrebbero grazie all’eredità su cui si appoggiano. Così come Lucas fa percorrere ai personaggi delle sue due trilogie un cammino quasi identico, ricalcando trovate, avvenimenti, immagini, perfino intere sequenze, altrettanto fa Coppola, costruendo un intreccio che scorre parallelo a quello dei precedenti episodi, che sceglie soluzioni narrative molto simili e che ripropone immagini quasi identiche, dal massacro sulle note della Cavalleria Rusticana al destino di Michael, consumato in un vuoto e malinconico giardino.

Il problema è che sembra di guardare una versione distorta, appannata, tirata via e malriuscita dei primi due film. La storia di Michael Corleone giunge al capolinea raccontando di un uomo stanco e sfibrato, finalmente convinto e deciso a ridare dignità e onestà alla sua famiglia, ma destinato a scontrarsi nel peggiore dei modi con una realtà drammatica e crudele. Non c’è modo di uscirne, non è possibile lavarsi l’anima e sfuggire alla propria natura. E altrettanto stanche, sfibrate, prive di nerbo, appaiono la scrittura e la regia di Coppola.

Una considerazione a parte merita Sofia Coppola, che, poveretta, fa quel che può, ma deve combattere con la presenza scenica di un parafango e una voce che in qualche modo ricorda il poetico risciacquo di un water intasato. I dialoghi in campo-controcampo fra lei e Andy Garcia sono impietosi in quel loro mostrare da una parte un attore che davvero buca lo schermo con la sua sola presenza e dall’altra una poveretta scartata dal casting di Un posto al sole.

Nonostante tutto, però, Il padrino parte terza ha i suoi pregi. Ad esempio nel raccontare, per quanto non benissimo, della disperata e struggente lotta di Michael Corleone contro un destino ineluttabile e nel tratteggiare, invece molto bene, la triste relazione fra il Padrino e la sua ex moglie Kay. Insomma, così come non condivido gli osanna generali per il secondo episodio, mi distacco dal feroce odio che si percepisce per il terzo. Che comunque, va detto, si trova proprio in una galassia distante anni luce dai precedenti due. Lontana lontana, quasi.

Thank You For Smoking


Thank You For Smoking (USA, 2005)
di Jason Reitman
con Aaron Eckhart, Cameron Bright, Sam Elliott, William H.Macy, Robert Duvall, Maria Bello, David Koechner, Rob Lowe

Thank You For Smoking è l’ottimo esordio cinematografico del figlio d’arte Jason Reitman, che confeziona una divertente, intelligente e graffiante commedia nera, in grado di far riflettere su un tema tutto sommato abbastanza trito. Per giocare con l’industria del tabacco, Reitman non sceglie l’abusata via del docufilm, ma preferisce realizzare vero cinema, ben scritto, ben interpretato e misurato al punto giusto.

Aaron Eckhart torna in un ruolo a lui estremamente congeniale, quello dello smargiasso “corporate” con cui si era fatto notare quasi un decennio fa nell’esordio registico di Neil LaBute. Ma rispetto a quell’insopportabile Chad, Nick Naylor è un personaggio decisamente più accattivante, simpatico, amorevole nei confronti del figlio e impossibile da non apprezzare per il modo sincero in cui affronta il suo lavoro.

Reitman dirige con grande senso del ritmo e punta il dito più che sull’industria del tabacco, sulla necessità di pensare con la propria testa, di riflettere sulle proprie azioni e cercare sempre di informarsi, documentarsi, senza dare per scontato ciò che ci viene passato come verità assoluta. Non mostra mai, per tutto il film, una sigaretta accesa, non mette in scena facile pietismo, mantiene sempre toni leggeri e divertenti. E, volontariamente o meno, infila nel racconto anche un figlio d’arte come lui, che glorifica il padre e ne ripercorre le tracce di abile oratore maneggione.

La figura di Joey, interpretato dal sempre ottimo Cameron Bright, fa da collante fra le varie gag e trasforma quella che poteva essere una semplice serie di divertenti sketch messi in fila in un bel film. Gli unici dubbi stanno forse nel voler presentare praticamente chiunque come una simpatica macchietta. Ok, non esistono i buoni e i cattivi, siamo tutti sfumature di grigio, ma forse così sembra tutto un po’ troppo leggero e poco incisivo.