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The Walking Dead – Stagione 7

La settima stagione di The Walking Dead, perlomeno fino a metà, ha funzionato come da tradizione: una prima puntata fenomenale e poi un discreto ammosciarsi sui suoi ritmi compassati e i suoi alti e bassi. La solita roba che rischia di ammazzarti le gonadi se la segui di settimana in settimana ma che tutto sommato, almeno se lo chiedete a me, ha un suo senso e un suo ritmo se ti spari la maratona. In questo caso, però, quasi alzo le mani e mi arrendo: la prima metà di stagione, pur avendo, lo ripeto alla faccia delle polemiche, una prima gran puntata e qualche bel momento, ha stancato abbastanza pure me, che ho bene o male sempre difeso la serie. Sarà che era veramente un po’ troppo tutto un preparare faccende senza avanzare in maniera concreta. Sarà che alla fin fine Negan, per quanto reso a meraviglia da un Jeffrey Dean Morgan alla prima occasione in carriera che gli permette di mostrare carisma senza tentare di sedurre casalinghe, m’è parso sottosfruttato. Sarà che quando ti giochi la morte pesante stagionale all’esordio poi diventa dura, e infatti il cadavere di metà stagione chi se lo incula, ma insomma, meh. Poi, però, è successo qualcosa.

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The Good Wife – Stagione 7

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Per sette stagioni consecutive, fra alti e bassi, con qualche impaccio d’avvio, un picco clamoroso, un po’ di ricaduta e infine un anno conclusivo decisamente buono, The Good Wife ha tenuto alta la bandiera della televisione classica, da network, quella con le stagioni lunghe che portano avanti la loro storia tramite una struttura procedurale. E in quei sette anni è stata probabilmente la miglior serie da network degli ultimi… boh… quindici? Qualcosa del genere, perlomeno, dai. Certo, oggi come oggi, è un po’ una vittoria nel campionato della sfiga, ma il fatto è che The Good Wife è stata una serie clamorosa a prescindere da dove la trasmettevano e ha dimostrato anno dopo anno quanto sia ancora possibile fare ottima televisione anche senza la libertà strutturale e creativa di cui puoi godere fra streaming e cavo. Il tutto, ripeto, sparando fuori ogni anno venti e più puntate dalla qualità costante e altissima, in un mondo in cui, cavo o non cavo, ci sono serie che riescono ad essere altalenanti e logorroiche anche su stagioni da tredici, sei, perfino tre puntate. E questo, magari, fa un po’ più impressione.

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E anche quest’anno di The Walking Dead è andato

Mettiamo subito le mani avanti: faccio parte dei milioni di persone che continuano a seguire con piacere The Walking Dead. Mi sembra di averlo già esternato a sufficienza quando ho scritto della prima metà di stagione, mi appresto a ribadirlo nello scrivere della seconda metà, che, pur con qualche dubbio, mi è piaciuta e mi ha divertito. Ho perfino apprezzato il finale che ha scatenato le ire di Twitter! Inoltre, già che ci siamo, tanto vale puntualizzare anche che, a partire da questa stagione, ho smesso di seguire la serie di settimana in settimana e ho adottato la modalità con cui guardo un po’ tutto in televisione: aspetto di avere un blocco di puntate completo e poi me lo sparo nel giro di pochi giorni. Questa cosa, in particolare, ci tengo a dirla, perché ho sempre avuto l’impressione che The Walking Dead, per ritmo, tempi e struttura della narrazione, faccia parte di quel gruppo di serie TV che guadagnano davvero tantissimo dal cosiddetto binge watching, nonostante nasca e sia teoricamente pensata per la trasmissione televisiva. Infine, ultima premessa: non parto con l’intenzione di fare grossi spoiler, ma insomma, scrivo comunque rivolgendomi a chi ha finito di guardarsi la stagione. Uomo avvisato…

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The Walking Dead – La stagione 6 fino a qui

La sesta stagione di The Walking Dead parte col botto, gettando lì una situazione convulsa, dal ritmo trascinante, che va a coinvolgere in maniere diverse un po’ tutto il cast allargato, compreso qualche nuovo arrivo, e si protrae con grande efficacia per le prime tre puntate. Guardandosi poi questa prima metà d’annata nel giro di pochi giorni, come ho fatto io, quelle prime tre puntate lasciano quasi senza fiato, non necessariamente per il ritmo, che come al solito alterna momenti d’azione ad altri più lenti, ma per il modo eccellente in cui viene gestito tutto quanto. Lo sviluppo degli eventi è articolato, ben pensato e organizzato, con una bella evoluzione delle due minacce affrontate in parallelo e un ottimo sfruttamento di quella struttura a racconto “alternato” che è tratto caratteristico della serie da ormai quattro anni. Insomma, bene, molto bene.

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Watchmen

Watchmen (USA, 2009)
di Zack Snyder
con Jackie Earl Haley, Patrick Wilson, Malin Akerman, Billy Crudup, Matthew Goode, Jeffrey Dean Morgan

I primi, boh, dieci o quindici minuti del Watchmen di Zack Snyder rappresentano una splendida dichiarazione d’intenti, che mostra fin da subito tutto quel che arriverà dopo. C’è la fedeltà al fumetto maniacale, riverente, se vogliamo anche un po’ pacchiana, fatta di inquadrature identiche, dialoghi ricalcati in copia carbone, gesti e sguardi. C’è la spettacolarizzazione di una morte, con un combattimento plastico, violento, vibrante, che in realtà nel fumetto non si vede nemmeno per sbaglio. C’è quello splendido collage dei titoli di testa, così pieno di tanti piccoli dettagli che funzionano per i fatti loro, ma assumono tutt’altro significato se hai letto il fumetto (o già visto il film). C’è la colonna sonora che spara fin da subito le cartucce pesanti, con un Bob Dylan da brividi. C’è tutta la poetica di Snyder, messa lì, fin da subito, che dice: “Oh, io l’ho fatto così, spero vi vada bene”. E a me va bene, via.

Poteva, il Watchmen cinematografico, rappresentare qualcosa della stessa portata di quanto fatto vent’anni fa da Alan Moore e Dave Gibbons? No che non poteva, per mille motivi, a cominciare dal fatto che il cinema di genere non ha certo bisogno dello sverginamento che serviva al fumetto di supereroi negli anni ottanta. Certo, magari mettendo Watchmen in mano a un Kubrick, a un regista geniale e poco interessato all’adattamento timoroso e fedele, ne sarebbe venuto fuori qualcosa di totalmente clamoroso e che, ovviamente, avrebbe fatto incazzare a morte i fan del fumetto. Ma tanto quelli si incazzano comunque, anche se non lo sanno. Anche se dicono che in fondo Snyder ha lavorato bene, loro sono incazzati lo stesso.

Epperò, bisogna dirlo, Snyder ha lavorato bene. Perché Watchmen alla fin fine è un bel film, che in qualche modo fa comunque compiere un ulteriore passo in avanti nel cammino fatto percorrere di recente da Iron Man e Il cavaliere oscuro a questa sottospecie di “genere” dei supereroi cinematografici. Un cammino in cui prova a scrollarsi di dosso l’adolescenza e ad ammantarsi di toni adulti, cercando un riconoscimento “alto” che non è neanche detto debba necessariamente spettargli.

Watchmen è un film di supereroi che non rinuncia totalmente alle convenzioni note, ma allo stesso tempo se ne distacca con sottolineata insistenza. Un film placido e maestoso, in cui i personaggi si perdono in conversazioni infinite e ogni tanto spezzano il ritmo tirando ceffoni al rallentatore. Un film estremamente bello da osservare, sviscerare in ogni sua inquadratura, non solo per chi ha voglia di fare il paragone allo stop motion, ma proprio per un’indiscutibile, violentissima carica visiva.

Un film che molti hanno trovato freddo, poco passionale, ma che al contrario a me di emozioni ne ha date molte. Non so bene cosa sia che mi fa entrare in sintonia con Snyder a film alterni, ma tanto guardando 300 non sono riuscito a farmi prendere neanche un attimo, quanto Watchmen mi ha accalappiato nelle budella, con questo suo modo viscerale e sboccato di riprodurre la malinconia, la disillusione, la profonda tristezza del racconto di Moore. E questo Watchmen è, ne sono sicuro, un’esperienza vibrante, potente, travolgente, tutta da gustarsi, specie poi sulla tovagliona dell’IMAX.

Ma il paragone con il fumetto? Il paragone con il fumetto mi è impossibile non tirarlo fuori, avendo ancora belli freschi in testa entrambi. Non è mai una roba che m’interessi più di tanto o che possa rovinarmi il film “a prescindere”, però certo è interessante notare le scelte fatte da Hayter, Snyder e Tse. L’impressione è che i tagli siano abbastanza accettabili e non vadano a danneggiare il film, anche se certo gli impediscono di vantare la stessa ricchezza e profondità dell’opera originale.

I vari piccoli personaggi di contorno, per esempio. Nel fumetto di Moore, pur non andando poi troppo oltre lo status di macchiette, donano all’affresco una vita incredibilmente più forte, ma nel film appaiono appena, stanno lì sullo sfondo, inutili ma non dannosi per chi non li conosce, semplici strizzatine d’occhio per i fan che “sanno”. Ma c’è altro, che è cambiato, e che un pochino il naso te lo fa storcere per forza.

C’è la morte di un personaggio minore, evento a dir poco fondamentale nella crescita di Nite Owl, che nel film è stata tagliata. C’è il didascalismo di inquadrarti Rorschach per bene mentre regge il cartello, apposta per farti capire che è lui. C’è la maniera indecente in cui il gufaccio, ancora lui, viene fatto partecipare, urlare, sfogare nel finale, banalizzando in maniera tremenda uno fra i momenti più intensi di Watchmen. Che alla fine, diciamocelo, sticazzi del polipone, la vera cosa fastidiosa del finale di Snyder è proprio quella, quell’urlo, quel paio di cazzotti, quel mezzo stupro di un momento in origine molto più raffinato e toccante.

C’è anche però una scelta impressionante degli attori, tutti mostruosamente in parte. Pure Ozymandias, che in foto faceva sicuramente schifo al cazzo, e che fra tutti è quello che meno ricorda il personaggio a fumetti, è interpretato in maniera molto azzeccata (occhio, l’ho visto in originale, non so come sia il doppiaggio). E Manhattan e Rorschach sono favolosi. E le due scene madri del rosso sono da brividi, nonostante il gufaccio.

Insomma, a conti fatti, visti anche certi scempi fatti in passato sulle creature di Alan Moore, mi sembra ingeneroso criticare un adattamento che sì, spettacolarizza, enfatizza ed esagera, ma allo stesso tempo in qualche modo prova a mantenersi rispettosamente fedele a uno spirito certo diluito e semplificato, ma sempre presente. Anche perché poi non ci ho trovato molto di fuori posto. Le poche scene d’azione mi sono stranamente piaciute (ben più che in 300) e in qualche modo il taglio crudo mi è parso estremamente adeguato.

Davvero è un problema se in un film in cui dei criminali vengono pestati come fabbri si vede qualche osso spezzato e un po’ di sangue (in parte, fra l’altro, preso di peso dal fumetto, senza dimenticare che nel finalone di sangue se ne vede molto meno rispetto alle vignette di Gibbons)? Davvero è un problema se i supereroi al cinema si permettono di scopare (e quella scena, suvvia, è volutamente esagerata, sopra le righe, buffa, anche se magari non proprio di buonissimo gusto)? E mica ci si sconvolgerà per l’uccellone circonciso del Doc Manhattan, no? No, dai.