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The Great Wall

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The Great Wall segna probabilmente un nuovo passo nella sempre più forte storia d’amore fra Hollywood e la Cina, una storia d’amore che fino a oggi ci ha regalato grosse coproduzioni con star cinesi e sottoproduzioni con attori americani di secondo, terzo, quarto e dodicesimo piano impegnati a recitare all’ombra della muraglia. Qui, però, se non mi sfugge niente, forse per la prima volta si mira così alto a livello di nomi coinvolti per strizzare brutalmente l’occhio anche al pubblico occidentale. Sui cartelloni, infatti, c’è Matt Damon, che il suo bello star power continua ad avercelo in tutto il mondo. A circondarlo, un cast di nomi orientali dal peso non indifferente (Andy Lau forse il più riconoscibile da queste parti), con Willem Dafoe nel classico ruolo minore per pagarsi la rata del mutuo e un paio di altri caratteristi per far numero. Alla regia Zhang Yimou, per la prima volta alle prese con un film recitato in lingua inglese e talmente interessato alla faccenda che il pilota automatico sembra averlo inserito sei mesi prima di iniziare le riprese.  E il sapore è quello del film studiato interamente a tavolino, messo assieme seguendo il manuale per fare il compitino pulito e preciso.

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Spider-Man – La trilogia

Spider-Man (USA, 2001)
di Sam Raimi
con Tobey Maguire, Kirsten Dunst, Willem Dafoe, Kirsten Dunst, James Franco

Rivedendo il primo Spider-Man a sei anni di distanza, ho trovato conferma per le impressioni contrastanti che ricordavo. Da una parte il piacere di poter osservare una versione in “carne e ossa”, fedele all’originale nei tratti caratteristici e frutto di un evidente amore per il personaggio da parte di Sam Raimi. Dall’altra una pellicola debole, farraginosa, per certi sfilacciata. Un film d’azione con un antagonista incapace di andare oltre il suo pur divertente macchiettismo, una serie di personaggi poco più che abbozzati e uno script che paga la presunta necessità di raccontare sempre le origini nel film d’esordio.

E allora ci si deve sorbire una genesi lunga due ore, ben ritmata e, soprattutto, graziata dalla presenza dietro alla macchina da presa di una persona che gira le scene d’azione come davvero pochissimi altri, ma che dà l’impressione di non riuscire ad andare oltre il compitino svolto diligentemente. L’incredibile somiglianza di un po’ tutti gli attori al modello originale (un Jameson migliore non si poteva proprio trovare), la voglia di rielaborare in chiave moderna i personaggi senza tradirne lo spirito e in generale la capacità di rendere così bene su pellicola l’impatto visivo dei fumetti rendono questo Spider-Man – perlomeno ai tempi dell’uscita – l’adattamento fumettistico meglio realizzato di sempre. E ancora oggi, nonostante degli effetti speciali poi surclassati dai seguiti, il film si conserva abbastanza bene. Certo, vien da chiedersi se fra una decina d’anni sarà invecchiato male come l’ormai decrepito primo Batman di Tim Burton…

Spider-Man 2 (USA, 2004)
di Sam Raimi
con Tobey Maguire, Kirsten dunst, Alfred Molina, James Franco

Così come accaduto anche per altre serie tratte da fumetti, il secondo episodio si rivela decisamente più compiuto, maggiormente vicino alla sensibilità di un autore forse anche più libero di lavorare fuori da costrizioni di produzione. Ma i pregi di Spider-Man 2 stanno innanzitutto in una sceneggiatura estremamente solida, che non va certo oltre l’ordinarietà di un manicheo conflitto fra super esseri, ma regala personaggi un po’ più ricchi e mostra una maggiore capacità di dosare ritmi e tempi. Raimi, poi, abbraccia con più convinzione lo spirito spensierato e goliardico dell’Uomo Ragno che piace a lui, mostrandoci un personaggio carico di autoironia e scegliendo di affrontare eventi dal forte peso drammatico con un forte taglio umoristico e la consapevolezza di non poter prendere più di tanto sul serio queste storielline d’amore e questi iperbolici drammoni adolescenziali.

In Spider-Man 2, poi, c’è l’unico villain davvero ben caratterizzato (e interpretato) di tutta la serie, affidato a un Alfred Molina capace di spazzare via in un attimo le mossette e i sorrisini di Willem DaFoe. E regia ed effetti speciali raggiungono un livello strepitoso, capace di rendere su pellicola come forse non si pensava fosse possibile la spettacolare complessità dell’azione fumettistica. Tutta la sequenza del combattimento sul treno, per esempio, è incredibile per ritmo, intensità e capacità di riprodurre le dinamiche e le tematiche del fumetto di supereroi.

E non manca il gusto per l’ammiccamento, l’attenzione al fan che può riconoscere la storyline palesemente ripresa nell’intreccio, o le tante citazioni grafiche costruite su schermo come tavole del fumetto, fra le quali spicca senza dubbio lo Spider-Man No More citato a parole da Tobey Maguire e per immagini da Sam Raimi. Insomma, Spider-Man 2, nella sua semplicità di blockbusterone estivo, è forse il perfetto film dell’Uomo Ragno. Meglio di così era davvero difficile fare.

Spider-Man 3 (USA, 2007)
di Sam Raimi
con Tobey Maguire, Kirsten Dunst, James Franco, Thomas Haden Church, Topher Grace, Bryce Dallas Howard

Il terzo episodio della serie paga un po’ il desiderio di inserire sempre di più, senza tregua e senza ritegno, cercando di accontentare in tutti modi i fan e di accumulare scene d’azione a raffica. Ne viene fuori una sceneggiatura sfilacciata, senza particolari buchi o passi falsi, ma che fatica a tenere insieme l’abbondanza di temi e personaggi e finisce per trascurarne in buona parte l’approfondimento. E così ci ritroviamo per esempio con un Venom piuttosto sprecato e una Gwen Stacy messa lì tanto per far numero.

Eppure, nonostante questo e nonostante un Tobey Maguire inguardabile, che sembra in procinto di trasformarsi in un Tom Hanks del tutto privo di carisma, Spider-Man 3 funziona, grazie soprattutto alla bravura di Raimi, uno che, tocca ripeterlo, gira come quasi nessuno. La scena della gru, da sola, vale il film, ma in generale, di momenti registici in grado di giustificare la visione e rendere marginale qualsiasi difetto la pellicola possa avere, Spider-Man 3 è davvero pieno.

Inoltre Raimi riabbraccia in pieno lo spirito autoironico e irriverente del secondo episodio, mostrandoci per esempio un Peter Parker che, grazie all’influenza “potenziante” del costume alieno, non diventa uomo di successo ma si limita a convincersene, rimanendo però il solito ingenuotto. Per non parlare dell’ennesimo cameo di Bruce Campbell, brillantissimo come sempre. Comicità per lo più di grana grossa, forse anche mirata a un pubblico infantile, ma che in fondo rende ancor più palese l’intento di mantenere un’atmosfera sognante, fiabesca, fumettosa, tutto sommato anche molto riuscita.

Spider-Man 3 è un degno capitolo finale per una trilogia omogenea e riuscita, ma che aveva decisamente bisogno di concludersi. Chiude i fili lasciati in sospeso, mostrando qualche ruga di troppo, ma rimanendo nella sostanza sui livelli dei precedenti film. Ora bisogna passare ad altro, come del resto sembra dire lo stesso Raimi, chiudendo per la prima volta non sull’Uomo Ragno in volo fra i palazzi, ma su Peter e Mary Jane uniti in borghese.

A margine, devo ancora una volta sottolineare la mia ormai totale insofferenza nei confronti dei film doppiati. Zia May, che nei primi due episodi appena rivisti in originale mi era parsa un’adorabile vecchietta interpretata da un’attrice davvero brava, in italiano diventa una lancinante e insopportabile lagna. Gwen Stacy, la cui versione cinematografica già in partenza non è il più ricco e profondo dei personaggi, ottiene in regalo una cadenza da Valeria Marini sotto effetto di sostanze stupefacenti. Tobey Maguire viene graziato da una voce certo degna della faccia da frolloccone che si ritrova, ma davvero insopportabile. E via così, senza fine, e senza neanche stare a discutere di gioiellini come “silicone” (chi deve capire capisca) e altre perle del genere. Non ce la faccio più.

Inside Man


Inside Man (USA, 2006)
di Spike Lee
con Denzel Washington, Clive Owen, Jodie Foster, Christopher Plummer, Willem Dafoe, Chiwetel Ejiofor

Dopo il deludente Lei mi odia, Spike Lee sceglie di realizzare il classico progetto su commissione (probabilmente stipendiato da una qualche lobby ebraica) e si getta nel fantastico mondo delle rapine in banca. Con in mano una stella emergente come Clive Owen e l’affezionato gigione Denzel Washington, dal regista newyorchese sarebbe lecito attendersi un efficace blockbuster. Il problema, però, è che Lee non affronta il progetto con la giusta umiltà e sembra quasi ostentare un certo disprezzo per ciò che sta facendo.

Inside Man funziona abbastanza bene grazie alla buona sceneggiatura e alle ottime prove dei due protagonisti, ma soffre un po’ la voglia di “firmare” a tutti i costi ostentata da Lee. Il monologhino verso la macchina da presa, la solita immagine del personaggio che si muove senza camminare, le battutine sul melting pot… tutti momenti un po’ fuori posto, fini a loro stessi, quasi buttati lì solo per far contenti i fan che si bevono qualsiasi cosa Spike Lee partorisca.

Più in generale il film paga una parte centrale in cui il racconto stenta un po’ e tende a girare su se stesso, con una regia e una colonna sonora troppo didascaliche, qualche trovata narrativa improbabile, facili moraline e inserti di pubblicità progresso che lasciano davvero il tempo che trovano. Un film piacevole, ma che non ha l’onestà intellettuale di limitarsi ad essere puro “entertainment”.

The Boondock Saints


The Boondock Saints (Canada/USA, 1999)
di
Troy Duffy
con
Sean Patrick Flanery, Norman Reedus, Willem DaFoe, David Della Rocco

Cosa succede se un irlandese che si è visto tonnellate di polizieschi orientali decide di dedicarsi alla regia? Succede The Boondock Saints. L’opera prima (e ultima) di Troy Duffy, infatti, pesca a piene mani da quell’immaginario con gli occhi a mandorla, fatto di personaggi smodatamente sopra le righe, estremizzazione di valori e sentimenti e situazioni ben oltre il limite del ridicolo, seppur tenute in piedi da una certa carica autoironica.

The Boondock Saints, ovviamente, non si limita a questo, ma attinge da tutta la cinematografia di genere occidentale. Un pizzico di Tarantino, una spruzzata di Scorsese, un po’ di deriva religiosa e il minestrone soddisfa grazie una scrittura rozza, ma efficace, caratterizzata da idee interessanti e da un divertente inseguirsi di lingue e accenti da tutto il mondo.

Sorta di The Punisher innaffiato di birra, sulla distanza la pellicola di Duffy mostra un po’ la corda, per la continua ripetizione delle stesse soluzioni narrative – interessanti, ma pochine – e per l’incapacità di realizzare una chiusura degna. Resta comunque un’opera prima interessante, della quale però non si sono visti seguiti.