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L’amore in gioco


Fever Pitch (USA, 2005)
di Bobby e Peter Farrelly
con Jimmy Fallon, Drew Barrymore

Ma che piacevole sorpresa, questo riciclarsi dei fratelli della sborra Bobby e Peter Farrelly nel ruolo di registi da commediola politically correct. L’amore in gioco si basa sul libro Febbre a 90° di Nick Hornby, già ispiratore di un omonimo film britannico. Ovviamente, il titolo originale di tutte e tre le opere è lo stesso: Fever Pitch. Hornby parlava di calcio, i Farrelly hanno spostato l’obiettivo sul baseball, che comunque per gli americani è praticamente come il calcio per noi. Anzi di più. E del resto i tifosi dei Red Sox sono come gli interisti (anzi di più).

In realtà più che di sport si parla di sentimenti, del modo tremendamente diverso in cui uomini e donne, spesso, si rapportano alle cose e alla vita, e sì, anche dell’infantile, giocoso e irresistibile amore per la propria squadra. Il tutto, va detto, senza sconfinare praticamente mai nella retorica e nel pietoso romanticismo, ma anzi mantenendosi in perfetto equilibrio sull’orlo del baratro. E schivando la compiacente, ammiccante, insopportabile furbizia di About a Boy.

Ben è un ragazzo gentile, simpatico, autoironico e divertente. Fa il professore, è single e, portafogli vuoto a parte, rappresenta un partito perfetto. Lindsey è una super manager, vincente, iperattiva, bella. Ed è pure simpatica. Incontra Ben, inizia a frequentarlo, se ne innamora. Tutto sembra fantastico, ma il dramma è dietro l’angolo: Ben è un tifoso dei Boston Red Sox. Ed è un tifoso da abbonamento stagionale tutti gli anni, fin da bambino. I vicini di posto allo stadio sono di famiglia, le partite – specie se c’è la sfida con gli Yankees – sono appuntamenti irrinunciabili.

E, non bastasse questo, stiamo parlando dei Red Sox. La squadra afflitta dalla Maledizione del Bambino, che da oltre ottant’anni massacra impietosamente il cuore dei tifosi di Boston. Nel 1920, infatti, Babe Ruth, eroe di tre titoli vinti dai “Bosox”, venne ceduto agli Yankees per un capriccio del proprietario e maledisse letteralmente la sua ex squadra. I pigiami di New York, che fino a quel momento non avevano mai giocato una finale, da allora a oggi hanno partecipato a trentanove edizioni delle World Series e conquistato ventisei titoli. I Red Sox hanno invece dato il via a decenni su decenni di tremende sconfitte, fatte di crolli nelle gare decisive e allucinanti rimonte subite.

Viste le premesse è facile immaginare come, nonostante inizialmente la vita “sportiva” di Ben e i duri impegni lavorativi di Lindsey sembrino potersi conciliare, alla lunga arriverà la crisi. Ma non mancherà il lieto fine, che del resto i Farrelly non ci hanno mai negato anche quando facevano gli scorrettissimi. Lieto fine, fra l’altro, davvero a tutto tondo: la clamorosa rimonta da 0-3 dei Red Sox sugli Yankees e la successiva vittoria nelle World Series raccontate nel finale, infatti, sono avvenute nel 2005, a riprese ancora in corso, costringendo i due registi a riscrivere parte della sceneggiatura per includerla. Anvedi gli scherzi del destino!

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Donnie Darko – The Director’s Cut


Donnie Darko – The Director’s Cut (USA, 2004)
di Richard Kelly
con Jake Gyllenhaal, Maggie Gyllenhaal, James Duval, Jena Malone, Holmes Osborne, Mary McDonnell, Drew Barrymore, Noah Wyle, Beth Grant, Patrick Swayze

È la seconda volta nel giro di relativamente poco tempo che mi trovo a guardare la Director’s Cut di un film senza aver mai visto l’originale. E in entrambi i casi, con Hellboy qualche tempo fa e con Donnie Darko qualche giorno fa, ho l’impressione di vedere un film prolisso, esageratamente lento, mal costruito e a cui, a conti fatti, sarebbe servita la classica sforbiciata. Non solo, in entrambi i casi chi ha invece visto solo l’edizione “theatrical” non condivide le mie impressioni. Forse che ‘sti produttori-censori-criminaliconleforbici conoscono il loro lavoro?

Donnie Darko è un film interessante e dall’atmosfera particolare, caratterizzata da quel suo stile nebbioso, allucinato e, tutto sommato, un po’ pretenziosetto. Stile che però gli regala anche una sua precisa identità, che certo non rappresenta un demerito. Affascina con le sue teorie contorte, anche se deve buona parte del suo appeal al non voler spiegare un cazzo, al lasciare allo spettatore il gusto di farsi le sue interpretazioni su un intreccio che, se raccontato in maniera lineare, richiederebbe due righe.

Vive sull’estrema simpatia di praticamente tutti i personaggi “positivi”, sulla bravura degli interpreti e su un macchiettistico strizzare l’occhio agli anni Ottanta e al ricordo che ce ne portiamo dietro. Dà di gomito citando i Goonies (o E.T., fa lo stesso) e aizzando gli animi con l’elogio dello sfigato, la storia d’amore tenera, la chiacchierata tarantiniana sui Puffi, lo studente che alza la voce con l’adulto-macchietta, il genitore adorabile che tutti vorremmo avere (avuto). Fa, insomma, tutto quello che deve fare per raggiungere un prevedibile status di piccolo grande cult. Lo fa apposta? Vai a sapere. Però lo fa bene, e tanto basta.

Per quanto riguarda la Director’s Cut, chiaramente non è che possa fare paragoni. Leggo su Wikipedia l’elenco dei cambiamenti e l’impressione è che possa essere interessante per chi ha amato l’originale. Viene anche la curiosità di vederlo, l’originale, per capire se, come il naso mi suggerisce, sia davvero un film migliore. Il problema è che c’è poca voglia di rivederlo, il film.