La robbaccia del sabato mattina: Bound

Questa settimana non ho molta robbaccia da segnalare, magari perché non ce n’è proprio, magari perché sono stato distratto, magari perché ho da fare, magari perché proprio non è sucesso niente. Comunque, leggo in giro che le voci di un Paul Rudd in corsa per il ruolo da protagonista nell’Ant-Man di Edgar Wright corrisponderebbero a realtà e a me l’idea piace tantissimo, ce lo vedo proprio bene. Sempre in zona supereroi, segnalo un sito davvero sfizioso legato a X-Men: Giorni di un futuro passato, che presenta una sorta di reportage giornalistico sulla partecipazione di Erik “Magneto” Lehnsherr all’omicidio di John Fitzgerald Kennedy. Il video qua sotto viene da lì.

Poi c’è questo teaser trailer per The Boxtrolls, il nuovo film della gente che ha fatto Coraline e Paranorman. Sembra davvero tanto pucci. E poi ha le voci di Simon Pegg ed Elle Fanning. E poi ho aperto la scheda di Elle Fanning su IMDB, ho visto che ha ancora quindici anni e sono scappato urlando.

Infine, questa doppietta di video che mi ha fatto piangere. Sul serio.

E basta, tutto qui. Buon fine settimana. A Parigi piove. Sempre.

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Upstream Color

Upstream Color (USA, 2013)
di Shane Carruth
con Amy Seimetz, Shane Carruth

Shane Carruth è un laureato in matematica che ha iniziato la sua carriera lavorativa impegnato nella creazione di simulatori di volo e poi ha deciso di darsi al cinema, facendolo senza compromessi, nel ruolo di sceneggiatore, regista, attore, produttore e financo autore della colonna sonora di film stra-personali, realizzati di testa sua, in maniera totalmente libera e indipendente, senza tollerare alcun tipo d’ingerenza da parte di produttori o chicchessia. Nel 2004 è uscito Primer, suo film d’esordio, che ha vinto numerosi premi ed è generalmente noto come “Quel film sui viaggi nel tempo in cui non si capisce niente e forse, se ti concentri molto, alla terza o quarta visione capisci metà di quel che racconta”. Dopodiché, probabilmente anche un po’ per quella storia bizzarra del “Faccio come dico io e non rompetemi le palle”, per vedere il suo secondo film si è dovuto aspettare il 2013. Nove anni di attesa, durante i quali il suo nome è spuntato praticamente solo in relazione a Looper, per il quale ha contribuito alla sceneggiatura con qualche annotazione. E com’è, Upstream Color? Beh, è “Quel film in cui non si capisce niente e forse, se ti concentri molto, alla terza o quarta visione, capisci perlomeno di che cosa parla.”

Considerando che io di visione ne ho alle spalle una sola, oltretutto risalente ormai a quasi due mesi fa, potrebbe risultarmi un po’ complesso riassumere in poche parole il soggetto alla base del film. Ma, intendiamoci, mi sarebbe risultato altrettanto complesso farlo subito dopo averlo visto. Anzi, ricordo distintamente più di una chiacchierata con altre persone in cui (non) raccontavo quel che avevo visto. Provo quindi a segnalare alcuni punti fermi. Al centro del film c’è una storia d’amore, o qualcosa del genere. All’inizio del film c’è un personaggio che alleva dei vermi, o qualcosa del genere, che gli permettono di controllare volontà, movimento e comportamento delle persone a cui li inocula (o qualcosa del genere). Dopo l’avvio del film, questo personaggio scompare del tutto e la storia si concentra sul rapporto complicato fra due reduci – un lui e una lei – del trattamento di cui sopra, dal quale difficilmente si esce bene. Ah, c’è anche un tizio che alleva dei maiali.

E dunque? Dunque, Upstream Color è innanzitutto un film tremendamente affascinante per le sue atmosfere, la sua messa in scena surreale, la sua stordente cura per l’immagine e il gusto tutto particolare con cui riesce a piazzarti in fila una lunga serie di visioni e scene molto evocative. Preso scena per scena, fra l’altro, ti dà anche l’impressione di stare capendo quel che accade: è quando provi a trovare un filo logico che unisca tutto quanto, che emergono i problemi. Non perché il filo logico manchi, anzi, è evidente e neanche troppo sottile, ma perché se si cerca di trovare un senso lineare nel racconto si finisce per impantanarsi nel whaddafuck. E allora godersi Upstream Color diventa in fretta molto facile: assimilato lo stato delle cose, butti fuori dalla finestra il disperato tentativo di star dietro alla storia e ti limiti a immergerti nel mondo stralunato di Shane Carruth, godendoti il suo tripudio d’immagini assurde, la forza romantico-depressa del rapporto fra i due protagonisti e la riflessione sul libero arbitrio e sul senso d’identità che nonostante tutto, pur nel delirio sconclusionato della narrazione, emerge di prepotenza. Per il resto ci sono la seconda, la terza e la quarta visione. E le successive.

Ho visto Upstream Color a settembre, al cinema, durante il Fantasy Filmfest a Monaco di Baviera. Il film è uscito nei cinema americani a distribuzione limitata e pure in quelli britannici. Esiste inoltre in formato DVD e Blu-ray, ma al momento solo in America. Non tratterrei il fiato in attesa di una distribuzione italiana.

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X09: "Lavori in corso"

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X09: “Repairs” (USA, 2013)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
episodio diretto da Bill Gierhart
con Clark Gregg, Brett Dalton, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge, Ming-Na Wen

In linea teorica, oggi dovrei partire col solito pippone sul fatto che hanno rotto le scatole, che ancora una volta prendono di petto il passato di un personaggio ma poi se la giocano sbriciolando fuori solo qualche minimo dettaglio, mantenendo un “affascinante” alone di mistero sul nocciolo della questione. Ma se mi sono stufato di scriverlo io, figuriamoci quanto può essere piacevole da leggere. E comunque, di fondo, l’ho appena fatto. In senso assoluto, l’episodio di questa settimana ha il pregio di mettere al centro delle vicende May e offrire per la prima volta, dopo l’anteprima del precedente episodio, uno sguardo un po’ più approfondito sul personaggio, l’unico a cui ancora non ci si era dedicati. E la cosa, via, è apprezzabile, anche se i risultati non è che siano poi così tanto approfonditi.

Per il resto, la puntata si concentra su un nuovo caso della settimana, dai poteri magari non originalissimi – ma d’altra parte mi chiedo se sia ancora possibile, nel 2013, inventarsi dei poteri originalissimi – però efficaci e divertenti sul piano visivo, oltre che della messa in scena di un po’ d’azione. Purtroppo la cosa viene abbastanza sprecata per la caratterizzazione sempliciotta e bambinesca che hanno scelto di dare al personaggio, per altro in linea con i siparietti da quarta elementare messi in piedi dal trio di giullari che si diverte in laboratorio. E il risultato è un episodio che alterna passaggi molto riusciti a momenti davvero stancanti, sprecando un po’ il ritorno sulla tematica della gente comune alla prese coi mondi fantastici. In un certo senso, si potrebbe quasi dire che la puntata tutta sia un perfetto riassunto in breve dei pregi e dei difetti che la serie in generale si porta dietro.

Al di là dell’episodio più o meno riuscito, però, l’impressione è che si stia arrivando al dunque. Dopo la pausa della prossima settimana, ci aspetta una puntata in due parti, che rimetterà al centro dell’attenzione il conflitto con l’organizzazione segreta Centipede e riporterà in scena il personaggio di Mike Peterson, magari con l’intenzione di proporlo come nuovo membro più o meno semi-fisso del cast. In un colpo solo, quindi, la serie prova ad alzare un pochino le ambizioni a livello di struttura narrativa e a spingere più forte sull’utilizzo di personaggi con superpoteri. D’altra parte, con questi due episodi si arriva a metà stagione, vale a dire il momento che è stato annunciato come giro di boa, punto dopo il quale il team ha iniziato a poter lavorare in piena consapevolezza di quale sarebbe stato il destino della serie. Vediamo un po’.

Ma ‘sto Tobias Ford è completamente inventato o si ispira a qualche personaggio dei fumetti? Dalla regia mi suggeriscono Ghost, ma magari la cosa non è voluta.

Jiro vuole bene al sushi anche in Italia

Da quel che leggo in giro, pare che oggi esca in Italia Jiro Dreams of Sushi, il bel documentario a tema pesce affettato e spalmato sul riso che ho visto l’anno scorso all’Asia Filmfest di Monaco e di cui ho scritto a questo indirizzo qua. L’edizione italiana si intitola Jiro e l’arte del sushi ed è distribuita da Feltrinelli Real Cinema. Non ho idea di che genere di diffusione possa avere, ma non mi aspetto di vederlo combattere ad armi pari con Checco Zalone, diciamo. Segnalo comunque che Feltrinelli ha organizzato una serie di eventi collegati. Per esempio domani, giovedì 28 novembre, alle 18:30 presso la Feltrinelli di Corso Buenos Aires, si può ascoltare Hirazawa Minoru, chef del ristorante Poporoya, mentre chiacchiera di sushi, per poi tuffarsi nella degustazione e guardarsi il film al cinema Arcobaleno (il tutto pagando dieci euro). E buon appetito.

Oggi, però, mi faccio una bella pastasciutta.

The Walking Dead 04X07: "Peso morto"

The Walking Dead 04X07: “Dead Weight” (USA, 2013) 
con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
episodio diretto da Jeremy Podeswa 
con David Morrissey, Audrey Marie Anderson, Jose Pablo Cantillo, Enver Gjokaj, Alanna Masterson, Meyrick Murphy 

E si è conclusa più o meno come da previsione la doppietta di episodi dedicati al Governatore e al suo periodo in lista infortunati, con un recupero anticipato sul previsto e un rientro in campo fissato al match della prossima settimana, quello che assegnerà il titolo di campione invernale. Complimenti a Philip “Brian” Blake e allo staff medico tutto per la guarigione incredibilmente veloce, contro ogni previsione. Nei momenti immediatamente successivi all’incidente, si temeva potesse trattarsi di un infortunio talmente grave da porre fine alla sua carriera e di certo il recupero è parso inizialmente improbabile. Poi, però, l’ottima idea di coinvolgere delle specialiste prelevate dai romanzi e l’incredibile forza di volontà del paziente hanno finito per far svanire nel nulla gli imprevisti e hanno permesso di gettare il cuore oltre l’ostacolo: oggi ci ritroviamo per le mani un Governatore nuovo di zecca, forte e combattivo come lo ricordavamo, perfino più agguerrito e motivato dalla nuova squadra, capace di conquistarsi nuovamente sul campo il ruolo di capitano. Ora si può puntare davvero al titolo, nonostante la sfida vada giocata ancora una volta in trasferta.

Ieri Il Governatore è tornato per la prima volta in campo, a minutaggio limitato. 

Sulla carta, quel che gli autori di The Walking Dead hanno voluto fare con questi due episodi è interessante per tanti motivi. C’è la voglia di dare maggior profondità a un personaggio fondamentale, c’è il colpo di teatro del mollare tutto e raccontare altro per due settimane di fila, c’è il tentativo di recuperare e integrare in qualche maniera diversi elementi presi dalla continuity del fumetto, anche tirando in mezzo il carro armato che chiunque abbia letto il The Walking Dead originale si aspetta di vedere in scena da un anno e mezzo. Inoltre, sicuramente, il percorso di “redenzione”, fra virgolette come non mai, è interessante anche perché palesemente poco convinto e senza troppa speranza fin dal primo minuto. Non si trattava di una persona pentita per quel che ha fatto e in difficoltà di fronte alle conseguenze delle proprie azioni, era solo un uomo sconfitto in battaglia e bisognoso di trovare nuove forze. Le ha trovate, prevedibilmente, nell’unico elemento di “debolezza umana” che aveva già mostrato di avere, l’amore per la propria figlia (e, toh, magari anche in generale il desiderio di avere al suo fianco una donna). E questo non l’ha certo portato a trasformarsi in amorevole padre di famiglia. Anzi, al contrario, ha semplicemente ridato forza al manipolatore, comandante ebbro di potere che già conoscevamo. L’ha rimesso in piedi.

In questo senso, si tratta di due episodi molto riusciti, perché assolutamente coerenti con il personaggio tratteggiato nel corso della terza stagione e anche perché in grado di proporre elementi d’interesse e scene azzeccate, a cominciare dalla resa dei conti con Martinez. Il problema di fondo rimane quello emerso la scorsa settimana, una sensazione di fretta nello svolgersi degli eventi e l’impressione che il tutto sia stato trattato con la delicatezza di un elefante scaricato di violenza in una cristalleria. Tutto l’arco narrativo in questione si basa su sviluppi triti e prevedibili, coincidenze al limite dell’assurdo e personaggi magari anche efficaci, ma non proprio scritti in maniera sottile (penso per esempio ai due fratelli di questa settimana). E in generale, la sensazione è di un grosso nulla di fatto, una divagazione, che ci ha riportati bene o male nella stessa situazione in cui stavamo prima del finale della terza stagione, solo con un carro armato e qualche arma da fuoco in più.

E la prossima settimana sembra proprio che si andrà al dunque. Tempo di totomorti!

Drug War

Du zhan (Cina, 2013)
di Johnnie To
con Louis Koo, Honglei Sun, Yi Huang

Non sono, ahimè, un profondo conoscitore dell’opera di Johnnie To e ammetto senza problemi di non sapere molto della sua evoluzione come regista, di come la sua poetica possa essere andata modificandosi negli anni, di cosa significhi per lui un film come Drug War. Oh, capita, non si può sapere tutto, e poi scrivere di cinema non è mica il mio lavoro, no? È uno dei buchi che ho sempre voluto colmare, c’ho lì da qualche parte un txt con appuntati perlomeno i suoi film che mi hanno segnalato come fondamentali, non ce la farò mai. La sostanza, comunque, è che io e To non ci frequentiamo dai tempi di Exiled e dei suoi balletti di pallottole al rallentatore. Forse per questo motivo, sulle prime, Drug War e la sua estetica sporca, quasi documentaristica, mi hanno po’ spiazzato. Ma è durato poco, perché poi sono stato rapito da uno splendido film.

Il racconto segue le vicende di una squadra di polizia che, come magari il titolo potrebbe far intuire, è impegnata nella lotta al traffico di droga. Tutto viene raccontato attraverso il punto di vista dei poliziotti e infatti, per una volta, non ci si trova di fronte al classico melodramma orientale tutto onore ed eleganza criminale. Gli unici lampi di “simpatia criminosa” arrivano da Jimmy Choi, un trafficante costretto dalla polizia a fare il doppio gioco per sostenere una complessa rete di schemi in cui praticamente chiunque, fra poliziotti e criminali, si nasconde dietro una maschera. Gran parte del film ruota attorno al rapporto di (scarsa) fiducia che viene a crearsi fra lui e il capitano di polizia Zhang e l’unico bagliore di umanità espressa dalla “fazione criminale” si manifesta nella suggestiva scena che vede Choi riunirsi ai suoi collaboratori e struggersi in lutto.

La cosa magari è figlia del fatto che si tratta del primo film d’azione girato da Johnnie To in Cina, probabilmente costretto per questo a muoversi all’interno di limiti produttivi ben precisi e mostrare un dipartimento di polizia irreprensibile contro dei criminali senza ritegno, ma il risultato è comunque un gran poliziesco, teso, crudo, brutale, pieno di piccole idee fulminanti nella risoluzione dei conflitti e ricco di personaggi interessanti. Senza contare che comunque, di fondo, riesce a raccontare tanto degli antagonisti infami, ma profondamente umani, quanto degli eroi sì incorruttibili, ma certo non infallibili e che commettono anzi continuamente errori dalle conseguenze gravissime. Il tutto, poi, è messo in scena in una maniera incredibile: Drug War è un film pieno di immagini splendide, ambizioso nella costruzione di scene d’azione in esterni ariose, ricche, splendidamente coreografate e in cui – pazzesco! – si capisce sempre perfettamente cosa stia accadendo, con un’attenzione fenomenale per gli spazi, le geometrie, l’evoluzione delle sparatorie, senza per questo rinunciare a un approccio serio, a modo suo credibile, lontano, come detto, dai balletti assurdi che ci si potrebbe aspettare in un film orientale di questo genere.

Ho visto Drug War a settembre, durante il Fantasy Filmfest a Monaco di Baviera. Al momento, se IMDB non mente, il film è stato distribuito solo sul mercato asiatico e si sta girando un po’ tutti i festival del mondo, compreso quello di Roma. Esiste comunque già un’edizione in Blu-ray americana. Il 19 marzo 2015 è arrivato in Italia direttamente in home video.

Lo spam della domenica mattina: Kosher!

Incredibile ammisci, questa settimana posso segnalare un articolo pubblicato su IGN. Uno di quelli in cui tratto giochi bizzarri che non si caga nessuno, fra l’altro! Trattasi infatti di The Shivah: Kosher Edition, la cui recensione si trova a questo indirizzo qui. E non solo: abbiamo pure la recensione di Wii Karaoke U su Outcast e le solite cose settimanali sempre su Outcast, The Walking Podcast e il nuovo Old! dedicato al novembre del 1993. Ah, segnalo anche il Cinquepercinque sulla next gen, ché le domande le ha partorite Nabacchio, ma poi ho gestito io, eh.

Oggi giornat(on)a conclusiva del festival, con i cortometraggi internazionali, The Wicker Man – Final Cut e Wolf Creek 2.

La robbaccia del sabato mattina: I’m gonna destroy them

Si parla da un po’ della serie TV spin-off di The Walking Dead, quella che fa Robert Kirkman tutto contento perché può lavorare su una storia ambientata in quel mondo ma non legata o limitata in alcun modo dal fumetto. Ebbene, leggevo l’altro giorno che la messa in onda è prevista per il 2015, le vicende saranno ambientate da tutt’altra parte e con personaggi diversi e la voce che va per la maggiore è che si tratterà di un prequel ambientato nel momento in cui è esplosa l’epidemia. O forse non è più una voce ed è ufficiale, boh. Interessante? Sì, dai. Mungimento di vacca? Sì, dai.

OK, abbiamo il trailer lungo del film di Need for Speed. E? Mboh, mi sembra ci sia veramente un tasso di melodrammone esagerato e fra l’altro, non ci posso fare niente, per me Aaron Paul, anche se ha una voce ganza, è l’alcolista sfigato di Smashed e vedere ‘sto tappo che si spara le pose da figaccione scambiandosi facce brutte con quell’altro tappo di Dominic Cooper mi fa un po’ tristezza. Ma è sicuramente un problema mio. Poi c’è (quell’altro tappo di) Michael Keaton. Dai, vediamo.

Con chi parlava alla radio Sandra Bullock in quella strana scena di Gravity? Risponde alla domanda Jonas “figlio di Alfonso” Cuaron con Aningaaq, il cortometraggio qua sopra. Che è molto bello, anche se, non so, quella scena tutta un po’ surreale e bizzarra, forse è il classico caso in cui preferisco non sapere cosa ci sia davvero dall’altra parte.

Sabotage, il nuovo film diretto da David Ayer, regista degli ottimi Harsh Times, La notte non aspetta ed End of Watch, scritto però da Skip Woods, sceneggiatore del primo Wolverine, del quinto Die Hard e di altri gioielli simili. Cosa ne verrà fuori? Bella domanda. Certo è che se parti con Arnie che afferma “I’m gonna destroy them”, non parti male. Ah, bonus dell’ultimo minuto, il trailer di Nymphomaniac non esattamente safe for work. Sta qui. Lars Von Trier trollone.

Sono nel bel mezzo del Paris International Fantastic Film Fest e devo decidere se andare stasera a spararmi la maratona Stephen King, con quattro film in fila a partire dalle 22:00. Il programma offre Christine, Pet Sematary, Creepshow e il nuovo Carrie. Che faccio?

Raze

Raze (USA, 2013)
di Josh C. Waller
con Zoe Bell, Rachel Nichols, un po’ di altre donne, qualche guest star e la nonna di Sherilyn Fenn

Raze racconta una storia già vista altre cinque o seimila volte: della gente ricca sfoga la sua voglia di emozioni forti assistendo a (e scommettendo su) tornei di poveracci che si devono riempire di calci sulle gengive fino alla morte. I contendenti partecipano non di spontanea volontà, ma perché rapiti, ingabbiati e costretti col ricatto, grazie a videocamere costantemente puntate sui loro familiari, che gli organizzatori sono pronti a uccidere con uno schiocco di dita. Insomma, la classica storiellina allegra farcita di gente che muore male e che può finire solo in due modi: coi lottatori che s’incazzano, si ribellano, tirano giù tutto e riescono a scappare o coi lottatori che muoiono tutti. O entrambe le cose assieme, anche. Il twist di questo film? I lottatori sono lottatrici, quindi madri di famiglia, figlie di famiglia, amiche di famiglia, cose così. E una di loro, come illustra il manifesto, è quell’animale di Zoe Bell.

Mentre guardavo Raze, per un attimo, m’è passato da qualche parte nel cervello un pensiero da persona scandalizzata perché, ehi, ma che è, un film basato sul mostrare donne in canotta che si pestano fra di loro e fanno fini bruttissime, sepolte di cazzotti, ossa spezzate e sangue a litri. Poi, però, mi sono chiesto per quale motivo dovessi pormi il problema, se non me lo pongo quando guardo un film in cui le stesse cose accadono a uomini in canotta, e mi sono risposto che non c’era motivo di farlo. Le questioni, alla fine, a prescindere dal genere dei protagonisti, rimangono sempre le stesse. Il film è appassionante? La brutalità colpisce nel segno? I combattimenti sono spettacolari e ben girati? C’è una qualche forma di sottotesto, di messaggio, di satira, di che ne so? Insomma, c’è un motivo di interesse? Eh, non molto.

I pregi di Raze ruotano un po’ tutti attorno a Zoe Bell, una che c’ha addosso una carica allucinante, che emette forza e brutalità da ogni poro e riesce a rendere credibile il suo personaggio e la sua capacità di cavarsela in ogni situazione. Poi si apprezza la potenza dell’avvio, che butta senza premesse nel mezzo dell’azione e in cui si giocano la carta delle due attrici dalla fama più o meno comparabile per aggiungere un po’ di imprevedibilità all’esito della faccenda. Menzione d’onore, anche, per l’effettiva ed efficace brutalità dei combattimenti, per la presenza di una guest star a caso che in qualche modo fa il suo effetto, per Sherilyn Fenn nel ruolo della zia vecchia della Sherylin Fenn che mi piace ricordare, per un finale che prova ad essere molto cupo e per la partecipazione di Rachel “Dovevano ingaggiare lei per la Vedova Nera” Nichols, che è sempre un bel vedere. E basta.

La Vedova Nera, quella vera.

Tolti questi fattori, che comunque, via, ti fanno arrivare alla fine, rimane un film abbastanza piatto e privo di mordente. La sceneggiatura butta lì un po’ a caso qualche discorso sull’abuso delle donne, ma lo fa in maniera svogliata e poco efficace. I personaggi sono una serie di insopportabili macchiette, quindi diventa anche difficile farsi coinvolgere sul piano emotivo e trascinare quando volano le mazzate. E le mazzate non sono nulla di spettacolare, per quanto, ripeto, molto efficaci sul piano della brutalità; hanno scelto di buttarla sul realistico, quindi i combattimenti sono molto poco dinamici e spettacolari, più che altro sanguinari e spesso veloci. Il che ha senso, anche considerando che poche delle partecipanti hanno dalla loro un allenamento da atleta, ma il problema è che se scegli questa impostazione devi costruirci attorno un film. Raze, invece, se ne sta lì a metà, non vuole fare il film d’arti marziali assurdo e pieno di coreografie esaltanti ma non ha la forza espressiva ed emotiva necessaria per accompagnare un approccio più ancorato alla realtà. E non è neanche, casomai venisse il dubbio, un film che ti guardi perché pieno di donne bellissime che si prendono a schiaffi costantemente seminude. Insomma, cui prodest?

L’ho visto a settembre, al cinema, durante il Fantasy Filmfest di Monaco. Se IMDB non mente, il film, al momento, non è uscito da nessuna parte.

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X08: "Il pozzo"

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X08: “The Well” (USA, 2013)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
episodio diretto da Jonathan Frakes
con Clark Gregg, Brett Dalton, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge, Ming-Na Wen

Ieri sera, mentre guardavo il nuovo episodio di Agents of S.H.I.E.L.D., sono stato improvvisamente colto da illuminazione e mi sono reso conto di cosa realmente m’infastidisce del modo in cui gli sceneggiatori stanno portando avanti i segreti, i segretini e la trama di fondo. Non è il fatto in sé di prendersela comoda, è questo impacciato e fastidioso voler tenere il piede in due scarpe. Mi spiego, prendendola molto alla lontana, come mio solito. Tanto tempo fa, c’era X-Files. Gli episodi erano tutti autoconclusivi, col mostro della settimana. Ogni tanto saltava fuori la singola puntata, o la coppia di puntate (o il tris, magari col film di mezzo) dedicata alla “mitologia”, in cui si portavano avanti le faccende, per poi tornare agli episodi singoli. Era una formula ben definita, all’epoca funzionava così (bene o male, ricordo una struttura simile anche per Star Trek: The Next Generation).

Col passare degli anni, le cose si sono fatte più sfumate, si è iniziato a sperimentare con la serialità. Penso per esempio alla guerra durata tanti episodi di Star Trek: Deep Space Nine. Penso a Buffy l’ammazzavampiri, in cui ogni episodio era autoconclusivo ma portava anche avanti in maniera organica il racconto. E poi arriva Lost, arriva la storia raccontata in maniera ininterrotta da una puntata all’altra, seppur mantenendo sempre una struttura ciclica degli episodi. Tutti questi, sia chiaro, sono solo i primi esempi che mi sono venuti in mente di serie di alto profilo che hanno fatto queste cose, non mi interessa star qui a discutere su chi le abbia fatte per primo. Il punto è che tutte queste serie, pur magari sperimentando e commettendo errori, avevano una direzione chiara, sapevano quel che stavano facendo. Agents of S.H.I.E.L.D. mi sembra invece andare davvero troppo a tentoni e soprattutto mi sembra stare facendolo in maniera furbetta e poco convinta. Il problema non è costituito dagli episodi autoconclusivi, il problema è che all’interno degli episodi autoconclusivi fai finta di stare portando avanti anche una trama di fondo, ma lo fai mostrandomi ogni volta una scorreggia da due minuti che non dice sostanzialmente nulla. Ecco, questo, per me, ha il sapore della presa per il culo. Poi, per carità, è dichiarato che si tratta di una cosa in larga parte figlia dell’essere partiti senza sapere di che morte sarebbero morti e che da metà stagione in poi, ora che sono stati confermati i ventidue episodi, le cose dovrebbero decollare, però, eh, che palle.

 L’ho già detto che le serie da 22 episodi, secondo me, sono sempre un errore? La foto non c’entra nulla.

Il succo di tutto ‘sto pippone sta nel fatto che è bello vedere lo sforzo per cominciare a introdurre qualche elemento in più sui personaggi, fra l’episodio incentrato quasi completamente su Ward, l’accenno a una vita fuori dallo S.H.I.E.L.D. per i due nerd, l’ammiccare a cose nel passato di May, ma, per la miseria, che modo stressante e stitico di trattare le cose. Praticamente tutta la puntata ruota attorno al fatto che Ward sbrocca e ripensa a un suo trauma infantile, però comunque non ce lo spiegano, ci buttano lì un po’ di immagini a caso pescate dagli scarti della batcaverna di Christian Bale e si chiude ancora sul non detto, su chissà quale incredibile segreto MACHEPPALLE! E poi, inevitabilmente, ci sono anche i due secondi di questa settimana su Tahiti e su Coulson che sta sbroccando. La prossima settimana avremo l’episodio dedicato a May e a raccontare cinque minuti del suo passato, poi tre secondi di Tahiti, Simmons telefona a sua zia, tanti saluti. Bah.

Al di là di queste considerazioni, l’episodio in sé è anche gradevole, ha un paio di gag azzeccate (ma anche un paio di battute che si sforzano davvero troppo), parla un po’ di universo Marvel in senso ampio e mette in scena un personaggio asgardiano. Che, di fondo, anche se non fa praticamente nulla dall’inizio alla fine, quantomeno riesce a dare più del solito la sensazione di star guardando un telefilm basato su un universo fumettistico pieno di divinità, alieni e cose bizzarre e potentissime. In più l’attore che lo interpreta è bravo come al solito e l’accenno al fatto che non conosce Thor è simpatico, dai. Peccato solo che tutta la fanfara sul primo crossover con un film Marvel sia stata una gran presa per i fondelli figlia del marketing.

Di fatto, il cuore dell’episodio non ha nulla a che vedere col film, anche se si parla di Asgard e si cita velocemente il nuovo status di Thor. Il caso della settimana ruota attorno a una reliquia sepolta da un millennio e non affronta minimamente le conseguenze di quanto avvenuto al cinema. L’unico vero “incastro” sta nel prologo britannico, anche simpatico, ma con una gran puzza di posticcio e appiccicato, tant’è che guardacaso la parte prima dei titoli è chiaramente spezzata in due sezioni. Il paradosso, poi, è che se non se la fossero menata tanto con “Ehi, arriva il crossover!” sarebbe magari stata una piacevole sorpresa, ma partendo da quella base diventa difficile non sentirsi un po’ presi per i fondelli. Ma insomma, son dettagli.

Ma poi, quando arrivano a metà stagione, fanno la pausa invernale o che?