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WE3 – Nuovo Organismo Ibrido


We3 (USA, 2004/2005)
di Grant Morrison e Frank Quitely
Edizione italiana a cura di Magic Press

Un Grant Morrison lontano dai toni schizoidi che è solito usare nella sua versione Vertigo racconta della crudeltà umana e del male che siamo soliti fare a chi non è in grado di difendersi. Mostruosamente lucido nel tratteggiare le “psicologie” dei suoi pelosi protagonisti, con WE3 lo sceneggiatore scozzese realizza un’opera straordinaria nella sua semplicità.

Straordinaria non solo per quegli struggenti dialoghi che mette in bocca ai suoi tre improbabili protagonisti, non solo per la caratterizzazione pulsante di quei piccoli e (non tanto) indifesi animali, ma anche per la capacità di trattare con eleganza ed efficacia un tema francamente trito e ritrito. Morrison gioca sporco e colpisce basso, aggrappandosi alle budella di chiunque, in vita sua, abbia provato affetto per una qualche creaturina pelosa.

E il tutto è immerso in una vibrante storia d’azione, un blockbusterone degno dell’hollywood migliore, che travolge con i suoi ritmi cinematografici e la sua regia innovativa. Uno splendido Frank Quitely punta l’obiettivo sui dettagli, su un ghigno insopportabile, una mano che si agita nervosa, un occhio terrorizzato, e trasmette emozioni che bucano le pagine, scavalcano i confini delle vignette e viaggiano negli spazi che non sarebbero loro concessi.

E si va anche oltre, in una vera e propria palestra di sperimentazioni visive, che spezzano le regole e viaggiano sul confine fra fumetto e cinema, dando vita alle pagine, facendole respirare fra le mani del lettore. Insomma, WE3 è un capolavoro e francamente non c’è un cazzo d’altro da aggiungere.

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Quattro donne

Four Women (USA, 2001/2002)
di Sam Kieth
Edizione italiana a cura di Magic Press

Quattro donne, unite da una comune e tragica esperienza, che le ha segnate e divise, che non potranno mai scordare.

Quattro esperienze, prosciugate e filtrate dal velo dei ricordi, dalla memoria selettiva, dalla soggettività delle percezioni, da una forma di autodifesa inconscia e involontaria.

Quattro volte lo stesso episodio, quattro volte lo stesso racconto, quattro punti di vista, quattro passi verso l’espiazione.

Sam Kieth, ormai autore maturo e completo a pieno titolo, mette il suo stile evocativo e visionario al servizio di una storia cruda e crudele. Violenta i suoi personaggi e li costringe ad affrontare un male profondo, radicato nell’animo. Affronta un tema difficile con cattiveria e sensibilità, non si abbandona al patetismo, non scade nel gratuito, tocca tutti i tasti giusti e lo fa con delicatezza e decisione. Gioca coi suoi personaggi, caricature stereotipate di tratti tipici dell’animo umano, marionette irrealistiche e dall’espressività esagerata, teatrale, viva. Kieth prende il racconto e lo decostruisce, sfilacciandone la struttura narrativa e ricomponendola a brani, che si sovrappongono e si negano, filtrati dall’arbitraria ricostruzione di una voce narrante che sceglie di non (poter) ricordare e non (voler) raccontare la verità.

Quattro donne parla di amicizia e sofferenza, di egoismo e voglia di vivere, di scelte difficili e tremende conseguenze. Racconta un episodio qualunque, tragico e insopportabile proprio per la sua casuale e folle normalità.