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Justice League

Le cose inaspettate. Justice League è riuscito, per brevi attimi, a titillarmi quello spirito da bimbo nerd che si gasa davanti ai supereroi che fanno cose sul grande schermo. È una sensazione che ho menzionato varie volte nelle mie chiacchierate per iscritto, durante questi anni di gente che si mena in pigiama al cinema, ma che negli ultimi tempi di overdose, assuefazione e placida abitudine, si era persa come lacrime nella pioggia. E invece, chissà come mai, su quell’ingresso in scena di Wonder Woman che sgomina i terroristi, con Gal Gadot che si muove potente, divina, velocissima, parando proiettili coi polsini come neanche Lynda Carter poteva sognarsi di fare, m’ha colto il brividino. Mi sono proprio gasato. Certo, è stato l’unico momento capace di colpirmi in questa maniera, nonostante – vado a spanne – un’oretta delle due che compongono il film sia dedicata alle scazzottate superpotenti, ma insomma, meglio che niente. E, in questo senso, quello del gasamento “basso”, sensoriale, stupido e incontrollabile, tocca dedicare una menzione d’onore a Danny Elfman, che non butta completamente nel cesso il lavoro fatto da Hans Zimmer e Rupert Gregson-Williams nei film precedenti ma firma coi guanti da forno (campane in ogni dove!) e infila il suo vecchio tema di Batman ogni volta che può (e omaggia anche il Superman di John Williams, seppur in maniera molto timida). Che cicci.

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Batman v Superman: Dawn of Justice

Batman v Superman: Dawn of Justice prova a raccontare quattro film in uno e fa una fatica boia a riuscirci, impappinandosi già a partire da un titolo che sembra uscito dai listini di un negozio di videogiochi. Quello principale è il seguito diretto di L’uomo d’acciaio, un secondo film su Superman nel quale si racconta talmente tanta roba che potevano tranquillamente venirne fuori due. Ma poi c’è anche il film sul nuovo Batman (un Ben Affleck dalle fattezze cubiche che, se lo chiedete a me, è il miglior cavaliere oscuro mai visto al cinema, sia quando fa Bruce Wayne, sia quando il suo stuntman si mette il costume, nonostante il suo personaggio sia vuoto e sprecatissimo). E poi, ovviamente, c’è il primo episodio del telefilm cinematografico dedicato ai supereroi DC, quello messo assieme in fretta e furia per affiancarsi all’impero Marvel. E nessuno di questi quattro film ne viene fuori particolarmente bene, anche se, forse, nessuno di loro è davvero disastroso.

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300


300 (USA, 2006)
di Zack Snyder
con Gerard Butler, Lena Headey, Vincent Regan, Michael Fassbender, Rodrigo Santoro

300 racconta la battaglia delle Termopili traendo ispirazione dall’omonimo fumetto di Frank Miller e, sulla scia di Sin City, ricalca in maniera quasi maniacale lo stile grafico dell’opera originale. Ancora una volta, quindi, attori che si agitano su fondali immaginari e immaginati al computer, questa volta diretti però non dalla notevole mano di Robert Rodriguez, ma da quella ben più modesta di Zack Snyder. Purtroppo, il caro Zack, alla sua opera seconda dopo un davvero divertente remake del romeriano Dawn of the Dead, manca il vaso di un miglio buono e finisce per ricoprire di merda il pavimento del cesso.

Non che a questo 300 manchino le qualità, intendiamoci: ci sono immagini molto suggestive (penso per esempio alla consultazione dell’oracolo) e passaggi davvero riusciti, come certi piani sequenza delle battaglie, lunghi slow motion che mostrano squartamenti iper dettagliati ed evitano la confusione solitamente dominante in queste situazioni. O, ancora, il primissimo “impatto” fra i trecento e l’esercito persiano. E tutto sommato mi sembra riuscita anche la scelta di esagerare a dismisura, narrando il racconto all’insegna dell’iperbole, con gli spartani che appaiono fin dall’inizio come ben meno di trecento e i persiani ritratti sotto forma di torrente in piena, carico di terribili e deformi mostruosità.

Epperò, in questo tripudio di (discutibile) stile e (impacciati) virtuosismi, manca un po’ il coinvolgimento umano. Sarà la teatralità della messa in scena, sarà l’insopportabile voce narrante (le didascalie verbose già le reggo poco nei fumetti, figuriamoci al cinema), sarà il ritmo mostruosamente spezzato dall’insopportabile vicenda dell’insostenibile Gorgo, ma al film di Zack Snyder manca la forza dirompente e straziante che muove le gesta dei suoi protagonisti. E qui sta il vero problema, non nelle licenze di adattamento o nel chiedersi se Serse e i suoi stiano lì a rappresentare gli Stati Uniti o i popoli del Medio Oriente.

Certo, ci sarebbe poi da commentare anche l’agonizzante versione italiana, che ammorba con una voce narrante insostenibile e una Gorgo con cadenza da immigrata clandestina. Per non parlare di Leonida, ché Gerard Butler sarà anche indoppiabile, ma non era mica necessario dargli la voce di Paperino ogni volta che urla. O vogliamo parlare di un linguaggio volutamente moderno nella versione originale e inspiegabilmente “classicizzato” nell’adattamento italiano? No, dai, non parliamone. In fondo, magari è la mia interpretazione, ad essere sbagliata.

Oltretutto, non ne posso fare a meno, mi viene anche da fare un confronto fra il film e il fumetto, ripreso in mano e letto con gusto un paio di giorni dopo la visione cinematografica. Non amo criticare più di tanto una pellicola sulla base delle scelte di adattamento, però, cazzo, se mi giri un film infilandolo a forza nelle vignette, rompendomi i coglioni con le didascalie, predicando fedeltà assoluta al modello originale, beh, mi spieghi come mai finisci poi per eliminare un sacco di elementi interessanti e sostituirli con vagonate di merda?

Potrà mai essere casuale che il più grosso limite del film (Gorgo e le sue puttanate) nel fumetto, semplicemente, non esista? O vogliamo parlare della simbolica immagine di Efialte che si getta dalla rupe? Del ruolo decisamente più esteso e significativo ricoperto da Dilios? Della maniera totalmente diversa in cui è affrontato il personaggio del capitano? No, dai, lasciamo stare, che poi le palle mi girano per davvero.

Anzi, lasciamo stare proprio tutto, via. Un paio d’ore comunque piacevoli, certo interessanti e curiose, “da vedere”. Ma non parlatemi di capolavoro (!) e non nascondetene i difetti dietro la minchiata della fedeltà al fumetto. Che non l’ha imposta nessuno e, soprattutto, non c’è.