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Justice League

Le cose inaspettate. Justice League è riuscito, per brevi attimi, a titillarmi quello spirito da bimbo nerd che si gasa davanti ai supereroi che fanno cose sul grande schermo. È una sensazione che ho menzionato varie volte nelle mie chiacchierate per iscritto, durante questi anni di gente che si mena in pigiama al cinema, ma che negli ultimi tempi di overdose, assuefazione e placida abitudine, si era persa come lacrime nella pioggia. E invece, chissà come mai, su quell’ingresso in scena di Wonder Woman che sgomina i terroristi, con Gal Gadot che si muove potente, divina, velocissima, parando proiettili coi polsini come neanche Lynda Carter poteva sognarsi di fare, m’ha colto il brividino. Mi sono proprio gasato. Certo, è stato l’unico momento capace di colpirmi in questa maniera, nonostante – vado a spanne – un’oretta delle due che compongono il film sia dedicata alle scazzottate superpotenti, ma insomma, meglio che niente. E, in questo senso, quello del gasamento “basso”, sensoriale, stupido e incontrollabile, tocca dedicare una menzione d’onore a Danny Elfman, che non butta completamente nel cesso il lavoro fatto da Hans Zimmer e Rupert Gregson-Williams nei film precedenti ma firma coi guanti da forno (campane in ogni dove!) e infila il suo vecchio tema di Batman ogni volta che può (e omaggia anche il Superman di John Williams, seppur in maniera molto timida). Che cicci.

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Batman v Superman: Dawn of Justice

Batman v Superman: Dawn of Justice prova a raccontare quattro film in uno e fa una fatica boia a riuscirci, impappinandosi già a partire da un titolo che sembra uscito dai listini di un negozio di videogiochi. Quello principale è il seguito diretto di L’uomo d’acciaio, un secondo film su Superman nel quale si racconta talmente tanta roba che potevano tranquillamente venirne fuori due. Ma poi c’è anche il film sul nuovo Batman (un Ben Affleck dalle fattezze cubiche che, se lo chiedete a me, è il miglior cavaliere oscuro mai visto al cinema, sia quando fa Bruce Wayne, sia quando il suo stuntman si mette il costume, nonostante il suo personaggio sia vuoto e sprecatissimo). E poi, ovviamente, c’è il primo episodio del telefilm cinematografico dedicato ai supereroi DC, quello messo assieme in fretta e furia per affiancarsi all’impero Marvel. E nessuno di questi quattro film ne viene fuori particolarmente bene, anche se, forse, nessuno di loro è davvero disastroso.

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Watchmen

Watchmen (USA, 2009)
di Zack Snyder
con Jackie Earl Haley, Patrick Wilson, Malin Akerman, Billy Crudup, Matthew Goode, Jeffrey Dean Morgan

I primi, boh, dieci o quindici minuti del Watchmen di Zack Snyder rappresentano una splendida dichiarazione d’intenti, che mostra fin da subito tutto quel che arriverà dopo. C’è la fedeltà al fumetto maniacale, riverente, se vogliamo anche un po’ pacchiana, fatta di inquadrature identiche, dialoghi ricalcati in copia carbone, gesti e sguardi. C’è la spettacolarizzazione di una morte, con un combattimento plastico, violento, vibrante, che in realtà nel fumetto non si vede nemmeno per sbaglio. C’è quello splendido collage dei titoli di testa, così pieno di tanti piccoli dettagli che funzionano per i fatti loro, ma assumono tutt’altro significato se hai letto il fumetto (o già visto il film). C’è la colonna sonora che spara fin da subito le cartucce pesanti, con un Bob Dylan da brividi. C’è tutta la poetica di Snyder, messa lì, fin da subito, che dice: “Oh, io l’ho fatto così, spero vi vada bene”. E a me va bene, via.

Poteva, il Watchmen cinematografico, rappresentare qualcosa della stessa portata di quanto fatto vent’anni fa da Alan Moore e Dave Gibbons? No che non poteva, per mille motivi, a cominciare dal fatto che il cinema di genere non ha certo bisogno dello sverginamento che serviva al fumetto di supereroi negli anni ottanta. Certo, magari mettendo Watchmen in mano a un Kubrick, a un regista geniale e poco interessato all’adattamento timoroso e fedele, ne sarebbe venuto fuori qualcosa di totalmente clamoroso e che, ovviamente, avrebbe fatto incazzare a morte i fan del fumetto. Ma tanto quelli si incazzano comunque, anche se non lo sanno. Anche se dicono che in fondo Snyder ha lavorato bene, loro sono incazzati lo stesso.

Epperò, bisogna dirlo, Snyder ha lavorato bene. Perché Watchmen alla fin fine è un bel film, che in qualche modo fa comunque compiere un ulteriore passo in avanti nel cammino fatto percorrere di recente da Iron Man e Il cavaliere oscuro a questa sottospecie di “genere” dei supereroi cinematografici. Un cammino in cui prova a scrollarsi di dosso l’adolescenza e ad ammantarsi di toni adulti, cercando un riconoscimento “alto” che non è neanche detto debba necessariamente spettargli.

Watchmen è un film di supereroi che non rinuncia totalmente alle convenzioni note, ma allo stesso tempo se ne distacca con sottolineata insistenza. Un film placido e maestoso, in cui i personaggi si perdono in conversazioni infinite e ogni tanto spezzano il ritmo tirando ceffoni al rallentatore. Un film estremamente bello da osservare, sviscerare in ogni sua inquadratura, non solo per chi ha voglia di fare il paragone allo stop motion, ma proprio per un’indiscutibile, violentissima carica visiva.

Un film che molti hanno trovato freddo, poco passionale, ma che al contrario a me di emozioni ne ha date molte. Non so bene cosa sia che mi fa entrare in sintonia con Snyder a film alterni, ma tanto guardando 300 non sono riuscito a farmi prendere neanche un attimo, quanto Watchmen mi ha accalappiato nelle budella, con questo suo modo viscerale e sboccato di riprodurre la malinconia, la disillusione, la profonda tristezza del racconto di Moore. E questo Watchmen è, ne sono sicuro, un’esperienza vibrante, potente, travolgente, tutta da gustarsi, specie poi sulla tovagliona dell’IMAX.

Ma il paragone con il fumetto? Il paragone con il fumetto mi è impossibile non tirarlo fuori, avendo ancora belli freschi in testa entrambi. Non è mai una roba che m’interessi più di tanto o che possa rovinarmi il film “a prescindere”, però certo è interessante notare le scelte fatte da Hayter, Snyder e Tse. L’impressione è che i tagli siano abbastanza accettabili e non vadano a danneggiare il film, anche se certo gli impediscono di vantare la stessa ricchezza e profondità dell’opera originale.

I vari piccoli personaggi di contorno, per esempio. Nel fumetto di Moore, pur non andando poi troppo oltre lo status di macchiette, donano all’affresco una vita incredibilmente più forte, ma nel film appaiono appena, stanno lì sullo sfondo, inutili ma non dannosi per chi non li conosce, semplici strizzatine d’occhio per i fan che “sanno”. Ma c’è altro, che è cambiato, e che un pochino il naso te lo fa storcere per forza.

C’è la morte di un personaggio minore, evento a dir poco fondamentale nella crescita di Nite Owl, che nel film è stata tagliata. C’è il didascalismo di inquadrarti Rorschach per bene mentre regge il cartello, apposta per farti capire che è lui. C’è la maniera indecente in cui il gufaccio, ancora lui, viene fatto partecipare, urlare, sfogare nel finale, banalizzando in maniera tremenda uno fra i momenti più intensi di Watchmen. Che alla fine, diciamocelo, sticazzi del polipone, la vera cosa fastidiosa del finale di Snyder è proprio quella, quell’urlo, quel paio di cazzotti, quel mezzo stupro di un momento in origine molto più raffinato e toccante.

C’è anche però una scelta impressionante degli attori, tutti mostruosamente in parte. Pure Ozymandias, che in foto faceva sicuramente schifo al cazzo, e che fra tutti è quello che meno ricorda il personaggio a fumetti, è interpretato in maniera molto azzeccata (occhio, l’ho visto in originale, non so come sia il doppiaggio). E Manhattan e Rorschach sono favolosi. E le due scene madri del rosso sono da brividi, nonostante il gufaccio.

Insomma, a conti fatti, visti anche certi scempi fatti in passato sulle creature di Alan Moore, mi sembra ingeneroso criticare un adattamento che sì, spettacolarizza, enfatizza ed esagera, ma allo stesso tempo in qualche modo prova a mantenersi rispettosamente fedele a uno spirito certo diluito e semplificato, ma sempre presente. Anche perché poi non ci ho trovato molto di fuori posto. Le poche scene d’azione mi sono stranamente piaciute (ben più che in 300) e in qualche modo il taglio crudo mi è parso estremamente adeguato.

Davvero è un problema se in un film in cui dei criminali vengono pestati come fabbri si vede qualche osso spezzato e un po’ di sangue (in parte, fra l’altro, preso di peso dal fumetto, senza dimenticare che nel finalone di sangue se ne vede molto meno rispetto alle vignette di Gibbons)? Davvero è un problema se i supereroi al cinema si permettono di scopare (e quella scena, suvvia, è volutamente esagerata, sopra le righe, buffa, anche se magari non proprio di buonissimo gusto)? E mica ci si sconvolgerà per l’uccellone circonciso del Doc Manhattan, no? No, dai.

300


300 (USA, 2006)
di Zack Snyder
con Gerard Butler, Lena Headey, Vincent Regan, Michael Fassbender, Rodrigo Santoro

300 racconta la battaglia delle Termopili traendo ispirazione dall’omonimo fumetto di Frank Miller e, sulla scia di Sin City, ricalca in maniera quasi maniacale lo stile grafico dell’opera originale. Ancora una volta, quindi, attori che si agitano su fondali immaginari e immaginati al computer, questa volta diretti però non dalla notevole mano di Robert Rodriguez, ma da quella ben più modesta di Zack Snyder. Purtroppo, il caro Zack, alla sua opera seconda dopo un davvero divertente remake del romeriano Dawn of the Dead, manca il vaso di un miglio buono e finisce per ricoprire di merda il pavimento del cesso.

Non che a questo 300 manchino le qualità, intendiamoci: ci sono immagini molto suggestive (penso per esempio alla consultazione dell’oracolo) e passaggi davvero riusciti, come certi piani sequenza delle battaglie, lunghi slow motion che mostrano squartamenti iper dettagliati ed evitano la confusione solitamente dominante in queste situazioni. O, ancora, il primissimo “impatto” fra i trecento e l’esercito persiano. E tutto sommato mi sembra riuscita anche la scelta di esagerare a dismisura, narrando il racconto all’insegna dell’iperbole, con gli spartani che appaiono fin dall’inizio come ben meno di trecento e i persiani ritratti sotto forma di torrente in piena, carico di terribili e deformi mostruosità.

Epperò, in questo tripudio di (discutibile) stile e (impacciati) virtuosismi, manca un po’ il coinvolgimento umano. Sarà la teatralità della messa in scena, sarà l’insopportabile voce narrante (le didascalie verbose già le reggo poco nei fumetti, figuriamoci al cinema), sarà il ritmo mostruosamente spezzato dall’insopportabile vicenda dell’insostenibile Gorgo, ma al film di Zack Snyder manca la forza dirompente e straziante che muove le gesta dei suoi protagonisti. E qui sta il vero problema, non nelle licenze di adattamento o nel chiedersi se Serse e i suoi stiano lì a rappresentare gli Stati Uniti o i popoli del Medio Oriente.

Certo, ci sarebbe poi da commentare anche l’agonizzante versione italiana, che ammorba con una voce narrante insostenibile e una Gorgo con cadenza da immigrata clandestina. Per non parlare di Leonida, ché Gerard Butler sarà anche indoppiabile, ma non era mica necessario dargli la voce di Paperino ogni volta che urla. O vogliamo parlare di un linguaggio volutamente moderno nella versione originale e inspiegabilmente “classicizzato” nell’adattamento italiano? No, dai, non parliamone. In fondo, magari è la mia interpretazione, ad essere sbagliata.

Oltretutto, non ne posso fare a meno, mi viene anche da fare un confronto fra il film e il fumetto, ripreso in mano e letto con gusto un paio di giorni dopo la visione cinematografica. Non amo criticare più di tanto una pellicola sulla base delle scelte di adattamento, però, cazzo, se mi giri un film infilandolo a forza nelle vignette, rompendomi i coglioni con le didascalie, predicando fedeltà assoluta al modello originale, beh, mi spieghi come mai finisci poi per eliminare un sacco di elementi interessanti e sostituirli con vagonate di merda?

Potrà mai essere casuale che il più grosso limite del film (Gorgo e le sue puttanate) nel fumetto, semplicemente, non esista? O vogliamo parlare della simbolica immagine di Efialte che si getta dalla rupe? Del ruolo decisamente più esteso e significativo ricoperto da Dilios? Della maniera totalmente diversa in cui è affrontato il personaggio del capitano? No, dai, lasciamo stare, che poi le palle mi girano per davvero.

Anzi, lasciamo stare proprio tutto, via. Un paio d’ore comunque piacevoli, certo interessanti e curiose, “da vedere”. Ma non parlatemi di capolavoro (!) e non nascondetene i difetti dietro la minchiata della fedeltà al fumetto. Che non l’ha imposta nessuno e, soprattutto, non c’è.