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Everest

Everest (USA, 2015)
di Baltasar Kormákur
con Jason Clarke, Josh Brolin, Jake Gyllenhaal, Ang Phula Sherpa, John Hawkes, Naoko Mori, Michael Kelly, Emily Watson, Keira Knightley, Sam Worthington, Robin Wright

Nel lontano 1996, quarantatré anni dopo la prima scalata di successo fino alla vetta dell’Everest, esplose improvvisamente il boom delle salite “commerciali”, già in atto da qualche tempo ma particolarmente forte durante quell’estate. Gente che può permetterselo (economicamente, ma forse non sul piano dell’abilità) e quindi paga delle guide per (provare a) farsi portare sul tetto del mondo. Chi non lo farebbe? Ma soprattutto: perché farlo? Eh, lo chiede verso metà film anche il giornalista Jon Krakauer, inviato per un reportage della spedizione, senza ottenere una risposta davvero convincente. E risposte convincenti non ne dà in assoluto Everest, un film per molti versi risaputo e semplice, che non mira mai alto (battutona!) ma fa più che bene il suo dovere.

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La proposta

The Proposition (USA, 2005)
di John Hillcoat
con Guy Pearce, Ray Winstone, Danny Huston, Emily Watson, John Hurt

La proposta racconta di uomini di legge che varcano il limite, fuorilegge che si barcamenano al di là e al di quà dello stesso, pazzi psicopatici che vivono in base alle loro, di leggi. Parla di onore, amore, rispetto, rabbia, follia, violenza. E, pur con tutti i limiti derivanti da una sceneggiatura un po’ troppo alla ricerca del personaggio a effetto e della trovata lirica da musicante, è un western intenso e vivo, coi suoi bei motivi d’interesse.

Per esempio La proposta affascina col suo illustrare la lurida vita nell’Outback australiano sul finire del diciannovesimo secolo, mostrando scenari che sembrano la versione brutta, sporca e disperata di quanto solitamente racconta il western americano. E a questa lercia atmosfera si adegua il film, che mette in scena corpi laceri e sfatti, persone distrutte da una terra crudele, uomini-bestie disposti a tutto per ottenere quello che vogliono.

Il film di John Hillcoat non si ferma ai falsi pudori e racconta i suoi personaggi immergendosi a piene mani nello sporco, nella merda, nel sangue che insozza la polvere australiana, mostrando cose che si fa fatica a osservare, ma dalle quali è difficile distogliere lo sguardo. Una storia intensa e dura, fatta di tragici errori e di implacabili conseguenze.

Bravissimi gli attori, bravo il regista, una pacca sulla spalla pure a Nick Cave che scrive sceneggiatura e (ovviamente) musiche. Ci son bei personaggi, dialoghi intensi e sentimenti forti, anche se si tende ogni tanto a uscire un po’ troppo dal seminato alla ricerca del poetismo e del personaggio dannato e fuori dagli schemi. Un po’ troppo per quelle che sono le mie corde, quantomeno. E poi John Hurt che fa il pazzerello sta diventando un po’ come Susan Sarandon che fa il monologo: basta.

La sposa cadavere

Corpse Bride (USA, 2005)
di Tim Burton
con le voci di Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Emily Watson, Tracey Ullman, Albert Finney, Christopher Lee

Rivisto a due anni di distanza da quando me ne innamorai nel contesto del Festival di Venezia, e soprattutto con ancora fresca in memoria la (ri)visione del precedente Nightmare Before Christmas, La sposa cadavere mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca.

Certo, è e rimane una bellissima espressione del delirante immaginario di Tim Burton, che fra l’altro qui ha scelto di dirigere in prima persona. Una favola nera, romantica e ammaliante, che si bea del talento visivo di un regista magari un po’ logoro e ripetitivo, ma dal fascino sempre innegabile. La Sposa Cadavere cita tutto il citabile con amore e passione, balla e canta divertendo e commuovendo, sciorina belle idee ogni due secondi (dalle variazioni cromatiche a certi numeri musicali, passando per i piccoli dettagli nascosti un po’ dappertutto). Insomma, non mi si fraintenda, è e rimane un gran bel film d’animazione, dalla maestosa messa in scena (fra l’altro esaltata da un’edizione in Blu-Ray che mozza il fiato).

Epperò, non saprei, mi pare gli manchi qualcosa. Quel pizzico di magia, quella capacità di coinvolgere nello struggersi amoroso dei protagonisti, quell’intensità fiabesca che diventa d’attualità forse solo nell’amaro, poetico ma anche un po’ manieristico finale. Certo è che Nightmare Before Christmas mi sembra davvero più riuscito, vuoi per la travolgente colonna sonora, vuoi per lo splendore assurdo di personaggi e ambienti, vuoi, forse, per quella folle, totale e divertentissima assenza di contatto con la realtà.