Lo spam della domenica mattina: Accattonaggio

Questa settimana su IGN mi sono manifestato con la recensione di Magnetic: Cage Closed. Oggi, poi, a un certo punto, dovrebbe spuntare anche il Dite la vostra in cui chiedo dei boss più stronzi di sempre. Su Outcast, invece, abbiamo il Popcorn Extra dedicato alla Cina, il Popcorn di questa settimana, l’eXistenZ in cui parlo di Atari: Game Over e la recensione di Westerado: Double Barreled. Inoltre, sempre su Outcast, s’è fatta partire la raccolta fondi su Patreon, avviata fondamentalmente per due motivi: volevo vedere se tutti quelli che dicevano di volerci dare dei soldi sono dei quaqquaraqquà e non mi dispiacerebbe se non lo fossero e, perlomeno, ci dessero una mano a pagare il server. Vediamo un po’ che succede.

Fra l’altro questo post l’ho preparato giovedì, quindi non ho veramente la minima idea di come sia stata accolta la cosa. Magari c’ho già le minacce di morte su Twitter. Chissà. In fondo oggi non sei nessuno, se non c’hai le minacce di morte su Twitter.

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La robbaccia del sabato mattina: Criminalità assortita

E niente, sono in giro per la nebbiosa Lombardia ormai da un paio di giorni e questo post l’ho preparato giovedì, così, perché mi spiaceva lasciare un buco. Probabilmente fra giovedì e oggi sono usciti otto trailer, dodici foto e quindici notizie di spessore assoluto, ma che ci vogliamo fare?

Questo trailer in realtà è vecchiotto, ma m’è capitato davanti solo di recente. È Public Morals, la sere TV scritta, diretta e interpretata da Edward Burns, che ha messo assieme un paio di progetti che cercava di realizzare al cinema da decenni e ha tirato fuori questa cosa. Mi mette addosso una discreta fotta. Come mai? Beh, Burns mi sta simpatico, i suoi film “veramente suoi” sono tutti belli e l’ho ascoltato chiacchierarne in un podcast tempo fa. Mi ha convinto. Voglio crederci.

Eccolo qua, abbiamo finalmente (?) il trailer del remake di Point Break, che si infila in scia a Fast & Furious, che era nato come remake non ufficiale di Point Break. Non ci sto capendo niente. Ray Winstone come sostituto di Gary Busey ci può stare, nell’ottica in cui comunque un sostituto di Gary Busey non ci può stare. L’idea di dare al “cattivo” un taglio più “buono” versione Robin Hood può essere azzeccata, l’uso degli sport estremi può dare vita a scene d’azioni ganze, i due attori protagonisti mi stanno incredibilmente sulle palle. Mah, ci credo poco, però vai a sapere.

Ho iniziato a guardare su Netflix la serie di documentari sui cuochi prodotta dal regista di Jiro e l’arte del sushi. Non è niente male. In generale, comunque, i documentari sono fra i grandi motivi nascosti per amare Netflix. Ce n’è una valanga, di ogni tipo, su ogni argomento. Benessere.

Milano accoglimi!

Ieri pomeriggio mi sono preso il mio bell’aereo in direzione Milano e adesso mi faccio un weekend lungo delle solite cose, fra pappe abbondanti a casa dei suoceri, passaggio a volo radente in fumetteria, incontri con amici e parenti assortiti. Oggi, però, il tuffo nell’oblio: andiamo a farci un giro all’Expo, nella speranza di non fare troppe code, con l’obiettivo di mangiare più roba possibile. Almeno credo. Si va per quello, all’Expo, no? Non so, io, ‘sta cosa dell’esposizione universale, a furia di vederla in film, libri e fumetti, me la sono sempre immaginata come il trionfo della tecnologia e del futurismo. E invece si mangia. Non che mi lamenti, eh. Viva il padiglione coreano! But still.

Comunque la mascotte dell’Expo mi risulta abbastanza inquietante. La vedrei bene in un film di Brian Yuzna. Fa solo a me quest’impressione? Ah, il blog, probabilmente, si arena un po’ da qui ad almeno martedì. Oddio, magari non si arena, vai a sapere, però, insomma, me la prendo comoda.

San Andreas

San Andreas (USA, 2015)
di Brad Peyton
con Dwayne Johnson, Carla Gugino, Alexandra Daddario

C’è stato un momento, mentre guardavo San Andreas, in cui mi sono ritrovato a chiedermi come debba essere, per uno spettatore americano, magari residente in California, starsene seduto davanti a uno schermo gigante su cui viene proiettato il distaccamento del suo stato dal continente in un tripudio di ottimi, credibili, agghiaccianti effetti speciali. Voglio dire, io sono stato diverse volte a Los Angeles e a San Francisco, ho pure visitato la Hoover Dam protagonista della devastazione iniziale raccontata dal film, e quelle immagini, per brevi tratti, mi hanno un po’ messo a disagio. Se sei uno che lì ci vive da sempre, e che bene o male ha impiantata nel retro del cervello la nozione del Big One che prima o poi piallerà tutto, beh, fatico a immaginare quali sensazioni possano avvolgerti. Poi, certo, intendiamoci, San Andreas non è un documentario rigoroso e deprimente, è un blockbuster estivo che mette The Rock contro il terremoto e si racconta all’insegna dell’esagerazione colorata. Però, insomma, per brevi attimi, questa cosa mi ha abbastanza colpito.

Proprio l’abbandono al colore più sfrenato, comunque, è una fra le caratteristiche più apprezzabili del film di Brad Peyton. Ultimamente ci siamo abituati a un approccio spento, buio, grigio e desaturato a tutto ciò che è distruzione, ma San Andreas demolisce la soleggiata California, mettendola in scena costantemente di giorno, immersa nella luce e nello splendore visivo che quei luoghi, a volte, sanno regalare. Può sembrare poco, ma in fondo si tratta di un aspetto che dona al film una personalità tutta sua, anche se forse lo fa più nel confronto col resto della produzione recente che per meriti del film stesso. Gli altri pregi di quello che alla fin fine è un blockbuster “medio”, senza particolari pretese o spunti d’originalità, stanno senza dubbio nei validi effetti speciali, nel dono della sintesi e nell’aver ficcato al centro dell’azione The Rock.

Dwayne Johnson, infatti, si conferma un centrifugato di personalità e si carica con grande agio sulle spalle tanto le scene d’azione, in cui non sbaglia un colpo anche se questa volta non può abbattere il nemico con una Rock Bottom, quanto i momenti di raccordo, nei quali sfodera le sue sottovalutate doti d’attore. Poi, certo, il materiale è quello che è, ma il nostro eroe fa il suo dovere e l’intesa con Carla Gugino funziona a meraviglia. Per il resto, San Andreas è disseminato di attori apparsi in mille e più telefilm, fra cui spicca per questioni di canottiera bagnata la nostra amica Alexandra Daddario, che con la Gugino di cui sopra va a formare una coppia madre/figlia di spessore assoluto, come non se ne vedevano dal duo Shue/Lawrence di House at the End of the Street. In generale, come nucleo famigliare a tre vertici, direi che il film accontenta senza problemi maschi, femmine, grandi e piccini. Agevolo documentazione fotografica.

Nel metter tutto questo assieme, viene fuori un film catastrofico godibile, che spreca un po’ un comunque efficacissimo Paul Giamatti nel ruolo del generatore di spiegoni, mette in fila tre o quattro sessioni di distruzione ben realizzata, si accontenta del minimo (ma veramente minimo, eh!) indispensabile sul fronte della sceneggiatura e fa tranquillamente il suo dovere dall’inizio alla fine. Non c’è una sorpresa che sia una e tutto ciò che è storia è ampiamente risaputo, ma quantomeno le scene di raccordo non si fanno prendere dalla logorrea e il film si ferma attorno al sempre saggio centinaio di minuti. Proprio su questo fronte vince il confronto con l’inevitabile termine di paragone rappresentato dalle lunghissime e tediose apocalissi di Roland Emmerich, del quale manca forse però un po’ la capacità di rendere il senso epico e di scala della distruzione. Brad Peyton è volenteroso, fa il suo compitino diligente e piazza pure lì un piano sequenza piuttosto efficace, ma se cercate una trovata originale, un guizzo visivo o anche solo la forza che il regista tedesco riesce a imprimere su certe immagini, beh, rivolgetevi altrove. Se invece volete vedere The Rock che guizza il muscolo e fa il contrito per gli errori passati, due belle donne che corrono in abiti aderenti e la California che viene demolita da Madre Natura, beh, potrebbero essere cento minuti ben spesi.

L’ho visto in 3D e devo dire che, nonostante le doti delle attrici e il macello su schermo, non mi sento di consigliarlo. L’effetto non è particolarmente sfruttato, il film non mi è parso diretto da un regista che ci teneva particolarmente e la patina oscura degli occhiali quasi trasforma la soleggiata California nella nebbiosa Padania.

Il libro della vita

The Book of Life (USA/Messico, 2014)
di Jorge R. Gutiérrez
con le voci di Diego Luna, Zoe Saldana, Channing Tatum, Ron Perlman, Ice Cube 

L’aspetto forse più affascinante di Il libro della vita, coproduzione a cavallo dei ponti che, dopo diverse battute d’arresto in casa Dreamworks, è riuscita a concretizzarsi grazie all’intervento di Guillermo del Toro e alla distribuzione targata Fox, sta nella maniera per noi totalmente aliena in cui parla di morte e di accettazione della stessa. Perché alla fin fine il racconto del triangolo amoroso fra Manolo, Maria e Joaquin, tre giovani messicani che finiscono invischiati nelle trame di divinità dall’oltretomba, è il prototipo della storia che in mano ad altri avrebbe generato il classico film d’animazione dark proto-burtoniana. E non che ci sia niente di male, eh, ma qui si respira tutta un’altra atmosfera, figlia di un aldilà vissuto in maniera gioiosa, colorata, variopinta, che parla di speranza, del potere dei ricordi, di un rapporto con la morte che è culturalmente distantello dall’immagine di matrice cattolica che ne abbiamo da queste parti.

Il punto è che stiamo parlando di un racconto in cui la gente muore a ripetizione, le creature che arrivano da due diversi piani dell’oltretomba abbondano e l’intera vicenda è mossa da macchinazioni ultraterrene, eppure non c’è mai un briciolo di disperazione, di cupa ansia. È sempre tutto vibrante, colorato, allegro, anche nel ritrarre gli angoli teoricamente più oscuri e abbandonati dell’aldilà. La disperazione, casomai, si manifesta in vita, nella ricerca di un amor perduto, nel sentirsi affogare fra le ombre proiettate dalla propria famiglia, nel cercare disperatamente un senso per il proprio destino. Si tratta di una visione talmente particolare e “diversa” da saper dare una personalità unica anche a un film d’animazione che invece si allinea al filone dominante di matrice statunitense sotto tanti altri punti di vista, dalla struttura narrativa risaputa alle gag francamente banalotte, passando per una colonna sonora che riproduce successi della musica pop in versione mariachi.

E questo immaginario così particolare, surreale, vibrante si manifesta anche e soprattutto in uno spettacolo visivo pazzesco. Ogni singola inquadratura di Il libro della vita, con magari la parziale eccezione dei segmenti ambientati nel mondo reale, è un tripudio di energia fulminante, un’esplosione di trovate assurde, caratterizzazioni fuori di cozza, paesaggi dalla fantasia infinita. C’è tutta la carica esagerata della tradizione messicana e del Giorno dei morti, per di più intrecciata a una serie di omaggi che vanno anche oltre la cultura locale e sbattono dentro videogiochi, musica, cinema provenienti da ogni dove. Dovunque sposti lo sguardo c’è un piccolo, meraviglioso dettaglio, un delirio di luci e colori, una citazione azzeccata, una gag fulminante (le suore!). E il risultato è uno spettacolo grandioso, che si merita tutto l’amore del mondo nonostante il suo essere onestamente un po’ sprecato sui binari di un racconto banalotto e dal ritmo altalenante. Insomma, Il libro della vita non è magari il capolavoro a tutto tondo nel quale si poteva sperare, ma è un discreto capolavoro di rappresentazione visiva. E hai detto niente.

Purtroppo me lo sono perso al cinema e l’ho recuperato a casina bella grazie a un pratico servizio di Video on Demand. Mentre lo guardavo, pensavo che era davvero un peccato non godermi quei fantastici paesaggi su uno schermo gigante. E anche che forse il 3D ci sarebbe stato proprio bene. Beh, esce questa settimana al cinema in Italia, fatevi un po’ i vostri conti. Ah, a margine, voglio tanto bene a Channing Tatum, anche quando fa il doppiatore.

Youth – La giovinezza

Youth (Italia, 2015)
di Paolo Sorrentino
con Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano

Una caratteristica un po’ surreale di buona parte dei film in concorso a Cannes 2015 sta in quel che, forse, racconta del modo in cui oggi si produce il cinema, con registi dalla personalità fortemente incastonata nella propria nazionalità che si ritrovano a lavorare con cast e produzioni anglofone, alle prese con una lingua che non è la loro. Da un lato, forse, è un peccato, perché in fondo il bello di manifestazioni del genere sta anche nel dare spazio a cinematografie di ogni dove, nell’infilare in un megafono voci lontane dall’omogeneizzazione in lingua inglese, voci come quella di Jia Zhangke e del suo bellissimo Mountains May Depart. Dall’altro, a voler ben vedere, è forse anche un’opportunità, perché da quello che magari è un compromesso possono venir fuori creature bizzarre, che parlano una lingua non loro ma riescono comunque a conservare l’identità forte del regista e del mondo da cui arriva. È un bene? È un male? Vai a sapere. Non è una novità, intendiamoci, e del resto gli ultimi tre anni di cinema hollywoodiano hanno premiato con l’Oscar altrettanti autori giunti da altrove, ma in qualche modo il regista “internazionale” che va a lavorare a Hollywood me lo aspetto un po’ di più. Immagino sia un problema mio.

Ad ogni modo, com’è andata, con questo secondo Sorrentino all’inglese? Dovunque ti giri c’è un’opinione al riguardo e vai a trovare due persone che siano d’accordo. Se lo chiedete a me, è andata molto bene, nonostante qualche perplessità. Youth, intanto, è un film dalla potenza visiva strabordante, dalla prima all’ultima inquadratura. È forse anche esagerato in questo, perché Sorrentino sembra quasi voler mandare a mille ogni fotogramma, senza dare un minimo di sosta, alzando al massimo il senso di satira surreale, anche a costo di sparare a vuoto e di perdere il controllo. E io un approccio del genere, in fondo, lo ammiro, a maggior ragione poi considerando quella che è la cinematografia italiana dell’ultimo paio di decenni. Il primo impatto è soprattutto questo qui, quello con un regista che compone immagini, sequenze, musiche in maniera fenomenale e ti sommerge con la sua bravura pazzesca. Youth è una lunga collezione di scene meravigliose, che ogni tanto cozzano un po’ l’una con l’altra, ma vanno a comporre un insieme affascinante e, forse, superiore nella somma alle singole parti che unisce.

Ma non c’è solo il tripudio audiovisivo e non ci sono solo degli attori in formissima, fra il sempre eccellente Michael Caine, una Rachel Weisz fantastica nell’ingenua semplicità del rapporto che racconta col proprio padre, nella fenomenale intesa che i due mettono a schermo, e un Harvey Keitel che un ruolo da interpretare degnamente non lo vedeva da un pezzo. Youth racconta gli anni del tramonto e la difficoltà nell’affrontarli, il rapporto fra anzianità e gioventù, la difficoltà nel rapportarsi con il proprio passato e con il futuro. Ma va a toccare anche tanti altri temi, senza aver paura di porli sotto forma di domanda diretta, letterale, anche a costo di risultare caramelloso e un po’ stucchevole. È un film che mira alto ma lo fa senza sentirsi in obbligo di risultare pesante nel linguaggio, anzi, affidandosi a una deliziosa e surreale leggerezza, alla capacità di schivare tante possibili scene madri archiviandole con un delicato sorriso, senza per questo evitare di andar giù pesante quando c’è bisogno dell’esagerazione evocativa. Il suo susseguirsi di meravigliose cartoline può suonare sconclusionato, sbarellato, magari un po’ vuoto nell’affidarsi a personaggi piuttosto schematici, dagli archi narrativi semplicistici, figuranti tramite cui raccontare temi ben più interessanti di loro. Ma in fondo, in mezzo a tutte le sue assurdità, è forse proprio questo mettere in scena esseri umani grandiosi fuori, ma di poco conto dentro, a renderlo brutalmente vivo.

L’ho visto in lingua originale durante la rassegna parigina dei film del Festival di Cannes. Ho un po’ il timore che per un film dai toni così surreali e pacchiani il doppiaggio rischi di fare dei gran danni, facendoli oltretutto a una manciata di ottime interpretazioni, e mi scatta quindi il paradosso di consigliare la visione in lingua originale (inglese) per un film italiano. E che ci vuoi fare.

Sogni e follia al cinema

Arriva oggi al cinema in Italia Il regno dei sogni e della follia, un bel documentario sull’attività dello Studio Ghibli, girato durante la lavorazione di Si alza il vento e La storia della principessa splendente, che si concentra soprattutto su Hayao Miyazaki, ma dà un po’ d’attenzione anche a Isao Takahata. Io l’ho visto ‘anno scorso e ne ho scritto a questo indirizzo qua.

Occhio: è fuori solo oggi e domani. Datevi una mossa.

Lo spam della domenica mattina: Masseffetto

Questa settimana, su IGN, mi sono manifestato quasi solo con le bloggate e una o due traduzioni. C’è però l’anteprima tutta speranze, supposizioni e leak su Mass Effect 4. Meglio di un dito in un occhio, via. Su Outcast, invece, abbiamo il nuovo Chiacchiere Borderline, un Videopep in cui mostro il libro della felicità, il nuovo Outcast Popcorn, il The Walking Podcast sulla prima stagione di The Strain e l’Old! dedicato al maggio del 2005.

Nei prossimi giorni forse registriamo qualcosa. Forse no. Vai a sapere.

La robbaccia del sabato mattina: Poppanti non morti

Incredibile ma vero, il flusso di immagini dal set di Suicide Squad ha rotto le palle perfino a me. Sarà anche che mi sembra tutto estremamente brutto, boh. C’ho proprio qualcosa che mi sega le gambe all’entusiasmo, su ‘sto film, ma non riesco a inquadrarla. Penso a David Ayer e mi rallegro, poi vedo i tatuaggi di Jared Leto e mi si stronca la voglia di vivere. Penso a Margot Robbie e wow, ma dura poco. Boh, vedremo. Intanto, così, giusto perché non ce ne sono mai abbastanza (?), è stata annunciata una nuova serie TV a base di zombi. La cosa che fa alzare il sopracciglio, però, è il fatto che c’è di mezzo George Romero. Empire of the Dead nasce infatti come miniserie a fumetti scritta per la Marvel da Giorgino (e disegnata da Alex Maleev), il quale ora si sta occupando di scrivere le sceneggiature per l’adattamento televisivo. Io il fumetto, che mescola vampiri e zombi, non l’ho letto, però, ehi, l’idea di una serie TV curata direttamente da Romero fatico a non trovarla intrigante.

Il primo teaser trailer di Steve Jobs, che così, a occhio, mi immagino in prima linea nell’assalto agli Oscar dell’anno prossimo. Boh, non so se Danny Boyle mi stia ancora simpatico, ma è pieno di bravi attori, è scritto da Aaron Sorkin, voglio crederci.

Se non bestemmio guarda.

Scream Queens, praticamente è American Horror Story: Coven senza la magia. O qualcosa del genere. Sulla carta mi attirava, il trailer mi ha ucciso ogni parvenza di voglia. Boh.

Knock Knock, il grande ritorno di Eli Roth che affronta uno fra i temi sociali più forti del nuovo millennio: il padre di famiglia che si fa tentare dalla gnocca e finisce per questo nei guai. Poi, certo, trattandosi di Eli Roth, i guai sono particolarmente brutali. Secondo me ci si diverte, poi a Keanu si vuole bene, dai.

Hahahahahha, oddio, gli zombi bambini, che ridere. No, aspetta, in effetti fa abbastanza ridere. Cooties, gli zombi bambini. Voglio crederci.

Credo mi sia passata la frenesia per Mad Max: Fury Road. Oddio, è possibile che oggi vada a vederlo per la quarta volta, ma sarebbe per altruismo, dato che la mia gentile signora ancora non l’ha visto. Ma insomma, ho ripreso a respirare.

Tomorrowland – Il mondo di domani

Tomorrowland (USA, 2015)
di Brad Bird
con Britt Robertson, George Clooney, Raffey Cassidy, Hugh Laurie 

Se si guarda ai nomi coinvolti, ci sono due cose particolarmente sorprendenti di Tomorrowland. Da un lato abbiamo il fatto che una volta tanto non ci si può accanire più di tanto contro una sceneggiatura su cui ha lavorato Damon Lindelof. Sì, c’è qualche calo di ritmo e sì, l’elemento scientifico alla base del tutto è un po’ fumoso, ma si respira una certa consapevolezza al riguardo, le cose vengono comunque messe in scena in maniera chiara e i personaggi non si comportano in modo cretino. Confortiamoci pensando che sia andata così grazie all’apporto di Brad Bird. L’altro aspetto sorprendente è il fatto che un film di Bird fatica a trovare la giusta forza espressiva, arranca con scarso successo nell’inseguire il senso di meraviglia che dovrebbe tenere in piedi la baracca e, appunto, ha perfino qualche sorprendente calo di ritmo. Tutta roba che da un regista del genere, onestamente, non ti aspetti.

Eppure è proprio sotto quel punto di vista che Tomorrowland fa una fatica tremenda, sostanzialmente fallendo in quello che dovrebbe essere il suo obiettivo principale: trascinarti su una giostra lunga due ore, capace di farti sognare un luogo meraviglioso e fuori dal tempo, mandando a segno il messaggio a base di ottimismo, gioia e fantasia che fa da motore alle vicende. Stiamo parlando di un film ispirato a un’attrazione dei parchi Disney, per la miseria! E invece entrambe le sequenze che mostrano la “fantastica” Tomorrowland al massimo del suo splendore, pur essendo dei discreti trionfi di tecnica, messa in scena e precisione nelle coreografie, sono afflitte da una personalità banalotta, moscia, risaputa. Sarà che sembra di stare guardando una versione per minorenni di BioShock (o, a voler fare un po’ meno i geek, si può tornare direttamente alla fonte e pensare ad Ayn Rand), sarà anche che non è facile sorprendere nel creare un immaginario visivo con le radici piazzate in parecchi decenni fa (eppure Predestination fa di meglio con quattro caschi e due gonnellini), ma è davvero tutto già visto, estremamente standardizzato e pure penalizzato da una computer grafica molto cartoonesca, tarata del resto sul target del film.

E forse il problema sta anche un po’ lì, nel target. Immagino che un ragazzino possa gustarsi molto più di me questa specie di lunga e simpatica giostra, però è innegabile che Tomorrowland ci provi a tentare qualcosina in più e ci creda sul serio. Per certi versi, sembra quasi che Bird stia tentando di realizzare una specie di film Pixar dal vivo. C’è proprio uno spirito fanciullesco, bizzarro, schematico nelle soluzioni narrative e buffo in quelle visive, che sarebbe forse molto più a suo agio in un film d’animazione. E insomma, Tomorrowland vuole essere quella cosa lì, un divertente macello che non rinunci però ad accalappiare anche i grandi con qualche tema importante, ma ci prova in maniera piuttosto impacciata e alla fin fine rimane ben poco anche sotto quel punto di vista, così come di una protagonista e un antagonista fatti di carta velina. I momenti migliori del film ruotano infatti quasi tutti attorno a un George Clooney carismatico come al solito. Lo fanno tanto sul piano dell’azione (quella specie di Mamma ho perso l’aereo in versione hi-tech), quanto su quello delle idee surreali (la torre!) e della narrazione. Il rapporto fra lui e il personaggio di Athena è bello, intrigante, malinconico e tutt’altro che banale, anzi, piuttosto rischioso e trattato con la giusta delicatezza. Lo spirito di Tomorrowland sta forse soprattutto lì, ma non è abbastanza.

O forse il problema è che dopo Mad Max: Fury Road come fai?