Archivi tag: Elena Anaya

Wonder Woman

Wonder Woman è un film… strano, che si contraddice da solo mentre spinge costantemente in una direzione nell’altra, tirando fuori un pasticciotto che però, nell’inevitabile confronto con i precedenti film di ‘sto disastrato universo cinematografico DC, esce fuori a testa alta, facendo la figura del migliore di tutti. Arriva per primo nel campionato dei supereroi al femminile e prova a spingere sul tema del femminismo, della protagonista donna forte che sa cavarsela da sola, spacca tutto e non dà mai retta a ciò che la società patriarcale vorrebbe imporle. Allo stesso tempo, però, racconta di fondo la più stereotipata delle storielle disneyane, quelle che la stessa Disney ha ormai ripudiato, proponendo una principessa ingenua (se non proprio cretina), che fugge dalla gabbia di vetro in cui i genitori volevano proteggerla per inseguire desideri e destino ribelli, scoprendo di non sapere nulla del mondo, facendoselo spiegare dagli uomini che la circondano e innamorandosi letteralmente del primo che passa. E, ancora, trova una comicità azzeccatissima quando la butta sul ridere ma sprofonda nel ridicolo quando tenta di prendersi sul serio. Insegue tematiche universali e azzeccate, parlando di natura umana, libero arbitrio, scelte difficili e rimorsi, ma riduce tutto a una mitologia di partenza imbarazzante, raccontando poi di una Prima Guerra Mondiale in cui alleati a caso combattono i tedeschi cattivi, che comunque sono cattivi perché c’è il dio della guerra che li controlla. Insomma, è un pastrocchio che smitraglia a caso in tutte le direzioni ma, rispetto a chi è venuto prima, ha la fortuna di una scrittura più curata, strutturata e lineare, che non perde tempo con le meta-cazzate e gli permette di colpire più spesso il bersaglio.

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The Infiltrator

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The Infiltrator racconta una storia che abbiamo visto al cinema mille volte, lo fa in maniera dignitosa ma senza appiccicarci nulla di nuovo o particolarmente riuscito. È un film medio sull’impresa di un agente federale che arriva ad infiltrarsi nei rami più periferici del cartello di Medellin, piazzando una retata non indifferente, e sopravvive per raccontare la sua storia nel canonico libro di memorie, poi per l’appunto diventato un film. Uno dei tanti. La solita roba, insomma, con una manciata di qualità che che potrebbero farlo emergere dalle nebbie del suo essere medio ma riescono al massimo a renderlo simpatico, degno di una visione in quelle settimane che non offrono altro d’interessante in sala, in TV, in streaming o dove caspita vi capiterà di beccarlo.

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