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Madre!

La prima fase del rapporto con Madre! è quella in cui non sai bene cosa aspettarti. Il trailer te lo vende come una specie di Rosemary’s Baby con Jennifer Lawrence, Michelle Pfeiffer, Javier Bardem ed Ed Harris, diretto da Darren Aronofsky. Che, insomma, è una prospettiva quantomeno intrigante. Solo che la gente te ne parla come di una roba assurda, bellissima o bruttissima, che sbarella le carte in tavola e parte per la tangente. Del resto, oh, sappiamo cosa ha diretto Aronofsky prima di arrivare qui. E quindi? E quindi, per chi si trova in questa fase del rapporto e vuole un’opinione sul film senza saperne di più, possiamo dire che Madre! è – come talvolta accade con Aronofsky – un thriller non thriller, un film che sfrutta cliché e convenzioni del cinema di paura per mettere addosso inquietudine mentre sta comunque facendo sostanzialmente altro. Secondo me merita, ma merita per motivi che non sono quelli del thriller chiuso in casa e stanno piuttosto in una mezz’ora finale completamente folle, splendida ma capace di far incazzare col turbo. Chi non vuole sapere altro può fermarsi qui, anche se nel secondo paragrafo non svelo poi molto altro.

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Snowpiercer

Snowpiercer (USA/Corea del sud, 2013)
di Joon-ho Bong
con Chris Evans, Jamie Bell, Kang-ho Song, John Hurt, Octavia Spencer, Tilda Swinton, Ed Harris

Quello di Snowpiercer è uno di quei futuri fantascientifici mandati in vacca all’insegna delle migliori intenzioni. Nei suoi primi minuti, il film ci racconta che l’umanità, posta di fronte a una situazione di riscaldamento globale ormai innegabile e totalmente fuori controllo, decide infine di agire, sparando in cielo una sostanza chimica pensata per riportare la situazione a livelli accettabili. Solo che la sostanza in questione funziona troppo bene e finisce per scatenare una nuova era glaciale a cui non sopravvive praticamente nessuno. Si salva unicamente chi è salito a bordo di un treno dal moto perpetuo, capace di autoalimentarsi e tenere in vita i propri passeggeri. Al suo interno, quindi, si trova ciò che rimane dell’umanità e ovviamente ci vuole molto poco perché si crei il classico ecosistema con i benestanti che vivono nel lusso dei primi vagoni alle spese dei pezzenti rintanati in coda al treno. Ma ai pezzenti girano i cinque minuti e a quel punto comincia il film.

Le premesse di Snowpiercer sono, ovviamente, parecchio assurde e immagino ci voglia poco a smontare la credibilità di questo trenino che se ne va in giro felice salvando i suoi passeggeri. Una volta assorbito questo “problema”, e se non si è in grado di assorbirlo è forse meglio farsi un esamino di coscienza e lasciar perdere, ci si può godere il notevole film d’esordio occidentale per Joon-ho Bong (Memories of Murder, The Host, Mother), ultimo – e probabilmente non ultimo – nel recente carosello di registi sudcoreani importati dalle nostre parti. Snowpiercer, nonostante le sue assurde premesse, è un film di fantascienza (o fantasy o quel che vi pare) solido, intelligente, che ha qualcosa da dire e che appassiona con la sua forza brutale e trascinante. Ha la forza e la personalità del suo regista, che del resto ha scritto la sceneggiatura di mano sua (assieme al notevole Kelly Masterson di Onora il padre e la madre), uno sviluppo amaro e convincente, nonostante magari qualche salto logico rivedibile, e una scena d’azione centrale dalla bellezza stordente. Arrivato a quel punto, ammaliato fin dall’inizio, ho deciso che era appena diventato il mio film preferito di quest’anno fra quelli che dubito arriveranno in Italia quest’anno.

Snowpiercer avanza assieme ai suoi protagonisti da un vagone all’altro, riservando ogni volta una sorpresa, perché tanto loro quanto gli spettatori non sanno mai cosa si celerà dietro ogni porta. E le sorprese arrivano davvero, pur fra qualche banalità, all’insegna dello spirito surreale che ci si aspetta da Joon-ho Bong e che in qualche modo unisce qui la sua meravigliosa costruzione dell’immagine con un gusto e un approccio più occidentali. È un film micidialmente cupo, che non risparmia i colpi bassi, affronta il suo futuro distopico interrogandosi su quanto e cosa siamo disposti a fare per sopravvivere, sulla moralità posta di fronte alla sopravvivenza, e tira dritto sul proprio binario (ehm) fino alla potente conclusione. Ha forse il solo limite di rallentare un po’ troppo nel pre-finale, quando viene dato spazio agli spiegoni firmati Ed Harris, per arrotolarsi attorno ai suoi colpi di scena e preparare il botto conclusivo. La cosa, di fondo, funziona, ma quel suo improvviso tirare il freno dopo un’ora che – nonostante un ritmo piuttosto blando – acchiappa disperatamente per non mollarti un secondo, beh, sgonfia in parte l’entusiasmo.

Ed è subito copertina su Facebook!

Eppure, nonostante questo, Snowpiercer rimane un gran film, proprio per il suo far quel che deve e vuole senza guardarsi mai indietro. Oltretutto, al servizio di Joon-ho Bong c’è un cast eccellente: i caratteristi di contorno sono perfetti come sempre ed Ed Harris e Tilda Swinton vanno brutalmente sopra le righe, ma il contesto lo richiede e da un film del genere, diretto da un regista del genere, non ci si può aspettare altro. Quanto al trio di testa, più o meno, non si può dire loro nulla: Kang-ho Song è una certezza, Jamie Bell non si fa odiare e Chris Evans è sorprendentemente bravo, una volta tanto, a tenersi il film sulle spalle e a interpretare un ruolo cupo, con tanto di monologo drammatico sul finale espresso in maniera dignitosa. Per uno che fino a oggi ha sempre dato il meglio quando doveva fare la spalla cretina, non è poco. Che questo avvenga per mano di un regista coreano, forse, vuole dire qualcosa. Anche se non so bene cosa.

L’ho visto al cinema qua a Parigi. Se IMDB non mente, la Francia è l’unica nazione occidentale in cui il film è già uscito, nonostante il cast lo renda sicuramente appetibile. Immagino abbia giocato un ruolo nella distribuzione il fatto che Snowpiercer è ispirato a un fumetto francese. Se Wikipedia non mente, i diritti per l’Italia sono in mano a Koch Media. Speriamo bene.

Gone Baby Gone

Gone Baby Gone (USA, 2007)
di Ben Affleck
con Casey Affleck, Michelle Monaghan, Ed Harris, Morgan Freeman

Cosa fai, se sei l’attore chiamato Ben Affleck, quindici anni fa hai vinto l’Oscar per una sceneggiatura, hai trascorso oltre un decennio a farti perculare per le tue doti d’attore, ma ti sei appena tolto lo sfizio di vincere la Coppa Volpi per una tua interpretazione? Semplice, ti scrivi e ti dirigi un film della madonna, facendolo interpretare da quel grandissimo (lui per davvero) attore che è tuo fratello. E mentre noi rinunciamo a capire la logica dietro a tutto questo, speriamo ardentemente che Ben ci resti, dietro alla macchina da presa, e tiri fuori altri film della madonna.

Perché Gone Baby Gone è proprio questo: un film della madonna. Un noir spento, smorto, che mostra il brutto umano di un’America provinciale sfatta e sfiatata. Un tuffo nel torbido e nel marcio, nella disperata impotenza di fronte alla crudeltà e alla tristezza umana. Un film difficile e crudele, forse anche per questo proiettato col contagocce in un’Italia sempre meno interessata (perlomeno negli occhi dei distributori) a un cinema fuori dalle righe.

Gone Baby Gone racconta dei detective scalcagnati Patrick e Angie, protagonisti in una serie di romanzi di Dennis Lehane (quello di Mystic River). Lei è la splendida Michelle Monhagan, lui è il bravissimo, biascicante, meraviglioso Casey Affleck. Investigatori privati volenterosi e sognatori, che cercano di dare una mano nel risolvere un caso di rapimento di bambini. Provano a portare del bene in un mondo fallato e irreparabile, che li prende in giro e si trastulla con loro, facendoli malamente finire gambe all’aria e faccia nella merda.

Affleck, il fratello (mica tanto) scemo, quello dietro alla macchina da presa, circonda i suoi due improbabili eroi di personaggi sfumati e intriganti, racconta di un mondo in cui non vorremmo mai vivere, ma che incidentalmente è proprio il nostro. Lo racconta con fare stanco e straniante, appiccicandosi al bieco realismo dei suoi protagonisti, scegliendo una via credibile e anti-drammatica. E proprio per la sua scarsa voglia di abbandonarsi al manierismo sferra devastanti pugni nello stomaco.

Affonda le unghie nella natura umana e ne tira fuori situazioni tremende, ingestibili, dalle quali non è possibile uscire a testa alta. Non c’è un modo giusto per cavarsela, c’è solo la difficoltà di avere a che fare con decisioni più grandi di noi e di pagarne le conseguenze. E alla fine si rimane lì, con quell’assurdo groppo in gola, con il cervello pieno di domande e lo stomaco a pezzi. Abbandonati sul divano, in uno squallido salottino, da soli con l’angoscia.

A History of Violence

A History of Violence (USA, 2005)
di David Cronenberg
con Viggo Mortensen, Maria Bello, Ed Harris, William Hurt

Millbrook, Indiana, Tom Stall è un brav’uomo, pacato e gentile, amato e rispettato dall’intera comunità, con una famiglia bella e adorante. Un giorno si trova costretto a reagire, contro ogni suo credo, al violento tentativo di rapina perpetrato nel suo ristorante. Per la città diventa un eroe, ma altre persone si interessano un po’ troppo a questo suo atto di coraggio…

Che A History of Violence sia un bel film da osservare e scrutare non penso lo si possa mettere in dubbio. Cronenberg è sempre lui, con la sua messa in scena elegante, la sua algida capacità di narratore, la sua bravura nel caricare di tensione (emotiva, sessuale, drammatica) i momenti chiave. L’agghiacciante piano sequenza iniziale vale la visione pure da solo, se poi ci aggiungiamo qualche altro momento sparso, la faccia da schiaffi di Ed Harris, quelle due pulsanti scene di sesso e un paio di altri passaggi da mozzare il fiato, beh, il prezzo del biglietto ci sta tutto.

Eppure ci sta anche che le (dis)avventure Tom Stall non mi abbiano convinto fino in fondo, non abbiano saputo aggrapparmisi per davvero alle budella. Di sicuro un po’ la cosa è voluta, perché Cronenberg, al contrario di altre occasioni, non spinge tanto sul melodramma. Realizza anzi un noir estremamente freddo, spassionato, quasi sterile, e che comunque a tratti riesce a colpire forte, nello stomaco, grazie alla potenza drammatica dei temi raccontati.

Il forte dualismo fra quel che si è e quel che si vuole essere, il dramma degli eventi che spingono tutti, inesorabilmente, come un vortice inarrestabile, nella direzione opposta a quella che desideri con tutte le tue forze. La voglia di raccontare un western moderno e metropolitano sotterrato a fondo nella sempre affascinante provincia americana. La semplice, rigorosa, asciutta capacità di cucire tutto assieme alla perfezione, senza sbavature evidenti.

Ecco, forse è anche un po’ quello, il fatto che sembri tutto così perfettino e pulitino, preciso e al suo posto, in un racconto un po’ prevedibile, già visto, magari anche un filo troppo manicheo. E poi, madonna santa, che due palle l’ennesimo cattivo strabordante e sopra le righe, ‘sto William Hurt macchietta assurda e fuori luogo, che verrebbe da giustificare con la matrice fumettistica dello script, se non fosse il personaggio in assoluto più stravolto rispetto all’originale. Che poi magari ci sta anche bene, come scheggia di follia impazzita in un contesto altrimenti freddo, misurato, glaciale. O magari no.

Probabilmente la risposta è semplicemente “boh?”. Non lo capisco mica tanto, perché ‘sto film non è riuscito a prendermi davvero. Quello che so, è che il Cronenberg del dopo M. Butterfly, in genere, fa film che mi piacciono non poco, nonostante questa o quella cosa poco riuscita. A History of Violence, invece, mi sa che è un film che mi piace poco, nonostante questa o quella cosa davvero tanto riuscita.