Prisoners

Prisoners (USA, 2013)
di Denis Villeneuve
con Hugh Jackman, Jake Gyllenhaal , Paul Dano, Terrence Howard, Maria Bello, Viola Davis

Ho cercato notizie al riguardo in maniera approfondita, controllando su IMDB e su Wikipedia, chiedendo perfino a un paio di persone su Facebook, arrivando infine anche alla mossa della frase “Is prisoners a big bad wolves remake?” infilata in Google, ma niente, neanche un accenno, giusto un paio di persone che “Oh, ma ‘sti due trailer s’assomigliano un sacco”. E come sappiamo, se una cosa non la trovi su Google, non esiste. Quindi, facciamocene una ragione: Prisoners non è un remake americano dell’israeliano Big Bad Wolves. Sarà uno di quei casi, così classici dell’Hollywood, in cui accade che due film dallo spunto identico vengano messi in produzione allo stesso tempo. È sempre successo, sempre succederà, sempre tutti negheranno e sempre ci sarà qualcuno che si allontana fischiettando con indifferenza sullo sfondo. Ultimamente, poi, questa cosa bizzarra si sta verificando anche con film che vengono da parti totalmente diverse del mondo (vedi alla voce The Raid / Dredd) e a quanto pare è proprio questo il caso.

Voglio dire, lo spunto di partenza è innegabilmente (e magari casualmente) lo stesso: ci sono dei bambini che spariscono, c’è un poliziotto ganzo e dai modi tutti suoi che indaga, c’è un tizio dall’aria sfigata e colpevole che viene accusato ma non può essere incriminato perché mancano le prove, c’è un genitore a cui si chiude la vena sul collo e c’è della tortura per far confessare il presunto colpevole. Dopodiché i due film seguono sviluppi molto diversi e si incamminano su strade lontane anni luce, in larga parte figlie del diverso modo di fare cinema e narrazione che c’è fra occidente e oriente, però è davvero dura non trovare punti di contatto. Al di là di questo, il problema è che Big Bad Wolves è un film decisamente più riuscito, e lo è soprattutto a causa delle differenze di cui sopra, relative al tono generale del racconto e a ciò che un certo cinema può permettersi di fare.

Da un lato, c’è il semplice fatto che a Hollywood, soprattutto in produzioni di un certo spessore, c’è un limite a quanto si può (e si vuole) decidere di spingere nella ricerca del pugno nello stomaco. Prisoners è un film estremamente cupo, duro, che racconta di cose molto brutte e soprattutto fa capire che ne sono accadute in precedenza di estremamente brutte, ma non rinuncia in nessun modo alla voglia così occidentale di tranquillizzare, consolare e distribuire ampie dosi di tarallucci e vino, chiudendo tutto con quell’inquadratura finale che getta una luce di speranza anche su quel minimo di cupezza cui la storia sembrava destinata. Dall’altro c’è il tono, l’approccio, l’atmosfera. Big Bad Wolves fa qualcosa che è tipicamente orientale e che dalle nostre parti si vede molto poco: mescola senza alcun ritegno il dramma più spinto, i temi più crudi e violenti possibili, con momenti di leggerezza e gag da commedia quasi demenziale. Crea un frullato che è facile trovare indigesto, ma proprio grazie a questa sua natura può permettersi qualche svolta narrativa improbabile, riesce ad essere potentissimo e la violenza di quel finale così tragico ne risulta se possibile ancora aumentata.

Prisoners, invece, si prende mostruosamente sul serio. Non che questo sia un difetto, anzi, va benissimo, e fino a che il film regge, funziona in maniera meravigliosa, grazie anche alla lancinante cura nella messa in scena e in generale all’approccio calmo, metodico, con cui viene raccontato lo svolgersi degli eventi, che per certi versi ricorda un pochino quel film di ben altro livello che era Zodiac. Il problema è che poi arriva la seconda parte, e soprattutto l’atto conclusivo, con snodi narrativi da poliziesco di quart’ordine e un continuo ballare sul labile confine che separa il MACCOSA dal trash. Lì, fra il tuffo nel melodramma insistito, l’inseguirsi di colpi di scena e l’apparizione del supercriminale, crolla un po’ tutto. La forza della prima parte e la bravura degli attori tengono comunque in piedi il film, ma il sapore amaro di occasione sprecata si mangia tutto. Ed è un peccato, perché fino a quando la sceneggiatura non deraglia, Prisoners funziona davvero bene, racconta una storia tragica, forte, che ti incolla alla sedia e ti mette addosso un dolore pazzesco. Poi, però, va tutto a mignotte, ti ritrovi improvvisamente a guardare un thriller che sembra sceneggiato da David Cage e ti prende il nervoso.

L’ho visto qua a Parigi, al cinema, in lingua originale, che merita perché gli attori si impegnano e sono bravi, anche se magari ogni tanto il caro Ughetto Jackman sbraca un po’. In Italia arriva fra una settimana. Big Bad Wolves, invece, mi sa che ve lo scordate.

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The Secret World Chronicle – Book One: Invasion

The Secret World Chronicle – Book One: Invasion (USA, 2011)
di Mercedes Lackey, Steve Libbey, Cody Martin, Dennis Lee

Il bello dell’Humble Bundle è che ci capiti sopra, vedi una singola cosa che t’interessa, hai l’opportunità di acquistarla spendendo due soldi e ti ritrovi in allegato un sacco di altre cose che, vai a sapere, magari ti piacciono, magari no, ma sostanzialmente sono arrivate gratuitamente. E poi fai beneficenza, finanzi direttamente gli sviluppatori e/o i realizzatori e bla bla bla. Chiaramente la cosa vale anche per le occasioni in cui viene utilizzato per vendere libri, invece che videogiochi, nell’attesa del momento in cui verrà introdotto l’Humble Utensili per la Casa Bundle, che è un po’ il mio sogno. Fatto sta che qualche tempo fa, insieme a una valanga di roba contenuta all’interno di uno dei due Humble Book Bundle per cui ho versato l’obolo, mi sono ritrovato sul mio account Kindle anche questo The Secret World Chronicle. E ho deciso di mettermi a leggerlo così, a caso, senza saperne nulla. Infatti quel che scrivo nel prossimo paragrafo l’ho scoperto poi, grazie all’amico Google.

In pratica, The Secret World Chronicle è un progetto che nasce sotto forma di podcast audio, o se preferite di audiolibri, scritti da un collettivo di autori che ha voluto creare una specie di universo supereroistico in stile Marvel o DC, ma con quel taglio un pochino più adulto e crudo che hanno in genere le serie degli editori minori tipo Image o Dark Horse (o Valiant o chissà che altro). Sul sito ufficiale si trova la raccolta completa dei podcast, attualmente arrivati alla sesta stagione, e non ho nulla da dire al riguardo perché non mi metterò mai ad ascoltarli. Ma noto che sui siti nerd se ne parla abbastanza bene. Sempre sul sito ufficiale, scopro che il tomo da me letto è il primo adattamento letterario della cosa, realizzato condensando e riassumendo un po’, e che esiste già un secondo volume, dal sottotitolo World Divided.

E dunque, com’è, ‘sto The Secret World Chronicles? Bizzarro. La base, ribadisco, è che ho iniziato a leggerlo senza saperne nulla, quindi, quando mi sono reso conto di stare leggendo una roba piena di gente coi superpoteri e in cui delle specie di super-nazisti-forse-alieni decidono di attaccare il pianeta facendo fuori tutto quel che incontrano, beh, sono rimasto spiazzato. Una volta che ci ho fatto la bocca, però, si è rivelato una lettura piacevole, soprattutto per due motivi. Il primo è che si tratta di un universo totalmente inventato di sana pianta, con cui gli autori possono fare quel che vogliono. E conseguentemente, in mezzo sicuramente a tanti personaggio che ricalcano stereotipi classici, quando non sono proprio evidenti omaggi, c’è spazio per idee abbastanza bizzarre e fantasiose, oltre che qualche colpo di scena ben orchestrato. Il secondo è che non si tratta di un romanzo unico, ma di una raccolta di diversi racconti, ciascuno coi suoi autori.

La prima parte, quella più lunga, parla dell’invasione di cui sopra e della guerra per respingerla, ed è sicuramente il racconto dal tono che ricorda i fumetti di supereroi nella maniera più classica, se vogliamo anche banale. Ma con gli altri racconti il libro si evolve in una specie di antologia che spazia in tutte le direzioni, esattamente come la produzione degli editori americani tende a raccontare serie di mille tipi diversi, pure ambientandole tutte nello stesso universo narrativo pieno di gente in calzamaglia. Ed è qui che vengono fuori le idee più sfiziose, fra la vicenda della supereroina russa fissata col regime, quella bella idea del tizio che vive bloccato nel passato anche se si trova nella nostra epoca e un racconto finale tutto incentrato su magia e fenomeni soprannaturali, che sfocia in un horror romantico e all’acqua di rose in stile Buffy o True Blood.

Ora, io non credo mi metterei mai consciamente a leggere un libro di supereroi. Non so bene il motivo, ma diciamo che è una cosa che non mi attira. Ma ritrovandomici per caso, rendendomene conto solo dopo un po’ di pagine, questo me lo sono letto tutto, nonostante fosse lunghissimo, e mi ci sono divertito. È una roba imperdibile? No. Leggerò il secondo volume? Probabilmente no. Lo consiglio a chi magari c’avesse voglia di leggere una roba di supereroi che non abbia nulla a che fare con i soliti e che riesce addirittura a tirar fuori qualche idea carina? Sì, dai.

Noto fra l’altro che esiste anche questo, patrocinato da uno della cui opera a me frega molto poco ma il cui solo nome lo fa venire barzotto a molta gente. Quindi segnalo, sai mai.

Sta arrivando il futuro passato

E insomma eccoci qui, pronti a guardare un primo trailer molto teaser per X-Men: Giorni di un futuro passato, il film che segna il ritorno di Bryan Singer in cabina di regia per una roba sui mutanti Marvel. Si tratta anche del quarto film che prende di petto una saga molto amata e/o molto importante dei mutanti Marvel. Con la faccenda di Fenice non è andata proprio benissimo, con le origini di Wolverine pure peggio, e con il Wolverine giapponese insomma. Come andrà questa volta?

Se devo essere onesto, non sono particolarmente gasato. Voglio dire, si tratta di un trailer che sulla carta avrebbe tutti gli elementi per farmi venire la fotta e invece, mentre lo guardavo, tutto quel che riuscivo a pensare era “Da che cacchio di film hanno preso la musica?”. Senza riuscire a ricordarmelo, fra l’altro. Anzi, un attimo che vado a cercare su Google… eccoci, è un mix di due musiche prese da Sunshine e La sottile linea rossa. Anvedi. Comunque, poi l’ho riguardato e, ecco, dai, qualche brividino da nerd fumettaro me l’ha dato. Dopodiché, che dire, Hugh è sempre Hugh, McAvoy versione Xavier depresso capellone vecchio stile non mi dispiace e… la verità è che da ‘sto trailer non si può giudicare molto. Si può al massimo fare la caccia ai dettagli e alle strizzatine d’occhio. E ci si può lasciar gasare, appunto. Però, ecco, mi si conferma la voglia di vederlo, continuo ad avere abbastanza fiducia, ma non m’è venuto istantaneamente barzotto come quando ho guardato quel trailer della scorsa settimana. Però magari è proprio una questione di aspettative differenti. Vai a sapere.

Intanto stasera vado in orbita all’Imax.

The Walking Dead 04X03: "Isolamento"

The Walking Dead 04X03: “Isolation” (USA, 2013)

con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
episodio diretto da Daniel Sackheim

con Andrew Lincoln, Scott Wilson, Chandler Riggs, Norman Reedus, Melissa McBride, Chad L. Coleman, Danai Gurira, Emily Kinney, Steven Yeun, Lauren Cohan

E siamo al terzo buon episodio consecutivo per The Walking Dead. Probabilmente non è record, ma insomma, questo avvio di stagione se la sta sicuramente giocando come miglior “striscia qualitativa” in tre anni, per una serie dall’andamento altalenante come poche altre. Il racconto è solido, i personaggi vengono approfonditi, si lavora bene sulla struttura degli episodi e sul lasciarti appeso coi cliffhanger, ci sono delle piacevoli rielaborazioni di cose viste nel fumetto (forse è fra le puntate a più alto tasso di strizzatine d’occhio che si siano viste fino a oggi, in questo senso), i momenti zombi non deludono, che sia per messa in scena del caos o per inventiva delle singole creature e insomma, in generale, c’è da divertirsi. Allo stesso tempo, però, non so, c’è qualcosa che mi impedisce di essere convinto fino in fondo.

Non saprei bene dove puntare il dito o di cosa lamentarmi ed è sicuramente una questione di sensibilità personale, ma ho proprio un’impressione di buona e costante solidità incapace di piazzare il guizzo. Mi manca il momento “wow”, non riesco a farmi trasportare fino in fondo, lo guardo placido e tranquillo e finisce tutto lì. Un problema mio, immagino, ma che ci vuoi fare, non siamo mai contenti, da queste parti. Ad ogni modo, al di là di tutto, è evidente che c’è alle spalle una direzione chiara e coerente, il voler portare avanti una serie di temi ben precisi e l’insistere nel coinvolgere un po’ tutto il cast in ogni episodio per raccontare un argomento singolo seguendone letture e declinazioni diverse. In questo senso, la rivelazione finale, telefonata per direttissima verso metà episodio ma comunque d’impatto, ha un bel peso nel raccontare l’evoluzione dei personaggi e la loro lotta per trovare una nuova forma di “normalità” in questo mondo stravolto. Resta da capire dove ci porterà e se per caso ci sia sotto ben altro, magari lo vedremo la prossima settimana.

Nel mentre, saggiamente, si coinvolgono i personaggi principali nella faccenda della febbra, una scelta inevitabile per dare un peso specifico diverso a una questione che stava già iniziando a trascinarsi stancamente, e in parallelo si vede emergere il Tyreese che tutti vogliamo vedere, quello capace di fulminarti con uno sguardo e di saltarti al collo se gli fai girare le balle. Il tutto mentre tornano a galla le faccende note, la voglia di isolarsi dal dolore da parte di Beth, il costante vacillare sull’oro della perdita di controllo per Rick, la maturazione di Carl in questo mondo tutto matto in cui è meglio che i bambini se ne vadano in giro armati di pistola. Se ci aggiungiamo l’orda abnorme di zombi che si vede sul finale e quella trasmissione radio (il Governatore? Altri personaggi in arrivo dal fumetto, tipo Abraham? Un primo accenno a storyline future legate ad altri insediamenti, magari pure loro presi dal fumetto?), di carne al fuoco continua ad essercene tanta. Bene, dai.

Continuo a pensare che Carol sia l’Andrea di questa stagione e farà una bruttissima fine. Resta da capire se la febbra mieterà vittime fra la gente che conta. Non ne sono ancora covinto.

Un altro po’ di cose a caso su Parigi

Proprio così, veloci veloci, da lunedì mattina.

Sabato siamo andati a farci un giro in Rue Dante, che è effettivamente molto fica. Per chi non la conoscesse e/o non avesse letto il lasagnone di testo della scorsa settimana, segnalo che si tratta di una viuzza che dedica parecchio spazio al fantastico mondo dei fumetti. In pratica, c’è una decina scarsa di fumetterie, una più bella dell’altra, abbastanza diversificate: c’è quella che tratta solo roba da collezione, quella particolarmente specializzata sui manga, quella che punta tutto su gadget e giocattoli e via dicendo. Ce ne sono anche un paio che trattano assai i fumetti americani in lingua originale, cosa che ovviamente mi ha portato a spendere una cifra smodata di soldi nel giro di pochi minuti. Per fortuna, però, per la maggior parte si trova solo roba in francese. Ah, c’è anche un negozio tutto dedicato al cinema un po’ cult e scult, fra DVD, poster e libri assortiti, e in un paio delle fumetterie c’è un assortimento di gadget, giocattoli e action figure che se ci entra Soletta ne esce sul lastrico. Fra l’altro, la via si trova in un quartiere strapieno di librerie e negozi di dischi/dvd/blu-ray/whatever, che spaziano fra il bugigattolo che tratta usato e il mega-negozio di cui non vedi il fondo dalla vetrina. Insomma, è il quartiere del consumismo.

Ci siamo fatti la tessera “flat” per il cinema. In pratica, con un po’ meno di quaranta euro al mese, posso andare al cinema tutte le volte che voglio, portandomi dietro una seconda persona. La seconda persona non ha il nome sulla tessera, quindi può cambiare. Un’eventuale terza persona che si unisce a noi paga prezzo ridotto. Nella tessera sono inclusi gli spettacoli 3D, senza sovrapprezzo. Per gli spettacoli Imax, invece, si deve pagare un’aggiunta di cinque euro. Oggi, se riesco, la inauguro con Prisoners. Domani invece andiamo per la prima volta all’Imax qua a Parigi, per rivederci Gravity. Ho controllato le misure, lo schermo è più piccolo di quello di Londra, ma insomma, ci si dovrebbe poter accontentare. Ah, la tessera che abbiamo fatto è quella della catena Gaumont Pathé, più che altro perché a due passi da casa c’è un loro multisala. Garantisce l’accesso a tutti i cinema della catena e anche a un po’ di cinema “indie”. Volendo, c’è anche la tessera della catena UGC, che garantisce l’accesso anche alla catena MK2 e a diversi altri cinema “indie”. Immagino che fra un po’ di tempo farò le mie valutazioni su quanto mi capiti di andare negli “altri” cinema e mi regolerò di conseguenza.

Sabato sera abbiamo mangiato in un ristorante cinese specializzato in cucina del Sichuan, con i due cuochi all’ingresso che preparavano gli spaghetti impastandoli a mano sul momento. Tutto davvero ottimo, tutto – come al solito – molto lontano dall’immagine della cucina cinese che mi sono fatto in decenni di frequentazione dei ristoranti cinesi milanesi. Io, fra l’altro, come portata “principale” mi sono preso uno scodellone di spaghetti con tofu, manzo e verdurame vario, indicato sul menu come “tres piquant”. Era in effetti parecchio piccante. Devo però ribadire una cosa che ho notato negli ultimi due anni di pranzi a casa di amici cinesi e sperimentazioni cinesoidi a casa: il piccante che usano là, anche quando molto forte, lo trovo molto meno fastidioso rispetto a quello messicano o a quello che piace tanto ai miei parenti giù al sud. Intendiamoci, quando te lo metti in bocca (ella!) ha comunque la tendenza a violentarti labbra e lingua, però poi svanisce in fretta, non rimane lì a tormentarti. Ovviamente parlo da totale ignorante, oltre che da persona che non ha gran dimestichezza col cibo molto piccante. Però, appunto, quello cinese tendo a mangiarlo senza ridurmi a uno straccio.

Prosegue la striscia aperta di giornate consecutive in cui è caduta almeno un po’ di pioggia, fra rovesci particolarmente brutali e spruzzate veloci. Ventitré giorni and counting.

Dopodomani vado alla Games Week di Parigi. Come sarà? Mboh? Vedremo.

Lo spam della domenica mattina: Zombi e poco altro

Una settimana che è andata così, impegnato a mandare avanti baracche mentre gli altri erano impegnati a farsi sommergere dai morti viventi in quel della fiera di Milano. E infatti oggi ho da segnalare solo i canonici contenuti settimanali su Outcast: l’episodio di The Walking Podcast dedicato alla seconda puntata della quarta stagione di The Walking Dead e l’episodio di Old! dedicato all’ottobre del 2003. Ah, no, c’è anche il Sundaycast di oggi in contumacia Talarico.

Dai, che sto rientrando a regime. Magari rientro anche in una sala cinematografica.

La robbaccia del sabato mattina: No, niente

Questa settimana, la robbaccia del sabato mattina sarebbe dovuta essere dominata dal trailer di Captain America – Il soldato d’inverno, ma poi ieri m’è partito l’embolo e ne ho scritto subito. Ho quindi veramente poco di cui scrivere, ma tanto oggi metà della gente che mi legge sta alla Games Week e l’altra metà, beh, oh, è sabato, c’avrete ben di meglio da fare. Detto questo, mi preme innanzitutto segnalare Vin Diesel che pubblica su Facebook un filmato in cui si allena a fare le capriole e i salti tutti matti assieme a Tony Jaa.

Poi abbiamo questo trailer di Anchorman 2, che ancora non sono riuscito a capire se m’interessi o no. Col primo film mi sono moderatamente divertito e in questo trailer ci vedo robe simpatiche e una cosa che mi ha fatto scoppiare a ridere, però, ecco, proprio una sola. Mboh? Comunque, veramente delicatissimo il titolo italiano: Fotti la notizia. Anvedi.

L’honest trailer di Pacific Rim, delizioso, neh? Fantastica la parte finale in cui sbrocca e “Machemmefrega, pew pew, pew”. A proposito di nerdate, Ryan Reynolds continua a insistere che ce la sta mettendo tutta e forse un giorno magari vai a sapere faranno un film su Deadpool, tutto bello meta e rated R come si conviene. Secondo me, lui, nella parte iniziale di X-Men le origini: Wolverine era perfetto. Quindi di certo non mi spiacerebbe. Mah, chissà. Comunque, già che si parla di mutanti, chiudiamo con qualche foto dal set di X-Men: Giorni di un futuro passato. Voglia.

Devo riprendere ad andare al cinema, mi sta salendo l’ansia da astinenza.

Perdinci!

Ieri sapevo che sarebbe uscito in serata il primo trailer di Captain America – Il soldato d’inverno, ed ero curioso, ma poi, all’ora X, mi sono ritrovato preso da centomila altre cose, non ultima la necessità di montaggio di una cassettiera formato Ikea, e ho finito per dimenticarmene. Poi, a mezzanotte abbondantemente passata, mi sono visto spuntare davanti un tweet che lo segnalava e mi sono messo a guardarlo. E, beh, wow. Sarà che per questo film ho aspettative abbastanza basse e che, in generale, fra quest’anno e il prossimo, l’unico film Marvel per cui sono davvero in fotta è Guardians of the Galaxy, ma cacchio. Trailer davvero, davvero fico e promettente. Poi magari bugiardo, vai a sapere, però wow. Normalmente sbatterei il trailer nel canonico post “meccanico” da sabato mattina, ma in questo caso il wow è potente e, aggiunto al fatto che sono sommerso di lavoro e allo stato psicofisico derivante dall’essermi addormentato verso le tre e svegliato non troppe ore dopo, beh, dedichiamogli un post, via. Crepi l’avarizia!

E dunque, allora, calmiamoci, ché fra stanotte e stamattina l’ho già guardato un numero eccessivo di volte e stanno cominciando a spuntare le crepe e le cose che non mi convincono. Ma insomma, comunque, rimane il fatto che sono passato da hype sotto zero a King Kong sulla spalla.

Una cosa per volta:
– il costume più darkettos-militaroso, preso da una saga a fumetti che ancora non sono arrivato a leggere perché negli ultimi anni ho un po’ mollato la Marvel e ci metto mano solo ogni tanto, mi piace;
– la storia sembra ruotare attorno non solo allo Steve Rogers che cerca di adattarsi al mondo moderno, ma anche al Cap che fatica ad accettare le abitudini manipolative dello S.H.I.E.L.D. e in generale c’ha tutti i dubbi del caso sul governo. Che poi è il Cap più affascinante anche nei fumetti, in genere;
– purtroppo c’è la polpetta con le pistole e sembra fuori luogo come al solito;
– Robert Redford fa l’attore d’esperienza che prova ad aumentare il tasso di dignità, serietà, “Guarda, mamma, non è una stronzata” e botulino del film;
– il Soldato d’Inverno è probabilmente la cosa esteticamente più ridicola che si vede, però tutto sommato funziona abbastanza bene;
– Falcon versione ganzo agente dello S.H.I.E.L.D. non è affatto male;
– la storia sembra essere una roba in cui Cap c’ha i dubbi esistenziali, ci sono scissioni, tradimenti, cospirazioni, arriva il Soldato d’Inverno e spacca tutto, spedendo Nick Fury in ospedale e facendo tanto male anche alla polpetta. Nulla di nuovo, ma insomma, mettici in mezzo pure il dramma umano dell’identità del cattivo e potrebbe essere divertente;
– i bookmaker non quotano Redford traditore a colpo di scena;
– quante volte abbiamo visto, nei blockbusteroni degli ultimi anni, la scena col tipo che spara al camion/furgone/veicolo che si cappotta e gli passa a un metro mentre lui si sposta con fare da duro? E quella dell’astronave che si schianta sfondando tutto? Troppe;
– in ‘sto trailer, Cap c’ha un livello di badassitudine che sfonda tutto e fa il giro.

In generale, ho l’impressione che dopo la prima fase tutta luci, colori, amicizia, risate ed effetti speciali, ‘sta seconda ondata di film Marvel voglia buttarla un po’ sul dramma umano e sulle tragedie. Anzi, mi correggo: se Iron Man 3 fa testo, in realtà sono i trailer che la buttano sul dramma umano e sulle tragedie, mentre poi i film continuano ad essere iper-buffoni e comici. Io non mi lamento, a me piacciono le buffonate. Comunque sono improvvisamente molto curioso, però bisogna aspettare cinque mesi, uffa.

Non vado al cinema da tre settimane. Provo come uno scompenso esistenziale. Devo correre ai ripari.

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X05: "Girl in the Flower Dress"

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X05: “Girl in the Flower Dress” (USA, 2013)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
episodio diretto da Jesse Bochco
con Clark Gregg, Brett Dalton, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge

Beh, bene, dai. Per il secondo episodio consecutivo, Agents of S.H.I.EL.D. riesce a raccontarsi con un minimo di senso del ritmo. È già un gran risultato, abbattiamoci le mani. Al di là di questo, Girl in the Flower Dress fa un po’ di cosette azzeccate e prosegue a lavorare per cercare di far ingranare la giusta marcia alla serie. Tanto per cominciare, leva dalle palle il MISTERISSIMO sul passato di Skye e sulla sua presunta alleanza con questa o quella organizzazione, forse tradisce, forse no, chissà, mboh, vedremo. Altre serie si sarebbero palleggiate questa cosa per una decina di puntate, giocando a fare le misteriose su incredibili rivelazioni talmente telefonate che anche lo slime di Dragon Quest che tengo sulla cassa posteriore sinistra aveva sgamato dopo due episodi. E invece qua no, si scoprono le carte, si dicono le cose chiare e tonde, si mantiene coerenza con quel che era stato mostrato fino a qui e si lascia pure in ballo un mistero se vogliamo più interessante.  Bene, no?

 “Io avevo capito tutto già dal pilota.”

Al di là di questo, la serie sta cominciando a fare esattamente quel che chiedevo la scorsa settimana, unire i puntini e presentare un minimo di arco narrativo che vada ad accompagnarci da qui alla fine. Per dirne una, torna in scena l’organizzazione criminale misteriosa che trama nell’ombra pasticciando con Extremis, Chitauri e chissà che altro e lo fa oltretutto mostrando delle tute che potrebbero tranquillamente essere tanto giustificate dal racconto, quanto un modo per tirare di gomito e suggerire che si tratti di chi sappiamo (o almeno lo sappiamo se conosciamo i fumetti Marvel). Il tutto mentre ci si continua a giostrare cercando di far funzionare la continuity dell’universo cinematografico, senza far troppo casino e andando a pescare e reinterpretare personaggi e supercriminali assortiti, questa settimana addirittura due. Poi, certo, al momento ci si sta limitando a usare gente onestamente un po’ sfigata, ma d’altra parte è pure normale che i pesi grossi se li vogliano tenere soprattutto per i film. Senza contare che, per come la vedo io, farebbero bene a continuare a non limitarsi a tirar di gomito all’universo fumettistico e puntare invece anche sull’inventarsi personaggi e situazioni di sana pianta. Fermo restando che mi aspetto che il tizio mostrato nel finale venga per direttissima dai fumetti. Magari sbagliando.

In tutto questo, oltre a continuare a mettere in mostra un budget decoroso, fra inseguimenti in macchina ed effetti speciali decenti che altrove col piffero, Girl in the Flower Dress ha il gran pregio di rendersi conto che non è necessario buttare sempre tutto in caciara. Le rivelazioni dell’episodio vengono trattate con la massima serietà, in quasi totale assenza di battute, e in particolare la reazione di Coulson e i suoi scambi con May regalano momenti davvero azzeccati. A questo aggiungiamo la voglia di adottare anche toni abbastanza cupi, con una morte piuttosto brutale e una scelta, da parte di Coulson, che lo caratterizza un po’ meno come il babbo bonaccione e un po’ più come l’agente S.H.I.E.L.D. in grado di prendere decisioni cazzute che dovrebbe essere. Insomma, un buon episodio di una serie che sta crescendo. Poi si rimane ben lontani dalla perfezione, c’è ancora tanto da mettere a posto e soprattutto, ora che si sono gestite le questioni relative a Skye, sarebbe il caso di dedicarsi a far uscire un po’ dallo status di cartonato sullo sfondo anche Fitz e Simmons, magari mentre si comincia a prendere di petto l’altro mistero con cui ci stanno menando il torrone da cinque episodi. O vorranno davvero tirare avanti la storia di Coulson fino al termine della stagione? Beh, comunque il trailer per il prossimo episodio promette molto bene, soprattutto per chi sa quanto sono in grado di essere stronze le serie di Joss Whedon, ma ci tocca aspettare due settimane. Uffa.

Ieri sera ho trascorso circa otto secondi riflettendo sul fatto che – guarda il caso – Bear McCreary cura le musiche delle uniche due serie che seguo “in diretta”. Però gli son venute meglio quelle di quell’altra, dai. Credo. Forse. Boh.

Angel – Stagione 1

Angel – Season 1 (USA, 1999/2000)
creato da Joss Whedon e David Greenwalt
con David Boreanaz, Charisma Carpenter, Alexis Denisof, Glenn Quinn

Se la quarta stagione di Buffy l’ammazzavampiri era quella della maturità, Angel prova ad essere maturo fin dall’esordio. E anche qui la cosa vale tanto sul piano produttivo quanto su quello contenutistico. Da un lato c’è una produzione che si concede di investire parecchio fin da subito, fra esterni, riprese in location ed elaborate scene d’azione a bordo di automobili che s’inseguono per le strade di Los Angeles (ma per il 16:9 bisogna attendere l’anno successivo). Dall’altro c’è una serie che, pur senza rinunciare al gusto per il fantastico, per il prendersi continuamente in giro, per i toni a volte bambineschi e alla fin fine per il trash, racconta del mondo adulto e dei problemi che lo popolano e lo fa con un tono molto più cupo, drammatico, sfiorando a volte tinte horror ben più spinte.

Tutto ha un taglio diverso, tanto nell’estetica quanto nello spirito che muove personaggi e dialoghi e la cosa influenza l’universo whedoniano a ogni livello, al punto che anche i personaggi presi in prestito da Buffy ne escono trasformati. Cordelia e Wesley si presentano come i due cretini che erano dall’altra parte, ma pian piano iniziano a cambiare e, pur conservando i loro toni scemotti sottopelle, maturano sempre più verso una caratterizzazione adulta. Arriva Faith e improvvisamente i suoi drammi esistenziali si fanno tragedia completa. Si manifesta Buffy e lo fa indossando abiti da signora, presi da un guardaroba che non ha nulla a che vedere con ciò che normalmente indossa a casa sua. E ovviamente Angel, pur tirando ogni tanto fuori un animo da idiota completo, va a nozze con tutto questo e si dedica alla sua pratica da vampiro depresso e dannato che si strugge in cantina.

Poi, certo, come detto rimane l’autoironia di fondo e la serie stessa, coi suoi autori, è la prima a prendere per il culo il dramma spinto in cui si crogiola, ma la differenza di tono rispetto a una comunque pure lei sempre più melodrammatica mamma Buffy è evidente. E d’altra parte il tema principale di Angel è quello della redenzione, intrinsecamente legato al suo protagonista, ma usato come filo rosso che va a unire le azioni di praticamente tutti i personaggi principali, compreso un Doyle le cui vicende potevano forse essere trattate meglio, ma riescono comunque a chiudersi col botto, per altro proponendo la versione estesa di una “mossa” che Whedon aveva già usato nella prima stagione di Buffy. E poi – inevitabile – c’è il metaforone, l’utilizzo di mostri, demoni e schifezze assortite per raccontare del diverso, di razzismo e intolleranza, che diventerà sempre più forte nelle stagioni a venire.

In tutto questo, come spesso accade nelle prime stagioni, a mancare è un arco narrativo solido e appassionante, capace di accompagnare degnamente dall’inizio alla fine. C’è più un buttare nel mucchio idee, sperimentare coi personaggi e preparare le pedine per quel che verrà eventualmente dopo, con tanto di cliffhanger a fine stagione, quello sì di grande effetto. La stessa – bella – idea di sfruttare come antagonista non tanto un singolo personaggio, quanto lo studio di avvocati cattivissimi e pure loro metaforoni spinti, fa sentire la mancanza di un cattivo meglio definito cui affezionarsi. In compenso funzionano molto bene parecchie singole puntate, con picchi particolarmente alti sui crossover con Buffy (splendido l’iper-melodramma di I Will Remember You, ma ottimo anche il ritorno di Faith) e pure in diversi riuscitissimi episodi autoconclusivi come I’ve Got You Under My Skin e The Prodigal. E insomma, per essere una prima stagione, con tutti i suoi tonfi e i suoi brutti episodi che, per carità, non mancano, poteva andare decisamente peggio. Ma d’altra parte, di fondo, non era una prima stagione.

Ho guardato la prima stagione di Angel tanti anni fa, in una galassia lontana lontana, e poi l’ho riguardata l’anno scorso. In entrambi i casi, l’operazione è stata condotta grazie al cofano DVD britannico, con visione in lingua originale e godimento del meta-linguaggio nerd che caratterizza l’opera whedoniana. Ne ho scritto solo adesso perché sto (ri)guardando la quinta stagione di Buffy e la seconda di Angel e m’è venuto in mente che questo post stava nelle bozze tutto vuoto, solo e abbandonato. E mi dispiaceva.