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X-Men le origini: Wolverine

X-Men Origins: Wolverine (USA, 2009)
di Gavin Hood
con Hugh Jackman, Liev Schreiber, Danny Huston

Un tempo ai giovani registi sconosciuti ma interessanti si affidavano gli Alien. Adesso invece si beccano i Wolverine. E ok, Gavin Hood non sarà Ridley Scott, James Cameron o David Fincher, tutto sommato neanche Jean-Pierre Jeunet, però, insomma, i tempi cambiano, e in peggio. Via. Che si stava meglio quando i treni arrivavano in orario, ma soprattutto quando nei titoli dei film non c’erano i due punti. Già mi danno fastidio nei titoli dei videogiochi, i due punti, ma nei film proprio non si sopportano. A quando James Howlett Chronicles: Mutant Power – Wolverine Origins *The Logan Factor*? Lara Croft, anche. Maledetto George Lucas e il suo doppio mento.

Che film è, ‘sto Wolverine? È un filmetto scemotto e stupidino, che quando fa lo scemotto e lo stupidino funziona a meraviglia. Funziona perché abbraccia la consapevolezza di stare raccontando assurdità e lo fa in maniera spensierata e coinvolgente, con risatine, battute simpatiche (occhio: l’ho visto in lingua originale), qualche combattimento sborone, attori abbastanza azzeccati. Sì, azzeccati. Mi è piaciuto anche Schreiber, e non me ne frega niente se Sabretooth dovrebbe essere grosso il doppio, perché allora pure Wolverine dovrebbe essere grosso la metà di Hugh Jackman.

I problemi saltan fuori quando scatta il melodramma, quando il film prova a prendersi sul serio, perché davvero non riesce a funzionare. Sarà la sceneggiatura che non gira? Sarà Gavin Hood che non è capace? Sarà quest’inseguire l’iconografia fumettara con le urla al cielo e le pose copiate dalle vignette storiche? Sarà quel che sarà, ma l’epica melodrammatica non funziona e ogni volta che emerge vien da storcere il naso, pure a me che di melodrammi me ne sorbisco a fiumi senza problemi. No no, Wolverine, il film, è molto meglio quando fa ridere.

Voglio dire, parliamo un po’ di Deadpool, facciamolo un po’ da nerd che conoscono i fumetti. Quanto è bello il Wade Wilson dei primi minuti? Quanto è perfetto, con quella sua parlantina, quel vomitare stronzate senza soluzione di continuità, quella salita in ascensore con gli altri che non riescono a trattenere le risatine? È lui, è proprio lui, ed è meraviglioso. Quasi commovente. Ecco, questo film, ahimè, non ce l’ha avuto il momento in cui mi sono ritrovato con gli occhi lucidi e la bocca spalancata a guardare i supereroi che saltellano. Non c’è proprio riuscito, a darmi quella commozione. Però il Wade dell’inizio, con le sue cazzate, c’è andato molto ma molto vicino.

Peccato solo che poi anche lui vada in vacca, quando scivola nella depressione, con quello sgorbio alla fine, pure simpatico da guardare che saltella, ma insomma, eddai, ma che spreco assurdo. E vogliamo parlare di Gambit? No, dico, vogliamo parlare di Gambit? Gambit! Uno che ok, ha smesso di essere interessante da anni, ma quanto figo era in quelle sue prime apparizioni? Quanto? Tanto! E poi rimane pur sempre quello che si è bombato Rogue, mica pizza e fichi! Ecco, il Gambit del film, anche se dura dieci minuti, poteva essere il motivo per pagare il prezzo del biglietto.

Poteva, ma non è, non ce la fa. Perché ha un briciolo, solo un bricioletto del fascino che dovrebbe avere. Ma un briciolo piccolo, che oltretutto, a naso, mi aspetto sia totalmente cancellato dal doppiaggio, con la perdita dell’accento. E fra l’altro è pure protagonista di uno fra i miglior nonsense del film, quando si teletrasporta da svenuto per terra a saltellante sul tetto. Nono, non si fa così, non mi si spreca così il Cajun, che cazzo.

Però alla fine mi sembra che ci si accanisca un po’ troppo su ‘sto Wolverine. È merda? No, non è merda. È merda se ti metti a fare lo scassamaroni che s’incazza perché in un film su Wolverine non si cita nemmeno il Giappone? Boh, probabilmente sì, e poi è sempre giusto incazzarsi quando c’è un’occasione per mostrare il Giappone e non viene sfruttata. Ma in fondo il Wolverine giapponese avrebbe bisogno di un film a parte, tutto suo.

Ma in ogni caso no, non è merda. È intrattenimento, ben confezionato, inferiore ad altre prove un po’ più autoriali nel suo genere, ma anni luce sopra a porcherie inguardabili stile Elektra. Davvero c’è bisogno di lamentarsene? Davvero qualcuno si aspettava qualcosa di più di una cacatina piena di piccole citazioni e strizzatine d’occhio per i fan? Sì, ok, sarebbe stato meglio se Hood fosse stato in grado di far funzionare le cose anche quando provava a commuovere. Ma via, in fondo il finale deprimente – certo, un filo telefonato per chi ha visto gli altri film – non è neanche male. Poteva andare peggio? Poteva andare peggio. Poteva andare meglio? Poteva andare meglio. Ci accontentiamo? Ci accontentiamo.

The Prestige

The Prestige (USA, 2006)
di Christopher Nolan
con Hugh Jackman, Christian Bale, Michael Caine, Piper Perabo, Scarlett Johansson, David Bowie, Andy Serkis

Basato sull’omonimo romanzo di Christopher Priest, The Prestige mette in scena la rivalità ossessiva fra due uomini, avversari nella carriera di prestigiatori e nella vita, impegnati nello scontro fino al punto di vacillare sull’orlo del baratro e tuffarsi anche oltre. Dal romanzo mutua il racconto basato sugli scritti dei protagonisti, che svelano gli eventi appuntando la loro vita sulle pagine dei propri diari personali, portando quindi lo spettatore a credere – o non credere – alle parole di chi forse non è interessato a dire tutta la verità. Ne nasce una storia fatta di bugie e raggiri, nella quale si manifesta fin dall’inizio la voglia di giocare con chi guarda, raggirandolo e perculandolo proprio come in uno spettacolo di magia.

The Prestige si scopre fin da subito, spiega le tre fasi in cui si articola uno spettacolo e poi le abbraccia apertamente. Il vero show è il film, costruito come un numero che si sviluppa su più livelli, distraendo, rimescolando, creando dubbi e illusioni, aggiungendo elementi fuori dall’ordinario e preparando un gran finale scoppiettante. Nolan gioca sul tema del doppio, su quanto in là possa essere disposto a spingersi l’animo umano per ottenere ciò che cerca, e sugli abissi a cui il desiderio di rivalsa, la rivalità, la brama di successo possano spingere.

A far da spartiacque fra i suoi due Batman, insomma, Nolan gira un film più personale, per quanto comunque basato su un’opera altrui. Un film che va contro gli stereotipi hollywoodiani nel mostrarci due protagonisti dalla moralità sfumata, che difficilmente possono essere inquadrati come positivi o negativi e che si muovono spinti dalla rivalità, dal desiderio di successo, arrivando a compiere atti inaccettabili e a danneggiare chiunque stia loro attorno, oltre che se stessi. Due bei personaggi, insomma, interpretati da degli ottimi Bale e Jackman, che certo sfigurano di fianco al sempre impressionante Michael Caine, ma quantomeno tengono la scena meglio del barilotto dal cognome svedesoide.

E attorno a questi due personaggi Nolan costruisce un gioco a incastri, un film moderno e splendidamente raccontato, che si trastulla con il suo pubblico dall’inizio alla fine e propone un intreccio complesso e articolato. Quello di Nolan non è cinema didascalico, non offre la pappa pronta, sciorina invece misteri e ombre, sui quali lo spettatore è portato a riflettere e interrogarsi. È insomma un cinema intelligente e raffinato, che ha forse l’unico limite di essere un po’ asettico e poco propenso al melodramma.

Nolan pare interessato alla sola costruzione del racconto, realizza un film di genere che non propone riflessioni di peso e non impone “messaggi” d’autore. E se questo non deve per forza essere considerato limitante, è già più difficile non dare importanza a una certa mancanza di “stomaco”. The Prestige, pur mettendo in scena tragedie e drammi terrificanti, non colpisce nelle budella e scorre via distante, forse proprio per il suo non voler concedere neanche un po’ di fascino eroico ai dannatissimi Borden e Angier. Visto chi è il regista, era difficile immaginare il contrario, eppure un pizzico di insoddisfazione rimane lo stesso.

Scoop

Scoop (UK/USA, 2006)
di Woody Allen
con Scarlett Johansson, Woody Allen, Hugh Jackman

Madonna, ma che palle, si ricomincia? Siccome hai centrato Match Point adesso riattacchi a scagazzare fuori filmetti insipidi per un decennio buono? Che è, ‘sta roba? A che serve? Che me ne dovrei fare? Ancora a travestire attori da te stesso, stai? Per di più in un film nel quale reciti anche tu? Ma non ti rendi conto di quanto scassi i coglioni vederci doppio per un’ora e mezza? Senza ridere. Senza che ci sia un qualsiasi intreccio. Non dico un intreccio giallo, eh, mi basterebbe un intreccio.

Un vecchio stronzo e una cretina lanciati allo sbaraglio contro un serial killer. Forse. O forse no. Nel dubbio, novanta minuti di gag insulse, a raccontare di questi due poveretti che inseguono l’occasione della vita su consiglio di un fantasma. Avvenimenti telefonati mezz’ora prima, tormentoni che si trascinano stancamente, personaggi piatti e monodimensionali… l’unica ragione di vita per questo film sta nella scena della piscina, con Hugh Jackman e Scarlett Johansson in costume da bagno. Oltretutto lei indossa il costume intero. E neanche mi piace. Fastidio.

X-Men – La trilogia


X-Men (USA, 2000)
di Bryan Singer
con Hugh Jackman, Patrick Stewart, Ian McKellen, Anna Paquin, Famke Janssen, James Marsden, Rebecca Romijn, Halle Berry, Tyler Mane, Ray Park, Bruce Davison

Nel rivedere il primo X-Men quasi sei anni dopo, mi sono stupito per un’eleganza formale che non ricordavo e non gli riconoscevo. Singer costruisce la scena apponendo ben chiara la sua firma, raccontando le psicologie dei personaggi e creando atmosfere stranianti. Non rinuncia a dipingere immagini dalla grande forza evocativa, ma si concentra soprattutto sui volti, sui dettagli, sulle piccole cose.

E il punto di forza è il taglio realistico, che punta a raccontare una storia fatta di persone, non di superpoteri. Singer si mantiene terra terra ed apre la strada per quello che poi diventerà il nuovo filone del cinema fumettistico, lontano dalle esagerazioni barocche di Tim Burton e Joel Shumacher. A risultare vincente è quindi la scelta di adattare, invece che riprodurre, trasformando materiale fumettistico in materiale cinematografico, fatto di credibilità, buoni attori e compattezza narrativa.

Il bello è che, nonostante questa fuga dall’estetica colorata e ipercinetica dei fumetti di supereroi, X-Men si mantiene estremamente fedele al materiale d’origine. I personaggi, pur avendo molti punti di distacco da quelli noti ai fan, ne conservano l’essenza, nella caratterizzazione psicologica e in quella visiva. E la stessa struttura narrativa del film aderisce in pieno alle regole della serialità a fumetti, presentando un episodio importante, ma inserito in un contesto preesistente e che certo non si chiude qui. Insomma, promosso a pieni voti.


X-Men 2
X2 (USA, 2003)
di Bryan Singer
con Hugh Jackman, Patrick Stewart, Ian McKellen, Brian Cox, Alan Cumming, Anna Paquin, Shawn Ashmore, Aaron Stanford, Famke Janssen, James Marsden, Kelly Hu, Rebecca Romijn, Halle Berry, Bruce Davison

Tre anni dopo, gli X-Men di Bryan Singer proseguono sulla stessa linea, riallacciandosi a quanto raccontato nel primo film e portando avanti un discorso seriale, fatto di trame che si intrecciano con quelle del primo episodio e che pongono le basi per il già annunciato successivo. Aumentano i personaggi e con loro il senso di meraviglia, ma si perde un po’ per strada l’approfondimento, in parte per un gioco di sottintesi (inutile sarebbe ripetere quanto detto nel precedente film), un po’ per le difficoltà nel tenere le redini di un cast tanto ampio.

Il secondo X-Men, comunque, è un buon film di genere, riuscito come e in parte più del primo, ma che soffre di un problema congenito e inevitabile, del resto caratteristico anche del fumetto d’origine, che ha sempre dato il suo meglio quando abbandonava un po’ la sua natura corale per concentrarsi su pochi personaggi. E così, mentre protagonista e mattatore rimane il solito Wolverine di Hugh Jackman, il resto del cast si muove sullo sfondo, facendo quasi da tappezzeria.


X-Men 3: Conflitto finale
X-Men: The Last Stand (USA, 2006)
di Brett Ratner
con Hugh Jackman, Famke Janssen, Halle Berry, Patrick Stewart, Ian McKellen, Kelsey Grammer, Shawn Ashmore, Aaron Stanford, Ellen Page, Anna Paquin, Ben Foster, James Marsden, Rebecca Romijn, Cameron Bright, Vinnie Jones, Dania Ramirez

Paradossalmente, ma forse neanche troppo, l’episodio che meglio riproduce le atmosfere dei fumetti originali è anche il film meno riuscito dei tre. In The Last Stand si vedono per la prima volta dei veri scontri fra esseri dotati di superpoteri e si respira per la prima volta quell’estremo senso del melodramma così tipico delle saghe di Chris Claremont (per fortuna senza dover subire la logorroica retorica dello sceneggiatore britannico).

Il problema è che tutto questo leva spazio a ciò che aveva reso grandi i primi due episodi, soprattutto perché Brett Ratner fatica a sfruttare il potenziale drammatico offerto dalla sceneggiatura. Ci sono trovate potentissime, dall’esordio di Angelo, con quel suo disperato e vergognoso mutilarsi, ai dubbi della Bestia di fronte alla cura, al rigetto di Magneto per chi subisce la cura stessa. Ma viene tutto accennato, lasciato più che altro alla fantasia dello spettatore, stordito dalla magnificenza e dalla spettacolarità della messa in scena.

L’approfondimento psicologico non è nelle corde di Ratner, che si concentra più sul macrocosmo narrativo, mettendo in scena un conflitto di proporzioni cataclismatiche e premendo sul pedale dell’azione e del conflitto “esteriore”. Il regista, poi, probabilmente anche nel tentativo di non distaccarsi troppo dall’immaginario visivo creato da Singer, firma un film solido, ma un po’ anonimo, che fa sentire la mancanza del ragazzone fuggito su Krypton. In questo terzo episodio non c’è nulla che richiami la potenza evocativa della prigione di plastica o di quella bellissima sequenza iniziale che, nel secondo film, introduceva il personaggio di Nightcrawler.


Nel complesso, la trilogia cinematografica dedicata agli X-Men si distingue per compattezza narrativa e stilistica. Guardare i tre film in fila permette di cogliere un preciso filo conduttore, che poneva già nel primo episodio le basi e i punti chiave che avranno poi portato alla cataclismatica conclusione. Il cambio di regista nel terzo film si sente, ma non in maniera esagerata e anche sul piano estetico la serie tiene molto bene.

A convincere, poi, è anche l’attenzione con cui gli sceneggiatori hanno scelto di rielaborare e adattare per il grande schermo personaggi, temi e situazioni che hanno fatto la pluridecennale storia fumettistica dei mutanti Marvel. Tutta la serie è ricca di ammiccamenti a episodi che sono impressi a fuoco nella memoria degli appassionati e nella stessa scrittura dei dialoghi c’è grande attenzione al linguaggio, alle frasi fatte, a tutto ciò che può richiamare i fumetti d’origine.

E allora mi tocca ripetere quanto dicevo parlando di Batman Begins: “Tutti, ma proprio tutti i recenti film di supereroi hanno un momento o due in cui mi scatenano la pelle d’oca, mi mettono addosso i brividi, mi fanno quasi venire le lacrime agli occhi, perché fanno vivere davanti alle mie pupille personaggi e situazioni che da tanti, troppi anni ho imparato ad amare.” Beh, questa trilogia “mutante” è strabordante di situazioni del genere, dalla battaglia fra Wolverine e Sabretooth nel primo film, al momento in cui lo stesso Logan si scatena a scuola durante l’assalto militare nel secondo, a tutto il terzo film. Che, ripeto, è forse il più debole, ma anche il più fumettistico e, quindi, il più emozionante in quest’ottica.