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Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar

Son passati quasi quindici anni dall’uscita del primo film con Johnny Depp travestito da pirata sbronzo, è da poco arrivato il quinto, tira aria di nuova trilogia e, come spesso accade in questi casi, sento il bisogno di cominciare mettendo le mani avanti, con due o tre premesse, per spiegare da dove parto. Anche perché, mi pare di capire, parto da una posizione non proprio allineata col sentire comune. Tipo: ricordo con decisamente più amore il secondo e il terzo film di Gore Verbinski rispetto al primo, che trovai simpatico ma un po’ impacciato e barbosso sulla distanza. Dei due successivi, invece, soprattutto del terzo, ricordo con grande affetto il buttarla completamente per aria sul piano visivo, che me li fece amare non poco, pur riconoscendone una certa pesantezza a livello di scrittura. Ma, oh, li ho visti tutti solo una volta, non ricordo altro. Il quarto, invece, l’ho visto una settimana fa e quasi vomito. Zero invenzioni visive, Jack Sparrow elevato a unico protagonista insopportabile, del tutto scomparsa la capacità con cui Verbinski spinge il PG13 ai suoi limiti e spazio solo alle (quindi pesantissime) bambinate, Ian McShane totalmente sprecato e quasi insignificante (e ce ne vuole, d’impegno, per disinnescare uno con quella personalità). Quindi, a chi mi dice che il nuovo episodio è forse il migliore dopo il primo, io rispondo “Uhm… boh? Sicuramente è meglio del quarto.”

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Pirati dei Caraibi – Ai confini del mondo

Pirates of the Caribbean – At World’s End (USA, 2007)
di Gore Verbinski
con Johnny Depp, Orlando Bloom, Keira Knightley, Geoffrey Rush, Chow Yun-Fat, Bill Nighy, Naomie Harris

Ai confini del mondo è decisamente un degno e riuscito capitolo conclusivo per una trilogia che, pur con tutti i suoi difetti, ha saputo mettere assieme un colossale e divertente minestrone piratesco, rendendolo godibile e adatto a un pubblico ggiovane e moderno. In questo terzo episodio si confermano pregi e difetti dei precedenti, con un Verbinski che si rivela ancora una volta regista capace e, nel suo piccolo, anche piuttosto dotato. Il terzo Pirati dei Caraibi vanta una messa in scena sontuosa e spettacolare, con effetti speciali capaci di ridicolizzare qualsiasi altra produzione, e mette in mostra una discreta voglia di stupire e osare, magari anche andando un po’ fuori dagli schemi del “blockbusterone”, con trovate visionarie e affascinanti, personaggi dal destino tutto sommato non troppo prevedibile e un certo retrogusto amarognolo nel raccontare di stanchi pirati al tramonto e di amori destinati alla tragedia.

Si conferma la logorrea narrativa del secondo episodio, con una durata di quasi tre ore, snellite dal notevole senso del ritmo, ma forse comunque un po’ eccessive. Specie se si pensa che, nonostante la lunghezza, alcuni passaggi sanno comunque di tirato via, con una sceneggiatura che paga i limiti della serialità senza saperne sfruttare a fondo i pregi. E così vediamo personaggi importanti dei precedenti episodi ridotti ad esili e inconsistenti macchiette, mentre spuntano fuori dal nulla fior di elementi narrativi ai quali in passato non si era concesso nemmeno un accenno. Ne viene così fuori una saga nel complesso stilisticamente omogenea, ma forse un po’ troppo schizofrenica sul piano narrativo.

Nel complesso, comunque, Ai confini del mondo convince, grazie al carisma dei personaggi (ottimo davvero Sao Feng, purtroppo risibile il cattivone, specie se paragonato al Barbossa del primo film), alla saggezza di dare un po’ meno spazio al sempre ottimo Jack Sparrow, che nel secondo episodio rubava forse troppo la scena, alla già citata capacità di affascinare con trovate visionarie e alla spettacolare baracconaggine dell’azione. E poi, via, stiamo parlando di un film in cui si mettono a consultare una mappa identica all’aggeggio per superare la protezione anticopia di Monkey Island. Come non amarlo?

Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma


Pirates of the Caribbean – Dead Man’s Chest (USA, 2006)
di Gore Verbinski
con Johnny Depp, Orlando Bloom, Keira Knightley, Bill Nighy, Jack Davenport, Jonathan Pryce

Mi rendo conto di andare forse un po’ controcorrente, ma questo Forziere fantasma mi è piaciuto decisamente più della Prima luna. Magari è perché il precedente film l’ho visto sul minuscolo schermo di un volo transoceanico, che proprio non è la sua sede (ma la spettacolare visione del secondo all’Arcadia mi ha privato della recitazione originale di Depp, ben altra cosa rispetto a un doppiaggio comunque di buon livello). O magari è perché, col mio adorare la serialità, non posso fare a meno di apprezzare un secondo episodio tanto riuscito nel dare seguito a vari discorsi che potevano tranquillamente essere considerati chiusi e nel porre intriganti basi per l’appuntamento conclusivo.

Sta di fatto che questa seconda incursione nel mondo piratesco Disney mi ha convinto con la sua scanzonata baracconaggine, coi suoi toni a tratti anche molto cupi, col suo sbrodolante non farsi problemi di durata per dare il giusto spazio a tutti i personaggi (tanti, belli e ottimamente tratteggiati) e con quel “season finale” da telefilm. Gli si può forse imputare un avvio un po’ faticoso, un certo ritardo nel prendere il ritmo travolgente che caratterizza tutta la seconda parte, ma non vedo quali altri critiche muovere a un’operazione che si propone come baracconata d’alto profilo e non pretende di essere altro.

Verbinski svolge il suo lavoro di bassa manovalanza, con una regia banale, prevedibile, ma efficace e perfetta per questo cinema di puro entertainment. E a conti fatti mi han divertito più queste due ore e mezza di cappa, spada e tentacoli rispetto ai presuntuosi capricci di Lucas e alla tanto decantata saga di Peter Jackson, che tutto sommato mi aveva davvero convinto solo col primo film.

E invece questa nuova e sottovalutata trilogia è un bel ripescare tutti gli stereotipi pirateschi possibili ed immaginabili, creando un minestrone che per certi versi ricorda invece il miglior Lucas, quello di fine anni Settanta. Il gioco di rimandi, poi, è talmente ampio da non poter fare a meno di trovare piacevoli similitudini, volute o meno che siano, con le fonti più disparate, compreso materiale anche molto recente come The Secret of Monkey Island e One Piece.

Ottimi, infine, gli effetti speciali, che davvero meritano una menzione per la capacità di rendere credibili polpi giganti e uomini-pesce assortiti. La prima apparizione di Davy Jones, così tremenda e posticcia nel suo dialogo faccia a faccia con un pirata umano che fissa il vuoto, è orripilante. Ma si tratta di un inspiegabile inciampo, ben distante dallo splendore di tutto ciò che viene dopo. Anche sotto questo profilo i pirati cagano in testa agli Jedi e ai loro pupazzetti incollati sul fondale di fronte ad attori spaesati.

Insomma, per quanto mi riguarda, convinta promozione, certo lontana dal massimo dei voti, ma priva di alcun dubbio. Con la speranza che il terzo episodio non replichi il colossale tuffo nella merda di Matrix Revolutions.

Elizabethtown


Elizabethtown (USA, 2005)
di
Cameron Crowe
con
Orlando Bloom, Kirsten Dunst, Susan Sarandon

La Smemoranda, quella maledetta agenda che raccoglie i pensierini dei cabarettisti e quelli delle proprietarie. Una quantità immane di cazzate, ma cazzate modello baci perugina. E le frasi intense, e i pensieri famosi, e gli aforismi, e le citazioni colte… le cazzate, insomma.

Ecco, anni di Smemoranda e/o fatti assimilabili, presi, frullati, compressi e infilati su per il culo di Kirsten Dunst, che dà poi libero sfogo al tutto interpretando un personaggio insostenibile, il testamento alle parole – chiaramente scolpite nella pietra – pronunciate da Michael Wincott/Philo Grant in Strange Days: “le puttane devono aprire bocca solo per far pompini”. Lei e il suo atteggiamento simpatico e un po’ pazzo, strano ma divertente, adorabile e ammiccante, un po’ puttana e un po’ zoccola. Vai affanculo.

Cameron Crowe, un povero stronzo sfigato che si deve sentire una specie di nuovo Woody Allen, con ‘sta storia di usare sempre se stesso come protagonista di tutti i suoi film. Ecco, questo demente rockettaro, che pure qualcosa di decente (seppur piacione e leziosetto) con Almost Famous aveva fatto, prende tutto questo e lo mette assieme alla sua maniera, dandogli quindi quell’aria da intenso film festivaliero, che ammalia perché racconta situazioni da spot Mulino Bianco, confezionandole però in stile Sundance.

Il risultato è una merda mostruosa, un film divertente per dieci minuti e poi fastidioso, insopportabile, stucchevole, piatto e ridicolo.

Ogni tanto c’è qualche idea, qualche battuta divertente, un momento magari anche evocativo, ma tutto viene sempre, sistematicamente, matematicamente rovinato per creare l’ennesimo videoclippino. E non me ne frega un cazzo se la famiglia e lo stile di vita del Kentucky sono ben tratteggiati, o se il road trip finale dipinge alla grande scorci di America: per quello ci sono i canali 400 di Sky, la Routard e, per dio, le cazzo di vacanze. E che il prologo, con quel simpaticissimo Alec Baldwin, sia pure bellino, così come qualche battuta ogni tanto, me ne frega ancora meno. Anzi, mi fa pure incazzare il doppio, perché tutto il resto che c’è nel film fa VOMITARE. Fanno vomitare i personaggi, fanno vomitare le situazioni, fa vomitare il taglio cool/romantico/fintoautoironico, fa vomitare il monologo di Susan Sarandon.

Una roba imbarazzante e vergognosa, un film che potenzialmente, anche solo per i temi trattati, mi sarebbe dovuto piacere a randa, e che forse proprio per questo mi ha smonato più del dovuto.

In ogni caso, caro Cameron Crowe, te ne devi andare affanculo.

Te ne devi andare affanculo tu e se ne deve andare affanculo Orlando Broom (sì, Broom, come la scopa che ha evidentemente infilata su per il culo), che passa tutto il tempo con dipinta in faccia una particolare espressione di Legolas. Quella che ne La compagnia dell’anello assume poco dopo la morte di Gandalf, quando sono sui ghiacci e lui è lì che sembra non capire bene questo fatto della morte. Ecco, sembra non capire bene. Esattamente come Ewan Mc Gregor nei tre Guerre Stellari, con quella faccia perplessa di chi sta recitando davanti a uno schermo blu. Quella cosa da “ma che cazzo sto facendo?”.

Probabilmente quella stessa espressione ce l’aveva addosso pure Cameron Crowe mentre girava Elizabethtown, un vero pastrocchio senza capo né coda. Sempre con ‘sta estetica vintage che ormai definire di maniera sarebbe riduttivo, sempre a infilare dappertutto canzoni, a forza, in maniera casuale, anche dove non c’entrano nulla, sempre alla ricerca del facile sentimento, a rovinare ogni minimo spunto interessante per piazzare il momento emozionante, con la musica che sale assieme al battito del cuore.

E i tre finali arrotolati, che ogni volta sembra stia per arrivare la liberazione e ogni volta capisci che il supplizio non è ancora finito.

HAhahahahah, ma poi, insopportabile, in questo momento, mentre scrivo, c’è una deficente in costume da bagno su un’isola che dice stronzate dalla TV accesa qua di fianco (non è colpa mia, lo giuro) e, per dio, è ESATTAMENTE lo stesso genere di stronzate che vengono emesse dal visino da schiaffi di Kirsten Dunst per tutto il film.

Cameron Crowe, hai pure una faccia di merda, vai a cagartela nei prati.
Vai a cacare, e fallo per davvero.
Vai affanculo.

Ti odio, per la madonna.

Non vado al cinema per quasi due mesi e, quando finalmente ci torno, mi devo sorbire due ore di questa merda.
Cristo, che fastidio.

V A F F A N C U L O