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10 Cloverfield Lane

10 Cloverfield Lane un tempo si intitolava The Cellar, era una di quelle sceneggiature rimaste incastrate per un po’ nel gorgo produttivo holywoodiano e raccontava di tre persone, una donna e due uomini dalle intenzioni non esattamente benigne, rinchiuse in un bunker sotterraneo per sfuggire a un presunto disastro verificatosi là fuori (disastro che veniva mostrato alla fine, non aveva molto a che vedere coi mostri che ti aspetti da un Cloverfield e non veniva particolarmente spiegato). Come spesso accade, quella sceneggiatura è andata incontro a un lavoro di riscrittura e in particolare se ne è occupato Damien Chazelle, che fra l’altro avrebbe anche dovuto dirigere il film, ma ha poi abbandonato il progetto quando gli è stata data luce verde per Whiplash. E qui entra in ballo l’esordiente Dan Trachtenberg, nome coinvolto da un pezzo nei lavori su un possibile film ispirato a Y: L’ultimo uomo e autore di due cortometraggi molto apprezzati, il secondo dei quali, Portal: No Escape, l’avete sicuramente visto, ma lo metto qua sotto per sicurezza.

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Star Wars: Il risveglio della forza

Star Wars: The Force Awakens (USA, 2015)
di J.J. Abrams
con John Boyega, Daisy Ridley, Harrison Ford, Oscar Isaac, Adam Driver, Mark Hamill, Carrie Fisher

Avete presente Super 8? Dai che ve lo ricordate, era quel film con cui J.J. Abrams aveva detto “Mi piacciono un sacco i film Amblin degli anni Ottanta, ne faccio uno pure io”. Ecco, Il risveglio della forza è sostanzialmente la stessa cosa, applicata però alla trilogia originale di Guerre Stellari, o forse direttamente al primissimo episodio, Una nuova speranza. Ci sono, però, due differenze significative, rispetto a Super 8: il finale non è bruttarello e l’operazione, trattandosi di seguito ufficiale, non si limita al semplice omaggio carico d’amore e si permette invece di farsi letterale nel suo ricalcare tutto quanto con la carta carbone. Il risultato è che alla fin fine ha ragione George Lucas quando dice che è il film che volevano i fan: Il risveglio della forza è Guerre Stellari, è quel Guerre Stellari lì, con quel taglio visivo, quell’atmosfera, quell’umorismo, quelle gag e quell’approccio all’azione. E con Abrams in cabina di regia, tutto impegnato a imitare lo stile visivo del vecchio George, a cercare come lui le grandi inquadrature evocative e spettacolari, seppur filtrando tutto nell’ottica di una messa in scena almeno in parte più moderna (e concedendosi solo due personaggi realizzati in performance capture che, se lo chiedete a me, risultano brutalmente fuori posto, in mezzo a quel look così vintage).

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Lost – Stagione 2

Lost – Season 2 (USA, 2005/2006)
creato da David Lindelof e J.J. Abrams
con Matthew Fox, Evangeline Lilly, Josh Holloway, Terry O’Quinn, Naveen Andrews, Michelle Rodriguez, Adewale Akinnuoye-Agbaje, Jorge Garcia, Dominic Monaghan, Emilie de Ravin, Harold Perrineau, Daniel Dae Kim, Yunjin Kim, Maggie Grace, Cynthia Watros

Forse perché si erano rese conto di aver creato un cast di personaggi che mi sarebbero stati tutti, dal primo all’ultimo, tremendamente sul cazzo, le menti pensanti dietro a Lost han saggiamente deciso di introdurne uno interpretato da Michelle Rodriguez. E subito mi son ritrovato a rivalutare tutti gli altri in prospettiva, anche se, francamente, il nano tossicodipendente e la strafiga che fa sempre la peggiore scelta possibile fanno davvero di tutto per farsi odiare altrettanto.

Ma forse è proprio questo uno dei punti forti di un serial che riesce a farti appassionare al destino di personaggi che vorresti disperatamente prendere a schiaffi (anche se in effetti del destino del nano non me ne frega davvero nulla, spero anzi che esploda improvvisamente, senza motivo, per un buco di sceneggiatura, e si dimentichino tutti della sua esistenza). La seconda stagione di Lost, comunque, prosegue serenamente sul solco della prima, portando avanti il racconto sui paralleli binari del presente e del passato, riarrangiando e rimescolando di continuo le carte, le certezze e le convinzioni dello spettatore, dilatando mostruosamente i tempi del racconto.

Si svolge tutto nell’arco di qualche settimana, ma che impiega mesi a trascorrere. E, come nella prima annata, succede molto di più nei flashback che nel presente, spesso messo da parte e “ritardato” per far spazio. Ed esattamente come accadeva nella prima stagione, nei momenti più concitati del racconto “presente” il flashback del caso tende a spezzare un po’ troppo il ritmo e a favorire l’orchite. Tanto più che non sempre questi ricordi di tempi che furono aggiungono davvero elementi importanti al racconto e talvolta finiscono per lasciare una certa sensazione di superfluo, di facile pretesto per allungare il brodo.

Ma proprio perché talvolta la brodaglia tende a sembrare davvero un po’ troppo annacquata, spiccano ancora di più certi difetti strutturali, fatti di un modello ripetuto all’infinito e che finisce per rendere davvero un po’ troppo prevedibili gli sviluppi del singolo episodio. Non solo per la caratterizzazione monocorde di certi personaggi, dei loro atteggiamenti, delle loro reazioni a ciò che accade, ma anche per la ripetitiva struttura di tutti gli episodi, che proseguono imperterriti nel riproporre simbolici, affascinanti e prevedibili paralleli, corsi e ricorsi nella vita dei personaggi.

Agli autori di Lost piace parlare di destino, di coincidenze che forse tali non sono, e dei gradi di separazione modello Kevin Bacon. Del fatto che tutti, ma proprio tutti, prima o poi hanno avuto a che fare l’uno con l’altro, della sensazione che nulla accada per caso, che ci sia un disegno più grande o che, se non c’è, il mondo sia davvero tremendamente, mostruosamente, deliziosamente piccolo. E nel raccontare di tutte queste scemenze facendole sembrare come le cose più naturali, interessanti e intelligenti del mondo, Lost si concede anche di mettere in piedi un universo narrativo affascinante, ricco di misteri e che, pur con qualche timida forzatura, continua a sembrare riuscito e coerente.

Ma il motore degli eventi, fra un mistero, una sorpresa, un colpo di scena e una rivelazione, rimane sempre la ragnatela di relazioni fra i personaggi. Il modo in cui interagiscono fra di loro, l’evoluzione delle loro personalità e la loro crescita come gruppo. Ed è forse in questo che, francamente, la seconda stagione mostra un po’ la corda. Nell’incapacità di stare dietro come si deve a tutti quanti, dovuta forse al cast sempre più numeroso e alla necessità di dare maggiore spazio ai misteri dell’isola. Nell’impressione che sia un po’ troppo facile giustificare con lo stress, il panico, la sfiducia, certi atteggiamenti estremi, assurdi, ma soprattutto talvolta un po’ “fuori dal personaggio”.

Eppure, nonostante i difetti, nonostante i passi falsi, il giocattolo funziona ancora a meraviglia, forse proprio perché talmente saturo di elementi interessanti da potersi permettere di trascurare a tratti qualche ingrediente per favorirne altri, mentre si aggiunge condimento e si procede imperterriti nella cottura. Lo zuppone che ne viene fuori, nel suo complesso, ha un sapore entusiasmante. La somma delle parti, ancora una volta, è superiore al singolo valore delle stesse.

Lost – Stagione 1

Lost – Season 1 (USA, 2004/2005)
creato da David Lindelof e J.J. Abrams
con Matthew Fox, Evangeline Lilly, Josh Holloway, Terry O’Quinn, Naveen Andrews, Dominic Monaghan, Emilie de Ravin, Harold Perrineau, Ian Somerhalder, Maggie Grace, Jorge Garcia, Malcolm David Kelley, Daniel Dae Kim, Yunjin Kim

Con un paio d’anni di ritardo sul resto del mondo, finalmente ho messo le mani su Lost e, come mi sta accadendo di continuo in questo ultimo periodo, ho dovuto fare a botte con le aspettative – in questo caso elevatissime – ficcatemi in testa dal vociare altrui. Aspettative filtrate dalla puzza sotto il naso con cui tendo colpevolmente a guardare tutto ciò che non ho “scoperto” da solo e per questo un filo smorzate. Aspettative che, in fondo, sono state anche abbastanza soddisfatte, da parte di un serial appassionante, molto ben costruito e raccontato, che perlomeno in questa prima stagione compie davvero pochi passi falsi e riesce a non far pesare più di tanto i limiti strutturali che si costruisce da solo.

Lost racconta di quarantotto sopravvissuti a un incidente aereo, costretti a sopravvivere su un’isola apparentemente deserta e sicuramente ostile. Racconta dei mille misteri nascosti sull’isola, ma anche di quelli che popolano il passato dei protagonisti. La storia, infatti, procede su due binari che si alternano, saltando continuamente avanti e indietro fra l’avventuroso presente di sopravvivenza spicciola e gli spesso drammatici eventi che hanno portato i vari protagonisti a metter piede su quello “sfortunato” volo di linea.

I famigerati flashback rappresentano per buona parte della prima stagione il reale cuore del racconto. Gli sceneggiatori li utilizzano per approfondire il carattere dei personaggi, ma anche per raccontare sotto differenti punti di vista gli eventi cardine dell’intreccio e per gettare una luce diversa, tramite elementi di analisi sempre nuovi, su quanto avviene nell’isola. È un continuo gettare carne sul fuoco, che svela piano piano i vari misteri, ne aggiunge sempre di nuovi e insinua il dubbio che dietro ogni cespuglio ci sia molto più di quel che appare.

Efficace, appassionante, quasi sempre di grande supporto per il racconto, il trucchetto di spezzare il ritmo e l’azione infilando un flashback inciampa forse solo in un’occasione, quando sminuzza uno dei passaggi più intensi della “vita” sull’isola, uno dei pochi di questo primo blocco di puntate, per raccontare del mediocre, banale e prevedibilissimo passato dell’hobbit sfigato. Ma nel complesso tutto funziona alla grande, un po’ perché al di fuori dei flashback accade davvero poco, e quindi poco c’è da interrompere, un po’ grazie all’ottima scrittura dei vari personaggi.

Protagonisti per lo più tagliati con l’accetta, che rappresentano tutti gli sterotipi possibili e immaginabili, ma che attorno agli stessi stereotipi di cui vivono si muovono molto bene e che fra l’altro hanno il “pregio” di essere tutti uno più insopportabile dell’altro. Certo, son quasi tutti bellissimi, pettinatissimi e fighissimi. Come tutti i passeggeri di un aereo diretto a Los Angeles in un periodo che non sia quello dell’E3, no? Epperò sono anche tutti (o quasi) personaggi di dubbia moralità, ambigui, sfumati, dalle scelte spesso discutibili. E resi fra l’altro ancor più affascinanti da un cast di ottimi attori e dall’impressionante babele linguistica rappresentata dai mille accenti che mettono in scena. Roba che da sola vale metà del divertimento e certo si merita una visione in lingua originale.

E poi, al di là dei personaggi in sé, a funzionare è soprattutto la fitta rete di relazioni fra di loro, in continua crescita ed evoluzione. Costruita su bugie, mezze verità e segreti, che piano piano vengono al pettine e contribuiscono a montare l’atmosfera crescente di paranoia, panico, timore, sfiducia. La vita sull’isola logora e il costante aumento di tensione si fa in fretta palpabile, vivido, trascinante. I ritmi del racconto diventano sempre più elevati, i corposi flashback iniziano a cedere un po’ il passo, lasciando posto all’azione e ai misteri, e delle inconsistenze, dei bucherelli di sceneggiatura, di qualche comportamento un po’ troppo assurdo, si finisce tranquillamente per fregarsene.

La sostanza è che Lost è – perlomeno in questa prima tranche di episodi – l’antitesi di X-Files. Sicuramente di ciò che la creatura di Chris Carter divenne con gli anni, ma non solo. Là dove il principale interesse per ciò che concerneva Mulder e Scully era la sostanza stessa del mistero da risolvere, in Lost a contare è soprattutto il viaggio, il modo in cui la serie tiene col fiato sospeso e conduce verso l’appuntamento col destino. Là dove in X-Files si rinunciava alla continuità narrativa per dare spazio a fior di divagazioni e diluire nel nulla le trame di fondo, in Lost si intravede sempre e comunque, anche nell’episodio più autoconclusivo, un grande affresco, sempre più tratteggiato e meglio delineato davanti agli occhi dello spettatore. E se già nel primo anno di X-Files si andava palesemente avanti un po’ a tentoni (“tanto poi mettiamo due colpi di scena a caso e si aggiusta tutto”), qui c’è perlomeno l’impressione di un quadro coerente e chiaro nelle mani di chi dirige tutto.

Così come X-Files, comunque, Lost ha l’ulteriore grande pregio di saper anche scherzare, seppur in maniera fin troppo ostentata e grossolana, sulle sue stesse falle. Per esempio sul fatto che ci sia un gruppetto di superstiti totalmente inutili e di tappezzeria, buoni solo per apparire, dire la loro stronzata e, magari, lasciarci le penne. Un po’ come accadeva a quei poveretti dell’Enterprise che avevano la sfiga di vestirsi in rosso. E se è vero che un po’ stona, vedere un tizio mai apparso per quindici e più puntate atteggiarsi all’improvviso da gran protagonista, bisogna anche concedere che non tutti i serial hanno la consapevolezza e la faccia di tolla necessarie ad ammetterlo pubblicamente e a prendersi per il culo sull’argomento. Cosa che, per come la vedo io, legittima di parecchio quasi qualsiasi pacchianata.

Meno accettabile, e forse anche più fastidioso, è l’altro evidente difetto “di serialità”, rappresentato da una certa ripetitività di fondo negli atteggiamenti e nelle caratterizzazioni dei personaggi. Una cosa probabilmente accentuata dalla visione di tutti gli episodi a stretto giro di tempo, ma comunque presente. In ogni puntata, ogni personaggio fa la sua “mossa”. Sawyer sembra che stia per dire/fare qualcosa di buono, ma poi cambia idea e piazza la battutina e il sorrisetto ammiccante. Kate osserva il vuoto con lo sguardo malinconico e il broncio. L’australiana si lamenta. Locke elargisce una perla di saggezza…

Sembra di vedere la barriera della Fortezza delle scienze che si infrange sempre un attimo prima dell’arrivo di Mazinga, Daitarn che sconfigge sempre il nemico con la filastrocca dell’attacco solare o, ancora meglio, i vari protagonisti di Orange Road che ogni volta ripetono la stessa tiritera di equivoci, siparietti comici, delusioni, flirtarelli e ammiccamenti. Insomma, Lost è un cartone animato giapponese. Forse è per questo che mi piace!

Mission: Impossible III


Mission: Impossible III (USA, 2006)
di J. J. Abrams
con Tom Cruise, Ving Rhames, Philip Seymour Hoffman, Michelle Monaghan, Billy Crudup, Jonathan Rhys Meyers, Maggie Q, Laurence Fishburne

I primi due Mission: Impossible cinematografici erano pellicole fortemente caratterizzate, nel bene e nel male, dall’impronta dei rispettivi autori. Nel 1996 si è visto il Mission: Impossible di Brian De Palma, nel 2000 si è visto il Mission: Impossible di John Woo ed entrambi i film avevano una firma tanto evidente e ingombrante da sfiorare a tratti il manierismo. Con questo terzo episodio, al contrario, abbiamo un vero e proprio “film di Mission: Impossible“.

Essendo sostanzialmente a digiuno di Lost e Alias, non sono in grado di riconoscere una magari evidente marca stilistica o degli eventuali vezzi ricorrenti di J. J. Abrams. Senza dubbio la sorta di pre-cliffhanger con cui si apre il film ricorda il modo quasi criminale con cui si chiudono regolarmente le stagioni dei serial televisivi americani, ma nel complesso l’impressione è che in questo caso il regista esordiente abbia scelto di fare un passo indietro e mettersi al servizio del “marchio”.

Da un punto di vista narrativo M:I III riprende i temi già esplorati dal secondo episodio e li espande ulteriormente. Il protagonista Ethan Hunt viene quindi sempre più caratterizzato come grande eroe romantico e il lavoro di squadra delle spie gioca un ruolo da protagonista per buona parte del film. Nel gruppo di quattro elementi capitanato da Hunt, insomma, ogni membro è un ingranaggio fondamentale per la riuscita delle missioni. Questo elemento tanto caratterizzante del serial televisivo era appena accennato nel primo film e si manifestava solo in parte nel secondo, mentre qui domina quasi tutta la pellicola, per la gioia di chi seguiva in TV le avventure di Jim Phelps.

In definitiva, però, Mission: Impossible III convince grazie al ritmo serrato, alla qualità della messa in scena, al mestiere con cui tutto è ben assemblato. L’intreccio si sviluppa furiosamente, non sconvolge con colpi di scena fuori dall’ordinario, ma neanche si fa cogliere da estrema prevedibilità. Non ci sono idee innovative o spunti geniali, ma c’è un cattivo estremamente efficace nel suo non farsi prendere da gigionerie farsesche e c’è un eroe cavalleresco con cui è fin troppo facile empatizzare. C’è, insomma, un gran film d’azione, come tutto sommato se ne vedono pochini. E, a dirla tutta, c’è perfino una bella idea, nel modo in cui viene raccontato l’assalto al palazzo di Shanghai. Serve davvero altro?