[GDC 2009] Epifania

Ok, sticazzi, m’improvviso novello Berlusconi e mando affanculo la poca credibilità che mi è rimasta, infilando subito qualcosa di nuovo nel blog neanche un giorno dopo aver affermato di volerlo chiudere. È che questa cosa qui che ho scritto in aereo e che alla fine a rileggerla neanche mi piace tanto ha il fatto di essere tutta vera, anche se due giorni (e un paio di avvenimenti) dopo mi sembra un po’ vuota e un po’ fuori luogo. E allora mi spiace lasciarla lì a marcire, quindi la butto fuori, anche se poco convinto di quello che sto facendo. Sopravviverò, penso.

Durante questa settimana di GDC 2009 ho avuto tre momenti in cui mi sono sentito veramente tanto, ma tanto, ma tanto bene. Il primo è stato durante la cerimonia degli award, non saprei dire quando di preciso. Forse mentre osservavo gli occhi emozionati di quello sviluppatore indipendente russo, o magari mentre ascoltavo le cazzate di Tim Schafer, oppure durante qualche filmato scemo di Mega64. Ero lì, a questa cosa che scimmiottava un po’ gli Oscar, ma che era comunque sensibilmente orgogliosa di esser quello che era, e mi sono sentito bene, contento. Pensavo che, cazzo, era bello essere lì.

Poi mi è successo ascoltando il discorso di Margaret Robertson, una cosa meravigliosa intitolata “Stop Wasting My Time and Your Money: Why Your Game Doesn’t Need a Story to be a Hit”. Il discorso di una persona davvero appassionata e convinta di quello che stava provando a spiegare, capace di dire tante cose intelligenti, di dare interpretazioni sfiziose e argute su cose apparentemente banali, di essere divertentissima e addirittura toccante, oltre che, soprattutto, stimolante.

E poi lui, Keita Takahashi (mister Katamary Damacy e Noby Noby Boy), un tizio meraviglioso, che apre la sua conferenza giocherellando con la sciarpa, che passa tutto il tempo facendo i disegnini sullo schermo gigante, che racconta le sue sfide di design ma riesce anche a comunicare tantissimo del suo pensiero, della sua visione del mondo, di quello che ha provato a fare e a dire con le sue creazioni. E che poi salta fuori, a piedi nudi, si mette a giocare, coinvolge la gente. Marò, mi sono innamorato, di ‘sto tizio.

Ecco, tre momenti belli, proprio, in cui ho fermato tutto per un attimo e mi sono detto che – cazzo – io qua dentro ci sto bene, e sono fortunato per davvero. Che bello, ma che bello che bello, aver avuto quest’esperienza, che peccato che sia arrivata dopo tutti ‘sti anni, ma che bello lo stesso, fosse anche l’ultima. E allora, che parta la musica e si bagnino le pupille, perché mi tocca ringraziare. Ringraziare chi mi ha fatto venire fuori in questo modo, che pessimo o ottimo che sia è quello che sono e mi va benissimo così. Chi negli anni ha in un modo o nell’altro influenzato le mie scelte e mi ha portato fino a qui. Chi per qualche strano motivo mi ha dato e continua a darmi fiducia. Chi – addirittura! – ha trovato da qualche parte la voglia di volermi bene, tanto, poco, come capita. E pure il supremo, via, che in fondo, nonostante le nostre conversazioni quotidiane non siano proprio amichevoli, non gli devo stare poi così tanto sui coglioni.

Son fortunato, faccio un lavoro meraviglioso, magari meno di tanti altri, ma sicuramente molto più di tantissimi altri, nonostante tutte le menate e gli sbattimenti che nasconde (e che sono molto più di quanto pensiate, banda di stronzi invidiosi che non siete altro). Fino a che dura, me lo tengo stretto, mi ci metto più che posso e, cazzo, me lo godo al meglio. Perché poi la verità è che questa decina di anni, nonostante le delusioni, nonostante le incazzature, nonostante le testate al muro, mi ha dato tantissimo. E non li cambierei con un cazzo di nient’altro al mondo. A parte forse un sei al superenalotto, toh.

Perché mi piace, e non c’è un cazzo da fare. Mi piace scrivere, mi piace da matti, mi piace anche troppo, visto quanto finisco per farlo ogni volta. Mi è sempre piaciuto, fin da quando a scuola mi mettevo a raccontare le cose più assurde nei temi, andando fuori tema metà delle volte. Mi piace a livello viscerale, mi piace la sensazione liberatoria, fisica, di libertà che provo dopo aver buttato fuori a ruota libera quello che ho dentro. Mi piace esplorare quello che scrivo e quello che leggo, curiosare nelle tecniche di gente ben più brava di me, scoprire i trucchetti nascosti e i modi diversi di dire sempre le stesse cazzate. Mi piace sperimentare, mettermi alla prova, tentare cose diverse, sforzarmi di non fare sempre il compitino, trarre piacere dal semplice fatto di stare tamburellando su una tastiera. E del resto è pure per quello che scrivo in questo postaccio di blog, che mi costringo a parlare di cose per le quali nessuno mi paga, che perdo tanto tempo dietro a questo cumulo di nulla digitale. Perché mi piace, e non c’è un cazzo da fare.

E poi mi piace l’idea che quel che faccio, nel suo piccolo, serva a qualcosa. Mi piace quando qualcuno mi dice di aver trovato bella una cosa che ho scritto, perché, che cazzo, c’è il narcisismo, non può non esserci, quando non solo scrivi per lavoro, ma ti metti pure a farlo gratis. Ma anche perché, si torna sempre lì, l’idea che qualcuno tragga piacere, seppur momentaneo, effimero, da una roba che ho fatto io, beh, cazzo, è una meraviglia. È l’essenza, caspita. È dare qualcosa a qualcuno, magari qualcuno di sconosciuto, magari qualcuno che mi ringrazia perché ha letto un libro o guardato un film dopo che ne avevo parlato io qua dentro. Non è fantastico?

E mica è sufficiente, perché poi la verità è che lavorare in questo ambiente è uno spettacolo per mille altri motivi. È uno spettacolo perché mi piace tutto il resto del lavoro di redazione. Pianificare, decidere, fare e disfare, tirare fuori idee, discutere e valutare, dare ordini a destra e a sinistra, correggere e farmi correggere, cercare di fare sempre meglio quello che è un lavoro di nessuna importanza. Perché poi, diciamocelo, che importanza potrà mai avere un sito di videogiochi? Nessuna. Epperò è importante, come è importante, sempre, tutto. Qualsiasi cosa uno stia facendo, in quel momento, è la cosa più importante del mondo. Altrimenti non ha senso, non ne vale la pena, meglio fare altro.

E poi, oh, ma che cazzo di ambiente è, quello dei videogiochi? Una roba bella, proprio, in cui per ogni stronzetto – e ce ne sono – trovo almeno una decina di persone con cui fuggirei volentieri su un’isola deserta. Gente sveglia, brillante, adorabile, con cui mi perderei ore a parlare, con cui è fantastico scambiarsi idee, opinioni, proposte, sbattimenti. Gente, quella bella e ottima. Perfino qualche amico, via.

E i videogiochi? L’amore per questa roba, che mi accompagna da sempre, assieme al cinema e alla lettura. La voglia totale di indagarla e approfondirla sempre di più, questa roba. Il bello di andare a incontrare chi i videogiochi li realizza, di ascoltare le loro idee, di capire cosa pensano, di osservare da vicino il loro lavoro. Mi pagano per giocare, certo, e a volte è un gran sbattimento, mentre altre volte è solo un gran divertimento, ma il bello è che mi pagano anche per fare altro, per andare in giro, per toccare con mano, per parlare a quattrocchi, per infilare la testa dentro un mondo affascinante. E, oh, è uno sbattimento pure questo, ché a marzo praticamente sono stato a casa cinque giorni in tutto, ma caspita, che bello.

Ricordarsene, tutti, sempre, che nonostante tutto, è uno spettacolo. È una cosa bella e non va sprecata. E come tutte le cose belle, se te la senti dentro per davvero, quando poi la perdi sono cazzi. Grossi e tonanti. Vale per questo e vale per tutto. La merda è sempre dietro l’angolo, e l’unico modo per ingoiarla senza problemi sta nell’avere la bocca anestetizzata da tonnellate di cioccolata. Se di cioccolata ne avete, mangiatevela, con gusto.

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[GDC 2009] Va da via el cul

Oggi, ieri, quando cazzo è stato che ero in volo sull’oceano, ho passato buona parte del tempo a scrivere. A scrivere roba per Nextgame e anche a scrivere una cosetta del cazzo, una cosetta da mettere qua dentro, un sfogo lacrimoso su che bello che bello sono stato alla GDC. Ma m’è passata la voglia di mettercelo, qua dentro. Anzi, m’è passata la voglia di metterci qualsiasi cosa. Mi sono rotto le palle, chiudo, chiudo tutto. La trentina di post più o meno abbozzati che stanno nelle bozze non sbozzeranno. Quel che sarebbe venuto dopo, neanche. Fine, spengo Internet. Kaput. È stato un piacere.

(Aggiornamento: Ok, non è vero, non spengo nulla, non credo resisterei senza ‘sta roba a cui ormai sono abituato. È che mi faccio trascinare e mi faccio prendere dal melodramma. Però in questo momento sono sommerso di roba da fare (per non parlare di quella a cui devo pensare), e questo è vero, quindi è probabile che le trasmissioni si interrompano per un po’. Buon avvio di ora legale a tutti.)

[GDC 2009] Day 1

Primo giorno di GDC, si comincia bene con un risveglio nientemeno che alle quattro e mezza del mattino. Boh, sarà colpa delle cibarie di ieri (Johnny Rockets con milk shake radioattivo a pranzo, yakitori e sushi vario a cena, mangiato in mutande, sotto le coperte, mentre si lavorava). Sta di fatto che parto subito con lo sguardo moribondo e, giusto per andare sul sicuro, mi riempio a colazione con dei pancake abnormi.

L’arrivo in fiera è comunque piacevole, anche perché si incontra un po’ di gente nota, dagli ex colleghi di Binari alla coppia d’oro Elisa+Sterling. E poi via ad ascoltare gente che parla per ore, da uno che si chiama Neil Young ma non canta e lavora su giochi per iPhone a un altro tizio tutto contento di stare lavorando sulla versione per cellulari di Bioshock (mi ha anche regalato una maglietta, quindi ha la mia stima).

Nel pomeriggio mi sarei dovuto sparare il postmortem di Crayon Physics Deluxe, ma ho sottovalutato la ressa e sono rimasto chiuso fuori dalla sala ormai al completo, finendo così per ripiegare sul postmortem di Super Monkey Ball per iPhone. Cercherò di non commettere errori simili nei prossimi giorni. La giornata, comunque, si è chiusa con una spettacolare esibizione del capo del mondo di Stardock, un tizio davvero divertentissimo che ha parlato per un’oretta dello sviluppo di giochi indie mirati al pubblico hardcore.

Oltre alla delusione Crayon Physics, comunque, la giornata ha riservato altre amare sorprese. Per esempio, mi si è sfondato l’alimentatore del Vaio. Per fortuna un intervento a cuore aperto di Soletta ha risolto le cose, almeno in via temporanea. Poi mi si è sfondato il lettore MP3 (che per carità, aveva i suoi anni). Così, morto da un momento all’altro. Conseguenze tragiche della cosa: non ho più musica qui con me, devo capire se conteneva importanti file di altro genere, devo impedirmi di comprare un iPod Touch (che dieci giorni fa avrei pagato nettamente meno a Montreal, of course). Ah, importante: sto producendo enormi dirigibili marroni a un ritmo pazzesco. Sarà l’aria di San Francisco?

L’aspetto positivo della giornata, invece, è l’aspetto positivo della settimana: la GDC è uno spettacolo. E mi rendo conto di quanto mi piace soprattutto oggi, che tutto sommato ho visto poco di “importante” e mi sono pure perso un paio di cose che mi interessavano molto. Si tratta proprio di una cosa diversa da tutto il resto, in cui si ascolta gente che parla di roba interessante e affascinante e che offre pure spunti un po’ diversi dal solito su cui scrivere. Oh, poi a me piace molto anche andare alle fiere “regolari”, sciropparmi le presentazioni, fare le interviste… però questa è proprio una cosa a parte.

Ora sono in camera, spossatissimo dalla mancanza di sonno, che cazzeggio e lavoricchio. Solettone si è fatto prendere dal frenzy appetito ed è andato in missione per conto diddio, riportando dietro della pizza (margherita, per fortuna) e del pollo fritto (ovviamente intinto nella salsa barbecue). Non so cosa accadrà stasera, si vociferava di una possibile USCITONA “pasta, pizza & mandolino” con vari compatrioti, ma non ho certezze al riguardo. Comunque vada, sarà una tragedia. Buonanotte, buongiorno, arrivederci.

P.S.
Qui non mi dilungo su cosa ho visto e sentito perché, ecco, lo faccio già a sufficienza altrove per lavoro. Se interessa, questi sono i link:
Le foto della prima sera allo stadio
Le foto fatte in giro, prima parte
Le foto fatte in giro, seconda parte
Il blog su Nextgame, in condivisione col Solettone

[GDC 2009] Uichend

Lo dico subito, così non corriamo rischi: sono qua per Nextgame, avrò un sacco da fare, non penso e non credo che avrò il tempo di aggiornare il blog tutti i giorni come feci dall’E3 anni fa. Anche perché teoricamente ci sarebbe pure quello su Next, di blog dalla GDC. Qualcosa anche qua dentro, comunque, metterò. Nel frattempo, mi limito a segnalare un avvio promettente. Dall’aereo sono sceso in condizioni veramente pessime, il sonno era devastante, il mal di gola incessante, le forze fisiche scarse.

Venerdì sera sono andato a vedere i Sixers dal vivo per la prima volta in vita mia ed è stato molto figo, anche se hanno perso e Belinelli ha giocato pochissimo. In certi momenti ho rischiato di essere sopraffatto dal sonno (Solettone è fuggito in albergo a metà partita proprio perché non ce la faceva), ma complessivamente ottima esperienza. Fra l’altro, tornando in metropolitana ho fraternizzato con un tizio di Philadelphia un po’ depresso per la sconfitta, che mi ha notato perché avevo addosso la felpa degli Eagles.

Fra venerdì e sabato ho dormito ben quasi cinque ore. Mi sono svegliato alle 4:30, cosa che sembra essere una costante di questi tempi. Certo, svegliarti alle quattro e mezza con nel letto a fianco Soletta che russa come un trattore ha il suo perché. Notevole, fra l’altro, lo stile del russare, con una varietà e una qualità degli arrangiamenti incredibili. Mi chiedo se dorma bene, il ragazzo.

In mattinata si è fatta una colazione abbondante (anche se i pancake li faccio meglio io di ‘sti messicani), abbiamo tristemente scoperto che il Disney Store ha chiuso, abbiamo comprato un po’ di fumetti e altre cose, mi sono rifatto la messa in piega. Dopo un primo pomeriggio trascorso lavoricchiando, poltrendo a letto e cazzeggiando (e leggendo l’ultimo, ottimo, volume di The Walking Dead) siamo usciti a fare un giro in zona baia.

Prima di tornare a goderci il sonno dei giusti, siamo andati a vederci il bellissimo Coraline (il nuovo film del regista di Nightmare Before Christmas, fra l’altro in 3D) e a mangiare al ristorante giapponese dove si era andati con il Scamu anni fa. E poi nanna. Stamane mi sono svegliato alle sei e mezza, quindi si sta migliorando. Fra l’altro Solettone mi ha appena detto che russo pure io, quindi si sta reagendo. Ieri mi sentivo addosso un po’ di febbre, ma le due aspirine preventive sembrano aver funzionato. Non male anche lo spray al blob mentolato che mi sparo in gola per ammorbidire il dolore, efficace.

Oggi mi toccherà lavorare un po’, temo. Al di là di quello, non credo ci siano programmi particolari, se non andare a comprare finalmente la maglietta di Tom Brady per Grùspola (me la chiede da millenni) e, credo, beccarci in serata con Crosignani e Bittanti. Saluti.

P.S.
Ho creato un album di foto su Facecock, lo aggiornerò quando capita. Anzi, gli album sono già diventati due, ecco il secondo. Ah, qui, invece, ho messo le quattro foto fatte andando a vedere la partita.

Non leggete, non è interessante

L’occupazione a scuola, giocando a calcetto davanti al bar e dormendo sdraiato sui banchi della mia classe. Alzarmi in piedi al Grand Canyon, durante l’ennesimo raduno, guardarmi intorno, osservare tutta quella bella gente, sentirmi felice. Divertirmi un sacco con Leisure Suit Larry 2, volere un altro di quei giochi con gli enigmi, chiedere al tizio di Pergioco di consigliarmi qualcosa di simile e ritrovarmi fra le mani uno strip poker. Ubriacarmi riuscendo sempre a rimanere in quella magnifica zona in cui so perfettamente cosa sto facendo ma non me ne frega nulla perché i freni inibitori sono andati. Giungere fino a sboccare solo tre volte in vita mia, assicurandomi che fossero occasioni che se lo meritavano. La notte passata dormendo di fianco a mia madre e continuando a svegliarmi e a spostare la micia che le saliva sopra, perché avevo paura combinasse qualcosa alla flebo. Le giornate trascorse con Omar sdraiato sui prati ad ascoltare decine di gruppi rock sconosciuti in giro per festival. Cazzeggiando sotto il sole con un panino alla salamella, facendo una partita a carte, sdraiandomi sotto le stelle e chiudendo gli occhi mentre la musica mi entrava nello spirito. Mia zia che risponde al telefono una mattina e io ho già capito che papà è morto. Ualone che torna a casa completamente ubriaco, vede che sto giocando a Sonic Adventure e comincia a urlare: “gli omini blu”. Buttarmi giù per le piste nere come un cretino, senza senso e senza coscienza. Lo sguardo sconsolato della mia bella cagnona quando si è resa conto che quell’estate mia madre non era tornata assieme a me. La convinzione che in qualche modo avesse capito che non sarebbe tornata più. Il cortile della scuola elementare pieno di neve, io alto come un barattolo che ci arranco dentro, col bianco che mi arriva fin sotto le ascelle. Piangere al funerale di una persona che avevamo incontrato quattro volte in vita nostra, ma era comunque uno di noi, e non aveva davvero senso che gli fosse successo. Vedere per la prima volta Guerre Stellari al cinema, con vent’anni di ritardo. Farlo undici volte. Organizzare con Mensola il torneo di scommesse. L’unico ricordo netto di mio padre: lui che mi sgrida perché gli avevo spezzato le mine della matita. Avere un gatto disposto a tutto pur di infilarsi sotto le coperte e dormire con me. Tornare dal calcetto con la mia macchinina rimessa a nuovo dopo mesi di inattività. Rendermi conto che è lei, è la mia macchinina, ed è bello stringerne il volante. Sognare di fare il fumettista, il regista, lo scrittore, pensando a quanto sarebbe bello se un giorno qualcuno leggesse qualcosa di mio e si sentisse anche solo un pochino meglio per questo. Incrociare uno sguardo e sentirmi mancare il fiato, pensando che c’è qualcosa, non so cosa, ma è qualcosa di bellissimo. Alzarmi in piedi a urlare come un pazzo osservando da pochi metri di distanza Pozzecco che taglia la difesa lituana e va a regalarmi una medaglia d’argento. Camminare come uno stronzo in giro per San Francisco, per due giorni di fila, fino a stare male fisicamente, a non stare più in piedi dal dolore. Sentire dolore netto, fisico, fortissimo alla gola mentre sto cantando le ultime canzoni al concerto dei Killers. Decidere che è il caso di smettere di cantare e che devo iniziare a urlare come un deficiente. Avere ancora mal di gola quattro giorni dopo. Innamorarmi ogni giorno di una ragazza diversa nell’anno passato lavorando in edicola. Zave che mi chiede di scrivere su Console Keeper. Solettone che prende me e Ualone e ci porta di peso a fare il colloquio in Future. Spagnolo che mi chiede: “Ma tu chi sei?”. Gli esami di maturità senza aver studiato assolutamente nulla. I brividi e le lacrime agli occhi nell’osservare Michael Jordan che scende in campo davanti a me. Piangere come un cretino ogni volta che guardo La Mosca. Verso metà e sul finale. Le nottate passate sveglio a leggere fumetti, cercando di non far rumore per evitare che mia madre si accorgesse che ero in piedi a notte fonda, ché il giorno dopo c’era scuola. Pisciare dalla finestra del settimo piano perché andare in bagno avrebbe significato fare rumore e farmi beccare. Giocare a calcetto coi giapponesi a Dublino e fare amicizia con Kazuhisa. Trovare sotto il tavolino un Dreamcast con attorno tanta gente che mi festeggia. Essere amico di tutte, innamorarmi di tutte, rosicare come un pazzo perché la danno a tutti gli altri. Claudio che mi telefona alle tre di notte perché ha trovato il passaggio segreto di Colonel’s Bequest. Alzarmi, accendere il PC e mettermi a giocare. Andare a vedere Bruce Springsteen quattro volte senza aver praticamente mai ascoltato un suo disco per intero. Adorare ciascuna di quelle quattro volte (la quarta sulla fiducia). Bere fino a che quella del tavolo a fianco non diventa perlomeno carina. Cercare la rissa con quelli di terza pur sapendo che significherà solo prendere tanti ceffoni. Il primo bacio sulle scale, seduti in un angolino. Le decine di concerti degli Afterhours. Andare in giro per il mondo grazie ai soldi degli altri e godermene ogni momento, anche il peggiore. Flammare i miei datori di lavoro sul forum della concorrenza sei mesi dopo essere stato assunto e ritrovarmi convocato nell’ufficio del preside a litigare con Paglianti. Quattro anni dopo, quasi farci amicizia, all’E3, con Puccettone. Guardarmi attorno in un ristorante di Stoccolma e pensare che in fondo, a questa gente che non conosco, io un po’ ci voglio bene. Osservare Giorgio Straulino che sta buttando via dei fumetti. Notare che uno dei fumetti parla di lupi mannari. Strapparglielo dalle mani con la forza. Cominciare a leggere Dylan Dog. Cominciare a leggere fumetti italiani. Andare come uno stronzo in giro per Milano a lasciar caparre e comprare coppe, mettere d’accordo decine di persone, organizzare domeniche meravigliose in cui gente arriva da tutte le parti d’Italia per inseguire un pallone. Vincere, tre volte. Ma mai senza Bovati in squadra, cazzo. Colpa di alegalli. Passare un natale con Claudio ed Edvin giocando The Dig e facendo i turni durante la notte, con uno che dorme e gli altri due che lo svegliano se riescono a risolvere l’enigma. I lettori di PSM che dopo due anni ancora mi trovano su MSN, Facebook, Xbox Live e mi dicono che gli manco e son carini e io mi commuovo. Quelli che hanno come nick Naruto93 e mi fanno sentire vecchio come uno stronzo. A parte il fatto che ormai mi sento vecchio anche di fronte a molti colleghi. I lucciconi agli occhi ogni volta che guardo un film Disney. Cinque persone in macchina dirette verso la Brianza profonda un triste pomeriggio di qualche tempo fa. Pensare che i fumetti giapponesi sono roba per bambini. Scoprire che fra i fumetti giapponesi c’è Ken il guerriero. Cominciare a leggere fumetti giapponesi. Fare stage diving e incrinarmi le costole. Balbettare e arrossire perché non so come fare, cosa dirle, come comportarmi. Andare con Vito a comprare il cavo per l’antenna, sollevare pezzi di pavimento per farlo passare da una stanza all’altra, tenere la TV costantemente accesa in redazione durante le olimpiadi. Comprare un numero dell’Uomo Ragno perché quell’estate non avevo un cazzo da fare. Iniziare a leggere fumetti americani. Conoscere Omar che mi sobilla e finisce per farmi comprare tutti I fumetti che ancora non leggo. Il Dylan Dog Horror Fest, le maratone di sangue e risate, gli applausi, i fischi e le ovazioni. Incontrare sempre le stesse persone al New Rocky quando c’era manifestazione, farci amicizia giocando a Virtua Racing, non vederle mai più dopo la fine della scuola. Io, Cardillo e Babich che cospiriamo al ristorante giapponese. I panini di McDonald’s mangiati alla Montagnetta con Gizmo. Andare a vedere Akira al cinema. Leggere It e Il signore degli anelli in fila, nel giro di due settimane, durante un’estate in cui non avevo un cazzo da fare. La gente meravigliosa che ho perso di vista e non ritroverò mai più. Girare tutta la città in preda alla febbre perché la missione è di quelle importanti e quel regalo va trovato. Pensare che è un peccato non poter raccontare a mia madre tutto quello che ho combinato di bello e di meno bello in questi dodici anni. Essere convinto che avrebbe adorato tutte queste persone che ho portato in casa. Decidere che non importa un cazzo se ho perso i documenti e che a Gallipoli ci devo andare. Saltare in macchina e viaggiare tutto il pomeriggio e una buona fetta di notte, da solo, urlando assieme all’autoradio, per raggiungere quella banda di terroni. Kyoto ricoperta di neve, solo per un giorno, il giorno in cui andiamo alla foresta di bambù, con quel cappellino rosa che spunta in mezzo al bianco. I primi anni delle rassegne di Cannes e Venezia, a correre come fessi sotto la pioggia scappando da un cinema all’altro, guardando anche sette film al giorno, impazzendo con l’occhio spiritato. Andare con Omar a comprare il Nintendo 64, tornare a casa, trascorrere le successive dodici ore su Mario Kart. Le mattinate passate dormendo con la testa schiacciata sul banco di scuola. Piangere dal ridere, fino a stare male e contorcermi per terra. Stricchio davanti al Saloon, nulla di umano. Bob dall’altra parte della strada, che si vedono i tocchi. Quel primo bacio in macchina, vergognandomi perché non riesco a nascondere l’erezione più colossale della storia. Il concerto dei Megadeth con Danilo, scoprendo quanto è divertente saltellare in giro a ritmo di musica. Tutto che finisce e ricomincia, così, in un istante, con un respiro che si ferma per sempre, in un pomeriggio del 1997, mentre sto schivando i ragni giganti di Resident Evil. Le videocassette di Batman, Robocop e Grease consumate guardandoli ogni giorno. Cacare sul parabrezza della macchina di quel tizio antipatico. Un’ora abbondante in aereo trascorsa scrivendo questo cumulo di banalità. Tutte le altre banalità che ci sarebbero state bene ma non mi vengono in mente, neanche adesso che sono sveglio alle cinque del mattino con il russare di Solettone sullo sfondo. Gli sfidini in redazione e il torneo col draft. Parlarle per ore e scoprire che dietro quel sorriso e quegli occhi c’è tanto altro e che ormai sono fregato. Il piacere fisico dello scrivere, il senso di liberazione dopo averlo fatto, la necessità un po’ tanto esibizionista di farmi leggere.

La prima, la seconda e la terza stagione.

Avanti, sempre, dritto.

Parole a caso, incomprensibili

Alcuni highlight del viaggio a Stoccolma, oscuri e comprensibili solo da parte di chi c’era e che probabilmente non li leggerà:
– le posizioni di Fabiotto in aereo;
– l’assalto alle fave;
– gli occhi ammirati della gente di fronte al maguro cocktail ordinato completamente a caso;
– la scelta delle bottiglie di sake e la “degustazione”;
– i mojito analcolici di Umbertino;
– il buttafuori che non lascia rientrare Fabiotto al ristorante perché, cazzo, è evidente, sei ubriaco;
– cinque fessi che passano due ore a girare nel gelo alla ricerca di un posto che li lasci entrare. Fallendo. La coda che si sposta per evitare che i cinque fessi riescano a entrare. Il sesto fesso, portoghese, un uomo disperato;
– il bar dell’albergo che non ha alcolici, la delusione;
– a letto, brillo, all’una e mezza;
– sveglio alle quattro e mezza, con un topo morto in bocca;
– McGyver e le grondaie di corteccia;
– le receptionist di DICE;
– la lattina di coca cola ribelle;
– il pellicano, il buco sbagliato, il dito in culo;
– l’angolo dell’amicizia con le due fette di torta mangiate all’insegna dell’ammore;
– l’atterraggio con in bocca il capitano.

Bello: il fatto che sto cominciando ad affezionarmi per davvero a questi quattro loschi figuri con cui vado in giro quasi costantemente da ottobre. Fa molto it.fan.studio-vit 1999/2000. Fa anche molto ammore dei maschi.

In foto: il Moioli che si tocca sul volo di ritorno, per il disgusto e il terrore di chi gli siede a fianco.

Se leggete questa roba fra venerdì mattina e sabato mattina (o qualcosa del genere), lo fate mentre sono in volo per Frisco col Solettone. Ci vado con quasi zero ore di sonno sulle spalle, tanta stanchezza e un bel po’ di tristezza.

“Non ce la faremo mai, moriremo tutti.”

Buongiorno a tutti, addio.

Montreal riassunta, che il tempo è denaro

Cinque anni fa sono stato a Montreal a gennaio. C’erano circa quindici gradi sotto zero di temperatura media. Mi dicevano che ero stato fortunato, era un inverno mite. In effetti, cinque anni dopo, ho scoperto che non mi pigliavano per il culo, visto che la settimana scorsa, a marzo, ci si andava pure sotto, ai quindici gradi sotto zero. Per non parlare del vento bastardo porco, che ti si infila sotto i vestiti, ti congela le ossa, ti devasta le estremità e a tratti è talmente forte da impedirti di attraversare la strada. Occhio, non sto esagerando: una sera abbiamo fatto veramente fatica ad attraversare la strada. La persona che camminava davanti a me è stata spinta indietro e mi è praticamente arrivata addosso.

Montreal, insomma, non è forse la città migliore da visitare a marzo. A gennaio perlomeno c’era la neve che faceva atmosfera, mentre a marzo di neve ci sono solo gli avanzi, ma in compenso è ancora tutto morto e gelido. Ciononostante, a Montreal c’è del bello e oserei dire pure dell’ottimo. C’è per esempio la parte della città vecchia, con tante viuzze carine e case un po’ diverse dal solito palazzo color cemento morto, anche se dietro ogni angolo, se alzi un po’ lo sguardo e aguzzi (neanche tanto) la vista, si staglia un bell’obbrobrio cubico alto ottocentomila metri. E poi ci sono i negozietti carini, le vetrinette coi prodotti tipici, il posto in cui ti fanno comprare i peluche vuoti da gonfiare con la pompa e il pedale, gli alberelli nascosti in fondo alle gallerie, gli scorci evocativi.

Certo, c’è anche Chinatown, che l’avrò vista nel momento sbagliato ma mi è sembrata una roba abbastanza deprimente, fatta da quattro vie in croce ricoperte di spazzatura. Ah, ecco, la spazzatura: Montreal sembra esserne piena. Magari col freddo gli spazzini non hanno voglia. Dagli torto. E c’è poi la famosa città sotterranea, che per qualche motivo cinque anni fa non avevo neanche sfiorato, mentre stavolta ho gironzolato in lungo e in largo, facendo sanguinare senza pietà la mia povera carta di credito. Una serie di piccoli/medi/grandi centri commerciali sepolti sotto il cemento e che ti permettono eventualmente di non uscire mai al gelo. Devo ancora capire se trovo la cosa deprimente o no.

Quello che non ho trovato deprimente, ma proprio no, è la fuga in metropolitana verso il villaggio olimpico. Ora, a parte che sono un ignorante e ci sono rimasto di sasso quando ho scoperto che ci hanno fatto le olimpiadi estive (eccheccazzo, nella città più fredda dell’universo), la visita è stata piacevolissima. La torre del palazzetto dello sport, su cui ci si abbarbica tramite un’ascensorone, è uno spettacolo, e il Biodome è uno dei posti più fighi della storia. Un luogo in cui hanno ricreato vari ambienti naturali e li hanno popolati di bestie: a seconda della zona, ci si ritrova a vagare in una foresta tropicale o ad osservare dei pinguini che zompettano in giro e nuotano come fulmini. Una roba incredibile, ero lì con Fabiotto a fissare ‘ste bestie spalancando gli occhi, boccheggiando e indicandole col ditino. Due giri, abbiamo fatto, strepitando come bambini. Meraviglioso!

Infine, cosa si mangia a Montreal? Non lo so. So che per esempio abbiamo cenato in un posto dove facevano del sushi un po’ fusion e in cui mi sono scolato insieme a Fabio e a un giornalista inglese un bel bottiglione di Sake. Poi siamo andati in un locale ad ammazzarci di whisky e birra assieme a un altro pazzoide spagnolo. E ci sarebbero altre cose da raccontare su un certo tizio francese, ma lasciamo perdere. So anche che ho mangiato un hamburger ottimo in un posto che si chiama Les 3 Brasseurs e dove si beve dell’altrettanto ottima birra autoprodotta. So che mi sono scolato una zuppa calda dopo aver camminato nel gelo come un fesso e ho addentato della carne di maiale cotta nello sciroppo d’acero. E so, in chiusura, di aver fatto delle foto che ho messo su Facebook. Sì, lo so, Facebook fa cacare, meglio Flickr. Se non vi piace, non guardatele. Comunque, Montreal e il Biodome. Quelle del Biodome fanno un po’ schifo, perché non si poteva usare il flash. E insomma, già non sono ‘sto gran fotografo, se poi mi metti pure i paletti…

P.S.
Il trailer in apertura non c’entra nulla con Montreal, ma me l’ha fatto venire duro. Prete – Vampiro – Park Chan-Wook – SOLD

Watchmen

Watchmen (USA, 2009)
di Zack Snyder
con Jackie Earl Haley, Patrick Wilson, Malin Akerman, Billy Crudup, Matthew Goode, Jeffrey Dean Morgan

I primi, boh, dieci o quindici minuti del Watchmen di Zack Snyder rappresentano una splendida dichiarazione d’intenti, che mostra fin da subito tutto quel che arriverà dopo. C’è la fedeltà al fumetto maniacale, riverente, se vogliamo anche un po’ pacchiana, fatta di inquadrature identiche, dialoghi ricalcati in copia carbone, gesti e sguardi. C’è la spettacolarizzazione di una morte, con un combattimento plastico, violento, vibrante, che in realtà nel fumetto non si vede nemmeno per sbaglio. C’è quello splendido collage dei titoli di testa, così pieno di tanti piccoli dettagli che funzionano per i fatti loro, ma assumono tutt’altro significato se hai letto il fumetto (o già visto il film). C’è la colonna sonora che spara fin da subito le cartucce pesanti, con un Bob Dylan da brividi. C’è tutta la poetica di Snyder, messa lì, fin da subito, che dice: “Oh, io l’ho fatto così, spero vi vada bene”. E a me va bene, via.

Poteva, il Watchmen cinematografico, rappresentare qualcosa della stessa portata di quanto fatto vent’anni fa da Alan Moore e Dave Gibbons? No che non poteva, per mille motivi, a cominciare dal fatto che il cinema di genere non ha certo bisogno dello sverginamento che serviva al fumetto di supereroi negli anni ottanta. Certo, magari mettendo Watchmen in mano a un Kubrick, a un regista geniale e poco interessato all’adattamento timoroso e fedele, ne sarebbe venuto fuori qualcosa di totalmente clamoroso e che, ovviamente, avrebbe fatto incazzare a morte i fan del fumetto. Ma tanto quelli si incazzano comunque, anche se non lo sanno. Anche se dicono che in fondo Snyder ha lavorato bene, loro sono incazzati lo stesso.

Epperò, bisogna dirlo, Snyder ha lavorato bene. Perché Watchmen alla fin fine è un bel film, che in qualche modo fa comunque compiere un ulteriore passo in avanti nel cammino fatto percorrere di recente da Iron Man e Il cavaliere oscuro a questa sottospecie di “genere” dei supereroi cinematografici. Un cammino in cui prova a scrollarsi di dosso l’adolescenza e ad ammantarsi di toni adulti, cercando un riconoscimento “alto” che non è neanche detto debba necessariamente spettargli.

Watchmen è un film di supereroi che non rinuncia totalmente alle convenzioni note, ma allo stesso tempo se ne distacca con sottolineata insistenza. Un film placido e maestoso, in cui i personaggi si perdono in conversazioni infinite e ogni tanto spezzano il ritmo tirando ceffoni al rallentatore. Un film estremamente bello da osservare, sviscerare in ogni sua inquadratura, non solo per chi ha voglia di fare il paragone allo stop motion, ma proprio per un’indiscutibile, violentissima carica visiva.

Un film che molti hanno trovato freddo, poco passionale, ma che al contrario a me di emozioni ne ha date molte. Non so bene cosa sia che mi fa entrare in sintonia con Snyder a film alterni, ma tanto guardando 300 non sono riuscito a farmi prendere neanche un attimo, quanto Watchmen mi ha accalappiato nelle budella, con questo suo modo viscerale e sboccato di riprodurre la malinconia, la disillusione, la profonda tristezza del racconto di Moore. E questo Watchmen è, ne sono sicuro, un’esperienza vibrante, potente, travolgente, tutta da gustarsi, specie poi sulla tovagliona dell’IMAX.

Ma il paragone con il fumetto? Il paragone con il fumetto mi è impossibile non tirarlo fuori, avendo ancora belli freschi in testa entrambi. Non è mai una roba che m’interessi più di tanto o che possa rovinarmi il film “a prescindere”, però certo è interessante notare le scelte fatte da Hayter, Snyder e Tse. L’impressione è che i tagli siano abbastanza accettabili e non vadano a danneggiare il film, anche se certo gli impediscono di vantare la stessa ricchezza e profondità dell’opera originale.

I vari piccoli personaggi di contorno, per esempio. Nel fumetto di Moore, pur non andando poi troppo oltre lo status di macchiette, donano all’affresco una vita incredibilmente più forte, ma nel film appaiono appena, stanno lì sullo sfondo, inutili ma non dannosi per chi non li conosce, semplici strizzatine d’occhio per i fan che “sanno”. Ma c’è altro, che è cambiato, e che un pochino il naso te lo fa storcere per forza.

C’è la morte di un personaggio minore, evento a dir poco fondamentale nella crescita di Nite Owl, che nel film è stata tagliata. C’è il didascalismo di inquadrarti Rorschach per bene mentre regge il cartello, apposta per farti capire che è lui. C’è la maniera indecente in cui il gufaccio, ancora lui, viene fatto partecipare, urlare, sfogare nel finale, banalizzando in maniera tremenda uno fra i momenti più intensi di Watchmen. Che alla fine, diciamocelo, sticazzi del polipone, la vera cosa fastidiosa del finale di Snyder è proprio quella, quell’urlo, quel paio di cazzotti, quel mezzo stupro di un momento in origine molto più raffinato e toccante.

C’è anche però una scelta impressionante degli attori, tutti mostruosamente in parte. Pure Ozymandias, che in foto faceva sicuramente schifo al cazzo, e che fra tutti è quello che meno ricorda il personaggio a fumetti, è interpretato in maniera molto azzeccata (occhio, l’ho visto in originale, non so come sia il doppiaggio). E Manhattan e Rorschach sono favolosi. E le due scene madri del rosso sono da brividi, nonostante il gufaccio.

Insomma, a conti fatti, visti anche certi scempi fatti in passato sulle creature di Alan Moore, mi sembra ingeneroso criticare un adattamento che sì, spettacolarizza, enfatizza ed esagera, ma allo stesso tempo in qualche modo prova a mantenersi rispettosamente fedele a uno spirito certo diluito e semplificato, ma sempre presente. Anche perché poi non ci ho trovato molto di fuori posto. Le poche scene d’azione mi sono stranamente piaciute (ben più che in 300) e in qualche modo il taglio crudo mi è parso estremamente adeguato.

Davvero è un problema se in un film in cui dei criminali vengono pestati come fabbri si vede qualche osso spezzato e un po’ di sangue (in parte, fra l’altro, preso di peso dal fumetto, senza dimenticare che nel finalone di sangue se ne vede molto meno rispetto alle vignette di Gibbons)? Davvero è un problema se i supereroi al cinema si permettono di scopare (e quella scena, suvvia, è volutamente esagerata, sopra le righe, buffa, anche se magari non proprio di buonissimo gusto)? E mica ci si sconvolgerà per l’uccellone circonciso del Doc Manhattan, no? No, dai.