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Alien: Covenant

Alien: Covenant è il seguito di Prometheus, che era un prequel di Alien senza però essere totalmente un prequel di Alien e pensando abbondantemente ai fatti suoi, come del resto fa questo secondo film della (nuova) serie, un po’ più prequel di Alien ma comunque seguito di Prometheus e abbondantemente impegnato a farsi gli affari suoi, anche se questa volta un po’ più convinto nell’inserire gli alieni di Alien, nonostante Ridley Scott continui a sembrare poco interessato a farlo. Un casino, insomma. Un casino che il reparto marketing ha voluto semplificare in maniera un po’ furbetta, piazzando la parola Alien nel titolo e giocandosi l’intera campagna pubblicitaria per farci credere che Prometheus fosse roba vecchia e questo film sarebbe stato un Alien in tutto e per tutto. Voglio dire, non è che ci si possa girare attorno: il trailer sembra raccontare una specie di Alien 5, con il solito arrivo sul pianeta, il solito capitano che si piazza incautamente davanti all’uovo e la solita successiva lotta contro l’alieno, mentre gli elementi più da Prometheus paiono messi in disparte. E, onestamente, quel trailer mi lasciava addosso una sensazione di “Insomma, sarà la solita roba vista e stravista, però magari realizzata bene.” Poi guardi il film e ti rendi conto che buona parte di quel che si vede nel trailer arriva dall’ultima mezz’ora o giù di lì. E, insomma, sembra una burla.

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L’uomo di Marte

The Martian (USA, 2014)
di Andy Weir

Sono capitato su The Martian solo e unicamente perché m’è passato davanti il trailer del film che Ridley Scott ne ha tirato fuori, in arrivo a fine anno. Prima di vedere quel trailer e di leggerne su I 400 Calci, non ne sapevo nulla. Beh, ci sono modi peggiori per ritrovarsi a leggere un libro (tipo, che so, perché ti ci costringono) e in ogni caso, se il risultato è che leggi una roba spettacolare come questa, non puoi certo lamentarti. E che cos’è? Dunque è il racconto dell’odissea di un astronauta che, a causa di un incidente, si ritrova abbandonato su Marte, con la prospettiva di rimanerci secco se non trova il modo di sopravvivere abbastanza a lungo perché tornino a recuperarlo. Tutto qui. Si fa per dire.

Un’ottima annata


A Good Year (USA, 2006)
di Ridley Scott
con Russell Crowe, Marion Cotillard, Albert Finney

Nel chiacchierare di Un’ottima annata, potrei parlare di quanto sia ridicolo Russell Crowe che sputazza un tentativo di accento brit nell’interpretare questo broker rincoglionito alla ricerca di se stesso e della passera francese che popola i suoi ricordi di bambino. Vorrei raccontare di un Ridley Scott altrettanto rincoglionito, che prova a convincersi di non stare facendo spazzatura ben pagata piazzando qualche inquadratura arditamente simbolica e buttando lì citazioni cinefile che spaziano fra Ridolini e Nuovo Cinema Paradiso. Sarebbe inoltre simpatico sottolineare come questa roba, vista in aereo per passare il tempo, mi abbia fatto venire un mal di testa devastante e mi abbia impedito di guardarmi poi l’apparentemente intrigante The Illusionist.

E invece, facciamo una bella cosa: vi rimando a questa affascinante recensione. Che poi il dubbio di non avere capito un cazzo della vita, del cinema, di Ridley Scott e della reincarnazione dell’immagine e del corpo, beh, ti viene anche. Però – attenzione – io e il simpatico Leonardo Lantieri abbiamo scelto la stessa immagine d’apertura: forse qualcosa ho capito, in fondo.