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Alien: Covenant

Alien: Covenant è il seguito di Prometheus, che era un prequel di Alien senza però essere totalmente un prequel di Alien e pensando abbondantemente ai fatti suoi, come del resto fa questo secondo film della (nuova) serie, un po’ più prequel di Alien ma comunque seguito di Prometheus e abbondantemente impegnato a farsi gli affari suoi, anche se questa volta un po’ più convinto nell’inserire gli alieni di Alien, nonostante Ridley Scott continui a sembrare poco interessato a farlo. Un casino, insomma. Un casino che il reparto marketing ha voluto semplificare in maniera un po’ furbetta, piazzando la parola Alien nel titolo e giocandosi l’intera campagna pubblicitaria per farci credere che Prometheus fosse roba vecchia e questo film sarebbe stato un Alien in tutto e per tutto. Voglio dire, non è che ci si possa girare attorno: il trailer sembra raccontare una specie di Alien 5, con il solito arrivo sul pianeta, il solito capitano che si piazza incautamente davanti all’uovo e la solita successiva lotta contro l’alieno, mentre gli elementi più da Prometheus paiono messi in disparte. E, onestamente, quel trailer mi lasciava addosso una sensazione di “Insomma, sarà la solita roba vista e stravista, però magari realizzata bene.” Poi guardi il film e ti rendi conto che buona parte di quel che si vede nel trailer arriva dall’ultima mezz’ora o giù di lì. E, insomma, sembra una burla.

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L’uomo di Marte

The Martian (USA, 2014)
di Andy Weir

Sono capitato su The Martian solo e unicamente perché m’è passato davanti il trailer del film che Ridley Scott ne ha tirato fuori, in arrivo a fine anno. Prima di vedere quel trailer e di leggerne su I 400 Calci, non ne sapevo nulla. Beh, ci sono modi peggiori per ritrovarsi a leggere un libro (tipo, che so, perché ti ci costringono) e in ogni caso, se il risultato è che leggi una roba spettacolare come questa, non puoi certo lamentarti. E che cos’è? Dunque è il racconto dell’odissea di un astronauta che, a causa di un incidente, si ritrova abbandonato su Marte, con la prospettiva di rimanerci secco se non trova il modo di sopravvivere abbastanza a lungo perché tornino a recuperarlo. Tutto qui. Si fa per dire.

American Gangster

American Gangster (USA, 2007)
di Ridley Scott
con Denzel Washington, Russel Crowe, Chiwetel Ejiofor, Josh Brolin

Se Ridley Scott non avesse girato Soldato Jane, 1492 e – cazzo – Un’ottima annata, probabilmente oggi sarei ancora un suo fan, come quando ero un pirletta adolescente innamorato di Alien, Blade Runner e I duellanti. Adesso, invece, sono un pirletta trentenne innamorato di Michael Mann, mi piace tirarmela annuendo intensamente quando qualcuno dice che in fondo in fondo Tony potrebbe non essere il fratello scemo e al caro Ridley lo guardo un po’ con quell’occhio tenero che si riserva allo zio rincretinito.

Se fossi ancora quell’adolescente lì, beh, andrei a vedere American Gangster con la speranza di gustarmi, che so, una roba vagamente paragonabile a Il padrino o a Quei bravi ragazzi. E invece ci vado prevenuto, di Padrino mi viene in mente il terzo, e non spero neanche troppo che si graviti in zona The Departed. E finisce che in fondo un pochino rimango sorpreso, e non si sa perché.

Del resto che c’è da rimanere sorpresi, nell’osservare ancora una volta quanto impegno da pubblicitario creativo ci metta Ridley nel dipingere belle immagini? Che mica si può pensare di dire che American Gangster sia brutto da vedere, anzi, è proprio figo e bello solido. Il problema è che è troppo bello e troppo solido. Troppo pulitino, perfettino e leccatino, con quell’aria da epica criminale progettata a tavolino seguendo tutte le regole della ricetta.

Sembra fatto col manuale, non si sfugge a nulla e ci si becca tutto, dall’inizio alla fine. Che va pure bene, eh, se però si riesce a dare un filo di mordente, invece di tirar fuori ‘sto lavoro di routine banale come una scorreggia con la sbroda dopo che hai preso freddo al pancino. Un film da due ore e mezza a cui serviva un’altra mezzora almeno, anche se rimane la sensazione che Ridley non sarebbe riuscito a dargli spessore neanche in quattro ore.

Certo, ci sono delle gran belle immagini, quella cruda apertura fra le fiamme, quel matrimonio spezzato dal poliziotto rompicoglioni, quella maestosa retata, ma c’è anche tanto, troppo, di tirato via, buttato lì a caso, come tutta la vicenda del compagno di Russel Crowe o il tentativo un po’ maldestro di tratteggiare un’epoca, che vien la malinconia al pensiero di quanto bene c’era invece riuscito Ted Demme.

Oh, poi, si torna al punto di partenza: considerando certa roba che il Ridley riesce a tirar fuori quando ci si mette, American Gangster me lo bevo molto volentieri. Tanto più che un film con Denzel Washington in cui non mi viene voglia di uccidermi ogni volta che appare Denzel Washington non lo vedevo da un po’.

Un’ottima annata


A Good Year (USA, 2006)
di Ridley Scott
con Russell Crowe, Marion Cotillard, Albert Finney

Nel chiacchierare di Un’ottima annata, potrei parlare di quanto sia ridicolo Russell Crowe che sputazza un tentativo di accento brit nell’interpretare questo broker rincoglionito alla ricerca di se stesso e della passera francese che popola i suoi ricordi di bambino. Vorrei raccontare di un Ridley Scott altrettanto rincoglionito, che prova a convincersi di non stare facendo spazzatura ben pagata piazzando qualche inquadratura arditamente simbolica e buttando lì citazioni cinefile che spaziano fra Ridolini e Nuovo Cinema Paradiso. Sarebbe inoltre simpatico sottolineare come questa roba, vista in aereo per passare il tempo, mi abbia fatto venire un mal di testa devastante e mi abbia impedito di guardarmi poi l’apparentemente intrigante The Illusionist.

E invece, facciamo una bella cosa: vi rimando a questa affascinante recensione. Che poi il dubbio di non avere capito un cazzo della vita, del cinema, di Ridley Scott e della reincarnazione dell’immagine e del corpo, beh, ti viene anche. Però – attenzione – io e il simpatico Leonardo Lantieri abbiamo scelto la stessa immagine d’apertura: forse qualcosa ho capito, in fondo.