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Viva Las Vegas


Il 24 di gennaio, come chi segue questo blog potrebbe ricordare, mi sono di nuovo imbarcato su un volo per gli States, questa volta diretto a Las Vegas. Ero in viaggio assieme ad Alessandro di Edizioni Master (che ringrazio per alcune delle foto che userò in questo post) e ad Alberto di Leader. Il press tour era legato al Midway’s Gamers’ Day, un evento annuale con cui Midway mostra all’universo i suoi nuovi giochi. Evento che ha occupato pomeriggio e sera di giovedì 25 gennaio, lasciandoci quindi ampi margini di cazzeggio. Margini che vado ora ad illustrare per mezzo della mia canonica logorrea.

Il viaggio (Milano-Atlanta, Atlanta-Vegas) viene affrontato tramite l’americanissima Delta Airlines, una compagnia che mi ha dato l’idea di essere abbastanza squanfida. A parte il volo intercontinentale con i sedili stretti e gli schermetti centralizzati (ognuno con una diversa “deformità” di colori), l’aereo che ci ha portati da Atlanta a Las Vegas dava quell’inconfondibile sensazione d’interregionale estivo. Saturo di persone, puzzolente, scomodo e con seduto al mio fianco un tizio che ha mangiato schifezze e puttanate dal decollo all’atterraggio, ininterrottamente, accompagnandole però con una lunga serie di diet coke (ah, beh). Comunque, nel tardo pomeriggio siamo arrivati a destinazione e, dopo aver sbrigato il recupero bagali in aereoporto, ci siamo diretti all’albergo.

L’albergo era il The Hotel, vale a dire uno dei due hotel del complesso Mandalay Bay Resort, che include due palazzoni-albergo e un’area sotterranea con casinò, negozi, ristoranti e chissà che altro. La serata, dopo una breve sosta di relax in camera, viene dedicata a un’esplorazione del Mandalay Bay e alle pappe. Ci inoltriamo quindi nel casinò: una lunga distesa di slot machine, roulette e tavoli da black jack, salette a parte per gli scommettitori più facoltosi e per giochi particolari, l’area poker (Texas Hold’Em, ovviamente) e l’area scommesse sportive. Da notare che l’intero casinò è zona fumatori, ma nell’area poker è vietato fumare. Spettacolare l’area dedicata alle scommesse, con un enorme muro tappezzato di schermi che trasmettono qualsiasi disciplina sportiva, una marea di tabelloni con le varie quote e tanti bei seggiolini dotati anche di porta bibite. E ovviamente i vacconi.

Ogni casinò, infatti, ha i suoi vacconi, che servono da bere e gironzolano addobbati a tema. Ma del resto i vacconi sono fra i temi principali di Las Vegas. Comunque, vagando fra locali (da notare la House of Blues, dove si esibiranno qualche giorno dopo gli Slayer), esibizioni live e ristoranti di tutti i tipi, decidiamo di abbandonarci alle meraviglie di un sushi bar dalla discreta qualità. Una volta rifocillati, ci rendiamo conto che portarsi sulle spalle circa trenta ore di veglia, un viaggio intercontinentale e – perlomeno nel mio caso – due sole ore di sonno negli ultimi due giorni, beh, non è proprio il massimo. Andiamo quindi a morire in camera.


Il secondo giorno, giovedì, è il giorno in cui si sgobba. Ma solo a partire dal primo pomeriggio. Dedichiamo quindi la mattinata all’esplorazione della città, o perlomeno dell’area più turistica. La Strip, insomma, vale a dire la parte di Las Vegas Boulevard in cui si concentrano la maggior parte degli alberghi più lussuosi, caratteristici e cazzari della città (e dove ad ogni angolo incontri un tizio che ti smolla volantini e bigliettini ritraenti donne vogliose). Il Mandalay, che in sostanza è il primo albergo della fila, fa parte di un complesso costituito da altri due alberghi, il Luxor e l’Excalibur. Questo spettacolare tris è interamente visitabile senza uscire all’aria aperta, grazie a un tunnel di collegamento sotterraneo carico di negozi e ristoranti. Non solo, c’è anche un servizio gratuito di tram sopraelevato, disponibile in due versioni: quello direttissimo fra Mandalay ed Excalibur e quello che, bontà sua, si concede la fermata al Luxor.

Comunque, gironzoliamo a piedi, affrontando la passeggiata sul marciapiede e dirigendoci verso nord. Passiamo davanti al Luxor, che fra sfinge, piramide e obelisco lascia sempre perplessi, e, una volta superato l’Excalibur (praticamente l’albergo di Mago Merlino), arriviamo a questo incrocio, su cui fanno capolino l’allucinante New York New York (altra foto) e l’MGM. Da notare che l’incrocio non può essere attraversato al “piano terra”, ma richiede l’utilizzo dei ponti pedonali (ovviamente dotati di ascensore e scale mobili). Qui, dopo essere passati sotto alla PSP gigante, costeggiamo una serie di negozi e negozietti, che vanno dal classico tugurio di souvenir agli “store” ufficiali di Coca Cola e M & M’s. Proprio in quest’ultimo ci infiliamo e, dopo esserci fatti scattare la foto assieme ai caramelloni, ne esploriamo i vari piani.

In sostanza è un grosso baraccone, pieno di souvenir e cazzatine marchiate M & M’s e con qualche trovata simpatica, come il muro tappezzato dalle riproduzioni delle varie forme dei confettini negli anni, o i manifesti delle parodie di film famosi. Sul piano più alto c’è una macchina NASCAR sponsorizzatissima: per la prima volta ne osservo da vicino l’interno. Prima di uscire esploriamo una sorta di mini museo delle M & M’s, saturo di scemenze e di robe per bambini anche sfiziose, tipo questo tunnel rotante da mal di testa.

Una volta usciti, proseguiamo lungo la Strip, passando davanti a una specie di baraccopoli che mette assieme autonoleggi, negozietti di scemenze e poco altro. Apice della zona, l’Harley Davidson Cafe. Proseguendo si passa davanti a questa curiosa zona satura di bancarelle (che ovviamente vendono una serie di articoli raffinati e di buon gusto) e si arriva poi a Parigi, giusto davanti al Ceasar’s Palace. Sì, Parigi, con l’Arco di trionfo (e la pubblicità di The Producers con David Hasselhoff) e la Torre Eiffel arrampicata sopra a un ristorante, con davanti il fontanazzo. Qui si conclude, nella sostanza, la passeggiata mattutina, dato che si riparte alla volta dell’albergo e alla ricerca di un ristorante.

Finiamo per infilarci nell’Aladdin, un albergone il cui tema non credo vada spiegato. All’interno, nella sezione delle cibarie, troviamo un fast food hawaiano specializzato in cheeseburger. Io mi gusto una roba enorme, accompagnata da birra, anch’essa hawaiana. Tutto ottimo, bisogna dirlo. Nella piacevole chiacchierata mangereccia a un certo punto si inseriscono gli avventori del tavolo a fianco, uno dei quali è un immigrato dall’Italia del sud che sembra uscito per direttissima da I soprano. Esaurite le pappe, ce ne torniamo all’albergo e ci prepariamo per la spedizione all’Hard Rock Hotel, dove si passano il pomeriggio e la prima serata a provare videogiochi, fare interviste e mangiare Sushi e altro. Nel contesto faccio conoscenza con Elisa e il suo futuro marito Sterling, personaggi deliziosi e simpaticissimi che ci accompagneranno nelle serate a venire (Sterling, fra l’altro, spenderà parole d’odio per la Delta Airlines, confermando la nostra brutta impressione).

Dopodiché si torna all’albergo, con l’idea di rilassarsi un’oretta per poi uscire e girare per le meraviglie notturne di Vegas. In realtà l’ora abbondante passata sul divano davanti alla TV sarà per me micidiale e mi farà saltare totalmente l’uscita. Il giorno dopo mi racconteranno di un Alberto metodico e “sfortunatello” al tavolo della roulette: in pratica, si presenta con un budget da cento dollari e comincia a puntarne cinque per volta sul 19. Che non esce mai. Nel momento in cui rimane con venti dollari, li mette tutti sul 19. Subito prima che la pallina si fermi, però, sposta le fiche da un’altra parte. Chissà che numero uscirà?


La mattina del 26 gennaio mi incontro col solo Alessandro, dato che Alberto proprio non ce la fa. Decidiamo di farci un altro giro per la Strip, andando a lasciare il canonico obolo nel negozio di souvenir solo visitato la mattina prima e proseguendo lungo la via fino al Venetian. Ci avviamo a piedi lungo il tunnel che collega il Mandalay con il Luxor e, una volta giunti in Egitto, ci spariamo una bella colazioncina da Starbucks. Dopodiché, pur facendo un po’ fatica a trovare l’uscita, zompiamo sul tram e ci facciamo placidamente trasportare fino all’Excalibur, da dove iniziamo la passeggiata.

Una volta sbrigata la pratica souvenir (per me un paio di calamite, una maglietta e una felpa), ci infiliamo nel negozio Coca Cola, che il giorno prima avevamo trascurato. Anche qui, si tratta sostanzialmente di una gran marea di gadget e oggetti più o meno (in)utili “firmati” e accompagnati da un po’ di arredamento a tema. Proseguiamo la marcia, passando davanti al Ceasar’s Palace, al suo Colosseo e al The Mirage, per poi arrivare a destinazione.

Il Venetian, madonna santa, che spettacolo allucinante. Lascio parlare le immagini, via.





A questo punto la passeggiata è giunta al termine: zompiamo sulla monorotaia che scorre parallela a tutta la Strip (cinque dollari a corsa, quindici per il biglietto giornaliero) e ce ne torniamo in albergo, dove incontriamo Alberto. Dopo qualche peregrinazione disperata, si decide di andare a mangiare al buffet del Luxor. Praticamente tutti (o quasì) gli alberghi/casinò “lussuosi” di Vegas, infatti, hanno una sezione buffet, dove è possibile pagare un fisso e mangiare come disperati. La qualità non è proprio il massimo, anche se il pollo caramellato non si butta. Dopo il pasto e dopo la foto di rito in braccio al faraone, andiamo a farci un giro nell’acquario dedicato ai predatori acquatici (squali, piranha, coccodrilli, meduse giganti) che si trova nel Mandalay, giusto di fianco alla chiesetta per matrimoni lampo.

Dopodiché si torna in camera a svernare in attesa dell’uscita serale. Io ne approfitto per mettermi un po’ al lavoro sull’articolo per PSM e per seguire un po’ l’NBA in TV (praticamente quando sono in America è l’unica roba che guardo in TV, anche perché ce n’è un po’ a tutte le ore). L’uscita serale, in compagnia di Elisa e Sterling, ci vede diretti all’hotel di Hooters, dove ci concediamo una cenetta a base di porcate. Io, in realtà, mi limito a mangiucchiare dei cheese stick abbastanza sfiziosi, e ad assaggiare le ali di pollo ordinate da Sterling (che, ci spiega, a quanto pare sono il piatto forte del ristorante). Per chi non lo sapesse, Hooters si può velocemente descrivere come “una catena di locali in cui si viene serviti dalle tettone”.

Una volta concluso il lauto pasto, prendiamo un taxi e ci dirigiamo al Venetian, che visitiamo questa volta anche all’interno, che incredibilmente è ancora più allucinante dell’esterno. I vicoli e i canali di Venezia, riprodotti in qualche modo al chiuso, in una serie di locali costantemente illuminati a giorno. Il tutto costellato di negozi, ristoranti e insegne imbarazzanti. Il giretto è abbastanza breve, perché il posto sta chiudendo e veniamo gentilmente allontanati. Al che si torna in albergo e io, senza farmi tanti problemi, vado a morire in camera.


Dato che raggiungere il Grand Canyon ci sembra un po’ troppo uno sbattimento, Sabato 27 si decide di dedicarlo a una gitarella nella Death Valley. Io, comunque, mi sveglio sul prestino, per finre l’articolo da spedire, e ne approfitto per viziarmi con una bella colazioncina in camera: the caldo e pancake accompagnati da banane, fragole, panna e un altro po’ di roba a caso, ovviamente tutto innaffiato di sciroppo. Dopo l’incontro con Alessandro e Alberto, ci si avvia alla ricerca di un autonoleggio. Quello del Luxor ha finito le macchine e decidiamo quindi di buttarci sulla Strip. Passiamo così sul ponte del New York New York e, per l’ennesima volta, davanti a questa fila di negozi. Tentiamo la carta del noleggio un po’ fetido alla baraccopoli, ma otteniamo solo un’oretta persa in coda. Quando le speranze ci stanno abbandonando, becchiamo un baracchino davanti alle bancarelle squanfide poco più avanti e otteniamo la canonica chevrolet.

Sbrighiamo le pratiche, recuperiamo la macchina, raggiungiamo l’albergo per recuperare un paio di cosette e imbocchiamo la strada (ciascuna di queste cose non senza problemi): sono le 11:00 e siamo in viaggio verso il deserto. Dopo un brevissimo tragitto lungo la Interstate 15, ne usciamo e imbocchiamo la Highway 160 (altrimenti nota come Blue Diamond Route), che permette di accorciare notevolmente il percorso rispetto alla I-15 grazie a un “taglio” fra le montagne. In più, questa strada passa, seppur in maniera non troppo approfondita, per il Red Rock Canyon, che era una possibile meta valutata in ottica “non ci sbattiamo troppo”.

Allontanarsi da Vegas, comunque, è abbastanza deprimente, per uno scenario, quello nelle immediate vicinanze della città, piuttosto squallido. Cantieri, discariche, agglomerati di casette e casacce, zone via via sempre più solitarie e degradate… non proprio una gran bella vista. Per fortuna, a un certo punto scompaiono i segni di vita e ci si ritrova in mezzo al nulla. Cominciare a ritrovarsi di fronte le interminabili strade desertiche che si vedono sempre nei film è davvero emozionante, specie poi quando vedi la stessa roba attraverso il parabrezza e dentro lo specchietto. Dopo un viaggio non particolarmente lungo, si giunge a Pahrump, da noi immediatamente ribattezzata Paripampù.

Paripampù, oltre ad essere una cittadina dall’apparenza abbastanza triste, secondo la Rough Guide rappresenta anche l’ultimo avamposto in cui è possibile procurarsi cibo e acqua. Ci concediamo quindi un pasto da Burger King (eh, non è che si sia mangiata proprio alta cucina, in ‘sto viaggio) e facciamo un salto veloce da Smith’s, un supermercato in cui recuperiamo un paio di bottiglie d’acqua. Dopodiché si rizompa in macchina e ci si ributta lungo la strada, in direzione Death Valley. Ovviamente cominciamo anche a fare qualche tappa, per rilassarci, goderci il paesaggio e scattare le canoniche foto ricordo. Un po’ le ho messe qua, un po’ le metto qui sotto.





Proseguendo in tutta calma, arriviamo alla prima tappa “obbligatoria”, vale a dire Zabriskie Point, un punto d’osservazione da cui si può gettare uno sguardo su una serie di montagne a dir poco curiose. Il panorama è mozzafiato e già da solo, francamente, vale la gita. Dopo un po’ di scazzeggio, noto un tizio che si avventura lungo un sentiero e decido di seguirlo per un po’, scendendo verso il basso. Mentre il tipo svanisce all’orizzonte (la foto è “un filo” sovraesposta, ma rende l’idea), io mi fermo abbastanza in fretta, anche perché sento alle mie spalle le parole “A Zabriskie, hai rotto er cazzo”. Prima di tornare verso la macchina, comunque, mi faccio ritrarre dalla distanza.

La marcia a quattro ruote riprende e ci porta fino alla zona del Furnace Creek Inn, dove c’è una specie di incrocio (notare la vegetazione in lontananza sulla destra) che, in sostanza, costringe a scegliere se dirigersi verso nord o sud. La giornata è breve e decidiamo quindi di buttarci a sud, dove la prima tappa è l’ingresso del Golden Canyon, che però decidiamo di non esplorare. Fatta una foto al sentiero, torniamo in macchina e proseguiamo lungo la strada, decidendo poi di imboccare l’Artist’s Drive.

L’Artist’s Drive è una strada a senso unico, in direzione nord, che si snoda fra monti, saliscendi, panorami e altro. A metà percorso c’è un’area di sosta, chiamata Artist’s Palette, dove si trovano delle pietre vulcaniche colorate in svariati modi diversi a causa dei minerali che le compongono. Passiamo così un po’ di tempo a cazzeggiare, ammirare il panorama e fare foto a qualsiasi cosa, corvazzi compresi.





Dopo la pausa rilassante, concludiamo il passaggio nella Artist’s Drive tallonando un gruppo di motociclisti e torniamo sulla strada principale, che poco più avanti conduce al Devil’s Golf Course, una specie di sterminato giardino di creste e pinnacoli fatti di sale cristallizzato, testimonianza del fatto che, un paio di millenni fa, questa zona era piena di laghi. Qui ci fermiamo parecchio a osservare questo spettacolo incredibile, a fare foto e, ehm, a concederci una bella pisciata nel deserto. Son soddisfazioni che vale la pena togliersi, una volta nella vita!

Abbandonato il campo da golf, proseguiamo verso sud, fino a raggiungere Badwater Basin, uno stagno così chiamato a causa del cattivo sapore dell’acqua. La targa presente sul posto spiega che il nome venne dato da un pellegrino che non riuscì a far bere l’acqua nemmeno al suo mulo. Un piccolo molo conduce a una stradina di sei chilometri abbondanti che porta fino al punto più basso dell’emisfero occidentale (circa 86 metri sotto il livello del mare). Dato che si tratta di circa un metro di differenza rispetto agli 85 segnalati dal cartello, decidiamo che non ne vale la pena. Simpatico, sul costone di roccia, il segnale che indica il livello del mare.

Da qui proseguiamo verso sud, lungo una strada che piano piano diventa sempre meno curata e più rozza, ma in ogni caso non smette mai di essere asfaltata e tranquillamente praticabile. Scende la sera e iniziamo a sentirci veramente avvolti dal nulla più completo. Dopo un bel tratto di strada, svoltiamo verso est e imbocchiamo il Jubilee Pass, che ci porta a scollinare e a tornare nel lato più orientale della Death Valley. Proseguendo, raggiungiamo i margini del paesino di Shoshone e ci fermiamo a cenare al Cafe Crowbar, un posto simpaticissimo e molto ammerigano (anche se probabilmente fin troppo forzato a uso e consumo dei turisti).

All’interno, ridacchiando sulla bacheca piena di messaggi scritti su fogliettini (per lo più da italiani), ci piazziamo al bancone (notare la faccia da moribondo) e ci gustiamo una bella cenetta. Io azzanno un bisteccone con patate, mentre i miei compagni di viaggio si buttano sul chili. Da sottolineare la coca cola servita dentro i barattoli di vetro della conserva. A cena conclusa, facciamo un altro paio di foto stupide, assaliamo il negozio di souvenir attaccato al benzinaio e ci rimettiamo in viaggio. Qui Alberto si rende conto di stare covando un mezzo febbrone.

Il viaggio di ritorno verso Vegas ci vede tornare verso Paripampù, nel buio più completo, col cielo tappezzato di stelle, ma anche con un’inquietante scia luminosa davanti agli occhi. Incredibile, le luci di Vegas si vedono distintamente emergere al di là delle montagne. E, mano a mano che ci si avvicina, si comincia pure a notare il faro di luce che parte dalla punta del Luxor (e da noi ribattezzato Stargate). Roba da pazzi. Fra l’altro, la strada che conduce verso Vegas è totalmente priva d’illuminazione, se si escludono i cartelli pubblicitari, che sono talmente illuminati che praticamente fanno da lampioni.

Mentre i miei due compagni oscillano fra questo e l’altro mondo, conduco la macchina ascoltando una radio locale che trasmette solo rock nostalgico. Sto cominciando a pagare la fatica di aver guidato tutto il giorno, ma conduco comunque la truppa a destinazione. Il rientro in albergo mi permette di regalarmi una fantastica combo: prima mi sdoccio per bene, poi mi immergo nell’enorme vasca da bagno, il tutto gustandomi una partita in TV. Dopodiché si esce, riprendendo la macchina e seguendo le pronte informazioni di Sterling per raggiungere Downtown.

Downtown, praticamente, è la parte più vecchia e caratteristica di Vegas, quella con il Golden Nugget, l’albergo con l’insegna animata del cowboy all’esterno. Sicuramente meno spettacolare rispetto alla Strip, ha comunque il suo fascino, anche perché ricorda in maniera un po’ perversa le vie coperte e piene di negozi che si trovano nelle città giapponesi. Dopo esserci fatti una bella passeggiata in zona, decidiamo di tornare in albergo a collassare. Del resto, il giorno dopo ci aspetta una sveglia intorno alle cinque.

Il ritorno a casa merita un breve resoconto. Sorvoliamo pure sulle difficoltà – tutto sommato neanche esagerate, ma penalizzate dalle condizioni tremende in cui si trovava Alberto – nel trovare la sede dell’autonoleggio in cui dovevamo riportare la macchina. Vale fra l’altro la pena di notare come, guidando di primissimo mattino, quando è in realtà ancora notte, ho la prima occasione di osservare per davvero la Strip in notturna, che effettivamente è molto più spettacolare.

L’arrivo in aereoporto è tutto sommato agevole, il check-in nella norma e la colazione (a base di waffle, frutta, sciroppo, the e porcame vario) è piacevole. I problemi sorgono una volta in viaggio: appena partiti, una signora viene colta da attacco di cuore. Scatta subito la scena “C’è un medico a bordo?” e si alzano in quattro. La situazione sembra risolta, ma il dramma vero si presenta dopo un’ora e mezza abbondante.

Mentre sto guardando fuori dal finestrino e penso “Ma che belle montagne!”, l’aereo comincia a curvare. A un certo punto mi rendo conto che sta curvando davvero troppo, che sta facendo un’inversione a U. E allora capisco: si atterra. Il posto è Albuquerque, New Mexico, e la sosta si protrae per un paio d’ore circa. La signora, infatti, viene scaricata abbastanza in fretta, ma ci tocca aspettare che venga recuperato un nuovo kit medico, con cui sostituire quello utilizzato in volo. E ci vuole un bel po’ di tempo. Questo, ovviamente, ci porta a perdere la coincidenza ad Atlanta e ci ritroviamo così a vagare per l’aereoporto assieme a un altro paio di italiani. Prendo in mano la situazione (anche perché Alberto ormai è moribondo) e vado in giro a chiedere informazioni.

Finiamo al banco della Delta, dove le operazioni di “dirottamento” su un altro volo si protraggono oltre il tollerabile, pare per colpa degli addetti Air France che rompono i coglioni (ma che strano). Ne usciamo comunque vivi, anche se moribondi. Mollo ad Alberto un Synflex per addolcirgli il mal di testa e, mentre si aspetta la partenza dell’aereo, recupero un panino neanche troppo rancido. Finalmente si decolla, diretti però a Parigi, invece che a Milano. Il viaggio intercontinentale, perlomeno, è più comodo che sui voli Delta, anche se, considerando che passo quasi tutto il tempo dormendo, non è che ne goda più di tanto. E nel frattempo inizio a tossire pure io.

La tappa a Parigi mi fa venire l’orticaria, anche perché quell’aereoporto lo odio e negli ultimi tempi ci sono passato di continuo. Il volo verso Milano è un’agonia interminabile e all’arrivo, dopo aver salutato Alberto, non perdo neanche tempo illudendomi di veder spuntare la mia borsa: vado direttamente allo sportello per i bagagli smarriti (mi sarà comunque recapitata a casa il giorno dopo). Malpensa Express, metropolitana, casa, doccia, relax. E febbre. A 39, per ventiquattro ore. Poi, con calma, nell’arco di qualche giorno, mi riprenderò. Ma vabbé, dai, ne è valsa la pena. E per ribadirlo, qui di seguito piazzo un altro po’ delle foto passatemi da Alessandro, scattate con una fotocamera certo migliore della mia.


















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Yawn

Pomeriggio e serata di lavoro, su cui ovviamente non dico molto, sia perché c’è l’embargo fino a domani, sia perché dovrò scriverne per praticamente tutte le riviste e non mi sembra quindi il caso di aumentare gli sbattimenti. Ho visto comunque belle cose. Qua sono le undici passate e francamente, visto che non arrivano notizie, comincio a pensare che la serata sia conclusa. Vabbé, vediamo. Nel frattempo, comunque, dato che non ho voglia di mettermi a raccontare la mattinata in giro per Vegas, magari più tardi scagazzo un post sul Giappone che avevo pronto da un po’ ma era rimasto in canna per i problemi al blog. Sayonara.

Stripp


Stamattina, dopo una colazione abbondante, ci siamo fatti un bel giro dello Strip, sezione “albergosa” di Las Vegas Boulevard. Un delirio di enormi, pacchianissimi e spettacolari alberghi, tutti messi uno dietro l’altro. Il bello è che ogni albergo è praticamente una piccola cittadina, con dentro ristoranti, attrazioni, negozi e, inevitabilmente, casino (senza accento, all’americana). Mentre ieri sera tutto sommato si stava freschini, oggi fa un caldo devastante, del tipo che vado in giro in maglietta e penso che mi comprerò dei pantaloncini corti, dato che ho commesso l’errore di non portarmene. Del resto, sono i pro e i contro del deserto. In foto potete ammirare la terza torre Eiffel che vedo nel giro di un mese. Per una descrizione più accurata, e per vedere qualche altra foto, vi rimando a un prossimo appuntamento, dato che adesso, sigh, mi tocca andare a lavorare.

Mi hanno aggiustato il blog

In realtà l’hanno aggiustato lunedì, ma insomma, ci siamo capiti. Ho un po’ di post in canna (sul Giappone, ovviamente, ma anche su altre cose) e con calma tornerò a regime. La scorsa settimana ho fatto una toccata e fuga a Parigi, ma è stata una roba veloce e quasi esclusivamente di lavoro, quindi non è che ci sia molto da raccontare, a parte il fatto che ho mangiato della carne spettacolare. Da ieri sera, in compenso, sono a Las Vegas, per dare un occhio alla lineup 2007 di Midway. Considerando che mi fermo fino a domenica, magari qualcosina di cui parlare ci sarà. Non so bene con che frequenza potrò aggiornare il blog i prossimi giorni, perché avrò parecchio da lavorare, comunque, dai, son tornato.

Dico subito che il viaggio è stato interminabile, che in aereo mi sono visto Invincible (gasamento) e The Last Kiss (ottimo che non ci sia Accorsi, ma senza la regia di Muccino e con quel finale accomodante diventa davvero una roba inutile), che Las Vegas è una città intimista, minimalista e di gusto sopraffino, che ieri sera ho mangiato un ottimo mix di sushi e sashimi e che di camere d’albergo ne ho viste tante, ma questa nella classifica si piazza parecchio in alto. Doppio lettazzo con LCD medio nel mega armadio, super bagno con box doccia, vasca di buone dimensioni, lavandinone e LCD di piccole dimensioni, tazza del cesso in stanzino a parte, salottone con LCD di grosse dimensioni, ulteriore stanza con cesso e lavabo di fianco all’ingresso, vista sulle montagne. Vado a fare colazione.