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Knock Knock

Mi stavo mettendo a scrivere di Knock Knock e mi sono chiesto: “Ma quand’è che l’ho visto, Knock Knock?” No, perché, OK, in Italia ci esce adesso, direttamente sul mercato dell’home video, anche se mi dicono che a un certo punto è passato in prima serata su una qualche rete Mediaset. E già qui si potrebbe aprire tutta una parente(si) su che senso abbia trasmettere un film del genere in prima serata, ma insomma, si sa, nel bene e nel male, noi ragioniamo al contrario degli americani, le tette sì e la violenza no. Ma chiudiamo la parente(si) e diciamo che ero convinto di averlo visto qualche mese fa, comunque quest’anno, e invece sono andato a controllare su Letterboxd (a proposito, mi trovate qui) e stiamo parlando di settembre del 2015. Ebbene sì, sono passati quasi sette mesi. Mentre dalle vostre parti, se non ricordo male, usciva Green Inferno, mentre da qualche parte, se non ricordo male, ci lasciava Wes Craven, io andavo a vedermi al cinema qua a Parigi Knock Knock, il nuovo film di Eli Roth con due ragazzine supergnocche e dall’aria barely legal che fanno a Keanu Reeves le cose belle e poi le cose brutte. E com’è? Eh, un attimo, ché devo cercare di ricordarmelo.

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Hostel II

Hostel Part II – Unseen Edition (USA, 2007)
di Eli Roth
con Lauren German, Bijou Phillips, Heather Matarazzo, Roger Bart, Richard Burgi

Hostel II si apre riallacciandosi agli eventi del primo episodio e mostrando che fine ha fatto chi era sopravvissuto agli orrori dell’est europeo. Dopodiché si ricomincia da capo, con un tris di ragazze in vacanza nel vecchio continente e pronte a farsi travolgere da un carosello di squartamenti, facili vittime della loro ingenuità. Questa volta, però, Eli Roth preme meno l’acceleratore sulla cazzonaggine, mostra delle protagoniste un po’ più interessanti e racconta anche la storia personale dei macellai di turno, mostrandoci come e perché si può finire a ritrovarsi in una di quelle stanze oscure armati di trapano e mannaia.

Oh, a me questo Hostel II è piaciuto più del primo. Sarà perché il prologo è meno sgrezzo, sarà perché fin dall’inizio si respira sottopelle una certa atmosfera malsana, sarà perché la butta un po’ più sul truculento, in maniera più evidente ed efficace, anche a costo di sfiorare il ridicolo con scene come quella del bagno di sangue, sarà perché non c’è quell’improbabile e inguardabile fuga in macchina, sarà per la bella idea di mostrare anche l’altra faccia della medaglia e per la scelta di scrivere personaggi un filo più caratterizzati, che riducono magari l’impatto satirico ma incrementano il coinvolgimento emotivo, sarà perché fatico a non stimare almeno un po’ un film che mostra al pubblico mainstream il “taglio” e la partita di calcetto che si vedono alla fine.

Fatto sta che mi è sembrato di aver visto un film coerente, sensato, volutamente sgangherato, prevedibile e caciarone, più riuscito nel mantenere le promesse e le premesse, oltre che più consapevole e curato nella scrittura e nella composizione dell’immagine. Ma magari è solo perché l’ho visto in Blu-Ray, vai a sapere.

Hostel

Hostel (USA, 2005)
di Eli Roth
con Jay Hernandez, Derek Richardson, Eythor Gudjohnsson

Paxton e Josh sono due studenti di college californiani in vacanza in giro per l’Europa. Uno è il classico bravo ragazzo, l’altro è l’amico smaliziato e sgamato con le donne. Li accompagna Oli, un islandese tamarro, buffonissimo e alla costante ricerca di patata. Uniti per vincere, i nostri eroi vagano fra un paese e l’altro, mettendo in scena una sorta di versione leggermente tirata a lucido, un filo più credibile e meglio scritta, dei vari Eurotrip, Road Trip e Sarcazzo Trip che hanno infestato i cinema qualche anno fa. Mentre si trovano ad Amsterdam, i tre pirla incontrano un ragazzo che li convince a cambiare la loro ultima meta: niente più Barcellona, via verso Bratislava, alla ricerca di belle donne e sesso facile. Troveranno entrambe le cose, ma non solo…

Sincero omaggio all’horror italico che fu, insaporito con una spruzzata di citazioni dal Sol Levante, Hostel è un divertente carrozzone, che prova a stordire lo spettatore con un artificio narrativo non del tutto dissimile da quello di Audition (e di chissà quanti altri film che non ho visto o non mi vengono in mente). Dopo una prima parte di totale relax, divertimento e ammosciamento delle antenne, scatta il delirio di crudeltà insensata e strabordante, che a dirla tutta risulta molto meno insistita di quanto il battage pubblicitario potrebbe far pensare, ma colpisce abbastanza nel segno.

Roth punta al grezzo e al basso, con una regia da tordo e uno sviluppo della trama da minimo sindacale. Non si nega una bella dose di autoironia e in generale viaggia continuamente in bilico fra l’incapacità registica e il citazionismo voluto, fra il ridicolo involontario e l’autoperculamento intelligente. Inutile chiedersi da che parte stia la verità, meglio piuttosto godersi un horror esile e robusto, violento e all’acqua di rose, divertente ma, a causa soprattutto di una scrittura dei personaggi poco profonda, dal limitato coinvolgimento emotivo. Si può comunque dare di più.