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Boston: Caccia all’uomo

Dietro Boston: Caccia all’uomo, meraviglioso titolo italiano modello Chuck Norris di Patriots Day, si nasconde il terzo film di Peter Berg (dopo Lone SurvivorDeepwater) inserito nel filone “Basato su storia vera molto recente, che altri considererebbero troppo recente ma Peter Berg no, perché Peter Berg ha la scorza dura come la sella di un cosacco e va dritto per la sua strada”. Oppure è il quarto, se vogliamo infilarci pure Friday Night Lights, che però risale ormai a tredici anni fa. O magari è il quinto, se vogliamo considerare pure Battleship (ba dum tss!). Il metodo, bene o male, è sempre quello. Si prende l’avvenimento (recente), magari basandosi su un libro o un articolo che ne abbia già parlato nella maniera giusta. Poi si trova una chiave di lettura forte, che ruoti attorno al sentimento e, se reso possibile dagli eventi, all’eroismo delle persone coinvolte. Infine, come sempre fa il cinema, si lavora mescolando fedeltà ai fatti con svolte romanzate, personaggi basati su figure esistenti con creazioni composte da più persone mescolate assieme. E si tira fuori un film teso, appassionante, ben diretto, possibilmente con almeno una sparatoria, un po’ di roba che esplode o quantomeno della gente che corre. Ebbene, Boston: Caccia all’uomo ci mostra un Peter Berg che al terzo tentativo consecutivo piazza finalmente il centro pieno, senza sbagliare una virgola. Oddio, volendola trovare, la virgola, si potrebbe dire che il trailer (perlomeno quello italiano, che mi sono sorbito l’altro giorno quando sono andato a rivedermi Fast & Furious 8) non gli fa un gran favore: vende il film a gente che rischia di rimanerne delusa e non lo vende a gente che magari potrebbe apprezzarlo. D’altra parte, è il trailer perfetto per il titolo che gli abbiamo messo in Italia e in ogni caso quelle sono scelte del reparto marketing, che ci dobbiamo fare? Ma insomma, sto divagando.

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Deepwater – Inferno sull’oceano

La Deepwater Horizon era una piattaforma petrolifera dinamica, semi-sommersa e [aggiungere termini tecnici a piacere] che veniva utilizzata per esplorare potenziali giacimenti di petrolio e prepararli all’estrazione. O qualcosa del genere. Nel 2010, grazie a un sapiente mix di scarsa manutenzione, decisioni discutibili arrivate dall’alto (British Petroleum) e, magari, anche un po’ di sfiga, si è scatenato un disastro esplosivo, che ha provocato la totale distruzione della piattaforma, 11 morti e 17 feriti fra le 126 persone a bordo e un conseguente abnorme riversamento di petrolio nel Golfo del Messico, per uno fra i disastri ambientali peggiori della storia. Per un certo periodo di tempo, il film ispirato a queste vicende avrebbe dovuto dirigerlo J.C. Chandor (Margin Call, All is Lost, 1981 – Indagine a New York), che però ha poi mollato per “divergenze creative” e ha lasciato il progetto nelle mani di Peter Berg (Friday Night Lights, Hancock, Battleship, Lone Survivor).

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Hancock

Hancock (USA, 2008)
di Peter Berg
con Will Smith, Jason Bateman, Charlize Theron

Hancock è un film un po’ schizofrenico. Parte da un’idea magari non “nuova” nel senso più puro del termine, ma comunque fuori dagli schemi della classica produzione hollywoodiana, sviluppa tale idea per un po’ e poi piano piano si mette in riga, andando a infilarsi su binari più adeguati al contesto – quello del multisala invaso da ragazzetti e pop corn – senza però volerlo abbracciare fino in fondo. L’idea è quella del supereroe stronzo, buzzurro, menefreghista e alcolizzato, che sfrutta i suoi poteri da semidio per aiutare il prossimo a tempo perso, senza curarsi delle drammatiche conseguenze che il suo operato può generare. Insomma, ha grandi poteri e se ne fotte delle grandi responsabilità, col risultato che la gente lo odia e le istituzioni vorrebbero levarselo dalle palle.

I binari, almeno in avvio, sono quelli della commedia d’azione, messa in scena con un bello stile ruvido da Peter Berg (uno che da questi parti è abbastanza apprezzato, visti precedenti come Cose molto cattive e Friday Night Lights). Tremebonda camera a spalla, colori tagliati e grezzi, aria da film adulto, forse anche un po’ figlia della produzione di Michael Mann.

Guardando Hancock si ride, di gran gusto, e si nota come Will Smith sia sempre più bravo anche nell’interpretare cosette semplici come queste senza scivolare nella caricatura, ma dando anzi spessore e credibilità al suo personaggio. E si apprezzano il tentativo di dare un taglio realistico almeno a una parte del racconto e la voglia di graffiare, seppur nei limiti del contesto. Anche perché da una produzione del genere non ti puoi mica aspettare i calci nelle palle stile Garth Ennis, devi accontentarti dei graffietti che passa il convento.

Sulla distanza – grazie a un colpo di scena che, insomma, Berg fa veramente di tutto per telefonarti a botte di sguardi ambigui e dettagli buttati lì – l’intreccio si sviluppa verso un più canonico film di supereroi, con qualche spiega sulle origini, un paio di risse e un po’ d’azione. Ma piace comunque il modo in cui si sceglie di virare dalla commedia cialtrona all’epica ipermelodrammatica, pur non rinunciando alla voglia di prendersi in giro, ma puntando sull’intensità dei sentimenti (e su qualche morto ammazzato, che non è sempre detto ce ne siano). Alla fin fine ci si diverte, pur sentendo puzza d’occasione persa per far qualcosa di più, qualcosa di meglio.

Friday Night Lights

Friday Night Lights (USA, 2004)
di Peter Berg
con Billy Bob Thornton, Lucas Black, Garrett Hedlund, Derek Luke

Ma che bella, bella cosetta, questo film. Che parla di provincia americana, delle difficoltà di vivere e crescere in luoghi dispersi nello spazio e nel tempo, in cui ci si muove all’interno di confini tanto stretti da far male, e dai quali fuggire diventa più che un desiderio, quasi una questione di vita o di morte.

La difficile vita di giovani uomini, costretti a sentirsi ben più adulti di quanto non siano, sottoposti a pressioni che in un mondo ideale non li riguarderebbero ancora per tanti anni. Nelle vite dei campioncini di Odessa c’è il difficile rapporto con genitori che li pretendono all’altezza dei loro ideali e del loro passato, c’è il desiderio di non deludere le terrificanti aspettative, c’è la voglia di riuscire in qualcosa di forte, grande, importantissimo, che c’è ora e per molti di loro non ci sarà poi più, che segna a fuoco un momento importante e irripetibile della loro vita.

C’è tanta emozione, forte, intensa, straziante, sottolineata da ottime interpretazioni – grandissimo come al solito coach Billy Bob Thornton – e accompagnata dalle inconfondibili e azzeccatissime musiche degli Explosions in the Sky. Ci sono immagini splendide, passioni travolgenti e sogni infranti, la tenerezza di ragazzi travolti dalla vita e che di fronte alla crisi esplodono mostrando tutta la loro bella fragilità. C’è un bel film, fatto di persone, emozioni, sentimenti, che parla di sport nel modo migliore è più vero in cui sia possibile farlo.

Anche perché poi, il bello di Friday Night Lights è che funziona mortalmente bene pure al livello più terra-terra di film sportivo. Anzi, proprio per la bontà di quanto sta sotto, per la bravura nel tratteggiare le persone e le loro storie, il trasporto e la passione nei confronti del risultato sportivo diventano ancor più micidiali del solito. E quel finalaccio amaro e malinconico, mamma mia, la lacrima te la strappa davvero. Bello, bello, bello. E voglio vedermi pure il telefilm!