Imbaguettamento

L’aeroporto più peggio del mondo.

A partire da oggi, ma soprattutto da domani, sono ufficialmente in fase di trasloco. Fino al 7/8 ottobre sarò sballottato di qua e di là, con forme diverse di accesso alla rete a mia disposizione ma, insomma, con anche un sacco di cose da fare nel mondo reale. Poi sarò installato nel nuovo appartamento in quel di Parigi, pieno di scatole da svuotare, probabilmente privo di connessione a internet (e quindi di ossigeno), con un futuro a breve termine fatto di giornate lavorative trascorse elemosinando la connessione di Starbucks. In tutto questo, è probabile che il blog si arresti un po’. Oh, poi, vai a sapere, magari riesco a continuare a pubblicare cose, ma insomma, non ci conterei troppo.

Poi, un giorno, arriverà uno di quei miei post tutti sentiti ed emozionali d’addio, chiaramente dedicato a Monaco della Baviera, città della quale mi sono innamorato fortissimo. O forse non arriverà, ché sono pigro. Dai, vediamo. Ciao, comunque.

Annunci

Lo spam della domenica mattina: Tentacolamenti di ritorno

Questa settimana c’è stata un’esplosione di produzione podcastara. Nell’ordine, si sono manifestati un nuovo Videopep (dopo un mese di assenza), un nuovo Podcast del Tentacolo Viola (dopo tre mesi di assenza) e un nuovo The Walking Podcast (dopo due mesi di assenza). Ma ho anche scritto un paio di cose: su Outcast, l’inevitabile Old! dedicato al settembre del 2003, su IGN un’anteprima su campagna di gioco in singolo e multiplayer di Call of Duty: Ghosts. E basta.

Trasloco is coming. A partire da domani, più o meno, non mi sento di garantire costanza negli aggiornamenti. E chissà per quanto tempo, poi!

La robbaccia del sabato mattina

 
Un’altra settimana si è conclusa, un altro fine settimana si apre con un mio post in cui dico cose senza avere niente da dire. Cominciamo dal commentare il nuovo trailer per la prima stagione di Agents of S.H.I.E.L.D.

http://widgets.ign.com/video/embed/content.html?url=http://www.ign.com/videos/2013/09/26/agents-of-shield-il-nuovo-trailer-della-prima-stagione

Uhm, in realtà – per l’appunto – non è che abbia molto da dire al riguardo. Mostra qualcosina in più della stagione rispetto al trailer precedente, che era bene o male tutto incentrato sul pilota, ma insomma. Comunque, la DC Comics non sta a guardare e ha annunciato una serie TV dedicata al commissario Gordon, nientemeno. Si parla di una messa in onda per la stagione 2014/2015, per una serie su cui c’è evidentemente grande convinzione, visto che è stata commissionata l’intera prima annata, senza passare dal test dell’episodio pilota. Si racconterà del giovane James Gordon alle prese con svariati criminali presumibilmente tratti dai fumetti, anche se viene detto chiaro e tondo che non è prevista l’apparizione di Batman. Ah, la serie andrà in onda sulla Fox, quindi non è scontato che si mettano in piedi crossover con Arrow e il suo eventuale spin-off Flash. Considerando poi che si parla di un giovane Gordon, difficilmente ci saranno collegamenti coi nuovi film DC. Quindi, insomma, alla fine non è che sia troppo una risposta a quanto fatto dalla Marvel.

http://widgets.ign.com/video/embed/content.html?url=http://www.ign.com/videos/2013/09/26/thor-the-dark-world-tv-spot-return-of-an-avenger

A proposito di Marvel, un nuovo spot televisivo di Thor: The Dark World, con il bisteccone che cerca scuse per il fatto di non essere passato a fare un saluto alla nana mentre si tirava le pizze col gigante verde a New York. Simpatico, dai.

http://widgets.ign.com/video/embed/content.html?url=http://www.ign.com/videos/2013/09/25/need-for-speed-il-trailer-del-film

Chiudiamo con le macchine. A parte il fatto che, casomai ci fossero dubbi al riguardo, quella là in cima è una delle tante immagini dal set di Fast & Furios 7 postate da Vin Diesel su Facebook e vede in scena Kurtone Russell, questo qui sopra è invece il trailer di Need for Speed, diretto dal co-regista di, ehm, Act of Valor e con Aaron Paul come protagonista. Quello che per tutti è Jesse di Breaking Bad, per me è l’alcolista di Smashed. E, beh, che dire, ma sai che questo trailer m’ha fatto venir voglia?

Sto per traslocare. Sto passando tutte le serate a far feste e alcolizzarmi. Non so se ci arrivo, nella nuova casa. Speriamo.

Justified – Stagione 4

Justified – Season 4 (USA, 2013)
sviluppato da Graham Yost
con Timothy Olyphant, Walton Goggins, Joelle Carter, Jacob Pitts, Jim Beaver, Ron Eldard, Mike O’Malley

Dare seguito a una doppietta come quella costituita da seconda e terza stagione di Justified non è esattamente impresa semplice. E infatti la quarta stagione inizia in evidente stato confusionale, con episodi anche gradevoli, divertenti, ma che non riescono a ricreare il senso di euforia totale e orgasmo multiplo con cui ci eravamo lasciati e, oltretutto, possono vantare un product placement talmente impacciato e imbarazzante che sembra di stare guardando Io, robot o un James Bond a caso. Insomma, c’è un po’ d’insoddisfazione nell’aria. La senti proprio lì che si aggira, pur immersa nel solito adorabile aroma di pollo fritto così tipico del selvaggio Kentucky. Allo stesso tempo, bisogna dare atto a questi primi episodi, e in generale alla serie, dell’evidente desiderio forte di non riposarsi sugli allori. Si percepisce anzi il tentativo di provare vie nuove, anche a costo di sbagliare qualcosina.

L’impressione è che gli autori abbiano voluto spostare l’obiettivo dalle questioni “enormi” delle due precedenti stagioni a una dimensione più piccola e personale, inseguendo i problemi dei singoli personaggi e raccontando la vita della gente che ruota attorno a Raylan Givens, oltre che ovviamente la sua. Il problema è che alcune di queste storie, semplicemente, non funzionano molto bene, risultano poco interessanti o un po’ forzate, e la stagione decolla davvero solo quando si lascia alle spalle quella prima manciata di idee per puntare tutto su un crescendo che mozza il fiato e su un tripudio di badassitudine che levati. Improvvisamente ne succedono di tutti i colori, i nodi vengono al pettine, le cose vanno a rotoli e si arriva a un finale splendido, tesissimo e amaro, dopo una cavalcata da una mezza dozzina d’episodi talmente azzeccati da farti dimenticare quanto non ti stavano convincendo i precedenti.

E poi, come sempre, c’è lui, Raylan Givens. Lo sviluppo del suo personaggio e dei rapporti con la famiglia e i colleghi regala momenti memorabili e soprattutto si mette in mezzo quando meno te l’aspetti, come una bomba, a lasciarti improvvisamente di sasso. Quella certa cosa che accade verso metà stagione, per l’appunto quando le vicende ingranano, è trattata in maniera splendidamente spietata, riesce a far ridere e commuovere senza risultare stucchevole e lavora di fino con i dettagli, le piccole cose, gli sguardi e un Timothy Olyphant sempre più nato per questo personaggio. Altrettanto riuscito, come sempre, è il continuo parallelo fra lui e il Boyd di Walton Goggins. Entrambi tragicamente alle prese con la difficoltà del portare avanti una vita privata “normale” al fianco di quella più o meno professionale che si sono scelti, finiscono in fondo per compiere scelte molto simili. Meraviglioso, in questo, il parallelo fra quel che fa Boyd nel terzo episodio e il comportamento di Raylan nell’ultimo: di fondo è la stessa cosa, ma le modalità, le conseguenze, l’atteggiamento, la reazione, vivono in mondi paralleli e distantissimi.

E alla fine è proprio in questo modo di trattare le sfumature di moralità che Justified dà il suo meglio, nel raccontare di personaggi che vivono passeggiando di qua e di là, calpestando, spostando e trascinando in giro il confine di quel che son disposti o meno a fare, pagando spesso conseguenze amarissime. Oltre che nel piazzare di fronte Timothy Olyphant e Walton Goggins in maniera sempre più strepitosa, pur senza mai strafare. E nel mettere in bocca ai propri personaggi dialoghi a tratti di una bellezza insensata. E nell’orchestrare momenti pazzeschi come quell’assalto alternato alla carovana e al forte dell’undicesimo episodio, ma in generale un po’ tutto quel che accade in quello strepitoso undicesimo episodio. E vogliamo parlare della sparatoria in avvio dell’ultimo, di episodio? O di quanto trasuda cazzutaggine Jacob Pitts per tutta la stagione? E di quell’avvio di puntata con protagonista Arlo? Basta, basta, il punto è che Justified dà il suo meglio più che altro nel fatto di essere una ficata, anche quando magari si permette di non esserlo per qualche episodio.

In tutto questo, poi, c’è anche una faccenda esterna. L’ultimo episodio della quarta stagione di Justified è andato in onda ad aprile. Quattro mesi dopo, Elmore Leonard, primo responsabile per l’esistenza dell’uomo col cappello, impegnato come produttore esecutivo sulla serie e tanto gentile da sentenziare che si tratta del miglior adattamento mai visto di un suo romanzo (o qualcosa del genere), ci ha lasciati. Beh, a guardarla oggi, questa quarta stagione, arrivati in fondo, stremati dal crescendo esaltante delle ultime puntate, quell’ultima inquadratura, con quello stanco sguardo rivolto alla terra appena smossa per l’ennesima sepoltura, appare involontariamente, bizzarramente, anche un po’ morbosamente poetica. E mette addosso una gran tristezza.

Mi sono sparato la visione in botta, grazie al cofanetto in DVD inglese, e non cominciamo neanche a parlare di quale sia il modo corretto per guardare questa serie.

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X01: "Un nuovo eroe"

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X01: “Pilot” (USA, 2013)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
episodio diretto da Joss Whedon
con Clark Gregg, Brett Dalton, Chloe Bennet, J. August Richards, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge, Cobie Smulders

Avvicinarsi a un episodio pilota in sella a un carico d’hype del genere non è semplice, perché poi è un attimo sgonfiarsi e lasciarsi andare al “Tutto qui?”. Voglio dire, la Marvel che torna in televisione a forza piena, con un telefilm in cui spingono soldi e fiducia, legandolo a doppio filo all’ormai insensato progetto di universo cine-televisivo dalla stretta continuity e affidando quei soldi e quella fiducia al nostro amico Joss Whedon, che una situazione del genere, stellina, in TV non l’ha mai trovata prima e onestamente se la meritava. Aggiungiamoci, per l’appunto, l’aspettativa di vedere il Joss tornare alla guida di una serie televisiva, oltretutto portando avanti il progetto che l’ha consacrato ad ogni livello e, beh, chiaramente la cosa si fa malsana. Diventa quindi anche un po’ difficile giudicare il tutto con l’equilibrio giusto e prendere con le pinze il fatto che – lo ammetto – questo primo episodio mi è piaciuto, mi ha divertito, mi ha rinnovato la fiducia, ma mi ha allo stesso tempo un po’ sgonfiato, sembrandomi a tratti abbastanza moscio e mostrando i classici problemi da pilota che ci prova fortissimo, ce la mette tutta e forse un po’ esagera.

In questi primi quarantacinque minuti della nuova Marvel televisiva c’è tanto, tutto, forse pure troppo. Ma è un troppo figlio dell’impegno esagerato e della voglia di dire “Guardate che ficata!”, quindi va pure bene. C’è il classico Joss Whedon, quello che mescola senza troppa soluzione di continuità dramma, azione e personaggi che fanno costantemente a gara a chi c’ha la risposta più pronta, ma non c’è l’equilibrio perfetto che si vorrebbe e a volte si sbraca in un senso o nell’altro. C’è la saggia decisione di raccontare un mondo di supereroi, gente che spacca i muri e che vola, ma concentrandosi sui pesci piccoli, un po’ perché è interessante e un po’ anche perché così si evita l’aria da pezzentata fuori scala. Ma arrivando da cinque anni di tripudio Marvel al cinema, beh, anche se lo sai, inconsciamente ci metti un po’ ad accettare che la messa in scena dei supereroi possa essere anche quella di cartone della TV.

C’è – lo so, mi sto ripetendo – il desiderio di infilare dentro tutto e il contrario di tutto, che è poi il limite classico da episodio pilota, per far vedere che abbiamo questo, quello e pure quest’altro. E va bene, ci sta, ma come sempre ne nasce un racconto un po’ scoppiato e pasticciato. C’è Robin Scherbatsky, che è sempre un piacere, ma sembra veramente infilata talmente a forza per salutare con la manina che andava bene pure se ci mettevano il sagomato di cartone (rimandata a settembre, insomma, quando si sarà liberata di How I Met Your Mother). C’è come al solito il circoletto degli attori amici di Joss Whedon che spunta di qua e di là, ma alla fine funzionano quasi sempre tutti bene, quindi non mi lamenterei. Anche perché uno può sempre sperare di veder apparire prima o poi Nathan Fillion, e già si sente aria di barzotto solo all’idea. E poi c’è un aspetto particolarmente riuscito, che sfugge alle leggi non scritte degli episodi pilota: Agents of S.H.I.E.L.D. vive ovviamente anche un po’ di luce riflessa, si porta in dote quanto fatto al cinema negli ultimi anni – nell’agente Coulson, ma non solo – e questo gli concede più agio e margini di errore nel lavorare sul resto del cast, sull’universo narrativo, sulla sostanza. Il grosso pubblico è già accalappiato, i margini per lavorare con calma dovrebbero esserci. Non è poco.

Oh, poi, intendiamoci, mi va benissimo anche il cartonato. Non mi sto lamentando.

La cosa importante, comunque, soprattutto per un episodio pilota, è che ci siano le idee e il potenziale. E su questo, Agents of S.H.I.E.L.D. non sbaglia un colpo. Phil Coulson è lo stesso personaggio nato come macchietta nel primo Iron Man e diventato pian piano idolo di grandi e piccini. La serie ruota attorno a lui e alle sue minchiate, sfruttandolo come perno per far girare tutto il resto, e non si poteva fare scelta migliore (anche se, onestamente, credo che per il personaggio sia ancora da trovare il giusto equilibrio fra cazzonaggine e serietà). Il suo ritorno, tra l’altro, è gestito alla perfezione: prima la battuta divertente che liquida come se niente fosse, quindi l’accenno al mistero su cui tutti i geek hanno le loro brave ipotesi e che – anche pensando a un paio di personaggi passati del Joss – credo abbia un gran potenziale. Poi c’è il resto del cast, che è un tripudio di archetipi Whedoniani, ma è ben assortito e mi sembra possa funzionare molto bene. Senza contare che mi prendo quando volete gli archetipi (soprattutto femminili) Whedoniani al posto di quelli di praticamente chiunque altro. Ma soprattutto c’è il concept di base.

Agents of S.H.I.E.L.D. racconta esattamente quel che doveva raccontare, esplora lo stesso terreno di fumetti come Powers, Gotham Central e, volendo, Marvels. Mette in scena la gente normale – si fa per dire – alle prese con l’impossibile, col ritrovarsi a vivere in un mondo improvvisamente popolato da alcolisti in armature volanti, gente in pigiama che lancia scudi, energumeni verdi con pantaloni viola, alieni invasori e divinità nordiche. Ha per protagonisti degli agenti segreti con qualche arma ganza in tasca, ma che passeranno la maggior parte del tempo affrontando minacce ben più grandi di loro. E soprattutto non si nasconde dal tema più interessante, quello della gente comune alle prese con questo mondo tutto pazzo e colorato. Poi magari lo fa in maniera un po’ stucchevole, con quel monologo finale di cui si apprezzano le intenzioni, un po’ meno il latte alle ginocchia, ma lo fa, e lo spirito è decisamente quello giusto.

Inoltre c’è un gran lavoro – e su questo non avevo dubbi, ma fa piacere trovare le conferme – per tirar fuori il telefilm geek definitivo. Le citazioni a questa e quell’altra cosa che mandano in solluchero l’appassionato di fumetti si sprecano e, inevitabilmente, anche conoscendo la passione del Whedon per il pasticciare coi riferimenti da cultura pop, saranno un tema portante della serie. Ma al di là di quello, c’è un bel gusto nello sfruttare l’affresco di continuity creato dai film Marvel. Agents of S.H.I.E.L.D. è ambientato in quell’universo e non se ne vergogna. Racconta una storia tranquillamente godibile per i fatti suoi, ma si ciba di quanto mostrato in precedenza e lo sfrutta per tirarne fuori temi, spunti narrativi, pretesti e anche un po’ di apprezzabilissimo name dropping. È necessario cogliere i riferimenti e sapere che, di fondo, buona parte dell’episodio ruota attorno a cose viste in questo e quel film, con menzione particolare per Iron Man 3? No, però quanto è bello, per uno che si diverte con queste cose come me? Assai.

Insomma, bene, magari non benissimo, ma bene. Fiducia, voglia di andare avanti e di crederci, speranza che il Joss finisca per regalarci altre di quelle sue cose indimenticabili che ogni tanto tira fuori quando lavora col piccolo schermo. E mi sa che – sigh – abbiamo trovato la seconda serie TV che seguirò di settimana in settimana, invece che con calma guardandomela in botta.

Detto questo, subito dopo ci siamo guardati gli ultimi due episodi della quarta stagione di Justified e, well, altro sport. Ma ho fiducia, diamogli tempo, al Joss. Ah, l’immancabile pippone sulla lingua originale: le scemenze in stile Whedon non si possono tradurre. Punto. Non che in questo momento sia un problema, tanto una versione italiana ancora non esiste, ma insomma, ci siamo capiti.

Oggi escono dei film al cinema

Oggi si manifestano in Italia tre film che ho già visto e di cui ho già scritto qua dentro. Uno è Bling Ring, il nuovo di Sofia Coppola che racconta lo stesso genere di roba che avete visto in Pain & Gain ma in una maniera “lievemente” diversa. L’ho visto oltre un mese fa, mi è piaciuto, ne ho scritto a questo indirizzo qui. Poi c’è Sotto assedio – White House Down, che si candida come colpo di scena dell’anno in quanto film di Roland Emmerich che mi è piaciuto e mi ha divertito. Anche se devo ammettere che non guardavo un suo film da oltre dieci anni. Comunque, l’ho visto tre settimane fa e ne ho scritto a quest’altro indirizzo qua. Infine, abbiamo La fine del mondo, il nuovo di Edgar Wright, che chiude la Cornetto Trilogy, che ho visto due settimane fa e che è il consiglio giopep della settimana (TM) se putacaso foste costretti dalla congiuntura socio-politico-economica ad andare a vederne uno solo. Ne ho scritto a quest’altro indirizzo qui.

Ieri sera siamo andati (presumibilmente) per l’ultima volta a mangiare al Takumi. Lacrime di disperazione. Poi siamo tornati a casa e ci siamo guardati l’episodio pilota di Agents of S.H.I.E.L.D. Ganzo? Non lo so, questo post l’ho scritto ieri.

Riddick

Riddick (USA, 2013)
di David Twohy
con Vin Diesel, Jordi Mollà, Katee Sackhoff, Matt Nable, Dave Bautista

Vin Diesel è un personaggino davvero adorabile. È il tizio gonfio come un pallone, tamarro e che fa l’eroe dei film d’azione, ma ha iniziato provando a esprimersi da attore in ruoli drammatici, ha pure diretto i suoi cortometraggi impegnati e si è fatto riabilitare come interprete da Sidney Lumet. Poi, certo, nei panni di quello che non si limita a grugnire, convince fino a un certo punto (va molto meglio a The Rock), però ci tiene e ci prova. Anche se poi si è ritrovato a fare le commedie ridicole e per rimettersi in piedi è dovuto tornare a far volare cazzotti come si deve. Ma non è solo questo. È anche un geek di quelli veri, uno a cui si illuminano gli occhi se becca un intervistatore che gli chiede della sua passione per Dungeons & Dragons e poi attacca a parlare di edizioni, set di regole e altre robe contorte da gente che ne sa. Del resto, si è pure gettato nella produzione di videogiochi e l’ha fatto credendoci per davvero, al punto che adesso è andato a recuperare la gente della Starbreeze che fu e che era sparsa in giro e ha cercato di metterla assieme per realizzare un nuovo gioco su Riddick.

Oltre a tutto questo, è anche uno che ci tiene al rapporto coi fan. Ha una pagina Facebook con qualche miliardo di fan ed è fra i pochi personaggi famosi che curano in prima persona la propria identità sui social network. O perlomeno così si dice, poi vai a sapere. Posta continuamente foto tamarre, frasi stucchevoli per esprimere l’ammmore nei confronti dei suoi fan e quanto si sente sommerso dal loro affetto. Racconta del suo caro, vecchio, cane e di come sia stato per lui emozionante avere a che fare col cane alieno del film di cui parliamo oggi. Butta fuori come se niente fosse immagini dal set e mi fa venire la fotta con Lucas Black e Fast & Furious 7. A proposito, parentesi: dopo Fast 5 e Furious 6, il prossimo lo intitolano And 7? Dicevo: è uno che ci tiene davvero. Narra la leggenda che il ruolo dell’antagonista per Fast 5 fosse stato scritto con in testa Tommy Lee Jones, poi su Facebook gli hanno fatto presente che volevano vederlo tirarsi le pizze in faccia con The Rock e, well…

Sempre secondo la leggenda, Riddick è un film nato soprattutto per accontentare i fan, che lo volevano fortissimamente. Poi, certo, lo volevano fortissimamente anche Vin Diesel e David Twohy, altrimenti non si faceva. Così come non si sarebbe fatto se non ci avesse creduto chi ha deciso di metterci i soldi. Ma il punto è che Vin Diesel, secondo me, ci crede davvero. Voleva un film che mettesse d’accordo tutti, accontentasse i suoi adorabili fan, riportasse in scena Riddick, quello vero, quello Rated R, e funzionasse fino in fondo. E allora è partita l’impresa, una lavorazione interminabile perché frustrata da mille problemi, ma portata avanti all’insegna della convinzione che i fan avevano ragione: “Non importa se non c’avete i soldi, fate una roba a basso budget, ma fate un Riddick come si deve”. Addirittura, Diesel in persona racconta che, di fronte alla prospettiva di non riuscire a concludere i lavori sul film per mancanza di fondi, s’è ipotecato la casa. Insomma, la faccenda assume risvolti epici. E ne è valsa la pena?

Vin osserva preoccupato i dati del Box Office dal suo nuovo alloggio in periferia.

La voglia di fare il miglior Riddick possibile, un film in grado di accontentare tutti, una roba che riuscisse a recuperare lo spirito di Pitch Black e facesse dimenticare i problemi del comunque forse un po’ eccessivamente criticato The Chronicles of Riddick, è evidente in ogni fotogramma del film. La vedi proprio che traspira. E ce n’è talmente tanta che, per sicurezza, Twohy e Diesel han tirato fuori tre film compressi in uno solo, a formare un minestrone che non dimentica il passato recente ma si riallaccia con convinzione soprattutto a quello remoto. Il risultato è evidentemente quel che le premesse là sopra potevano far supporre: molto più un regalo ai fan della serie che un vero e proprio convinto tentativo di rilancio. Non solo non si fa piazza pulita, ma addirittura ci si aggrappa alla mitologia del personaggio in una maniera talmente convinta che chi non dovesse aver visto i primi due film (soprattutto il primo, ma per certi aspetti anche il secondo) rischia di non capire molto di quel che viene raccontato. Oh, poi, intendiamoci, non è che ci sia molto da capire: c’è gente che muore, ci sono mostri, c’è Riddick che spacca i culi, però magari uno dalla memoria corta rischia anche di farsi apparire qualche punto di domanda sulla testa, quando si parla di Furyan senza dare spiegazioni e si incentrano due terzi di film sui collegamenti con Pitch Black.

Ad ogni modo, si diceva, tre film strizzati a fare da primo, secondo e terzo atto per comporne uno solo. Il primo non va molto lontano dall’essere un capolavoro ed è anche l’unica parte realmente nuova – quantomeno nel contesto della saga – e interessante. Il nostro caro amico Richard si ritrova abbandonato senza spiegazioni su un pianeta ostile, ferito gravemente, privo d’armi e/o bagagli. Deve sopravvivere, circondato dal caldo e dalle bestie selvagge. Da qui nasce una mezz’ora splendida, immersa in un silenzio spezzato solo da grugniti, urla, versi strani, un riarrangiamento del solito bel tema musicale della serie e qualche monologo interiore sbiascicato dal Vin. In pratica è una versione tamarra e lurida di Cast Away ed è uno spettacolo. E, sì, a me è piaciuto anche il cagnaccio, creatura aliena con cui Riddick fa amicizia in qualche maniera e che si porta dietro per quasi tutto il film. Ha la coda lunga e le orecchiaccie strane, ma è palesemente un cane e si comporta da cane. Non piace perché rovina l’atmosfera epica e intacca un po’ l’aria da duro del Riddick? Lo capisco, ma che vi devo dire, a me è piaciuto.

Belle e Sébastien del nuovo millennio.
Un altro aspetto interessante di questa prima parte sta nel modo in cui liquida The Chronicles of Riddick. Non ne viene assolutamente negata l’esistenza, anzi, è tutto cronologicamente ben inserito e del resto i Necrocosi e la ricerca del proprio pianeta natale sono i motivi per cui Riddick si ritrova abbandonato in questo cesso desertico. Il breve flashback – con tanto di apparizione veloce per Karl Urban e quell’altro tizio, ma niente Thandie Newton inguainata nel costumino – è sostanzialmente tutto pensato per spiegare un fatto che viene poi espresso esplicitamente dallo stesso Vin con una battuta: imborghesimento. Il problema era che Riddick – non solo lui, ma anche il film che gli stava attorno – si era imborghesito, era diventato lento e facile da mettere sotto. E quindi serve un nuovo impatto con la brutale realtà dell’universo. Ecco che allora vediamo una trasformazione nel Riddick veramente cazzuto, duro, sanguinario, inarrestabile ma in fondo con un cuoricino di cioccolato e nocciola nascosto nel suo petto. È tornato. 
In tutto questo, David Twohy torna a fare quel che sa fare meglio: cavare il sangue dalle rape di un budget modesto e inseguire il mito dell’effetto speciale fisico, polveroso, volutamente pacchiano ma messo in scena in maniera evocativa. In Riddick la computer grafica piove a catinelle, ma viene applicata su mostri e creature nati in officina, costruiti per avere una presenza fisica e azzannare realmente le loro prede. E la differenza si vede per davvero, trasuda vita e passione da tutti i pori. Non ci sarà magari fantasia estrema, nel design delle bestiacce, ma c’è la voglia di mettere in piedi una fantascienza/fantasy di un certo tipo, con un adorabile sguardo rivolto al passato anche nel mostrare scenari infiniti, impossibili, esageratamente surreali e finti, ma cacchio se evocativi come pochissima roba vista di recente, in parte anche grazie al fatto che pure lì c’è grande attenzione allo spazio fisico, al set costruito per davvero, prima di applicarci sopra le meraviglie del PC. Riddick, a tratti, ti riempie davvero gli occhi, e non è cosa da poco.
La cosa bella è che il film ha esattamente il look dei disegni preparatori.
Poi la storia procede, entrano in ballo gli altri due film che compongono Riddick e ci si sposta su terreni già battuti, se vogliamo anche più facili, per quanto tutto sommato l’atto centrale sia a modo suo abbastanza coraggioso. Riccardino si rende conto che la merda sta per finire violentemente sul ventilatore e decide di farsi sgamare da tutte le bande di cacciatori di taglie dell’universo, così magari frega l’astronave a qualcuno e se ne va. Improvvisamente ci si ritrova in uno di quei seguiti-remake, che ricalca in larga misura la struttura di Pitch Black: prima abbiamo Riddick che si nasconde in giro per il pianeta e fa il serial killer da film horror palleggiandosi due squadre di mercenari come se niente fosse, ridicolizzandoli e ammazzandoli uno a uno, poi arrivano le nuvole, la pioggia e i mostri. Tutto come prima, con lo stesso tono crudo, violento ma non troppo, pieno di personaggi che si esprimono solo per battute tamarre e ricco d’azione, con un Riddick che fa cose anche un po’ fuori dall’umano ma sempre ben inquadrate nel suo essere eroe tamarro (e, ricordo, effettivamente non umano). Ma anche tutto un po’ peggio di prima, fosse anche solo perché, ehi, questa roba l’ho già vista, quindi le cose si fanno abbastanza prevedibili. Perfino quando provano a sorprenderti, perché è prevedibile anche il fatto che cambino per tentare di coglierti in contropiede. E il risultato non è comunque male, ma insomma, ti lascia un po’ con quell’aria in faccia del “Tutto qui?”.
La parte centrale, dicevo, a modo suo è anche coraggiosa, perché di fatto, dopo aver trascorso mezz’ora a farci reinnamorare di Riddick e della sua colossale badassitudine, lo sposta sullo sfondo e si concentra sui mercenari, raccontandoci di due squadre che arrivano belle convinte e poi si ritrovano a cercare disperatamente di sopravvivere contro questa forza della natura. E tutto sommato la cosa è sviluppata anche piuttosto bene, non fosse che i mercenari sono veramente un gruppo di personaggi da minimo indispensabile e, quindi, nel momento in cui diventano protagonisti, il coinvolgimento emotivo finisce un po’ per calare. Tolti magari i due capetti, che fanno il loro dovere e hanno un minimo di carisma, dando per buona la presenza perlomeno fisica di Dave Bautista e abbracciando fortissimo Katee Sackhoff, che ha sempre la sua grande personalità e ci fa anche la grazia di mostrarci le tette, si tratta sostanzialmente di un branco di coglioni. Che fanno giustamente la fine che devono fare. E in tutto questo, di nuovo, rivediamo in azione esattamente il Riddick del primo film, quello che fa come gli pare, quando gli pare, attenta ai capelli delle bionde e ride di tutti.
Cinque uomini e un maschio.

E poi? E poi si passa ai mostri. Che è, appunto, anche qui, la stessa cosa che succedeva in Pitch Black. Lì diventava notte, qua arrivano le nuvole, i mostri funzionano in maniera diversa (la luce non è un problema), ma la sostanza rimane quella e gli avvenimenti, bene o male, pure. Il che, volendo, funziona anche per come è costruito il racconto e per il modo in cui sceglie di riallacciarsi a quel primo film, facendo di fondo il metaforone e raccontando di come le cose possano cambiare anche quando sembrano essere sempre le stesse. Solo che, appunto, per quanto alla fine funzioni tutto abbastanza bene, ci sia un bel ritmo, Riddick faccia un sacco di cose estremamente ganze, il film scorre un po’ placido perché bene o male prevedibilissimo. Ed è un problema? Sì e no. Sì, perché, oh, mica mi lamento se un film mi sorprende. No, perché, forse, era davvero difficile tirare fuori molto di meglio da un’operazione del genere, riportare il personaggio alle sue origini di figaggine totale, cercare di accontentare tutti i fan della saga, non mandare nulla al macero, conservare una continuity e far funzionare tutto quanto assieme. Il risultato è un discreto Riddick, che comunque ci restituisce il personaggio che aveva fatto impazzire tutti quanti tredici anni fa ed è di fondo un film godibile e divertente, con un avvio fenomenale e pochi reali tonfi. Lo stesso finale, che ha fatto incazzare parecchi, è magari un po’ pacchiano, ma secondo me non tradisce il personaggio, da sempre duro psicolabile guidato da un forte senso dell’onore. Insomma, per me, quel che avviene ci sta. Poi boh.
L’ho visto qua a Monaco, al cinema, in lingua originale, giovedì scorso, perché qua in Germania è uscito un po’ dopo che da voi fortunelli, proprio mentre l’Italia lottava durissimo con la Lituania ma poi alla fine mollava. Che in effetti è un po’ quel che succede a un certo punto pure qui. Solo che nel film arriva la wild card, nella realtà, boh, vedremo. Ah, non mi sento di dire che ci sia un gran bisogno di lingua originale, anche se resto sempre dell’idea che sia molto difficile adattare dialoghi costantemente sopra le righe senza rovinarne un po’ l’impatto. E poi ci si perde il fantastico modo di parlare in slow motion che ha Vin Diesel quando fa il duro.

Get Shorty

A ogni rassegna che si rispetti, è immancabile l’appuntamento coi cortometraggi. Quest’anno, al Fantasy Filmfest, c’è stata una proiezione domenicale battezzata Get Shorty, durante la quale ne sono stati proiettati otto, più o meno tutti interessanti. Li metto qua in fila, sette col trailer, uno con direttamente il cortometraggio completo, parlandone molto brevemente. Anche perché sono appunto cortometraggi, spesso interamente incentrati su una singola idea, e non ha troppo senso parlarne più che brevemente. Dove e come possano essere singolarmente reperibili, onestamente, non lo so. Ma sono sicuro che tutti quelli che mi leggono sono ben più scaltri di me nel trovare la roba in giro.

Death of a Shadow – Dood van een Schaduw (Belgio, 2012)
di Tom Van Avermaet
con Matthias Schoenaerts, Laura Verlinden, Peter van den Eede

Un tizio si diletta a fare foto di gente in punto di morte, per catturare l’ombra e inserirla in una specie di collezione privata di un altro tizio, che grazie a queste “impressioni” rivive i vari momenti di morte. Ci saranno complicazioni dovute al fatto che la vita è sempre pregna di romanticismo. Bel cortometraggio, di quelli tutti romantici fatti apposta per piacere a me, fra l’altro candidato agli Oscar nel 2013 (SPOILER: non ha vinto).

Tumult (GB, 2012)
di Johnny Barrington
con Jean-Marc Chautems, Eileen Dunwoodie, Gísli Örn Garðarsson

Tre guerrieri vichinghi (o qualcosa del genere), un padre e due figli, vagano disperati fra colline desolate, lasciandosi alle spalle un quarto uomo moribondo. Il padre è gravemente ferito a seguito di una battaglia e rischia di lasciarci le penne pure lui. I due fratelli non si vedono di buon occhio, ma si fanno forza a vicenda per aiutare il padre, incoraggiandolo a tenere duro. Improvvisamente, una speranza: all’orizzonte appare… un autobus?!? Divertentissimo, pieno di humour nero e assurdità.

Fear of Flying (Irlanda, 2012)
di Conor Finnegan
con Mark Doherty, Aoife Duffin, Steven Courtney

Un delizioso cortometraggio animato su un uccellino che ha paura di volare e quindi, quando tutti gli altri migrano verso il caldo, preferisce far provviste e chiudersi nel suo appartamentino a trascorrere un placido inverno. Solo che arriva l’inconveniente e all’improvviso il viaggio diventa necessario. Anche qua si ride di gusto.

Malaria (Brasile, 2013)
di Edson Oda
con le voci di Rodrigo Araujo, Antonio Moreno

Questo è davvero uno spettacolo: un western realizzato animando a mano disegni e fumetti. Dove per “a mano” intendo dire che si vedono proprio a schermo le mani che spostano cose, aprono vignette, colorano in diretta e via dicendo. La storia racconta di un pistolero ingaggiato per uccidere la Morte. E non aggiungo altro, dato che qua sotto potete guardarvelo per intero.

The Man Who Could Not Dream (Australia, 2012)
di James Armstrong, Kasimir Burgess
con Alan Brough, Eloise Raits e la voce di Geoffrey Rush 
 
Un bambino un po’ bizzarro e – ovviamente – maltrattato dai suoi coetanei cresce diventando un uomo medio frustrato, che ha abbandonato i suoi sogni e cova dentro di sé un potenziale da schizzato distruttivo. Seguono avvenimenti brutti. Surreale, pieno di risatine amare, raccontato dalla voce narrante di Geoffrey Rush, forse un po’ pretenzioso ma davvero gradevole.

//player.vimeo.com/video/39333976 The Man Who Could Not Dream OFFICIAL TRAILER from Gozer Media on Vimeo.

Bad Penny (Romania, 2013)
di Andrei Cretulescu
con Dorian Boguta, Serban Pavlu, Andi Vasluianu 

Siamo sotto natale e due criminalucoli violenti e un po’ fessi stanno gironzolando per un parco di notte. Incontrano un tizio, decidono di molestarlo e derubarlo, scoprono di trovarsi davanti un prestigiatore pieno di trucchi nelle tasche, assi nelle maniche e conigli nel cilindro. Seguono grasse risate e un po’ di violenza.

Perfect Drug (Belgio, 2012)
di Toon Aerts
con Misha Downey, Fehmi Emsha, Yumiko Funaya

Mentre guardavo questo cortometraggio, pensavo solo una cosa: “I giapponesi sono pazzi”. Poi ho scoperto che si trattava di un cortometraggio belga, diretto da un regista belga, ma con protagonisti giapponesi e interamente parlato in giapponese. E interamente drogato. E niente, si vede che anche in Belgio non stanno tanto bene. Un delirio.

Fool’s Day (USA, 2013)
di Cody Blue Snider
con Mitchell Jarvis, Justin Absatz, Phyllis Bowen

Pesce d’aprile: una classe di bambini pasticcia col caffè della maestra, nonostante la saputella spaccamaroni di turno suggerisca ardentemente di non farlo, e ci sbatte dentro qualsiasi cosa capiti sotto mano. La maestra arriva, beve la sua tazza di caffè e… delirio, risate da star male, sangue e scemenza assortita in un corto da applausi. Qua sotto potete guardarvi il delizioso trailer, a questo indirizzo c’è il canale Vimeo del regista, dove è possibile guardare Fool’s Day in due diverse versioni non definitive nel montaggio e/o nella postproduzione. Quella definitiva… boh?

//player.vimeo.com/video/62110563 ‘Fool’s Day’ Official Trailer from Cody Blue Snider on Vimeo.

Ma, tipo, se uno vuole vedersi dei cortometraggi e non ha accesso ai festival, che fa? Dove li trova? Come si fa? Ma che è? Ma vi sembra giusto? Ma dico io!

Italia vs Serbia – 64 a 76

E insomma, anche un paio di giorni dopo aver incassato amaramente, non è che ci sia molto da dire, se non ripetere la solita tiritera delle due partite precedenti: stanchi, cotti, brasati, senza fiato, inesperti, contro una squadra che s’era pure riposata un giorno e aveva i cristoni sotto canestro, a mettercela comunque tutta e giocarsela fino in fondo ma poi perdendo. La verità è che è finita come doveva finire e, tristemente, si puppa, ma in fondo si porta anche a casa un risultatone. Chiaro, una volta che arrivi a giocartela punto a punto con la Lituania che poi andrà a perdere in finale, dopo aver perso tre partite consecutive che valevano il Mondiale, arrivando ottavi dietro a sette squadre che staccano il biglietto per la Spagna, si rosica. È inevitabile ed è giusto farlo, perché il miracolo era a un passo e con qualche errore in meno, qualche botta di culo in più, magari anche semplicemente senza che ogni singolo avversario dell’Italia nella seconda fase tirasse fuori la partita della vita, si poteva anche strappare. Però, boh, sarò io che voglio sempre guardare il bicchiere mezzo pieno, penso ci sia spazio per del sano atteggiarsi da orgoglioni.

Insomma, una nazionale palesemente in fase di ricostruzione, che non gioca per una medaglia dalle Olimpiadi del 2004, che non passa un primo turno dai Mondiali del 2006 (per altro ottenuti con Wild Card), che negli ultimi tempi ha saltato due Olimpiadi, un Europeo e un Mondiale, che da un paio d’anni a questa parte sta piano piano crescendo, creando un gruppo e mostrando miglioramenti, che si presenta qui nella speranza di proseguire questo percorso, ma con assenze pesantissime più o meno dell’ultimo minuto (tre o quattro, direi, a seconda di come la si veda), un organico palesemente in difficoltà fisica, tecnica e di esperienza (Belinelli l’unico ad aver mai giocato un secondo turno con la nazionale… per altro quando aveva vent’anni), in cui metà della gente si trova a giocare fuori ruolo per compensare… insomma… su, dai, sulla carta, anche guardando al recente passato, questi dovevano battere Svezia e Finlandia (e manco scontata la seconda), dare tutto per non sfigurare con Turchia, Russia e Grecia e magari strappare in qualche modo il passaggio del turno.

E invece cinque vittorie in fila rifilando schiaffi importanti e mostrando una carica e un impegno da occhi a cuoricino, unica squadra imbattuta della prima fase, quarti di finale, a un soffio dal toccare la semifinale, mai una sconfitta in cui abbiano mollato e siano stati presi veramente a schiaffi e fondamentalmente un ottavo posto che, sì, fa rosicare, ma penso fosse del tutto impronosticabile. Boh, a me sembra una gran cosa e sembra che – con tutti i se e i ma che ci stanno e si possono far presenti – abbiano tutti fatto tantissimo e fondamentalmente ci sia soprattutto da lodare. Poi, chiaro, sarebbe bello vedere questo gruppo giocarsi un Mondiale l’anno prossimo, magari col reintegro di quelli che mancano e che, se sani e ben inseriti, potrebbero davvero far salire di livello la squadra, ma se dovranno essere qualificazioni per l’Europeo, amen, si suca, si porta a casa e si continua in questo modo, con Pianigiani fra l’altro ora a tempo pieno e con la prospettiva di poter far divertire parecchio nei prossimi anni. Forse. Chi lo sa.

Detto questo, oh, vai a sapere, magari la Wild Card. Sono quattro, se ne danno al massimo tre allo stesso continente. Do per scontato che una vada alla Cina, perché che fai, ti perdi quel pubblico? Per le altre, a occhio, se la giocano Brasile, Grecia, Russia Turchia e Italia. Il Brasile ha fatto pietà alle qualificazioni e oltretutto, considerando che gli americani hanno già quattro posti e i due che contano (USA e Argentina) ci sono, boh, magari sono svantaggiati, anche se hanno dalla loro il fatto di ospitare le prossime Olimpiadi, che temo conti parecchio. Fra le tre europee, well, boh? Contano tante cose, a cominciare dal fatto che la Wild Card devi chiederla (ma non dubito lo facciano tutti). La Grecia credo non l’abbia mai ricevuta, e magari questo è un vantaggio, l’Italia ha dalla sua il fatto di essere la squadra andata meglio nelle qualificazioni e di avere potenzialmente quattro giocatori NBA in squadra. Di buono c’è che immagino contino un sacco i maneggiamenti politici da federazione e in quello siamo sempre campioni del mondo. Vedremo, dai.

In tutto questo, arrivano le sirene dell’NBA League Pass. Devo trattenermi. Devo.

Sotto assedio – White House Down

White House Down (USA, 2013)
di Roland Emmerich
con Channing Tatum, Jamie Foxx, Maggie Gyllenhaal, James Woods, Joey King, Jason Clarke

Non ho mai avuto un gran rapporto con Roland Emmerich. Ricordo che gli diedi i miei soldi al cinema per tre volte consecutive, con Stargate, Independence Day e Godzilla, ma in tutti e tre i casi trovai un film che mi acchiappava tantissimo per le premesse e per la prima, roboante, mezz’ora, trasformandosi però successivamente in un tripudio di noia, accompagnato da un discreto fastidio per il frullato di patriottismo, prendersi sul serio, comicità da latte alle ginocchia, whatever. Sta di fatto che, da lì in poi, non ho più guardato un suo singolo film. Un po’ per scelta, un po’ per quella mia paranoia snob nei confronti del doppiaggio che mi aveva allontanato dalle sale e, insomma, se ad Emmerich gli levi pure il bordello della sala, non so quanto gli rimanga.

Ora, questo è il ricordo confuso di quel che pensava il me stesso diciassettenne/ventunenne, poi gli anni passano, le opinioni cambiano, ci si imborghesisce e, di nuovo, whatever. Fatto sta che qualche tempo fa m’è capitato di rivedere Independence Day in TV, a Natale o giù di lì, e, beh, ma sai che mi sono divertito? Sarà che ho colto molto di più tutto lo spirito giocoso e da presa per i fondelli che mi sfuggiva quando ero un adolescente che se la menava schivando i film scemi (pensa un po’ come stavo messo), ma, pur certo continuando a trovarci un sacco di limiti, me lo sono goduto un sacco all’insegna di pizza e birra. Poi, quando, preso dalle mie manie filologiche, mi sono guardato tutti gli Universal Soldier in fila perché avrei visto il quarto al Fantasy Filmfest dell’anno scorso (a proposito, se non avete visto il terzo, guardatevelo: è sorprendente), ho scoperto che con quel suo esordio hollywoodiano Emmerich era riuscito a nobilitare (si fa per dire) una stronzata galattica dandole un respiro e una forza nella messa in scena che normalmente non hanno troppa cittadinanza nei film con protagonisti JeanClaude Van Damme e Dolph Lundgren

E quindi, via, complici anche una ritrovata recente passione per il cinema da rutto libero e un trailer sinceramente divertente, ho deciso di dare una chance a questo White House Down. E non me ne sono pentito, perché ho trovato, di nuovo, sì, una stronzatona, ma anche un film divertente, che non si prende per un attimo sul serio, ha una coppia di protagonisti molto affiatata, mette in scena l’azione con gran dispendio di forze ed energie, diverte, scatena l’applauso inconsulto in un paio di occasioni e se ne va via liscio dall’inizio alla fine, ambientando Die Hard alla Casa Bianca e facendolo senza un briciolo di vergogna. Poi, chiaro, il concetto di base è sempre quello: bisogna avere voglia di andarsi a vedere un film del genere, che racconta di un uomo in canotta che combatte i terroristi in tag team col presidente degli Stati Uniti d’America. Ma, se si ha voglia di guardarsi un film del genere, secondo me con White House Down non si sbaglia. Non si trova nulla di rivoluzionario, ma non si sbaglia.

Oh yeah!


A scanso di equivoci, è bene dirlo e ribadirlo chiaro è tondo: White House Down è un remake non ufficiale di Die Hard, ambientato alla Casa Bianca, con aggiunto l’elemento “buddy” di Die Hard With a Vengeance e con un paio di svolte narrative ribaltate giusto per far vedere che si sono impegnati. Esce per direttissima dalla fotocopiatrice, ancora più di Olympus Has Fallen, perché rispetto al film con ciccio Butler sceglie di avere un protagonista meno supereroe e la butta sul ridere in maniera molto più convinta. Channing Tatum, per quanto gonfio come un pallone, veste infatti i panni (e la canotta) del poliziotto mezzo fallito, divorziato e con figlia a carico, impacciato nel gestire l’azione (quantomeno nelle prime fasi della stessa). Si ritrova per caso nel bel mezzo di un disastro terroristico e finisce a salvare presidente, figlia, Casa Bianca e mondo intero solo perché si ritrova ad essere l’uomo giusto nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Il film segue il modello del Die Hard originale in tutto e per tutto, con una prima mezz’ora in cui non viene sparato un singolo colpo di pistola e ci si dedica a presentare i fatti, i personaggi, i motivi per cui dovremmo tifare per questo invece che per quell’altro. Poi arrivano i cattivi, con il capo interpretato dall’attore carismatico di una certa età e il suo braccio destro combattente ipercazzuto che trasforma in fretta tutta la faccenda in questione personale perché John McClane John Cale esordisce ammazzandogli il fratello l’amico carissimo. Da lì in poi arrivano anche un sacco di scemenze, battute azzeccate e altre meno, tanta azione, l’immancabile scena degli elicotteri che attaccano il tetto e finiscono male (ma questa volta chi sta sull’elicottero non è completamente scemo… twist incredibile!), l’hacker che ascolta musica classica nel momento topico e via dicendo, con la sceneggiatura che si permette di pasticciare col modello originale solo invertendo il rapporto fra motivazioni reali e posticce dei terroristi.

E quindi? E quindi si tratta di un film da due ore che dopo mezz’ora ingrana la quinta e non si ferma più, regalando un sacco di azione messa in scena all’insegna del divertimento e, fattore non da poco, dei soldi. Olympus Has Fallen (o Attacco al potere, fate voi), pur apprezzabile per la semplicità e la truce onestà, non mi aveva convinto fino in fondo perché si prendeva troppo sul serio e mostrava in maniera esagerata il budget un po’ pezzente. Emmerich, come suo solito, sbraca sulla grandiosità, esagera, fa saltare tutto per aria e non si nasconde mai, raggiungendo l’apice della scemenza, dell’azione e dell’assenza di vergogna con l’inseguimento in auto sul prato della Casa Bianca e l’ingresso in scena del carro armato (e lì anche l’animo più insensibile non può che lasciarsi andare ad un applauso convinto). Channing Tatum è un protagonista fallibile, che alla fine salva la baracca e la bandiera, ma lungo il tragitto commette un errore dietro l’altro e prende un sacco di schiaffi, come si conviene a un McClane (o giù di lì). Il resto del cast fa benissimo il suo dovere, con Jamie Foxx ottimo presidente impacciato nel maneggiare un lanciarazzi (!) e James Woods che si mangia tutti a colpi di carisma. In più Emmerich mette in scena l’azione, una volta tanto, in maniera chiara, con combattimenti che non ti fanno saltare sulla sedia dallo stupore – in fondo son sempre attori e non atleti – ma con la voglia di far capire allo spettatore che cacchio stia succedendo, senza far venire il mal di mare.

“Un messaggio per i miei cari amici che si lamentano della scarsa credibilità del film.

Insomma, per me, vittoria. Magari non trionfo, perché di fondo è un film che non inventa nulla ed è forse un pizzico troppo lungo, ma vittoria sì. Mettiamola così: è il miglior Die Hard che esce al cinema da quasi vent’anni a questa parte. Non che ci volesse molto, ma è comunque una bella cosa, no?

L’ho visto qua al cinema, a Monaco, nella mia solita saletta, in lingua originale. A spanne mi sento di dire che col doppiaggio non ci si perderà molto, al di là di quel che ci si perde sempre e su cui che ci vuoi fare. In compenso è decisamente un film che si merita la sala cinematografica. In Italia esce giovedì.