Archivi categoria: Film

Baby Driver – Il genio della fuga

E dopo Valerian ieri, anche oggi sono qui a scrivere di un progetto a lungo sognato, immaginato tanti anni fa e portato finalmente sul grande schermo da un Edgar Wright alla sua prima esperienza completamente “solitaria” da sceneggiatore e regista. Baby Driver è un film d’azione e inseguimenti (per lo più in auto, uno a piedi), che reinterpreta questo filone sotto forma di musical, sposando azione e ritmo in maniera fortissima e costruendo quasi ogni singola sequenza come se fosse un balletto. Il protagonista, Baby, ha trascorso buona parte della sua vita con gli auricolari sparati nelle orecchie per ammortizzare un problema all’udito (ma, occhio, legge le labbra), se ne va in giro con l’iPod vecchio un po’ stile Peter Quill perché glie l’ha regalato la mamma ed esprime forte disagio nelle interazioni sociali. Ha però questa cosa di essere una cintura nera del volante che si ritrova a fare l’autista da rapina e quindi la sua è una storia a base di colpi, azione, inevitabile bella cameriera del diner e un po’ tutto quel che ci si aspetta da un film che omaggia e riverisce i classici cercando di aggiornarli ai tempi nostri.

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Valerian e la città dei mille pianeti

Innamorato fin da bambino del fumetto di Pierre Christin e Jean-Claude Mézières, Luc Besson ha inseguito il sogno di girare Valerian e la città dei mille pianeti praticamente per tutta la vita e ha iniziato a pensarci seriamente già ai tempi de Il quinto elemento, anche se non riteneva che fosse tecnologicamente possibile. Vent’anni dopo, complice magari anche un ritorno di vendibilità garantito dal successo di Lucy, è riuscito a portare nelle sale questo suo mastodontico passion project. Per farlo, ha messo in piedi quella che è di gran lunga la più grossa produzione cinematografica della storia francese, con un budget da circa duecento milioni di euro, vale a dire oltre il doppio rispetto a chi si accontenta del secondo posto. Più forte di ogni ostacolo, Besson è addirittura riuscito a far modificare la legislatura sugli sgravi fiscali per i film girati in Francia, che in precedenza escludeva quelli in lingua straniera. Insomma, quella di Valerian e la città dei mille pianeti è una bella storia, facile da prendere in simpatia, fosse anche solo perché – pur nella consapevolezza che di Besson ne abbiamo solo uno – è bello vedere che si riesce a fare qualcosa del genere nel vecchio continente. E il film? È simpatico pure lui?

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Dunkirk

Dunque, la scorsa settimana sono andato a vedere Dunkirk qua al cinema a Parigi, dove il film è uscito più o meno in contemporanea con quelle parti del pianeta che non si chiamano Grecia, Italia, Cina e Giappone. Ne sono uscito abbastanza convinto di aver visto il mio film preferito di Christopher Nolan dopo The Prestige. Poi, certo, parlo da persona che apprezza bene o male tutti i suoi film (sì, anche Insomnia e il terzo Batman) ma per qualche motivo non riesce ad adorarlo fino in fondo. Tant’è, così, a spanne, direi che questo è l’unico suo film ad avermi generato solo amore dall’inizio alla fine. Va anche detto che ho apprezzato molto la colonna sonora di Hans Zimmer ma oggi, mentre mi mettevo a scrivere queste righe, ho provato ad ascoltarla su Spotify è l’ho trovata INSOPPORTABILE. Cosa che mi ha fatto intuire i sentimenti insiti nel cuore della mia dolce metà espressi con un tonante “Hans Zimmer di merda” (forse sto romanzando) durante il ritorno a casa in metropolitana. Però, ehi, durante il film l’avevo trovata perfetta. Ad ogni modo, qua sotto provo a spiegare in maniera un po’ sconclusionata come mai mi sia piaciuto così tanto, a favore di quei tre che potrebbero essere interessati a leggerne già oggi e non, come da social-polemica del momento, verso fine agosto.

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Big Fish & Begonia

Il terzo e ultimo film che ho visto al festival del cinema cinese di Parigi nel 2017 è un oggetto forse un po’ bizzarro (ma, del resto, a modo loro, lo erano anche l’action movie storico patriottico e l’adattamento monocromatico di un racconto breve del grande autore). Big Fish & Begonia è una produzione ad alto budget, che ha richiesto oltre dieci anni di lavoro (!), mira a lanciare una nuova era per il cinema d’animazione cinese e va a sfidare apertamente i pesi massimi mondiali… senza vincere lo scontro ma, tutto sommato, senza uscirne con le ossa rotte. La sua forza sta tutta nella surreale follia del mondo che racconta, vagamente ispirato a leggende e proverbi del folklore cinese, fresco e intrigante nella concezione, seppur non particolarmente originale nel suo mettere in scena il classico mondo parallelo a quello umano e una storia d’amore impossibile a cavallo fra le due dimensioni.

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Mr. No Problem

Un mese (ormai abbondante) fa, ho seguito quel che potevo dell’annuale rassegna dedicata al cinema cinese che si tiene qua a Parigi. E, come mio solito, mi sono messo in testa di scrivere dei vari film visti. In questo caso erano solo tre, quindi, insomma, l’impresa era sicuramente più gestibile rispetto ad altre volte. Poi, però, il tempo passa, gli impegni si accavallano, la voglia sfuma nell’umidità estiva e, per l’appunto, oltre un mese dopo mi sono reso conto di aver scritto solo uno dei tre post previsti. E oltretutto la vecchiaia avanza e non mi ricordo più quasi una fava dei film in questione. Eppure ci tengo, quindi ci provo. Tanto più che, con questo preambolo, intanto, un po’ del post odierno è andato. Bene così, no?

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Civiltà perduta

Sono andato al cinema a vedere The Lost City of Z a fine marzo, accompagnato dall’insopportabile brezzolina parigina e da un bel fresco. Oddio, in realtà non ricordo che tempo facesse il 20 marzo, ma insomma, sicuramente si stava meglio di adesso. D’altra parte il film arriva in Italia questa settimana, a giugno inoltrato, quando siamo invece immersi in un caldo di quelli che ti fanno sudare senza tregua, specialmente se ti ritrovi seduto davanti al computer senza aria condizionata a disposizione. Quindi, se andrete a vederlo, in sala ci arriverete nello stato d’animo giusto, fradici, anche se l’umidità delle nostre parti, per quanto a tratti bella fastidiosa, non è certamente paragonabile a quella affrontata da Percy Fawcett negli anni Venti o anche solo da James Gray negli anni scorsi. Senza contare che poi tanto il film ve lo guardate con l’aria condizionata del cinema. Ad ogni modo, qui si conclude il paragrafo introduttivo denso di nulla, a testimonianza del fatto che in questo caso faccio un po’ fatica a parlare del film con tre mesi di ritardo ma, ehi, ci tengo lo stesso a scriverne perché mi è piaciuto parecchio. Tanto non è che devo fare la critica seria, non mi paga nessuno.

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Lady Macbeth

Do per scontato che non sia capitato solo a me ma sì, ammetto l’ignoranza: prima di avvicinarmici, pensavo che Lady Macbeth fosse una sorta di rilettura a ruoli invertiti del classico shakespeariano cui il titolo fa ovvio riferimento. E invece, per quanto l’ispirazione originale arrivi da lì, si parte da Lady Macbeth del Distretto di Mcensk, romanzo breve pubblicato nel 1865 da Nikolai Leskov e già portato al cinema nel 1962 con Lady Macbeth siberiana. A cimentarcisi è il regista teatrale William Oldroyd, qui alle prese con un esordio sul grande schermo di quelli che lasciano il segno per potenza visiva, attenzione ai dettagli, capacità nel dirigere gli attori e nello stordire con la conduzione di una storia non facile, dai repentini cambi di tono, che riesce a farti appassionare a una vicenda e ad un personaggio specifico spingendoti in una direzione ben precisa, per poi devastarti con una virata conclusiva da vanga sui denti. E rimani lì a bocca aperta, rendendoti conto che in fondo era tutto prevedibile e annunciato ma ti ha colpito lo stesso con una violenza che non ti aspettavi.

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Poi non dite che non vi ho avvisati: Nerve

Ammazza, ma davvero Nerve l’ho visto a settembre? Ero convinto che fosse un film di questa primavera. Come vola, il tempo, quando ci si diverte. Comunque, ne ho scritto per l’appunto, a settembre dell’anno scorso, ma in Italia ci arriva oggi. Non è niente di che, anzi, è pure abbastanza cretino, ma tutto sommato ricordo di essermici divertito.

Wonder Woman

Wonder Woman è un film… strano, che si contraddice da solo mentre spinge costantemente in una direzione nell’altra, tirando fuori un pasticciotto che però, nell’inevitabile confronto con i precedenti film di ‘sto disastrato universo cinematografico DC, esce fuori a testa alta, facendo la figura del migliore di tutti. Arriva per primo nel campionato dei supereroi al femminile e prova a spingere sul tema del femminismo, della protagonista donna forte che sa cavarsela da sola, spacca tutto e non dà mai retta a ciò che la società patriarcale vorrebbe imporle. Allo stesso tempo, però, racconta di fondo la più stereotipata delle storielle disneyane, quelle che la stessa Disney ha ormai ripudiato, proponendo una principessa ingenua (se non proprio cretina), che fugge dalla gabbia di vetro in cui i genitori volevano proteggerla per inseguire desideri e destino ribelli, scoprendo di non sapere nulla del mondo, facendoselo spiegare dagli uomini che la circondano e innamorandosi letteralmente del primo che passa. E, ancora, trova una comicità azzeccatissima quando la butta sul ridere ma sprofonda nel ridicolo quando tenta di prendersi sul serio. Insegue tematiche universali e azzeccate, parlando di natura umana, libero arbitrio, scelte difficili e rimorsi, ma riduce tutto a una mitologia di partenza imbarazzante, raccontando poi di una Prima Guerra Mondiale in cui alleati a caso combattono i tedeschi cattivi, che comunque sono cattivi perché c’è il dio della guerra che li controlla. Insomma, è un pastrocchio che smitraglia a caso in tutte le direzioni ma, rispetto a chi è venuto prima, ha la fortuna di una scrittura più curata, strutturata e lineare, che non perde tempo con le meta-cazzate e gli permette di colpire più spesso il bersaglio.

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Operation Mekong

La scorsa settimana, mi sono scavato dei ritagliucci di tempo per andare a recuperare tre film del festival del cinema cinese che ogni anno si tiene fra Parigi e altri luoghi bizzarri del paese chiamato Francia. Avrei voluto guardarne di più, tipo almeno quattro, ma il destino è beffardo, la vita pone paletti e, insomma, che ci dobbiamo fare? Comunque, il primo su cui ho posato gli occhi è Operation Mekong di Dante Lam, racconto in chiave super propagandista dei fatti avvenuti nel 2011 lungo il fiume Mekong, quando due navi da trasporto cinesi vennero attaccate nel tratto di fiume che scorre fra Birmania e Thailandia. Ci furono chiaramente conseguenze, fra cui un accordo che coinvolse Cina, Birmania, Thailandia e Laos per portare avanti in maniera più convinta la guerra alla droga nella regione, e c’è sicuramente del materiale per tirar fuori un film interessante. Prevedibilmente, l’approccio di Lam è quello del classico filmone action/thriller super melodrammatico e altrettanto super patriottico alla cinese. Una di quelle robe che incassano una valanga di soldi in patria ma poi tu, ingenuo spettatore occidentale, guardi sopportando a fatica nell’attesa delle scene d’azione.

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