Archivi categoria: Film

The Cloverfield Paradox

Il primo Cloverfield si basava su un’idea magari non originalissima ma piuttosto azzeccata. Se da un lato non è che realizzare un found footage, nel 2008, fosse esattamente un trionfo di creatività, dall’altro l’idea del film di mostri giganti girato in quella maniera funzionava e garantì una certa dose di freschezza a un racconto per il resto piuttosto ordinario. Aggiungiamoci un Matt Reeves piuttosto in palla, un buon lavoro sugli effetti speciali e qualche trovata d’effetto e ne venne fuori un film più che riuscito, oltretutto accompagnato da una campagna marketing di gran successo, per lo più basata sul non spiegare nulla. Stupisce che ci siano voluti dieci anni per vedere un seguito, ma insomma, ci siamo poi arrivati con 10 Cloverfield Lane, che conservava il concept del “facciamo il film di mostri, ma diverso” per estremizzarlo fino al “facciamo il film non di mostri, che però forse è di mostri”. La cosa fu talmente estremizzata che si prese un film assolutamente non concepito per essere seguito di Cloverfield e lo si trasformò in tale con un paio di aggiunte e modifiche, giocandosi tutto il marketing sul “Comunque non ve lo diciamo se è davvero un seguito, magari non lo è”. Un thriller psicologico ambientato in un bunker perché forse là fuori c’è qualcosa divenne un thriller psicologico ambientato in un bunker che si trova al 10 di viale Cloverfield perché forse là fuori c’è qualcosa e (spoiler) sono mostri giganti che forse hanno a che fare con quelli di Cloverfield.

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Downsizing – Vivere alla grande

Downsizing è un po’ la versione buffa, scemotta, malinconica ma allegra, per nulla violenta, piuttosto innocua anche se a tratti emozionante, di Tre manifesti a Ebbing, Missouri. No, non è vero, in realtà non c’entra nulla col film di Martin McDonagh, però nellla mia testa sono vicini perché entrambi mi danno l’impressione di un autore che ne ha le palle di piene di quel che vede intorno a sé, anche se magari sono diversi i materiali che le riempiono, quelle palle. La visione tratteggiata qui da Alexander Payne è quella di una persona che ha perso fiducia in praticamente qualsiasi cosa sia stata ideata, creata, costruita, organizzata dagli esseri umani, ma non negli esseri umani stessi. Abbiamo distrutto tutto e continuiamo imperterriti a fare a pezzi anche ciò che di buono riusciamo ancora a inventarci, eppure, in fondo, forse, scavando bene, proprio lì, nei singoli, qualcosa di buono c’è. È che poi facciamo appunto fatica a canalizzarlo come e dove si deve.

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I miei film del 2017

Amici! Amico? Bovati? Chiunque! Siamo alla seconda settimana di gennaio, il momento in cui tradizionalmente il blog torna in vita per buttar fuori i post con gli elenconi brutti di tutta la roba che ho consumato nell’annata appena conclusasi, o comunque di tutta quella che mi sono ricordato di segnarmi. La roba è ordinata per stelline (anzi, asterischi, da 1 a 5), a beneficio del mio spirito ossessivo compulsivo e di gente apparentemente interessata a questo genere di scemenze, tipo Bovati, che ha pure il tag. A parità di stelline, i film sono ordinati per lo più a caso, a tratti per simpatia, sempre nel momento in cui ho visto il film, quindi senza alcun senno di poi da revisionismo di fine anno. In quel momento là, mi andava di piazzare il film lì. Le stelline, per altro, sono quelle che ho assegnato mano a mano su Letterboxd (agile link al mio profilo), qui arrotondate senza i mezzi. In linea generale, la sostanza è che è più o meno tutto diviso in cinque fasce e non c’è una vera e propria distinzione netta fra le cose che stanno nella stessa fascia. O forse c’è. Vai a sapere. Beh, di sicuro c’è una distinzione in quello che decido di mettere in cima agli elenchi, con la sua bella immagine tutta grossa.

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Star Wars: Gli ultimi jedi

Due anni fa, sono andato un paio di giorni a Londra per partecipare a una cosa scema e bellissima che si chiama Secret Cinema.  Il tema era L’impero colpisce ancora e lo svolgimento è descritto nel post che ho linkato qui sopra. Parte della cosa era anche una proiezione del film e nel riguardarlo per l’ennesima volta, a parecchi anni dalla precedente, mi colpi un aspetto in particolare: il ritmo. Quel film ha un ritmo pazzesco. Non se ne parla spesso, perché ci sono mille altri motivi per i quali è il più amato della serie e, se lo chiedete a me, l’unico Star Wars a cui davvero non puoi dire nulla di male, ma il ritmo, mamma mia. Parte fortissimo, non molla mai, tira dritto dall’inizio alla fine e ti martella senza tregua, senza ammorbarti con mezzo secondo che risulti superfluo. Che roba pazzesca, ancora oggi. O, insomma, due anni fa. Ed è una cosa che spicca, a ripensarci, vuoi perché molti film d’azione degli anni Ottanta, a riguardarli adesso, hanno un ritmo che risulta assai più compassato, vuoi perché oggi, se il tuo blockbuster non dura troppo, non ha un calo di ritmo clamoroso nel secondo atto e non ha in quella parte almeno due o tre scene di cui si poteva fare a meno (perché superflue o anche solo brutte), beh, non sei nessuno. Succede anche con Star Wars: Gli ultimi jedi? Certo.

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Free Fire

Con estrema calma rispetto all’uscita originale (o anche rispetto a quella in altre parti del mondo… io l’ho visto qua in  Francia a giugno), Free Fire è arrivato anche in Italia la scorsa settimana, con tutto il suo carico di pallottole, violenza, scelte sbagliate, sbroccate di Sharlto Copley, peli della barba di Armie Hammer e sguardi intensi di Brie Larson. Merita? Merita. Se si apprezzano le sparatorie coreografate come si deve, le sceneggiature scritte con criterio e voglia di raccontare tramite l’azione, il prendere sul serio un genere senza prendersi necessariamente troppo sul serio, qua si va a colpo sicuro. È senza dubbio il film più accessibile e “dritto” girato da Ben Wheatley fino a qui, ma non è certamente un compitino tirato via, anzi, esprime passione, rispetto e voglia di fare da tutti i pori. Ed è un’ora e mezza (quasi solo di) sparatorie. Anzi, una, singola, lunga, complessa, articolata, tentacolare sparatoria che dura un’ora e mezza. Io non so bene cosa si possa chiedere di più a un film.

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Poi non dite che non vi ho avvisati: The Void

Dunque, lo scorso settembre ho scritto qua dentro di The Void perché pareva che dovesse incredibilmente uscire al cinema in Italia. Poi non è uscito. Poi è uscito ieri. Credo. Io ormai non sono più sicuro di nulla. Ci sono gli Antichi che mettono il bastone fra le ruote. Comunque, me lo danno fuori in undici regioni, nientemeno, quindi suppongo che sia uscito. È ben lontano dall’essere un film perfetto, ma se vi piace la roba strana e piena di sangue e mostri, e vi piace vederla al cinema, io al posto vostro ci andrei.

Seven Sisters

Qual è il problema principale del cinema d’azione/thriller/horror con singola protagonista forte che, lo sai tu, lo so io, lo sa probabilmente pure lei, non può morire prima degli ultimi secondi perché altrimenti il film finisce? Eh. Oddio, magari non è quello il problema principale, e tutto sommato non è neanche per forza un problema, ma insomma, è evidente che creare tensione attorno al destino dei personaggi è importante e riuscirci con la protagonista assoluta è complesso. Se hai visto più di dieci film in vita tua, difficilmente credi che in Atomica Bionda Charlize Theron sia davvero in pericolo di vita. Ti ci diverti comunque per altri motivi, eh, ma quella cosa manca. Enter Tommy Wirkola, un simpatico matto norvegese che si è messo in luce con due film di zombi nazisti fra le nevi che si lanciano braccia e motoseghe, ha continuato a fare il fratello un po’ pezzente e fuori tempo massimo di Sam Raimi con il simpatico Hansel & Gretel – Cacciatori di streghe e poi si è inventato questo Seven Sisters.

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Detroit

Cinque giorni di macello, scatenatosi a seguito di un raid della polizia in un bar privo di licenza e della successiva reazione da parte dei passanti. Cinque giorni col senno di poi inseriti nel delirio di rivolte che caratterizzarono l’estate del 1967 statunitense. Cinque giorni in cui la violenza prese possesso di Detroit e generò quarantatré morti, oltre mille feriti, settemila arresti duemila edifici fatti a pezzi. Un momento di storia recente forse difficile da comprendere appieno per chi vive a un oceano di distanza, un vero e proprio scenario di guerra civile nato dal conflitto razziale, che come tale viene per ampi tratti affrontato da Kathryn Bigelow, dalla sua regia che insegue polizia ed esercito fra le vie con lo stesso piglio con cui si mostrano i soldati sparsi fra i vicoli delle città colpite dai bombardamenti. Detroit parte innanzitutto da questo, raccontando in maniera brutale, straziante e torcibudella come la faccenda sia esplosa, mostrando le scintille che hanno acceso le fiamme, gli errori commessi da tutte le parti e la benzina gettata sul fuoco in maniere più o meno responsabili.

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Justice League

Le cose inaspettate. Justice League è riuscito, per brevi attimi, a titillarmi quello spirito da bimbo nerd che si gasa davanti ai supereroi che fanno cose sul grande schermo. È una sensazione che ho menzionato varie volte nelle mie chiacchierate per iscritto, durante questi anni di gente che si mena in pigiama al cinema, ma che negli ultimi tempi di overdose, assuefazione e placida abitudine, si era persa come lacrime nella pioggia. E invece, chissà come mai, su quell’ingresso in scena di Wonder Woman che sgomina i terroristi, con Gal Gadot che si muove potente, divina, velocissima, parando proiettili coi polsini come neanche Lynda Carter poteva sognarsi di fare, m’ha colto il brividino. Mi sono proprio gasato. Certo, è stato l’unico momento capace di colpirmi in questa maniera, nonostante – vado a spanne – un’oretta delle due che compongono il film sia dedicata alle scazzottate superpotenti, ma insomma, meglio che niente. E, in questo senso, quello del gasamento “basso”, sensoriale, stupido e incontrollabile, tocca dedicare una menzione d’onore a Danny Elfman, che non butta completamente nel cesso il lavoro fatto da Hans Zimmer e Rupert Gregson-Williams nei film precedenti ma firma coi guanti da forno (campane in ogni dove!) e infila il suo vecchio tema di Batman ogni volta che può (e omaggia anche il Superman di John Williams, seppur in maniera molto timida). Che cicci.

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Good Time

La forza che percorre tutto Good Time, dall’inizio alla fine, è quella di un panico scombinato, isterico, coloratissimo, frenetico e teso, un vortice di errori, scelte discutibili e sfiga che trascina sempre più verso l’inevitabile conclusione. Robert Pattinson, scavato in volto, sporco, perfettamente in parte e bravissimo, è un poco di buono, si arrangia sfruttando e manipolando chiunque gli capiti davanti e si lancia in imprese forse fuori dalla sua portata. La storia si apre con una rapina scalcagnatissima eseguita assieme al fratello ritardato mentale, che finisce in rovina, porta il più sfigato dei due in prigione e costringe Robertino ad ingegnarsi per capire come farlo uscire. Spoiler: non ne azzeccherà una. Messo già così, sembra il soggetto per una commedia demenziale dei fratelli Farrelly, ma Good Time, che è invece dei fratelli Safdie, è un thriller teso e coinvolgente, che non molla un secondo e avvolge col suo look tutto particolare.

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