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I miei film del 2018

In un lampo di produttività manifestatosi a metà fra una corsa al cesso post caffè mattutino e il tonante risveglio di mia figlia, ho deciso di anticipare alla prima settimana di gennaio la canonica tripletta di elenchi brutti d’inizio anno a favore di Bovati e qualche altro matto a cui interessano. La roba è ordinata per stelline (anzi, asterischi, da 1 a 5), a beneficio del mio spirito ossessivo compulsivo e di gente apparentemente interessata a questo genere di scemenze. A parità di stelline, la roba è ordinata per lo più a caso, a tratti per simpatia, sempre nel momento in cui l’ho “consumata”, quindi senza alcun senno di poi da revisionismo di fine anno. In quel momento là, mi andava di piazzare la roba lì. Le stelline, per altro, sono quelle che ho assegnato mano a mano sui vari socialcosi. Oggi si parla di cinema, quindi il socialcoso è Letterboxd (agile link al mio profilo), ma qui sul blog le stelline sono arrotondate senza i mezzi, talvolta per eccesso, talvolta per difetto. In linea generale, la sostanza è che è più o meno tutto diviso in cinque fasce e non c’è una vera e propria distinzione netta fra le cose che stanno nella stessa fascia. O forse c’è. Vai a sapere. Beh, di sicuro c’è una distinzione in quello che decido di mettere in cima agli elenchi, con la sua bella immagine tutta grossa.

Per ogni film di cui ho scritto da qualche parte, c’è il link a post, articoli o chissaccosa. Per diversi film non ho scritto una fava di linkabile, ma per ogni singola visione ho scritto almeno due righe su Letterboxd. La raffica di commenti al volo sta a questo indirizzo qua. Se qualcuno ci tiene a leggere due righe mie sui (tanti) film di cui non ho scritto nel blog, o magari altre due righe sui (pochi) film di cui ho scritto nel blog, le trova lì. Ho fatto anche gli elenconi, quasi identici a quelli che stanno qui, ma con lievi differenze e comunque più belli da guardare. Stanno nella pagina con il mio Year in Review.

Gli elenconi sono quattro:

  1. i film che ho visto fra quelli usciti in Italia nel 2018, compresa anche roba che ho visto magari uno, due o duecento anni prima;
  2. i film che ho visto nel 2018 ma non sono usciti in Italia prima della fine del 2018;
  3. i film usciti in Italia prima del 2018 che ho visto per la prima volta nel 2018;
  4. i film che ho rivisto nel 2018 ma sono usciti in Italia prima del 2018.

C’è tutto quel che ho visto lo scorso anno (e, come detto, anche un paio di cose viste prima) tranne ovviamente quel che mi sono scordato di segnarmi. Fine.

Film usciti in Italia nel 2018 (e che ho visto, magari anche prima del 2018)
Lady Bird *****
Chiamami col tuo nome *****
Tre manifesti a Ebbing, Missouri ***** (Ne ho chiacchierato su Outcast)
La forma dell’acqua – The Shape of Water ***** (Ne ho chiacchierato su Outcast)
Il filo nascosto *****
Spider-Man: Un nuovo universo *****
First Man – Il primo uomo *****
BlacKkKlansman ***** (Ne ho chiacchierato su Outcast)
Dogman *****
Avengers: Infinity War ***** (Ne ho chiacchierato su Outcast)
Zombie contro zombie *****
Mission: Impossible – Fallout *****
Annihilation *****
Gli Incredibili 2 *****
Tully ***** (Ne ho chiacchierato su Outcast)
Hereditary *****
The Post ***** (Ne ho chiacchierato su Outcast)
Il prigioniero coreano *****
Thelma *****
L’uomo che uccise Don Chisciotte ****
Game Night – Indovina chi muore stasera? ****
A Quiet Place: Un posto tranquillo ****
A Star Is Born ****
Halloween ****
Deadpool 2 ****
A Beautiful Day ****
Vita da vampiro ****
Tonya ****
Ant-Man and the Wasp ****
Revenge **** (Ne ho chiacchierato su Outcast)
Skyscraper **** (Ne ho chiacchierato su Outcast)
Unsane **** (Ne ho chiacchierato su Outcast)
La truffa dei Logan ****
Bodied ****
Black Panther **** (Ne ho chiacchierato su Outcast)
Molly’s Game ****
La diseducazione di Cameron Post ****
Disobedience ****
I segreti di Wind River ****
The Equalizer 2: Senza perdono **** (Ne ho chiacchierato su Outcast)
Soldado ****
7 sconosciuti a El Royale ****
Old Man & the Gun ****
Red Zone – 22 miglia di fuoco ****
L’isola dei cani **** (Ne ho chiacchierato su Outcast)
The Predator ***
Ready Player One *** (Ne ho chiacchierato su Outcast)
Upgrade ***
Searching ***
Jurassic World – Il regno distrutto *** (Ne ho chiacchierato su Outcast)
Solo: A Star Wars Story *** (Ne ho chiacchierato su Outcast)
Jumanji – Benvenuti nella giungla *** (Ne ho scritto su Outcast)
The Foreigner *** (Ne ho chiacchierato su Outcast)
Red Sparrow ***
Downsizing – Vivere alla grande ***
La prima notte del giudizio ***
Ocean’s 8 ***
Big Fish & Begonia ***
Tomb Raider *** (Ne ho chiacchierato su Outcast)
Beirut ***
Pacific Rim: La rivolta ***
Ore 15:17 – Attacco al treno *** (Ne ho chiacchierato su Outcast)
The Cloverfield Paradox **
Venom **

Film non usciti in Italia prima della fine del 2018 (e che ho visto nel 2018)
Freaks *****
Last Flag Flying *****
Under the Silver Lake **** (Ne ho chiacchierato su Outcast)
The Looming Storm ****
Sorry to Bother You ****
The Man Who Feels No Pain ****
The Blood of Wolves ****
What Keeps You Alive ***
We ***
Punk Samurai Slash Down ***
Hotel Artemis ***

Film usciti in Italia prima del 2018 che ho visto per la prima volta nel 2018
Quinto potere *****
Maniac ****
La ruota delle meraviglie ****
L’uomo sul treno ****
L’immortale **** (Ne ho chiacchierato su Outcast)
Vita da popstar ****
Whiskey Tango Foxtrot ***
Swiss Army Man – Un amico multiuso ***
Sausage Party – Vita segreta di una salsiccia **
Borg McEnroe **

Film che ho rivisto nel 2018
Blade Runner *****
Creed – Nato per combattere *****
All’inseguimento della pietra verde ***
Kingsman: Il cerchio d’oro ***

Letterboxd mi dice che ho visto 88 film, poco più della metà rispetto all’anno scorso e, in generale, decisamente meno del solito. Direi che l’effetto paternità si è finalmente fatto sentire, soprattutto nella seconda metà dell’anno, con gli orari dell’asilo che hanno tarpato le ali del mio dolce far niente.

Freaks

Freaks è l’ultimo film che ho visto al Paris International Fantastic Film Festival 2018, recuperato nella serata di proiezioni aggiuntive “postume” perché lo spettacolo originale era durante l’apocalisse parigina dei gilet gialli. L’ho quindi visto dopo aver assistito, durante la serata conclusiva del programma ufficiale, alla premiazione una e trina, che ha portato sul palco i registi Zach Lipovsky e Adam B. Stein, assieme alla giovane protagonista Lexy Kolker, per ben tre volte, a ritirare i due premi assegnati dalle giurie e quello del pubblico. Un trionfo, insomma, anche toccante, con la bimbetta (che magari, da attrice già consumata, fingeva di essere) tutta emozionata e il pubblico in estasi. E insomma, è chiaro che, a quel punto, mi sono presentato alla proiezione del giorno dopo con addosso una discreta aspettativa, tanto più che in passato sono stato molto d’accordo con le premiazioni della rassegna.

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Sorry to Bother You

Per il suo esordio alla regia cinematografica, il rapper e attivista Boots Riley ha scelto la via del pennarellone rosso, dei guanti da forno, del non provare nemmeno per sbaglio ad essere sottile. Il protagonista di Sorry to Bother You si chiama Cassius Green (che si legge un po’ come “Cash is green”), ed è un uomo di colore, spiantato, alla ricerca di impiego, che finisce a lavorare in un call center, fa carriera grazie alla bravura con cui usa la sua “voce da bianco” al telefono (auguri per la gestione di questo aspetto a chi dovesse eventualmente occuparsi del doppiaggio italiano) e si ritrova quindi ad accumulare big moneyz piazzando vendite per conto di una multinazionale, che ha risolto il problema della disoccupazione reintroducendo lo schiavismo in forma legalizzata. Cassius, di fronte alla prospettiva di costruirsi finalmente una carriera grazie a un suo talento, non si fa grossi problemi a ignorare le attività di chi lo paga, oltre che a tagliare i punti con gli amici, i colleghi e la fidanzata. Solo ritrovandosi faccia a faccia con le pratiche più moleste e surreali dei suoi datori di lavoro si sveglierà dal torpore. Non proprio allegorie sottili e suggerite, dicevo.

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We

Saltano fuori ciclicamente, li becchi in giro a questa o quella rassegna, escono dalle fottute pareti, li guardi con sospetto ma poi finisce spesso che non sono niente male. Di che parlo? Dei film che raccontano la “scandalosa” gioventù contemporanea, che ne mettono in mostra senza peli sulla lingua assurdità, conflitti, contraddizioni, approccio libero (?) alla sessualità, impeto violento e ribelle, difficoltà nel rapportarsi con un mondo adulto che antagonizzano, come è normale, giusto e sano che gli adolescenti facciano. Certo, magari sarebbe meglio se lo facessero senza esagerare con l’illegalità e/o la violenza, fisica tanto quanto psicologica, ma insomma, non è che si possa sempre avere tutto e in ogni caso, quando in un film vuoi schiaffarci il MESSAGGIO, è bene estremizzare, altrimenti non arriva. Tanto più che, signora mia, sono estremizzazioni solo fino a un certo punto, certe cose succedono davvero.

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Spider-Man: Un nuovo universo

Dunque.

Due mesi fa, è uscito il “final trailer” di Spider-Man: Un nuovo universo.

Il mio commento, copio e incollo da Facebook, è stato “No vabbè ma è clamoroso.” Qualcuno mi ha risposto che lo trovava simpatico.

Ora.

Capiamoci.

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Maniac

Nel programma del Paris International Fantastic Film Festival ci sono sempre anche un po’ di proiezioni di classici, grazie a cui ho avuto modo di spararmi per la prima volta sul grande schermo diversi film che mi hanno formato sulla televisione di casina bella. Chiaramente, i film possono essere selezionati secondo vari criteri. Nel 2013, per esempio, fecero la maratona notturna Stephen King ad accompagnare la proiezione in anteprima del remake di Carrie (scusate un attimo che c’ho il gag reflex). Quest’anno, uno dei classici presenti, l’unico che sono purtroppo riuscito ad andare a vedere, era Maniac, presente nella sua versione originale a 16 millimetri. Il negativo è stato infatti recuperato di recente e rimesso a nuovo, con tanto di riedizione in Blu-Ray appena uscita nei magici iuessei, e sta facendo il giro dei festival come chicca inedita, dato che la versione distribuita ai tempi era stata “spalmata” su 35 millimetri, come i distributori erano soliti fare. Insomma, direi che guardarmi per la prima volta Maniac a una proiezione su schermo gigante nel formato originale appena restaurato non è male!

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What Keeps You Alive

Mi sono guardato What Keeps You Alive come secondo film nella mia giornata “di punta” (in cui mi sono sparato tutte e cinque le proiezioni a programma) del Paris International Fantastic Film Festival 2018. Non ne sapevo nulla, al di là del fatto che le prime parole della sinossi menzionavano una coppia di sposi in vacanza fra i boschi e della presenza di Alex Lawther, protagonista di The End of the F***ing World, chiaramente visibile nella foto promozionale qua sopra e in un paio di momenti del trailer del festival. Immaginavo che lui fosse uno dei due sposini in questione e davo per scontato che avrei visto un thriller in cui la vacanza sarebbe andata brutalmente a puttane, un po’ perché Lawther appariva ricoperto di sangue, un po’ perché, insomma, il film è diretto da Colin Minihan dei The Vicious Brothers, qui al suo esordio da solista.

Ora, probabilmente mi faccio troppi problemi, considerando che il trailer ci mette cinque secondi netti a far capire cosa accada e poi suggerisce anche una (prevedibile, va detto) svolta della parte finale, ma insomma, faccio come al solito e vi dico che si tratta di un discreto thriller, molto ben diretto, con una fotografia curata, un cast che funziona e un villain di cui mi sono innamorato. Ha qualche scelta di scrittura dei personaggi discutibile e un finale che se la tira un po’ troppo ma insomma, nel complesso, secondo me si merita un giro ed è divertente guardarselo senza aver manco visto il trailer.

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The Man Who Feels No Pain

La sinossi ufficiale sul sito/volantino/guida/whatever del Paris International Fantastic Film Festival presenta The Man Who Feels No Pain come anello di congiunzione fra Deadpool e Stephen Chow. E, tutto sommato, ci sta, soprattutto se al mix si aggiunge il filtro della sensibilità da cinema indiano e la consapevolezza che si tende decisamente più verso la poetica del regista cinese che verso quella del meta-supereroe Marvel. Del caro Stephen c’è la narrazione scomposta, che percorre il filo tra melodramma e comicità demenziale aggrappato alla forza dell’ingenuità, a un protagonista eroico in maniera fanciullesca e adorabile, a un volare sopra le righe talmente sincero e sfrontato da non risultare mai banale. E le mazzate, ovvio. Ci sono le mazzate, spettacolari, coreografate per andare oltre il reale, esaltanti nei loro lampi di forza maggiore. Di Deadpool c’è l’autoironia, la voglia di rompere la quarta parete e rivolgersi allo spettatore, seppur in maniera meno sfacciata o insistita, ma anche il gusto per la citazione e l’omaggio alle passioni di chi scrive e dirige, per altro filtrato attraverso dei sottotitoli che mi sembra abbiano fatto davvero i salti mortali e inventato l’impossibile per provare a restituire almeno in parte il gusto della fusione tra oriente e occidente operata da Vasan Bala.

Il mix che ne viene fuori è dolce, divertente, adorabile, ben lungi dall’essere perfetto ma davvero accattivante, e certo non stupisce che abbia vinto il premio del pubblico al Toronto International Film Festival.

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Punk Samurai Slash Down

Avendo dovuto saltare la terza giornata, la mia esperienza al Paris International Fantastic Film Festival 2018 si è aperta con una nippo-tripletta dalla soddisfazione calante. Dopo il clamoroso Zombie contro zombie e il discreto The Blood of Wolves, mi sono ritrovato davanti questo Punk Samurai Slash Down, epica surreale tratta dall’omonimo romanzo di Kou Machida, a lungo considerato inadattabile. Non ho avuto il piacere di leggerlo ma, curiosando in giro, scopro che i problemi stavano nell’estrema verbosità, nel linguaggio anacronistico, nella narrazione spezzettata e nei lampi di surreale senza freni, tipo la gran battaglia finale con fanatici religiosi da una parte e samurai e scimmie dall’altra.  E sono tutte cose che, in effetti, nella versione cinematografica non mancano, anche se non sono necessariamente tutte problematiche. Anzi, il film funziona davvero forse solo quando butta tutto per aria all’insegna del delirio.

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The Blood of Wolves

Scorrendo la pagina IMDB di Kazuya Shiraishi, si ha l’impressione di un regista intenzionato a diventare una specie di nuovo Takashi Miike.  Attivo dal 2009, ha infatti già mostrato discreta versatilità tematica e di genere e sta aumentando sempre più la produttività, con una media di circa due regie all’anno e addirittura tre film nel 2018: Sunny, un thriller sul rapimento di una professoressa delle superiori; The Blood of Wolves, un omaggio ai classici polizieschi sugli yakuza ambientato negli anni Ottanta; Dare to Stop Us, un biopic su Koji Wakamatsu, regista “bad boy” degli anni Sessanta. Insomma, spara e smitraglia in tutte le direzioni. Purtroppo non so come vada di solito, dato che quello di ieri sera è stato il nostro primo incontro, ma The Blood of Wolves non è niente male.

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