Archivi categoria: Film

It

Ogni tanto ci tengo ad aprire con un po’ di sano maniavantismo, così, per mettere le cose in chiaro. Quindi, procediamo. Da ragazzino sono stato un discreto lettore di Stephen King, ma col cambio di millennio l’ho progressivamente perso di vista, finendo per leggere solo qualcuna delle sue uscite successive (per esempio CellDoctor Sleep). Sempre da ragazzino, mi sono divertito con i cinquantamila adattamenti cinematografici dei suoi romanzi, pur consapevole che quelli davvero belli fossero pochi (che so, Shining, uno fra i miei film preferiti). Di recente m’è capitato di rivederne qualcuno al cinema e ho avuto l’impressione che fossero comunque migliori di tanta palta odierna. It, il libro, l’ho letto durante una lunga estate calda trascorsa in Abruzzo senza nulla da fare, nel giro di due settimane che, in preda a un attacco di bulimia letteraria, mi hanno visto leggere per intero anche Il signore degli anelli. Entrambi mi sono piaciuti, di entrambi ho trovato il finale molto malinconico. Ricordo però molto poco di It: la sensazione sul finale, appunto, la bellezza dei due confronti nella casa, entrambi coinvolgenti e inquietanti, e il fatto che non avevo amato la battaglia conclusiva e le divagazioni troppo assurde a base di tartarughe. It, la miniserie televisiva, la guardai nella mia cameretta a milano, dopo averla noleggiata in VHS. Ricordo che alcune cose mi spaventarono un pochino, ma niente di che; ricordo che Tim Curry era strepitoso; ricordo che la parte da bambini era gradevole; ricordo che la parte da adulti era bruttarella. Ho l’impressione che, se la riguardassi oggi, mi farebbe cacare. E direi che è tutto quel che volevo premettere. Ah, no: i pagliacci non mi fanno paura. Poi, certo, un pagliaccio assassino e/o mostruoso, volendo, può farmi paura, ma questo vale per qualsiasi parola si sostituisca a “pagliaccio” nella frase. Tipo, che ne so, anche “baguette”.

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Chiacchiere su Blade Runner

A parte due righe su Letterboxd e qualche discussione in giro per l’internet, non ho scritto nulla su Blade Runner 2049 perché c’ho troppa confusione in testa e non ho la forza di scioglierla. L’altro giorno, però, sono stato invitato da Luigi a chiacchierarne nel suo podcast e siamo andati avanti per due ore. Magari interessa a voi matti che mi seguite. Ah, sto cercando di convincere una certa persona a scriverne su Outcast appena riesce ad andare a vederlo. Mica per altro, è che mi piacerebbe leggere lui che scrive di quel film.

Poi non dite che non vi ho avvisati: Train to Busan

Secondo il sito ufficiale di Koch Media, il 26 ottobre arriva in Italia, direttamente sul mercato dell’home video, Train to Busan, in una lussuosa confezione che include anche il prequel Seoul Station. Secondo praticamente ogni altra fonte sparsa per l’internet, inclusi i negozi online che lo venderanno, l’uscita è invece prevista per oggi. Quindi, nel dubbio, facciamo finta che sia oggi, tanto non cambia molto. Io Train to Busan l’ho visto al cinema qua a Parigi, poco più di un anno fa, l’ho apprezzato molto e ne ho scritto a questo indirizzo qui. Seoul Station l’ho invece recuperato molto più di recente e l’ho apprezzato un po’ meno, ma comunque apprezzato. Ne ho scritto solo su Letterboxd, a questo indirizzo qua.

Il gioco di Gerald

Il gioco di Gerald si inserisce nel gruppone, ultimamente piuttosto nutrito, dei progetti fortemente voluti e inseguiti per anni e anni da un regista che ci teneva proprio guarda in una maniera che non ti dico. La leggenda narra che Mike Flanagan, fin dagli esordi, girasse per Hollywood con il libro di Stephen King sotto braccio, cercando in tutti i modi di convincere qualcuno a fargliene dirigere un adattamento. Mentre inseguiva il suo sogno, il caro Mike ha deciso di esordire svelandosi come nuovo grande talento dell’horror con Oculus, per poi firmare altri tre film tutti interessanti (fra cui questo e questo), tutti ben diretti, tutti con qualità innegabili, tutti largamente imperfetti e non all’altezza del suo esordio. Evidentemente, però, il credito accumulato fino a quel punto gli ha permesso di entrare nel sempre più popolato club dei registi a cui Netflix ha detto “Ma certo, caro, noi ci mettiamo i soldi, tu fai un po’ quello che vuoi.” E “Quello che vuoi” è diventato un adattamento piuttosto fedele nella sostanza, intelligente nel modo in cui reinterpreta determinati aspetti del libro, forse troppo fedele riguardo ad altri.

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Madre!

La prima fase del rapporto con Madre! è quella in cui non sai bene cosa aspettarti. Il trailer te lo vende come una specie di Rosemary’s Baby con Jennifer Lawrence, Michelle Pfeiffer, Javier Bardem ed Ed Harris, diretto da Darren Aronofsky. Che, insomma, è una prospettiva quantomeno intrigante. Solo che la gente te ne parla come di una roba assurda, bellissima o bruttissima, che sbarella le carte in tavola e parte per la tangente. Del resto, oh, sappiamo cosa ha diretto Aronofsky prima di arrivare qui. E quindi? E quindi, per chi si trova in questa fase del rapporto e vuole un’opinione sul film senza saperne di più, possiamo dire che Madre! è – come talvolta accade con Aronofsky – un thriller non thriller, un film che sfrutta cliché e convenzioni del cinema di paura per mettere addosso inquietudine mentre sta comunque facendo sostanzialmente altro. Secondo me merita, ma merita per motivi che non sono quelli del thriller chiuso in casa e stanno piuttosto in una mezz’ora finale completamente folle, splendida ma capace di far incazzare col turbo. Chi non vuole sapere altro può fermarsi qui, anche se nel secondo paragrafo non svelo poi molto altro.

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The Void: il vuoto

Pensa te, una volta tanto un film horror più o meno di culto e di successo, amato da quelli che ne sanno, arriva in Italia con solo qualche mese di ritardo, nell’autunno dello stesso anno, invece che nell’estate dell’anno dopo. O almeno credo: fino all’altro ieri, vedevo scritto un po’ dappertutto che sarebbe uscito il 21 di settembre, quindi ieri. Oggi sono passati FBI e CIA, è tutto redacted, vedo solo dei vaghi “settembre 2017” e il sito ufficiale di 102 Distribution fa finta di niente fischiettando. Quale sarà la verità? Riuscirete a spararvi The Void al cinema? Forse sì, ma solo se prima vi impegnate in un rito d’evocazione pandimensionale capace di trascinarvi su un altro piano esistenziale, da cui assistere basiti alla trasfigurazione di ogni mondo, pianeta e dimensione attraverso il filtro della piramide divina dell’altroquando. Oppure lo trovate in qualche altra maniera, ché, voglio dire, su Amazon UK c’è il Blu-ray (toh, vi fornisco anche il link per acquistarlo versando una piccola percentuale ad Outcast).

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L’inganno

L’inganno è tratto dallo stesso romanzo da cui arriva La notte brava del soldato Jonathan, film del 1971 che pone lo stoico Clint Eastwood, con la sua interpretazione da stoico Clint Eastwood, soldato “giacca blu” ferito in territorio nemico e accolto in un un collegio femminile, dove le residenti lo curano, apprezzano e poi desiderano, scatenando un gioco di competizione, invidia, vendetta e violenza. Il punto di vista, lì, è strettamente maschile e del resto il regista Don Siegel lo descrisse come un film sul “desiderio basilare femminile di castrare gli uomini”. Diciamo che è un film molto figlio dei suoi tempi. Basta avere una conoscenza anche solo superficiale della filmografia di Sofia Coppola per intuire che la sua versione della storia ribalta la prospettiva, mostrando un gruppo di donne isolate dal mondo degli uomini e messe in crisi dall’ingresso di un “alieno”, sostanzialmente assolte nelle intenzioni, al massimo vittime di istinti indomabili, dell’assurdo voler reprimere la sessualità e di scelte sì infelici ma che è facile compiere in situazioni complicate.

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Poi non dite che non vi ho avvisati: Valerian e la città dei mille pianeti

Oggi si conclude infine la tripletta di film che ho visto a luglio, perché qua in Francia sono usciti a luglio, ma in Italia sono arrivati successivamente. Che poi, oh, uno si lamenta, e per esempio questa settimana sono andato al cinema a vedere It che in Italia arriva a ottobre, ma voi questa settimana potete andare a vedervi il nuovo Kingsman, che qui esce a ottobre. Insomma, whatever. Comunque, Valerian e la città dei mille pianeti non è che sia proprio riuscitissimo e ha due protagonisti sbagliatissimi, però secondo me ha pure cose ganze che si meritano di essere viste sul grande schermo. Ne ho scritto a suo tempo a questo indirizzo qua.

In questo angolo di mondo

In questo angolo di mondo è il film con cui si riapre la stagione degli “eventi” dedicati a proporre il cinema (per lo più d’animazione) giapponese nelle sale italiane con uscite circoscritte a un paio di giorni. Esce oggi un po’ in tutta Italia, anche se chiaramente il numero di sale è ridotto, e c’è quindi una certa urgenza di mettere in chiaro due cose. La prima: merita, molto. Se ne avete modo, non perdetevelo. La seconda: la protagonista è originaria di Hiroshima e la storia ha inizio negli anni Trenta. In realtà, per gran parte del film, la guerra rimane più che altro uno spettro pesante sullo sfondo di un racconto che si concentra sulla vita di provincia nel Giappone di quei tempi. Solo che poi viene presa una direzione prevedibile e In questo angolo di mondo non le manda proprio a dire. Non si raggiungono magari i livelli brutali e insistiti di Una tomba per le lucciole, ma diciamo che l’ultima mezz’ora sa essere parecchio tosta. Lo dico a favore di chi si chiede (mi è capitato su Facebook) se sia il caso di portarci la prole. Lo sapete voi meglio di me, come reagisca la prole a determinate cose, ma insomma, qua volano i lacrimoni.

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Barry Seal – Una storia americana

Un film come Barry Seal – Una storia americana (in originale American Made, che volendo, nella sostanza, è moderatamente ben ripreso dal nostro sottotitolo) nasce per tanti motivi. Nasce perché oggi fa tendenza cavalcare l’onda lunga di Wolf of Wall Street, e chi è Doug Liman per dire di no. Fra l’altro un giorno dobbiamo parlare un attimo dell’amore di Liman per i videogiochi e del modo trasversale tramite cui li infila nei propri film. In tutti, eh, mica solo in Edge of Tomorrow. Ad ogni modo, dicevo, un film come Barry Seal – Una storia americana, nasce anche perché, dato il successo di Narcos, che fai, non vuoi girare un film in cui appaiono Pablo Escobar e i suoi superamici? Dedicandolo fra l’altro a un personaggio minore di Narcos, che magari ha incuriosito la gente. Perfetto, no? Praticamente è uno spin-off. Poi, certo, ti serve la star, ma tanto, per convincerlo a firmare, basta dire a Tom Cruise che la scena in cui pilota l’aereo, mette il pilota automatico e va nel retro per lanciare pacchi di droga la si gira facendoglielo fare davvero. A quel punto, sei a cavallo.

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