Archivi categoria: Film

Cafarnao – Caos e miracoli

Se l’è presa comoda, ma finalmente, questa settimana, Cafarnao – Caos e miracoli è giunto in Italia, forte del premio della giuria conquistato a Cannes, uscito sconfitto dalla cinquina dei migliori film stranieri agli ultimi Oscar (ma la sfida a Roma era obiettivamente impossibile), passeggiando con calma dopo aver girato per i cinema di mezzo mondo. Ed è un film che vale la pena di recuperare, se avete voglia di passare un paio d’ore deprimendovi di fronte alla vita agghiacciante condotta dai bambini di scarsi mezzi in Libano, se non vi lasciate indispettire troppo da qualche scivolone di stucchevolezza nella messa in scena ma, soprattutto, se volete gustarvi delle interpretazioni pazzesche, una fotografia stellare e dei lampi di fantastica umanità.

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Noi

Con Noi, Jordan Peele prosegue un discorso se vogliamo romeriano e/o carpenteriano, fatto di horror/thriller che mirano ad essere efficacissimo cinema d’intrattenimento viscerale (riuscendoci), ma non rinunciano ad inseguire un gusto per la messa in scena stratificata, giocata su simbolismi, rimandi, citazioni, sottotesti (riuscendoci) e finiscono a provare a parlare di società, a fare satira, a rappresentare timori, orrori, paure, disgusti del mondo contemporaneo attraverso la lente deformante ed enfatizzante del genere puro (riuscendoci). Rispetto a Scappa: Get Out, il gioco d’equilibri risulta qui forse meno preciso e puntuale, meno rifinito al millimetro, ma anche perché figlio di un’ambizione ben maggiore, che travalica i confini e punta a discorsi più ampi e spudorati, tanto sul piano del linguaggio cinematografico, quanto su quello tematico.

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Border – Creature di confine

Border – Creature di confine è tratto da una storia breve di John Ajvide Lindqvist, autore di Lasciami entrare, che ha curato anche la sceneggiatura del film assieme al regista Ali Abbasi e a Isabella Eklof. E i tratti in comune con quel piccolo fenomeno che raccontava di crescita, isolamento, integrazione e, beh, vampirismo, sono numerosi. I temi sono differenti perché i protagonisti sono adulti, già sconfitti da una vita e un’umanità che faticano a comprendere, ma la scelta di raccontare la difficoltà di vivere, l’impossibilità di sentirsi parte di qualcosa, la necessità di riscoprire se stessi, passa ancora una volta attraverso l’estremizzazione data dall’elemento fantastico, qui forse ancora più forte perché la “creatura” è protagonista assoluta delle vicende.

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The Front Runner – Il vizio del potere

Da ormai un bel po’ d’anni, capita spesso di dire e sentir dire cose tipo “Ecco, questo è un film come non se ne fanno più” ma, a furia di dirlo e sentirlo dire, ti viene da pensare che tutto sommato se ne facciano ancora. Di sicuro, però, è diventato più complesso metterli in produzione e, soprattutto, questi film non sono al centro della stagione cinematografica come capitava decenni fa. Sono collaterali, gravitano, magari se ne parla perché Christian Bale è ingrassato un sacco per diventare Dick Cheney, ma collaterali rimangono. Però esistono, e nel gruppone c’è anche il nuovo film di Jason Reitman, regista a cui da queste parti si vuole molto bene, che secondo me merita sempre, anche in quelle che vengono magari considerate sue opere minori, e che anche qui piazza magari non il filmone come nel caso di Tra le nuvoleYoung Adult, ma una bella zampata.

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High Flying Bird

High Flying Bird è un film sulla NBA in cui non si vede che qualche spicciolo di pallacanestro, un po’ per la chiara intenzione di evitare il solito cliché e non legare il coinvolgimento emotivo dello spettatore all’esito di un singolo match, un po’, banalmente, perché il tema del film è ciò che ruota attorno alla NBA. Si parla infatti della vita dei giocatori, delle altre ventidue ore che compongono la loro giornata attorno alla partita trasmessa in TV. Si parla del rapporto difficile fra squadre e atleti, fra organizzazione e pedine, fra “proprietari” (bianchi) e lavoratori (per lo più) neri. Lo si fa senza sfuggire dai risvolti sociali e razziali, dal fatto che quella terminologia, volutamente o meno, può ricordare quella utilizzata ai tempi dello schiavismo. Si abbraccia insomma il metaforone forse inevitabile, senza nemmeno provare a schivarlo, anzi, inseguendolo con forza.

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I miei film del 2018

In un lampo di produttività manifestatosi a metà fra una corsa al cesso post caffè mattutino e il tonante risveglio di mia figlia, ho deciso di anticipare alla prima settimana di gennaio la canonica tripletta di elenchi brutti d’inizio anno a favore di Bovati e qualche altro matto a cui interessano. La roba è ordinata per stelline (anzi, asterischi, da 1 a 5), a beneficio del mio spirito ossessivo compulsivo e di gente apparentemente interessata a questo genere di scemenze. A parità di stelline, la roba è ordinata per lo più a caso, a tratti per simpatia, sempre nel momento in cui l’ho “consumata”, quindi senza alcun senno di poi da revisionismo di fine anno. In quel momento là, mi andava di piazzare la roba lì. Le stelline, per altro, sono quelle che ho assegnato mano a mano sui vari socialcosi. Oggi si parla di cinema, quindi il socialcoso è Letterboxd (agile link al mio profilo), ma qui sul blog le stelline sono arrotondate senza i mezzi, talvolta per eccesso, talvolta per difetto. In linea generale, la sostanza è che è più o meno tutto diviso in cinque fasce e non c’è una vera e propria distinzione netta fra le cose che stanno nella stessa fascia. O forse c’è. Vai a sapere. Beh, di sicuro c’è una distinzione in quello che decido di mettere in cima agli elenchi, con la sua bella immagine tutta grossa.

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Freaks

Freaks è l’ultimo film che ho visto al Paris International Fantastic Film Festival 2018, recuperato nella serata di proiezioni aggiuntive “postume” perché lo spettacolo originale era durante l’apocalisse parigina dei gilet gialli. L’ho quindi visto dopo aver assistito, durante la serata conclusiva del programma ufficiale, alla premiazione una e trina, che ha portato sul palco i registi Zach Lipovsky e Adam B. Stein, assieme alla giovane protagonista Lexy Kolker, per ben tre volte, a ritirare i due premi assegnati dalle giurie e quello del pubblico. Un trionfo, insomma, anche toccante, con la bimbetta (che magari, da attrice già consumata, fingeva di essere) tutta emozionata e il pubblico in estasi. E insomma, è chiaro che, a quel punto, mi sono presentato alla proiezione del giorno dopo con addosso una discreta aspettativa, tanto più che in passato sono stato molto d’accordo con le premiazioni della rassegna.

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Sorry to Bother You

Per il suo esordio alla regia cinematografica, il rapper e attivista Boots Riley ha scelto la via del pennarellone rosso, dei guanti da forno, del non provare nemmeno per sbaglio ad essere sottile. Il protagonista di Sorry to Bother You si chiama Cassius Green (che si legge un po’ come “Cash is green”), ed è un uomo di colore, spiantato, alla ricerca di impiego, che finisce a lavorare in un call center, fa carriera grazie alla bravura con cui usa la sua “voce da bianco” al telefono (auguri per la gestione di questo aspetto a chi dovesse eventualmente occuparsi del doppiaggio italiano) e si ritrova quindi ad accumulare big moneyz piazzando vendite per conto di una multinazionale, che ha risolto il problema della disoccupazione reintroducendo lo schiavismo in forma legalizzata. Cassius, di fronte alla prospettiva di costruirsi finalmente una carriera grazie a un suo talento, non si fa grossi problemi a ignorare le attività di chi lo paga, oltre che a tagliare i punti con gli amici, i colleghi e la fidanzata. Solo ritrovandosi faccia a faccia con le pratiche più moleste e surreali dei suoi datori di lavoro si sveglierà dal torpore. Non proprio allegorie sottili e suggerite, dicevo.

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We

Saltano fuori ciclicamente, li becchi in giro a questa o quella rassegna, escono dalle fottute pareti, li guardi con sospetto ma poi finisce spesso che non sono niente male. Di che parlo? Dei film che raccontano la “scandalosa” gioventù contemporanea, che ne mettono in mostra senza peli sulla lingua assurdità, conflitti, contraddizioni, approccio libero (?) alla sessualità, impeto violento e ribelle, difficoltà nel rapportarsi con un mondo adulto che antagonizzano, come è normale, giusto e sano che gli adolescenti facciano. Certo, magari sarebbe meglio se lo facessero senza esagerare con l’illegalità e/o la violenza, fisica tanto quanto psicologica, ma insomma, non è che si possa sempre avere tutto e in ogni caso, quando in un film vuoi schiaffarci il MESSAGGIO, è bene estremizzare, altrimenti non arriva. Tanto più che, signora mia, sono estremizzazioni solo fino a un certo punto, certe cose succedono davvero.

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Spider-Man: Un nuovo universo

Dunque.

Due mesi fa, è uscito il “final trailer” di Spider-Man: Un nuovo universo.

Il mio commento, copio e incollo da Facebook, è stato “No vabbè ma è clamoroso.” Qualcuno mi ha risposto che lo trovava simpatico.

Ora.

Capiamoci.

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