Archivi categoria: Film

L’uomo invisibile

Se volete leggere questa recensione impaginata meglio e con un voto in fondo, la trovate su IGN Italia.

È bastata qualche settimana nelle sale per L’uomo invisibile di Leigh Whannell a far dimenticare il disastro del Dark Universe che Universal aveva provato lanciare con La mummia di Tom Cruise. Abbandonato quel clamoroso caso di passo più lungo della gamba, all’interno del quale l’uomo invisibile sarebbe dovuto essere Johnny Depp, ecco subentrare Jason Blum, Re Mida dell’horror contemporaneo, che ancora una volta centra il bersaglio applicando la sua formula: budget ristretto, idee forti , libertà creativa. Il successo è stato immediato, perlomeno nei paesi che hanno fatto in tempo a vederlo nei cinema prima della chiusura, ed è stato anche parecchio meritato, perché Whannell ci ha messo idee, un approccio a modo suo originale e quell’equilibrio che gli era sfuggito con la sua opera precedente. Il risultato, da qualche giorno disponibile anche in Italia grazie alla distribuzione tramite video on demand, si infila nel sempre più nutrito gruppo dei grandi horror recenti e potrebbe davvero porre le basi per un rilancio in grande stile dei mostri classici targati Universal, anche e soprattutto perché non si è sforzato (quasi) minimamente di farlo.

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They Shall Not Grow Old – Per sempre giovani

Se volete leggere questa recensione impaginata meglio e con un voto in fondo, la trovate su IGN Italia.

Inevitabilmente, vista la piega presa dalla sua carriera negli ultimi vent’anni, Peter Jackson ci è noto soprattutto come il regista degli adattamenti tolkeniani (con il suo logorroico King Kong nel mezzo) e magari, in seconda battuta, chi lo conosce in maniera più approfondita ne ricorda gli esordi splatter-demenziali e/o le divagazioni meno di genere (penso a Creature del cielo e Amabili resti). Forse meno noto è il suo immergere saltuariamente le mani nel mondo dei documentari, che si è concretizzato prima col mockumentary Forgotten Silver (che tecnicamente documentario non è, ma insomma), poi partecipando alla produzione di West of Memphis e adesso con questo They Shall Not Grow Old. Fedele a se stesso, il regista neozelandese non ha abbandonato le sue radici fantasiose e ha lavorato da sperimentatore anche quando si è dedicato a questo format così diverso dalle proprie abitudini, per l’appunto dirigendo prima un documentario finto su un uomo mai esistito, poi dedicandosi a questa operazione certamente più rigorosa ma applicandovi comunque la magia del cinema, che rende il reale ancora più vero distorcendolo.

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La Gomera – L’isola dei fischi

Se volete leggere questa recensione impaginata meglio e con un voto in fondo, la trovate su IGN Italia. Se preferite ascoltarmi parlare del film in podcast, lo trovate su Outcast.

Volendo riassumere brevemente La Gomera – L’isola dei fischi, si potrebbe dire che ce la mette tutta, ci crede tantissimo, è carico di entusiasmo, usa ogni strumento previsto dal manuale ma viene rovinato da una certa goffaggine di fondo nel mescolare gli elementi. L’impianto narrativo è quello del noir/poliziesco con elementi da spy story, incentrato sul classico rapporto fra il poliziotto tutto d’un pezzo che s’invaghisce e si fa traviare dalla dark lady stordente e alla ricerca d’aiuto. La storia ruota attorno a loro due, all’operazione in cui si ritrovano entrambi invischiati perché costretti da forze esterne e al dubbio centrale: lei si sta veramente (anche) innamorando, invaghendo, interessando, anche solo affezionando a lui o lo sta solo manipolando? lo scopriremo a giochi fatti.

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Il lago delle oche selvatiche

Cinque anni dopo il bellissimo Fuochi d’artificio in pieno giorno, Yinan Diao si ripresenta questa settimana nelle sale italiane con un altro noir metropolitano puzzolente, rancido, sorprendente per inventiva nella messa in scena e capacità di creare mondi. La storia del film, in concorso all’ultimo Festival di Cannes, prende il via con una scansione temporale scombinata, che ci porta avanti e indietro svelando i fattacci di una brutta notte, fino a sciogliersi lentamente e aprire le porte a una seconda metà di film più lineare, ma non per questo meno affascinante. In quella notte fatale, vediamo una surreale riunione operativa delle bande di criminali che rubano motociclette e motorini in giro per la città e si ritrovano a gestire il territorio in un’organizzatissimo scantinato. Dopo un vero e proprio talk in stile Ted sulle tecniche di manomissione e furto, scatta la divisione del territorio sulla mappa, strutturata da veri professionisti e non a caso riflessa più avanti nel film dalla polizia, che organizza una caccia all’uomo esattamente alla stessa maniera. La conferenza dei ladri di manubri va però in rovina quando esplode una rivalità fra bande rivali e il tentativo di sedare gli animi porterà a conseguenze ancora peggiori.

Lì hanno inizio la caccia all’uomo di cui sopra e il tentativo, da parte di quell’uomo, di uscirne, se non sano e salvo, perlomeno alla propria maniera. Il racconto de Il lago delle oche selvatiche è sostanzialmente tutto qui ma Yinan Diao lo mette in scena innanzitutto attraverso una capacità incredibile di creare microcosmi surreali, lancinanti, in cui le regole del vivere comune si sbriciolano di fronte al senso pratico e cinico. Il protagonista si rifugia nei pressi di un lago attorno al quale non c’è legge che tenga, la prostituzione è fuori controllo, la polizia si muove a tentoni e il mondo intero, filtrato attraverso una visione estetica che puzza di marcio, è preda dello sconforto, dell’abbandono, dell’individualismo più bieco e amorale. E anche chi viene mosso da uno scopo più alto, chi ha davvero come obiettivo finale un gesto altruistico, nelle piccole cose non può che lasciarsi andare al fare più casualmente abietto.

Ma Il lago delle oche selvatiche non è solo una storia di desolazione umana e paesaggistica, c’è anche un gusto coreografico e nella messa in scena che lascia di sasso. I momenti chiave del film si sviluppano seguendo una struttura travolgente, composta da improvvise impennate di violenza e, soprattutto, da un lavoro sulla tensione incredibile. In quei passaggi, un film che per ampi tratti si abbandona a ritmi compassati, trascinati, stanchi, transita con una leggerezza incredibile verso dei picchi di tensione quasi insostenibile. Vale per la messa in scena della sera fatale che apre il racconto ma vale ancora di più per alcuni momenti cardine in cui le varie forze in gioco si ritrovano nello stesso luogo e pedinamenti, sorveglianze, tentativi di contatto si accartocciano uno sull’altro, seguendo una struttura ben più complessa di quanto sembri nei primi istanti, sfociando in inseguimenti, sparatorie, fughe. E ne viene fuori un noir affascinante, surreale, glaciale, con lampi visivamente stordenti, che ha forse il solo limite di restare in superficie quando racconta l’umanità dei suoi personaggi e nel modo in cui parla della società cinese. Ma è davvero un limite, quando si tratta di una scelta consapevole?

L’ho visto una settimana fa o giù di lì, al cinema, in lingua originale e sottotitolato, qua in Francia, dove è fuori da qualche settimana. In Italia ci arriva in questi giorni, immagino in non troppe sale. Trovate questa recensione anche su IGN Italia, impaginata in maniera più roboante e con un voto in fondo, mentre su Outcast c’è il micro-podcast in cui ne parlo a voce.

La rivincita delle sfigate

Booksmart, giustamente o meno, è stato identificato come una specie di Superbad al femminile. E in effetti, in una certa misura, ci può stare: in fondo, anche qui si parla di ingresso nell’età adulta con un taglio da commedia caciarona adolescenziale; anche qui le risate, seppur stupidine e sbracate, nascondono temi più sofisticati di quanto magari si possa pensare; anche qui il tutto è immerso in un tono malinconico, perfino delicato e toccante, a cui è difficile non voler bene. Inoltre, una delle due protagoniste è Beanie Feldstein, sorella del Jonah Hill di Superbad. Bonus: entrambi i film sono vittime delle fantasiose titolazioni italiane, anche se con La rivincita delle sfigate, tutto sommato, è andata meglio che con Tre menti sopra al pelo. Ma ci pensate? Tre menti sopra al pelo. Ci vuole del talento. Tra l’altro, magari non ve lo ricordate, all’epoca, Tre menti sopra al pelo vinse al filo di lana su Maiali dietro ai banchi. Eh.

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Crawl – Intrappolati

Crawl è il nuovo film di Alexander Aja. È ambientato in Florida durante un uragano di categoria 5. Ha per protagonista una Kaya Scodelario donna forte, nuotatrice di talento ma a cui manca qualcosa, severamente afflitta da daddy issues, che ci presentano in piscina per giustificare il fatto che nuoterà veloce. Assieme a lei, un Barry Pepper padre tosto, un po’ stordito e ruvido ma cuore d’oro. Sono intrappolati nello scantinato di una casa che rischia l’allagamento e assediati da un gruppo di alligatori incazzati neri. Tutti gli altri personaggi che si manifestano nei dintorni si chiamano Morto 1, Morto 2, Morto 3, Morto 4 e Morto 5. C’è anche un cane. Dura novanta minuti scarsi. È uno spacco.

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Men in Black: International

Ha senso, nel 2019, un quarto Men in Black col sapore del reboot? Beh, ha senso nella misura in cui questo genere di operazioni può trovare un senso: il successo artistico e/o quello commerciale. Capita, eh! Se il quinto Fast & Furious ha finito per essere il migliore della serie, oltretutto dopo che già il quarto aveva fatto un mezzo tentativo di pseudo-reboot in continuity, tutto è possibile, no? E, diciamocelo, al netto della scarsa fiducia con cui tendiamo ad accogliere operazioni del genere, sulla carta sembravano esserci gli ingredienti giusti. In fondo, la coppia Tessa Thompson/Chris Hemsworth ha relativamente da poco fatto faville in Thor: Ragnarok, mostrando grandissima intesa e una verve comica fenomenale, convincendo critica e (buona parte del) pubblico in un film che, tutto sommato, può ricordare un Men in Black nel suo taglio da commedia avventurosa. Non solo: alla regia, hanno chiamato F. Gary Gray, fresco fresco del successone di Straight Outta Compton e dall’aver tirato fuori il miglior Fast & Furious dopo il quinto. Insomma, a prova di bomba. E invece.

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Yesterday

Nel flusso recente e tutt’altro che conclusosi di film che provano a divertirci sparando a mille in sala cinematografica alcune fra le canzoni più famose della storia, purtroppo, quella mediocrata di Bohemian Rhapsody è destinata a rimanere l’unica ad aver macinato una quantità di soldi fuori scala. L’hanno visto tutti, è piaciuto a molti, ha vinto premi, a posto così. Intanto, però, Rocketman, pur nella sua struttura narrativa assolutamente ordinaria, ha provato a buttarla in caciara con un minimo di creatività in più e Yesterday si gioca la carta dello sfruttare le hit musicali di turno come pretesto per fare altro, al punto che non solo non ce le fa sentire in versione originale, ma non vengono cantate dai Beatles neanche nella finzione del film. Il che, se consideriamo che le hit in questione sono veramente fra le più immortali di sempre e che il cuore del racconto sta nel ricordarci quanto lo siano, beh, costituisce una mossa degna di nota.

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I morti non muoiono

Leviamoci subito il dente: I morti non muoiono è poca cosa, o quantomeno lo è rispetto alle – comprensibili – aspettative che in molti si sono creati di fronte all’annuncio (e al trailer) di un film sugli zombi  scritto e diretto da un autore come Jim Jarmusch, oltre che popolato dal cast d’eccezione che solo gente come lui può permettersi in produzioni di questo tipo. Ebbene, il problema è che il risultato non va oltre questa cosa qui: un film di Jim Jarmusch, con l’atmosfera stralunata, compassata, da risate a denti stretti, dei film di Jim Jarmusch, con un cast da film di Jim Jarmusch e che alla fin fine vive quasi solo su quel cast, sul farti sorridere perché guarda quanto è buffo avere il film con gli attori famosi che diventano/combattono zombi. E in questo, bisogna dargliene atto, è sincero e spregiudicato, al punto di abbracciare completamente la sua natura “meta” con gag che rompono il quarto muro e trasformano per brevi attimi il film in una sorta di Deadpool al bromuro.

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Destroyer

Destroyer, in un certo senso, è come Captain Marvel. Lo è nella misura in cui non pone al centro delle vicende e del suo discorso tematico il genere della protagonista e, anzi, lo fa ancora meno del film Marvel ma, proprio per questo, proprio perché fa finta di niente, finisce per risultare ancora più efficace nel portare avanti quel tipo di discorso. Se Destroyer uscisse in un universo parallelo o in un futuro in cui sessismo, patriarcato e compagnia bella fossero termini totalmente privi di significato e applicazione pratica, sarebbe un noir/poliziesco/thriller come tanti, o comunque non si distinguerebbe per certe sue caratteristiche. Ma esce oggi (più o meno) e quindi lo fa, si distngue. E si distingue quasi solo per quello, potrebbero dire le malelingue.

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