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Suicide Squad

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, hanno provato a raccontarci la favoletta della DC/Warner Bros. che si proponeva con una visione opposta rispetto a quella dei Marvel Studios e tentava di regalarci anch’essa un universo cinematografico di film tutti collegati fra loro e pieni di cretini in costume, ma buttandola sulla depressione, sul tono cupo, sul lasciare ad ogni singolo regista, e quindi ad ogni singolo film, la possibilità di esprimere liberamente la propria personalità e sul fatto che noi c’abbiamo i cattivi fichi, altro che quegli sfiatati della concorrenza, Fuck Marvel, yo! Certo, se la personalità è quella di Zack Snyder, si parte bene ma non benissimo, però, insomma, era bello crederci. Fra l’altro a me L’uomo d’acciaio neanche è dispiaciuto, ma qui posso difendermi dicendo che non l’ho mai rivisto. Peccato che il master plan sia in realtà partito dopo L’uomo d’acciaio e già nel secondo film ci siamo ritrovati con pasticci da comitatone infilati a calci in culo per mettere assieme l’universo in fretta e furia, un cattivo (anzi, due) impresentabile(i) e le battutine d’avanspettacolo che facevano capolino sul finale. E il terzo lo potremmo sottotitolare “Calata di braghe”.

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Lost – Stagione 2

Lost – Season 2 (USA, 2005/2006)
creato da David Lindelof e J.J. Abrams
con Matthew Fox, Evangeline Lilly, Josh Holloway, Terry O’Quinn, Naveen Andrews, Michelle Rodriguez, Adewale Akinnuoye-Agbaje, Jorge Garcia, Dominic Monaghan, Emilie de Ravin, Harold Perrineau, Daniel Dae Kim, Yunjin Kim, Maggie Grace, Cynthia Watros

Forse perché si erano rese conto di aver creato un cast di personaggi che mi sarebbero stati tutti, dal primo all’ultimo, tremendamente sul cazzo, le menti pensanti dietro a Lost han saggiamente deciso di introdurne uno interpretato da Michelle Rodriguez. E subito mi son ritrovato a rivalutare tutti gli altri in prospettiva, anche se, francamente, il nano tossicodipendente e la strafiga che fa sempre la peggiore scelta possibile fanno davvero di tutto per farsi odiare altrettanto.

Ma forse è proprio questo uno dei punti forti di un serial che riesce a farti appassionare al destino di personaggi che vorresti disperatamente prendere a schiaffi (anche se in effetti del destino del nano non me ne frega davvero nulla, spero anzi che esploda improvvisamente, senza motivo, per un buco di sceneggiatura, e si dimentichino tutti della sua esistenza). La seconda stagione di Lost, comunque, prosegue serenamente sul solco della prima, portando avanti il racconto sui paralleli binari del presente e del passato, riarrangiando e rimescolando di continuo le carte, le certezze e le convinzioni dello spettatore, dilatando mostruosamente i tempi del racconto.

Si svolge tutto nell’arco di qualche settimana, ma che impiega mesi a trascorrere. E, come nella prima annata, succede molto di più nei flashback che nel presente, spesso messo da parte e “ritardato” per far spazio. Ed esattamente come accadeva nella prima stagione, nei momenti più concitati del racconto “presente” il flashback del caso tende a spezzare un po’ troppo il ritmo e a favorire l’orchite. Tanto più che non sempre questi ricordi di tempi che furono aggiungono davvero elementi importanti al racconto e talvolta finiscono per lasciare una certa sensazione di superfluo, di facile pretesto per allungare il brodo.

Ma proprio perché talvolta la brodaglia tende a sembrare davvero un po’ troppo annacquata, spiccano ancora di più certi difetti strutturali, fatti di un modello ripetuto all’infinito e che finisce per rendere davvero un po’ troppo prevedibili gli sviluppi del singolo episodio. Non solo per la caratterizzazione monocorde di certi personaggi, dei loro atteggiamenti, delle loro reazioni a ciò che accade, ma anche per la ripetitiva struttura di tutti gli episodi, che proseguono imperterriti nel riproporre simbolici, affascinanti e prevedibili paralleli, corsi e ricorsi nella vita dei personaggi.

Agli autori di Lost piace parlare di destino, di coincidenze che forse tali non sono, e dei gradi di separazione modello Kevin Bacon. Del fatto che tutti, ma proprio tutti, prima o poi hanno avuto a che fare l’uno con l’altro, della sensazione che nulla accada per caso, che ci sia un disegno più grande o che, se non c’è, il mondo sia davvero tremendamente, mostruosamente, deliziosamente piccolo. E nel raccontare di tutte queste scemenze facendole sembrare come le cose più naturali, interessanti e intelligenti del mondo, Lost si concede anche di mettere in piedi un universo narrativo affascinante, ricco di misteri e che, pur con qualche timida forzatura, continua a sembrare riuscito e coerente.

Ma il motore degli eventi, fra un mistero, una sorpresa, un colpo di scena e una rivelazione, rimane sempre la ragnatela di relazioni fra i personaggi. Il modo in cui interagiscono fra di loro, l’evoluzione delle loro personalità e la loro crescita come gruppo. Ed è forse in questo che, francamente, la seconda stagione mostra un po’ la corda. Nell’incapacità di stare dietro come si deve a tutti quanti, dovuta forse al cast sempre più numeroso e alla necessità di dare maggiore spazio ai misteri dell’isola. Nell’impressione che sia un po’ troppo facile giustificare con lo stress, il panico, la sfiducia, certi atteggiamenti estremi, assurdi, ma soprattutto talvolta un po’ “fuori dal personaggio”.

Eppure, nonostante i difetti, nonostante i passi falsi, il giocattolo funziona ancora a meraviglia, forse proprio perché talmente saturo di elementi interessanti da potersi permettere di trascurare a tratti qualche ingrediente per favorirne altri, mentre si aggiunge condimento e si procede imperterriti nella cottura. Lo zuppone che ne viene fuori, nel suo complesso, ha un sapore entusiasmante. La somma delle parti, ancora una volta, è superiore al singolo valore delle stesse.