Archivi tag: Owen Wilson

No Escape – Colpo di stato

No Escape (USA, 2015)
di John Erick Dowdle
con Owen Wilson, Lake Bell, Claire Geare, Sterling Jerins, Pierce Brosnan, Sahajak Boonthanakit

Considerando che i fratelli Dowdle (uno scrive, l’altro scrive e dirige) arrivano da quattro film horror consecutivi, tre dei quali found footage, non c’è da stupirsi se neanche troppo sotto sotto No Escape è sì un thriller, ma con una struttura narrativa tipica da film horror. La storia racconta infatti di una famigliola americana che si trasferisce in Asia per il lavoro del babbo e si ritrova coinvolta in una specie di The Raid 3, con orde di ribelli locali che vogliono far fuori chiunque abbia sembianze anche solo vagamente occidentali. E il tutto si risolve in una continua fuga da un nemico intrattabile, con cui non è possibile comunicare, un mostro informe dalle motivazioni poco chiare, impossibile da sconfiggere, pronto a farti a fette. In pratica è come Venerdì 13, ma con decine di tailandesi incazzati al posto di Jason Voorhees.

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La robbaccia del sabato mattina: Deadpool!

Allora, facciamo un’ultima rassegnina di trailer e video buffi subito prima di levarci dalle palle per un po’ di relax nella terra dei cachi.

By the Sea, il nuovo film diretto da Angelina Jolie su Angelina Jolie che si fa le paranoie d’amore con Brad Pitt al mare in Francia. Mi attira come un dito in un occhio, anche se c’è Mélanie Laurent. Boh.

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Il treno per il Darjeeling

The Darjeeling Limited (USA, 2007)
di Wes Anderson
con Owen Wilson, Adrien Brody, Jason Schwartzman

Wes Anderson è un regista che non riesco proprio a capire. Non riesco a capire, più che altro, come faccia a rendermi tanto simpatiche e affascinanti le sue opere, dato che sono esattamente il tipo di film pensati, scritti e costruiti per non piacermi. Quei personaggi un po’ strani, forzatamente poetici, allucinati e tanto dolci, adorabili e simpatici, quelle non-storie senza senso, quella ricerca ossessiva dello strambo e del fuori posto. Quelle robe che mi danno ai nervi, insomma.

Eppure, appunto, Wes Anderson riesce sempre a piacermi. Certo, difficilmente potrà mai dirigere un film in grado di farmi davvero impazzire, però non mi fa incazzare, ed è già qualcosa. Con Il treno per il Darjeeling (e il fondamentale cortometraggio d’apertura Hotel Chevalier, ché bisognerebbe fucilare chi decide di eliminarlo), Anderson continua a raccontare dei suoi personaggi assurdi e stralunati e delle loro storie d’amore, sanguigno e non.

Tre fratelli alla ricerca di loro stessi, insopportabilmente immersi nella loro vita di ricconi che tutto possono fare – tanto che glie ne frega? – ma impossibilitati a viversela per bene, perché persi nella loro incapacità di affondare i denti nella sostanza di quel che passa loro davanti. Anderson li piglia e li sbatte su un treno, li porta avanti e indietro mettendo in scena una storiellina semplice e intensa, adorabile per il modo ammaliante in cui si racconta.

Con quei bei carrelli, quello strepitoso gusto per l’immagine, per i colori e le luci, quegli affascinanti movimenti di macchina, quell’atmosfera stralunata, ironica, poetica, stordita e stordente. La verità è che Wes Anderson racconta minchiate, ma le racconta talmente bene che non si riesce a fare a meno di dargli retta e pensare di stare guardando una roba con un senso. Poi ci ripensi, dopo, a freddo, e ti rendi conto di aver ascoltato minchiate per un’ora e mezza. E lo stimi ancora di più, a Wes, perché per quell’ora e mezza ci avevi creduto, alle minchiate.

Zoolander

Zoolander (USA, 2001)
di Ben Stiller
con Ben Stiller, Owen Wilson, Christine Taylor, Will Ferrell, Milla Jovovich

Ben Stiller mi sta simpatico, anche se la sovraesposizione degli ultimi anni me l’ha fatto un po’ venire a noia. Di certo mi stava molto più simpatico quattordici anni fa, quando ancora – perlomeno in Italia – lo conoscevano in pochi e lui si dirigeva in commediole simpatiche come Giovani, carini e disoccupati e Il rompiscatole. Tutto questo per dire che magari, se l’avessi visto sette anni fa, quando Stiller ormai era già un fenomeno adorato da tutti ma ancora non troppo inflazionato, Zoolander mi sarebbe piaciuto di più.

Non che mi abbia fatto cacare, anzi, in realtà mi è garbato non poco. Del resto io son vittima facile di chi si dedica alla comicità dell’assurdo e del nonsense e al citazionismo svergognato, e amo i film demenziali con protagonisti assolutamente non consapevoli, convinti di potersi prendere sul serio fino in fondo. Zoolander è fondamentalmente questo, un delirante concentrato di gag messe in fila che punta tutto sulla demenzialità e sulle prese per il culo di ogni possibile stereotipo legato al mondo della moda (e non solo).

E che lo fa, va detto, con un’intelligenza notevole, accumulando trovate su trovate, riempiendo ogni immagine di piccole e grandi stronzate, molte delle quali sono magari anche destinate a passare inosservate se non ci si concentra per davvero. Insomma, Zoolander è una minchiata colossale, ma è una minchiata di quelle serie, pianificate bene, in cui poco o nulla viene lasciato al caso e in cui c’è talmente “tanto” che anche se non piace tutto qualcosa di divertente lo si trova per forza.

E poi c’è Will Ferrell.

Cars


Cars (USA, 2006)
di John Lasseter
con le voci di Owen Wilson, Paul Newman, Bonnie Hunt, Michael Keaton

Con Cars torna alla regia John Lasseter, mister Pixar in persona, che dopo aver diretto tre splendidi lungometraggi in quattro anni si era fatto da parte per dare spazio ai suoi colleghi e, addirittura, a un regista “esterno” come Brad Bird. Ed è proprio rispetto a Gli Incredibili, che Cars sembra francamente un grosso passo indietro.

Meno convincente nel tentativo di accontentare tutta la famiglia, Cars è inferiore a Gli Incredibili per ritmo, divertimento, idee… praticamente qualsiasi cosa, e questo rende ancora più insostenibile la solita, pedante e affossante morale attorno alla quale ruota l’intera pellicola. Si stava meglio quando si stava peggio? E ‘sticazzi, ce l’hanno raccontato troppi film e non basta citarli così apertamente e sfacciatamente per farsi perdonare. Tanto più che la voglia di omaggiare un certo cinema rende lo sviluppo della storia mostruosamente prevedibile e il risultato è che ci si trova davanti a una roba né carne né pesce, noiosetta per gli infanti (perlomeno a giudicare dalle reazioni in sala) e banalotta per chiunque altro.

A conti fatti, insomma, Cars è un film privo di mordente, che si trascina più che altro grazie allo stupore per la bellezza delle immagini, alla splendida caratterizzazione visiva dei personaggi e ad alcune idee sicuramente riuscite. Umanizzare le macchine offre spunto per tante gag e il film le sfrutta a fondo, con trovate splendide come l’antifurto della coppietta o i trattori-vacche. Peccato ci pensi un doppiaggio insostenibile a far cadere definitivamente i coglioni: passi la Ferilli, splendido come sempre Barbetti, ma il resto – coi due cronisti a svettare impettiti – è da mani nei capelli.

Bocciatura completa? No, perché alla fine son comunque due ore che van via all’insegna del divertimento, ma siam tornati ai livelli di inizio decennio, quando la Pixar partorì due film che, pur divertendomi, non mi hanno mai convinto fino in fondo. Solo che la cooperativa di mostri rappresentava un’idea più affascinante e i pesciolini erano personaggi più accattivanti, rispetto a queste macchine con occhioni e sorrisone.