Archivi tag: Batman

Justice League

Le cose inaspettate. Justice League è riuscito, per brevi attimi, a titillarmi quello spirito da bimbo nerd che si gasa davanti ai supereroi che fanno cose sul grande schermo. È una sensazione che ho menzionato varie volte nelle mie chiacchierate per iscritto, durante questi anni di gente che si mena in pigiama al cinema, ma che negli ultimi tempi di overdose, assuefazione e placida abitudine, si era persa come lacrime nella pioggia. E invece, chissà come mai, su quell’ingresso in scena di Wonder Woman che sgomina i terroristi, con Gal Gadot che si muove potente, divina, velocissima, parando proiettili coi polsini come neanche Lynda Carter poteva sognarsi di fare, m’ha colto il brividino. Mi sono proprio gasato. Certo, è stato l’unico momento capace di colpirmi in questa maniera, nonostante – vado a spanne – un’oretta delle due che compongono il film sia dedicata alle scazzottate superpotenti, ma insomma, meglio che niente. E, in questo senso, quello del gasamento “basso”, sensoriale, stupido e incontrollabile, tocca dedicare una menzione d’onore a Danny Elfman, che non butta completamente nel cesso il lavoro fatto da Hans Zimmer e Rupert Gregson-Williams nei film precedenti ma firma coi guanti da forno (campane in ogni dove!) e infila il suo vecchio tema di Batman ogni volta che può (e omaggia anche il Superman di John Williams, seppur in maniera molto timida). Che cicci.

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La legge della notte

Tutto quel che ruota attorno a La legge della notte è ben più interessante e seducente di La legge della notte stesso, un film che non funziona proprio, in parte perché non girano molte delle singole componenti, in parte perché non si sposano bene fra di loro, anche quando le cose funzionano, in parte perché sembra proprio mancare la forza, la personalità, la carica, la magia. Ma fuori, ah, fuori è pieno di spunti! Fuori dal film, c’è un puzzle complesso e articolato i cui singoli pezzi sanno affascinare e vanno a comporre un ritratto particolare per una figura, quella di Ben Affleck, a modo suo fondamentale nel cinema hollywoodiano degli ultimi tempi. C’è il romanzo di Dennis Lehane, apprezzatissimo e senza dubbio fascinoso nel suo ritrarre la Boston e la Florida criminali degli anni Venti. C’è la carriera di Ben Affleck, passato nel giro di qualche anno da caduto in disgrazia a idolo di tutti a nuovamente in chiara difficoltà. Dopo aver provato a tirare un colpo al cerchio (Batman e derivati) e uno alla botte (i suoi progetti personali), ora si ritrova invischiato in un grosso flop, nella decisione di mollare la regia del prossimo Batman e nel circoletto di voci su un suo supposto desiderio di abbandonare del tutto il mantello. E, volendo, c’è anche il progetto un po’ sconclusionato dell’universo cinematografico DC che attorno a lui stanno provando a costruire e che non sembra riuscire a trovare un sua uniforme serenità. Al centro di tutto questo, però, c’è La legge della notte, un film poco riuscito, poco interessante, poco tutto.

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Batman v Superman: Dawn of Justice

Batman v Superman: Dawn of Justice prova a raccontare quattro film in uno e fa una fatica boia a riuscirci, impappinandosi già a partire da un titolo che sembra uscito dai listini di un negozio di videogiochi. Quello principale è il seguito diretto di L’uomo d’acciaio, un secondo film su Superman nel quale si racconta talmente tanta roba che potevano tranquillamente venirne fuori due. Ma poi c’è anche il film sul nuovo Batman (un Ben Affleck dalle fattezze cubiche che, se lo chiedete a me, è il miglior cavaliere oscuro mai visto al cinema, sia quando fa Bruce Wayne, sia quando il suo stuntman si mette il costume, nonostante il suo personaggio sia vuoto e sprecatissimo). E poi, ovviamente, c’è il primo episodio del telefilm cinematografico dedicato ai supereroi DC, quello messo assieme in fretta e furia per affiancarsi all’impero Marvel. E nessuno di questi quattro film ne viene fuori particolarmente bene, anche se, forse, nessuno di loro è davvero disastroso.

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La settimana a fumetti di giopep – 28/07/2007

Novità
Abara #1 ***
Dopo aver raccontato un affascinante, opprimente, inquietante, bellissimo nulla per dieci volumi di Blame, Tsutomu Nihei prova a stupire tutti mostrando di possedere il magico dono della sintesi e realizzando un’opera ben più breve. Pare impossibile, ma l’intreccio mi sembra ancora meno importante e interessante. In compenso rimane comunque un bel viaggio nel delirio malinconico della sua testaccia.

Antiquariato
Batman: Hush Returns (L.O.) *
In tutta franchezza, ho trovato Hush abbastanza inconcludente e, pur apprezzandone molto gli spunti di partenza e gli ottimi disegni di Jim Lee, ne sono rimasto abbastanza deluso. Ma certo, al confronto di questa porcheria, la prima apparizione del supercriminale bendato ne esce fuori come un capolavoro. Impresentabile.

Batman: War Crimes (L.O.) ****
Gran bel ciclo narrativo, che chiude degnamente la lunghissima saga dedicata alla guerriglia urbana di Gotham City. Se ne sono viste di tutti i colori e ci sono stati parecchi avvenimenti drammatici e decisivi nello stabilire il nuovo status quo di Batman e compagni. Il tutto, poi, è stato scritto e disegnato molto bene, sfruttando alla grande personaggi e situazioni. E Maschera Nera si conferma per l’ennesima volta come un gran bel personaggio. Altro che quel coglione di Hush.

Batman: Under the Hood Vol.2 (L.O.) **
La saga del grande ritorno di Jason Todd si chiude un po’ nello sfacelo, con un finalino tirato via in fretta e furia e una pessima alternanza alle matite fra l’ottimo Doug Mahnke e un incapace di cui non voglio nemmeno ricordarmi il nome. Peccato, perché – pur nella discutibilità dell’operazione – la cosa non era iniziata male. Magari, dopo Infinite Crisis

Batman: Victims (L.O.) ***
Una bella storia in due parti dedicata a Zsasz. Efficace, innocua e divertente. Niente di più, niente di meno.

Green Lantern V3 #159/170 (L.O.) **
Madonna che palle ‘sto Ben Raab. Che logorrea, che mancanza di ritmo, che capacità di far sembrare interminabili degli smilzi albetti da venti pagine. Un’annata di impressionante noia, pur con qualche momento piacevole, più fatto di lampi, brevi momenti, che di interi numeri (fatico a ricordarne uno davvero valido fino in fondo). Ma in effetti, adesso che ci penso, i momenti buoni risalgono probabilmente tutti ai primi albi di questo blocco, quelli su cui ancora Raab non metteva mano. Bah…

Wonder Woman V2 #202/213 (L.O.) ***
Un anno secco di storie dell’amazzone nelle mani di Greg Rucka, che si conferma ottimo autore di stampo seriale, capace di convincere con trame ad ampio respiro e buone caratterizzazioni dei personaggi. Mancano forse episodi davvero memorabili, nonostante ci siano anche eventi dal grosso peso narrativo, e si paga un po’ troppo l’incostanza ai disegni, con alti e bassi francamente quasi insopportabili. Ma di sicuro Wonder Woman ha vissuto periodi ben peggiori.

La settimana a fumetti di giopep – 21/07/2007

Da quando ho avviato questo blog, mi sono sforzato di scrivere anche solo due cazzate su qualsiasi film, libro, serie TV o videogioco passasse per le mie mani. Fuori dal circolo vizioso ho lasciato i fumetti, perché ne leggo davero troppi, per poter pensare di commentarli approfonditamente tutti. Ci vorrebbe una vita supplementare, probabilmente. E infatti ho perso tempo giusto a decantare le lodi di qualche solitario esemplare. Epperò, su gentile (e insistente) richiesta di un affezionato lettore (siete pochi, ma fedeli), oggi inauguro una rubrica che ovviamente non avrò la forza di rendere fissa. Ma è bello provare a crederci. In teoria dovrebbe essere un riepiloghino veloce, fatto di brevi pillole, frammentarie, imprecise e un po’ a cazzo (insomma, tipo i reportage dai festival del cinema) sui fumetti letti in settimana. In pratica questo potrebbe serenamente essere il primo e l’ultimo appuntamento della rubrica. Ma, come dicevo, è bello crederci.

Novità
20th Century Boys #22 ***
Naoki Urasawa a me piace, davvero tanto. Mi piace il suo stile di disegno, mi piace la sua capacità di tirar fuori idee a raffica, mi piace il suo notevole senso del ritmo. Non mi piacciono, però, la sua incapacità di chiudere e il caos di personaggi e situazioni che spuntano fuori dietro ogni angolo. Può essere che i suoi fumetti paghino davvero tanto la lettura a episodi, ma a me, i due che ho letto, hanno entrambi dato una gran sensazione d’incompiuto. E in generale mi sembra che il trasporto emotivo si sia un po’ disperso, nell’arco dei tanti numeri. Son curioso di rileggermeli in una soluzione unica.

City of Tomorrow ****
Azione, fantascienza, donne di plastica dalle tette spropositate e un adorabile gusto retrò. Howard Chaykin è così, prendere o lasciare. Io prendo molto volentieri.

Dampyr #87 **
Il momento in cui cominci a chiederti perché continui a comprare una serie Bonelli, in genere, indica che è già passato da un po’ il momento in cui cominciare a chiederti se vale la pena continuare a comprarla. Dampyr ormai è un’abitudine, senza guizzi e picchi, familiare e ripetitiva. Difficile considerare quest’episodio una porcata, ma certo è una mezzora superflua nella mia vita.

Death Note #5 ****
Uno dei manga che leggo più volentieri in questo periodo, se non altro perché esce abbastanza dal solito schema dei fumetti giapponesi per ragazzi. Il soggetto è originale ed efficacissimo e l’autore ha la saggezza di non adagiarvisi per nulla: nel giro di cinque numeri saran cambiate totalmente le carte in tavola almeno tre volte. L’idea della cospirazione aziendale non è affatto male e son proprio curioso di vedere dove stiamo andando a infilarci.

Gea #17 **
Pare incredibile, ma perfino Enoch, con le sue tette al vento, i suoi gay tutti bravibellibuoniecomunistiecologisti, i suoi nazisti travolti dai tir e le sue storie anticonformiste si sta bonelizzando, con storie totalmente prevedibili e innocue. Che il penultimo numero di una miniserie semestrale da diciotto episodi mi dia una simile sensazione di vuoto e transitorio è abbastanza deprimente.

Hawkgirl #64/65 (Lingua originale) *
Walter Simonson mi ha rotto i coglioni dieci anni fa e qui non è che faccia molto per farmi cambiare idea, anche se i siparietti comici con Superman son sempre piacevoli.

Lone Wolf & Cub #24 *****
Qualsiasi fumetto giapponese, a parte rarissimi casi, commette l’insopportabile errore di costruire un clamoroso climax narrativo, portarlo all’apice, prepararti agli eventi conclusivi… e poi andare a parare da tutt’altra parte per tirare avanti ancora un po’ le vendite prima di chiudere. Da un paio di volumi Lone Wolf & Cub sembrerebbe stare facendo proprio questa cosa, se non fosse che l’intensità della narrazione continua a rimanere su livelli stratosferici e che gli sviluppi dell’intreccio rimangono coerenti con tutto ciò che si è visto prima. Capolavoro.

One Piece #44 **
Dopo l’interminabile saga di Alabasta e un successivo viaggio fra le nuvole che ho trovato davvero privo di mordente, One Piece è tornato a convincermi, con un capitolo che dura il giusto e termina prima di arrivare scassare la minchia per davvero. Certo, ormai siamo definitivamente entrati nel regno dell’insostenibile ripetitività, ma lo stile rimane sempre molto particolare e certe tavole, con il loro pacchiano e lacrimoso melodramma, hanno ancora il potere di emozionare un po’.

Naruto #32 **
A proposito di circoli viziosi, ci stiamo pericolosamente avvicinando al momento in cui lo stile pulito e accattivante di Kishimoto e la simpatia dei vari comprimari non mi basteranno più per andare avanti a leggere l’ennesima saga di gruppetti di amici che si menano tutto il tempo. Se salta fuori un altro torneo di arti marziali lo mollo, giuro.

Sette soldati della vittoria ****
Chiude col botto la maxisaga di Grant Morrison, in cui l’autore scozzese ha dato libero sfogo alla sua verve delirante e alle sue trovate senza senso apparente. Se l’episodio più normale e lineare di una saga è quello che vede protagonista una maga che parla al contrario, beh, ci dev’essere davvero qualcosa di forte, sotto.

Antiquariato
Batman: Under the Hood Vol.1 (L.O.) ***
Eccola, è lei, la saga del grande ritorno. Qualcuno mi dice se è tornato prima Bucky Barnes o Jason Todd, che questa cosa mi affascina? Comunque, il grande ritorno, ampiamente preannunciato nelle saghe precedenti, è una bella storia. Non so quanto possa meritare l’acquisto come volume per i fatti suoi, perché è davvero troppo poco autoconclusiva e troppo inserita in un contesto più ampio, ma funziona, coinvolge, si riallaccia bene a quanto accaduto prima e pone interessanti premesse per cose a venire. E Doug Mahnke mi piace sempre di più.

Batman #642 (L.O.) *
Chiaramente un fill-in, dalla totale inutilità.

Wonder Woman: The Game of the Gods (L.O.) *
Walter Simonson, dicevo, mi ha rotto i coglioni dieci anni fa e qui manco ci prova, a far finta di non avermeli rotti. Sei, interminabili numeri, la cui unica utilità sta nell’eliminare un personaggio che obiettivamente cominciava a diventare scomodo e superfluo.

Wonder Woman #195 (L.O.) **
L’esordio di Rucka al timone di Wonder Woman non stupisce per originalità, ma fa presagire ottime cose. Mette le cose in chiaro fin da subito e lascia addosso l’idea che stiano arrivando tempi interessanti.

Wonder Woman: Down to Earth (L.O.) ***
Una saga che, francamente, sembra non andare a parare da nessuna parte, ma forse anche per questo mette decisamente bene in mostra le doti di sceneggiatore di Rucka, capace di appassionare anche quando racconta il nulla. E in ogni caso c’è almeno una scena memorabile, la “pedata” di Hera alle isole, che oltretutto pianta semi promettenti.

Wonder Woman #201(L.O.) ***
Un bell’episodio autoconclusivo che affronta le conseguenze di Down to Earth e sembra soprattutto stare preparando le pedine sulla scacchiera.

Batman – The movies

In occasione della rinascita cinematografica del pipistrello, e complice il fatto che la Rumi non aveva mai visto i vecchi film, mi sono sparato in sequenza i due Batman di Burton e poi, al cinema, il nuovo Begins. Ho preferito evitare gli inciampi di Shumacher, anche perché ricordo distintamente il sentimento “noia” e quello “tristezza” associati rispettivamente al primo e poi al secondo.


Batman (USA, 1989)
di Tim Burton
con Michael Keaton, Jack Nicholson, Kim Basinger

Il primo Batman di Tim Burton forma, assieme a Indiana Jones e il tempio maledetto e Il ritorno dello Jedi, la triade maledetta dei film idolatrati da fanciulletto e che, rivisti di recente, mi hanno mostruosamente deluso. D’altra parte, quando andai al cinema per gustarmi l’uomo pipistrello avevo 12 anni e pochi più ne avevo quando, successivamente, lo infilai nel videoregistratore e non lo levai per lungo tempo. Insomma, di tempo ne è passato, e i gusti cambiano.
Comunque, questo Batman è un pasticciaccio e non mi sono certo stupito quando, dopo averlo rivisto, leggendo un articolo su SFX ho scoperto che Tim Burton racconta le riprese di quel film come un incubo, in cui era costantemente frustrato dalle interferenze di produzione, in cui la sceneggiatura veniva scritta e riscritta e in cui spesso hanno girato improvvisando sul set. Già, perché l’impressione, soprattutto nella prima mezz’oretta, è proprio quella di un film improvvisato, sconclusionato, privo di un filo conduttore, con una serie di “coreografie” messe in fila un po’ a casaccio. E andando avanti la situazione non migliora comunque di molto. C’è sicuramente dell’ottimo, per esempio in un Joker gigione e sopra le righe come del resto il personaggio richiede, e in alcune immagini ancora oggi di bell’impatto (meraviglioso proprio Joker che tira fuori il pistolone per abbattere il jet di Batman). Ma non basta e oltretutto le tante pecche di montaggio e sceneggiatura impediscono di passare sopra alla evidente vecchiaia della pellicola. Come tutti i film trendy e modaioli, Batman mostra follemente gli anni che ha e sotto tanti punti di vista, purtroppo, ciò che era tranquillamente accettabile all’epoca sa oggi di pacchiano. Ma non il pacchiano barocco ricercato palesemente da Burton (e a mio parere trovato nel decisamente più compiuto secondo episodio), quanto proprio un corposo senso di ridicolo involontario. Non un film da bocciare, perché, ripeto, c’è molto di salvabile, ma certamente qualcosa di poco riuscito.


Batman Returns (USA, 1992)
di Tim Burton
con Michael Keaton, Danny DeVito, Michelle Pfeiffer, Christopher Walken

Tutt’altra pasta. Si può non gradire la poetica da quindicenni sfigati di Burton (e in effetti a me ha un po’ rotto le balle), ma questo è comunque un film “vero”, ragionato, ben scritto, riuscito. Come accaduto in tempi recenti con Spider-Man 2 e X2, l’impressione è che i produttori abbiano un po’ mollato la presa, offrendo molta più libertà sulla base del successo del primo episodio e favorendo la nascita di un secondo film molto più personale e, per certi versi, “d’autore”. C’è netta l’impronta di Tim Burton, nella rappresentazione barocca, nel mettere in scena tragedie da quattro soldi di freak più o meno improvvisati, nell’esaltare in qualche modo il valore del diverso. Francamente, sembra la versione riuscita del primo film, perché contiene tutto sommato gli stessi elementi (un Batman quasi farsesco, nel suo atteggiarsi da pomposa icona che si spara le pose, un Bruce Wayne macchiettistico, dei cattivi assolutamente sopra le righe), ma li amalgama in maniera molto più coerente. Anche in questo caso gli anni si vedono, per esempio nelle pettinature, o nell’utilizzo che viene fatto di una colonna sonora comunque davvero ottima (fatico a ricordare un Danny Elfman in seguito altrettanto ispirato), ma va bene così, è inevitabile.

Nel complesso, Burton e compari prendono in mano poco più che un marchio e il mito che gli sta attaccato, rielaborandolo e utilizzandolo a proprio uso e consumo. Totalmente disinteressato alla realizzazione di un adattamento in senso stretto (giusto qualche citazione per solleticare il fan), Burton crea il suo Batman, un personaggio che francamente mi sembra gli interessi poco, e lo riduce a poco più che una macchietta, un pupazzo che vive di luce riflessa, quella dei suoi antagonisti. Svanisce qualsiasi tipo di caratterizzazione umana, a parte l’inevitabile interesse sentimentale, abbastanza buttato lì nel primo film e solo leggermente più sfruttato nel secondo, se non altro per puntare sulla tensione sessuale fra il pipistrello e la gatta, davvero irrinunciabile. Ben più importante, del resto, concentrarsi sui cattivi, molto ben tratteggiati – perlomeno nell’ottica della favoletta Burtoniana – e azzeccatissimi nella scelta degli attori (fra l’altro, ascoltata in originale, la voce di Michelle Pfeiffer in versione porcona è mostruosamente attizzante). Caratteristica, quella dei villain “protagonisti” e molto in parte, che ricordo rimanere anche nei due film di Shumacher, per i quali, almeno da un punto di vista estetico, i quattro cattivi proposti “ci stavano” tranquillamente.
Tutt’altro discorso quello di Batman Begins che, del resto, non a caso apre esplicitamente una nuova saga, che taglia del tutto i ponti col passato.


Batman Begins (USA, 2005)
di
Christopher Nolan
con
Christian Bale, Liam Neeson, Cillian Murphy, Katie Holmes, Michael Caine, Gary Oldman, Rutger Hauer, Ken Watanabe, Tom Wilkinson

Film di alti e bassi, che segue il trend recente di partire dall’inizio, raccontandoci la genesi dell’eroe e approfondendo il personaggio in tutte le sue sfaccettature. Volendo azzardare un paragone coi film di Tim Burton, mi sembra che questo risulti per certi versi loro speculare: dove lì c’era una favoletta che dava ampi spazi al soprannaturale e poneva la messa in scena (e i lunghi intermezzi pirotecnici) sopra a qualsiasi pretesa di credibilità (senza perdere, va detto, una sua certa coerenza interna), questo punta tutto sul realismo e sullo “spiegare” i perché e i percome. Dove nei vecchi film Batman era inesistente e i cattivi rubavano la scena, qua il pipistrellone (col suo alter ego) è il vero e sommo protagonista, mentre gli antagonisti sono poco più che abbozzati. La linea, appunto, è quella di X-Men, di proporre un contesto realistico per una storia tutto sommato poco credibile. Oltretutto, in questo caso, essendo il protagonista privo di super poteri, il giochetto funziona ancora meglio. Bello e molto meno pacchiano di quanto temessi il prologo sulle nevi, con fra l’altro un efficace alternarsi dei due momenti formativi di Bruce Wayne e del crociato incappucciato, ottima e ben approfondita la caratterizzazione del protagonista, splendide ed evocative le immagini col pipistrellone che domina Gotham, davvero potente come non mai. Discutibile la realizzazione delle sequenze d’azione, in cui talvolta si fatica a capire cosa succede. L’idea mi sembra sia di rendere la confusione e il senso di smarrimento che si impadronisce dei criminali quando vengono assaliti da Batman e tutto sommato funziona bene, anche se capisco che possa non piacere. Resto però perplesso per la decisione di girare allo stesso modo il combattimento finale, in cui l’antagonista è tutt’altro che smarrito, anzi, risponde di gusto alle pacchere. Francamente indifendibile l’inseguimento sulla batmobile, neanche tanto per motivi di sceneggiatura, ma perché davvero realizzato male, piatto e privo del pathos che invece quel momento dovrebbe avere, vista la situazione che racconta.
Ottimo [quasi] tutto il cast, con un Bale molto in parte e una banda di gigioneggianti caratteristi impegnati a sbarcare il lunario dando corpo e anima a personaggi un po’ tagliati con l’accetta ma, forse, proprio per questo davvero adorabili. Semplicemente devastanti Gary Oldman e Michael Caine, perfetti, soprattutto in originale. Impresentabile la Holmes, una povera sciacquetta circondata da grandi attori e capace solo di fare smorfie (oltretutto doppiata nella versione italiana dalla sorella scema di Memole).
Nel complesso, un gran bel blockbusterone, che pur con i suoi difetti funziona e mi sembra quantomeno pari, ma probabilmente superiore, al secondo di Burton.
Volendo, anche in questo caso, farne una questione di adattamento, non c’è confronto. Batman Begins è il primo vero tentativo di portare i fumetti di Batman al cinema. E’ un clamoroso minestrone di varie saghe, c’è molto Year One, moltissimo di Long Halloween e Dark Victory e tanti piccoli spunti che sembrano presi da altro. Di fronte all’evasione di massa da Arkham e a un Batman sconfitto nella sua stessa casa, per esempio, è difficile non pensare all’inizio di Knightfall, così come la Gotham isolata e la distruzione di villa Wayne portano alla memoria No man’s land.
C’è tutto, dal personaggio di secondo piano che può riconoscere solo chi “sa” (per esempio Zasz), alla riproposizione papale papale di brani interi di alcune saghe. Peccato per la maledetta Holmes, che sostanzialmente ruba il posto ad Harvey Dent.
Nel film di Nolan, inoltre, la voglia di approfondire la psicologia del protagonista porta alla luce fondamentali tratti caratterizzanti del Batman fumettistico che nei precedenti film erano trascurati, se non addirittura traditi. Per esempio il suo rifiuto assoluto per la soluzione estrema dell’omicidio nel combattere il crimine, la ricerca di giustizia, più che di vendetta, il fondamentale e profondo rapporto di amicizia e stima con Gordon.
E ancora, mentre in Burton i cattivi esistono per i fatti loro, al di là delle solite menate “due facce della stessa medaglia”, qui viene perlomeno accennato un classico tema del fumetto di supereroi: il fatto che, spesso, è la stessa esistenza dell’eroe a ispirare e generare il supercriminale. Per non parlare dell’idea che il pipistrello debba essere un simbolo, un simbolo di terrore. Batman i criminali li fa spaventare a morte e questa cosa era solo accennata nei primi minuti del Batman Burtoniano, mentre qui diventa tema portante, perno attorno a cui ruota tutto il lavoro di Bruce Wayne.
Ottimo Crane: bella la maschera, molto adatto l’attore, con quell’aria un po’ da sfigatello crudele, davvero azzeccata la maniera con cui vengono rappresentate le illusioni. Un po’ “sprecato” Ras Al Ghul, più che altro se si pensa alla ricchezza del personaggio fumettistico, ma in ogni caso trasformato in un personaggio con una sua dignità. Anche carino il modo in cui viene reinterpretata l’immortalità del personaggio, che, se presa in senso letterale, avrebbe forse un po’ stonato col tono realistico del film.
A margine, una stupidina considerazione su Cristian Bale, davvero perfetto per il ruolo. Gran figo, clamorosa faccia da Wayne, splendido mento che emerge dalla maschera, fisicaccio. Io sono sempre stato un supporter di Michael Keaton come Batman, fra l’altro perfetto per *quel* Batman, ma in certi passaggi, soprattutto del primo film, non si può davvero guardare ‘sto nanetto mingherlino in costume che pretende di terrorizzare i criminali.

Infine, le ancor più stupidine considerazioni da fan. Tutti, ma proprio tutti i recenti film di supereroi hanno un momento o due in cui mi scatenano la pelle d’oca, mi mettono addosso i brividi, mi fanno quasi venire le lacrime agli occhi, perché fanno vivere davanti alle mie pupille personaggi e situazioni che da tanti, troppi anni ho imparato ad amare. Batman Begins ha una marea di questi momenti, dal doccione allo svolazzare. Al di là di tutte le menate, questo film a tratti mi ha fatto ridiventare il dodicenne che si esaltava per il bat wing e il quindicenne che ancora un po’ sveniva, fra le moine di Catwoman e il deltaplano fuoriuscito dal mantello di Batman. Va bene così, avanti il prossimo.