giopeppredictions 2017

L’anno scorso, questa importante tradizione del mondo occidentale è saltata, onestamente non ricordo per quale motivo ma punterei cinque euro sul mio semplice essermene dimenticato. Quest’anno invece torna, più che altro perché mi è stato richiesto dall’uomo a cui dedico un tag e, insomma, chi sono io per negarmi ai fan. Fra l’altro, torna anche una tradizione che mancava da tempo: quella della notte degli Oscar che si incarta con la GDC, ma quantomeno lo fa in maniera gentile, non incrociandosi col viaggio come in altri, adorabili casi di notte passata in piedi per poi andare direttamente all’aeroporto, ma semplicemente proponendoci la serata di premiazione la domenica, quando saremo bolliti, incapaci di seguirla e soprattutto probabilmente al cinema per guardarci John Wick 2.

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Giddiccì, ancora tu

Se non ci sono stati imprevisti di sorta, tipo, boh, l’immigrazione trumpiana che mi rimanda a casa a calci in culo, ieri dovrei essere arrivato in quel di San Francisco, oggi dovrei stare cazzeggiando a Santa Cruz, domani dovrei stare cazzeggiando e basta e da lunedì dovrei stare seguendo la Game Developers Conference 2017. Il tutto, chiaramente, sfasato di nove ore causa fuso orario, tipo che mentre viene pubblicato questo post io sto (spero) dormendo della grossa. Se vi interessa seguire quello che facciamo al riguardo su Outcast, beh, lo trovate a questo indirizzo qui. Il blog non si ferma del tutto, perché potrebbero spuntare due o tre cose (una, su richiesta ad personam, se ci riesco, arriva domani), ma insomma, eh, non pretendiamo troppo e non offendiamoci se alla fine non pubblico nulla per una settimana. Quella in foto è la mia faccia di fronte al session scheduler della fiera.

The Great Wall

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The Great Wall segna probabilmente un nuovo passo nella sempre più forte storia d’amore fra Hollywood e la Cina, una storia d’amore che fino a oggi ci ha regalato grosse coproduzioni con star cinesi e sottoproduzioni con attori americani di secondo, terzo, quarto e dodicesimo piano impegnati a recitare all’ombra della muraglia. Qui, però, se non mi sfugge niente, forse per la prima volta si mira così alto a livello di nomi coinvolti per strizzare brutalmente l’occhio anche al pubblico occidentale. Sui cartelloni, infatti, c’è Matt Damon, che il suo bello star power continua ad avercelo in tutto il mondo. A circondarlo, un cast di nomi orientali dal peso non indifferente (Andy Lau forse il più riconoscibile da queste parti), con Willem Dafoe nel classico ruolo minore per pagarsi la rata del mutuo e un paio di altri caratteristi per far numero. Alla regia Zhang Yimou, per la prima volta alle prese con un film recitato in lingua inglese e talmente interessato alla faccenda che il pilota automatico sembra averlo inserito sei mesi prima di iniziare le riprese.  E il sapore è quello del film studiato interamente a tavolino, messo assieme seguendo il manuale per fare il compitino pulito e preciso.

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Jackie

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Jackie racconta i momenti e i giorni immediatamente successivi all’omicidio di John Fitzgerald Kennedy attraverso gli occhi, i desideri, i ricordi ma soprattutto la sofferenza della sua vedova. Lo fa abbracciando i punti fermi della Hollywood che racconta storie vere, per il modo in cui, come da tradizione, cerca di rimanere fedele all’essenza, alle emozioni, ma romanza i fatti, a cominciare dal giornalista con cui Jackie si confronta nel raccontare: fittizio, ma basato su gente realmente esistita. Non è però un film banale e inquadrato senza vie di fuga all’interno di una struttura standardizzata, anzi, Pablo Larrain, al suo esordio hollywoodiano, ha realizzato magari il proprio film meno personale, ma ci ha comunque infilato una forza, una personalità e una capacità di sfuggire ai cliché del genere che davvero non ci si aspetta in questo genere di film.

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Poi non dite che non vi ho avvisati: Tiger Mountain

Io, con le uscite italiane direttamente in home video, ho rinunciato a capire come funzioni. Mi limito ogni tanto a notare cose ed eventualmente a farle presenti, seppur sempre con la consapevolezza che magari mi sono perso un pezzo e il film è uscito in tre sale e/o l’hanno trasmesso su qualche rete televisiva e/o è passato per Netflix/Amazon. Ad ogni modo, in linea teorica, oggi dovrebbe arrivare in Italia, direttamente sul mercato dell’home video, Tiger Mountain, che io ho visto due anni fa alla rassegna del cinema cinese qua a Parigi, quando rispondeva al nome The Taking of Tiger Mountain. Me lo ricordo gradevole, e del resto l’ha diretto Tsui Hark. Ne scrissi a questo indirizzo qui.

Moonlight

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Moonlight è la storia di un uomo raccontata attraverso tre fasi, infanzia, adolescenza e vita adulta, ma soprattutto attraverso tre momenti specifici che ne punteggiano la crescita, la scoperta di sé, la difficoltà lancinante nel rapportarsi con il prossimo in un mondo che fa di tutto per renderglielo impossibile. È il trionfo di tre attori che cercano in una totale assonanza di sguardi, piccoli gesti, timidi accenni, parole espresse a bassa voce, movimenti quasi impercettibili, di diventare una singola persona in tre fasi della sua vita, e la trovano senza imitarsi a vicenda, dando invece ciascuno la sua interpretazione dello stesso personaggio e creando una pazzesca, incredibile, bellissima illusione.

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Manchester by the Sea

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Manchester by the Sea – La genesi. Edizione romanzata ma non troppo. Kenneth Lonergan, commediografo, sceneggiatore e regista, inizia a scrivere per il cinema a fine anni Novanta, co-firma la sceneggiatura di Terapia e pallottole e fa il suo esordio come autore completo con Conta su di me. Il suo primo film da regista lo fa subito notare, grazie a un bel po’ di premi e nomination, anche per gli attori coinvolti. Nella mia memoria fallace, è quel bel film divertente che vidi alla rassegna di Venezia del 2000, forse addirittura il mio film preferito di quell’edizione del festival. Ricordo più che altro un “Caspita che brava ‘sta Laura Linney” e un “Bravo pure lui, chiunque sia”, dove “Lui, chiunque sia” ho scoperto recentemente essere Mark Ruffalo. A seguito di quel successo, dopo aver co-scritto altri tre film dalla qualità variabile (Gangs of New York, Un boss sotto stress Le avventure di Rocky e Bullwinkle) Lonergan si lancia nel progetto a cui tiene tantissimissimo. Ed è subito tragedia.

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Il macosacazz della trasmissione italiana di 30 Rock

Internet mi rende noto che oggi, quattro anni dopo il termine della sesta stagione su Rai 4, iniziano le trasmissioni italiane della settima e ultima stagione di 30 Rock. Pensa te. Suppongo la cosa derivi dal fatto che negli ultimi tempi su Joi (canale dell’offerta Mediaset Premium) hanno trasmesso tutto quel che è venuto prima, ma tant’è, se putacaso qualcuno nel 2017 stesse ancora aspettando la trasmissione italiana per scoprire come sia andata a finire la storia di Liz Lemon, Jack Donaghy e compagni, da oggi si può. Inoltre, tutto questo mi porge una scusa per segnalare che due anni fa avevo scritto della serie. Lo segnalo.

LEGO Batman – Il film

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LEGO Batman – Il film esiste, o quantomeno esiste in questa forma, probabilmente solo grazie al successo riscosso da The LEGO Movie un paio d’anni fa, senza il quale il Batman a mattoncini avrebbe continuato a frequentare i lidi direct to video in cui le produzioni animate targate LEGO vivono da anni. E non ci sarebbe stato nulla di male. Invece, fiutato l’affare, si è deciso di alzare il tiro e, a meno di improbabili flop, siamo forse all’inizio di una nuova invasione delle sale. Il problema è che questo LEGO Batman non è un film all’altezza di quello targato dalla coppia Lord/Miller. Ma non è neanche una sottoproduzione da home video buona solo per tenere calmi i bambini un sabato pomeriggio, eh! È una via di mezzo, il classico filmetto d’animazione di seconda fascia che non s’inventa molto, fa il suo dovere (tenere calmi i bambini per novanta minuti), strappa qualche sana risata e butta lì ammiccamenti a sufficienza per non far addormentare i genitori in maniera troppo brutale. È Minions. E va bene, eh. Però è anche un po’ un peccato.

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