Maneggiare con cura


Maneggiare con cura (USA, 2004)
di Joe R. Lansdale


L’arena (1987)
Girovagando nell’estate del ’68 (1990)
Godzilla in riabilitazione (1994)
La bambola gonfiabile: una favola (1991)
Un signor giardiniere (1993)
Piccole suture sulla schiena di un morto (1986)
La notte dei pesci (1982)
Nel deserto delle Cadillac, con i morti (1989)
I treni che non abbiamo preso (1987)
La notte che si persero il film dell’orrore (1988)
Non viene da Detroit (1988)
Incidente su una strada di montagna (e dintorni) (1991)
Una serata al drive-in (1990)
L’inferno visto dal parabrezza (1994)
Eccitarsi per l’horror: emozioni a basso costo (1994)

Da brava raccolta di racconti brevi, Maneggiare con cura riassume alla perfezione buona parte del variegato “universo” narrativo di Joe R. Lansdale. Poco oltre un decennio di scritti che spaziano fra l’horror e il comico, fra l’avventura a episodi e il saggio di approfondimento. C’è veramente di tutto e per tutti i palati, anche se lo stile sferzante e il gusto per il macabro tipici dello scrittore texano fanno senza dubbio da filo conduttore.

Leggendo questa ottima raccolta, ci si imbatte in divertiti e divertenti omaggi a icone popolari come Godzilla, gli zombie di Romero o gli horror fantascientifici modello Giorno dei trifidi, ci si emoziona con struggenti e poetiche storie d’amore, ci si avventura terrorizzati sui binari di angoscianti divagazioni horror. Lansdale viaggia di traverso fra i generi, miscela stili e registri, rende anche il più risibile degli spunti un racconto perlomeno intrigante.

Ma, forse, Maneggiare con cura dà il meglio quando, per esempio in Una serata al drive-in, riesce a ritrarre come quotidiano e pacifico l’orrore più puro, rendendo di una semplicità e una normalità agghiacciante gli atti più crudeli. O magari quando si mette ad analizzare il cinema horror di serie B raffrontandolo alle parabole di Nuovo e Vecchio Testamento…

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X-Files – Il film


The X-Files (USA/Canada, 1998)
di
Rob Bowman
con
David Duchovny, Gillian Anderson, William B. Davis, Martin Landau, Mitch Pileggi

Concepito nel momento di massimo splendore della serie, il film che vede l’esordio sul grande schermo di Mulder e Scully non si preoccupa minimamente di nascondere la sua reale natura. Il tentativo di dare vita a una storia autoconclusiva e comunque godibile è anche meno che abbozzato e, a conti fatti, la pellicola nota anche come Fight the Future può risultare davvero criptica e incomprensibile per chi non ha seguito le prime cinque stagioni del telefilm.

L’annata subito precedente all’uscita del film fu caratterizzata da sole venti puntate (minimo storico per la serie di Chris Carter) e i motivi appaiono evidenti. L’uscita cinematografica rappresentava l’opportunità per realizzare il classico episodio conclusivo in due parti con un budget molto più elevato e sfruttando il maggiore senso di spettacolarità dato dal grande schermo.

E così, questo X-Files di celluloide riprende il discorso esattamente da dove si era interrotto, introduce una nuova minaccia a uso e consumo dello spettatore occasionale, ma si preoccupa soprattutto di fare da trait d’union fra quinta e sesta stagione. Il risultato è un film estremamente televisivo nei ritmi e nella scrittura, ma anche un telefilm estremamente cinematografico nella capacità di dare un senso epico alle vicende e nella spettacolarità della messa in scena.

X-Files – Il film, insomma, non ha alcun senso che non sia quello di episodio “dopato” della serie. Se decontestualizzato, diventa una pellicola francamente mediocre. Se preso per quel che vuole essere, svolge alla perfezione il suo dovere.

X-Files – Stagione 5


The X-Files – Season 5 (USA, 1997/1998)
creato da Chris Carter
con David Duchovny, Gillian Anderson

Mantenersi sugli strepitosi livelli della quarta stagione di X-Files, forse la migliore in assoluto, per di più con l’obbligo di creare i presupposti narrativi per giungere all’esordio cinematografico, non era affatto facile. E infatti Chris Carter e compagni non ce l’hanno fatta. Ma tutto sommato il bersaglio è stato mancato di poco e questa quinta annata resta ancora oggi una visione piacevolissima.

Intelligentemente gli autori scelgono di non ripetersi e abbandonano la svolta horror della quarta stagione. Il mirino, quindi, non resta più fissato sul gusto per l’orrido e sulla ricerca dello shock, anche se le atmosfere, come ovvio, rimangono molto cupe. Così ci troviamo con venti puntate in cui X-Files si diverte a giocare con se stesso, utilizzando molta autoironia, manipolando i suoi stereotipi e sperimentando con le immagini. Episodi divertentissimi come Chinga e Bad Blood rappresentano alla perfezione questo spirito, che comunque non monopolizza una stagione al contrario molto eterogenea.

Un tema portante è senza dubbio quello dell’approfondimento sui trascorsi e sulle profonde motivazioni dei personaggi. Andiamo così a scoprire la nascita dell’amicizia fra Mulder e i Pistoleri Solitari, a indagare sul rapporto fra Fox e il padre, a conoscere personaggi del passato e nuovi interessanti protagonisti. Più in generale, se si esclude qualche scivolone (Kill Switch su tutti), è difficile andare a criticare il singolo episodio. Lascia perplessi, invece, ciò che al contrario aveva davvero convinto nell’annata precedente: gli episodi della cosiddetta mitologia.

Le puntate – generalmente in due parti – che portano avanti il discorso sugli alieni (i quali, apprendiamo, stanno pianificando una colonizzazione) gettano molta carne al fuoco, ma mancano un po’ di coesione. I nuovi elementi introdotti affascinano, ma sembra quasi che si stia cercando di tirare fuori tutto in fretta e furia, per fare poi ordine più avanti. Forse pesa anche la voglia di rendere, come spesso accade nei telefilm americani, la quinta stagione un punto di arrivo e di (ri)partenza, con numerosi temi pronti ad essere sfruttati in seguito.

Un anno di transizione, insomma, senza dubbio importante per l’aggiunta di tasselli decisivi in quello che è il grande e incasinato mosaico su cui indagano Mulder e Scully. Ma, nonostante tutto, anche un anno di ottima televione, capace di passare da esilaranti divertissement (The Post-Modern Prometheus) a originali divagazioni (The Pine Bluff Variant) e a racconti di grande intensità (Mind’s Eye).

La santa trinità


Si è concluso il draft tramite il quale abbiamo composto le squadre con cui affronteremo il FROGEvolution Soccer Tour 2, secondo campionato interredazionale di Pro Evolution Soccer 5. Qualche tempo fa abbiamo disputato un primo torneo, vinto dalla Juventus di Patriarca, e la relativa coppa di lega, vinta dal Milan di SS. Questa volta abbiamo deciso di creare le squadre, scegliendoci 26 giocatori a testa con cui comporle. C’è stato tutto un complesso procedimento per estrarre i turni di scelta, basato su calcoli delle probabilità che non sto qui a spiegare. Al di là di questo, l’unica vera regola è che si potevano scegliere al massimo tre giocatori storici (i campioni del passato) per squadra. Ci saranno poi anche un mercato di riparazione e un mercato degli scambi, quest’ultimo gestito in maniera assolutamente free, per quanto sempre col limite dei tre storici. Ah, rispetto al precedente torneo, si sono aggiunti due partecipanti: Sami e Marco “Rulla” Auletta.

Questi sono gli uomini che hanno accettato di giocare nell’Edicola di giopep. Sono i miei ragazzi e ne vado molto fiero.

Portieri
Hildebrand, Timo (Germania)
Rustu, Recber (Turchia)
Schmeichel, Peter (Danimarca)

Difensori
Bordon, Marcelo (Brasile)
Bridge, Wayne (Inghilterra)
Gavrancic, Goran (Serbia e Montenegro)
Hinkel, Andreas (Germania)
Jankulovski, Marek (Repubblica Ceca)
Lucio (Brasile)
Martinez, Gilberto (Costa Rica)
Stam, Jap (Olanda)
Trabelsi, Hatem (Tunisia)

Centrocampisti
Duff, Damien (Irlanda)
Essien, Michael (Ghana)
Giuly, Ludovic (Francia)
Kewell, Harry (Australia)
Laudrup, Michael (Danimarca)
Ljungberg, Fredrik (Svezia)
Rommedahl, Dennis (Danimarca)
Rosicky, Tomas (Repubblica Ceca)
Van Bommel, Mark (Olanda)

Attaccanti
Eto’o, Samuel (Cameroon)
Henry, Thierry (Francia)
Larsson, Henrik (Svezia)
Laudrup, Brian (Danimarca)
Saha, Louis (Francia)

Doom


Doom (USA/Repubblica Ceca, 2005)
di Andrzej Bartkowiak
con The Rock, Karl Urban, Rosamund Pike

Doom è un ottimo esempio di “budda budda movie”. Una colossale fesseria, certo, ma confezionata con del mestiere, senza scivolare nello sgrammaticato dilettantismo di un Uwe Boll o concedersi più di tanto al “videoclipparismo”. Doom si limita solo ad essere estremamente banale e prevedibile, oltre che a mettere in scena un buon numero di ammiccamenti per il conoscitore del videogioco.

Il film di Bartkowiak, in sostanza, fa il suo dovere. Racconta di personaggi piatti il giusto e che hanno il solo compito di essere carne da macello. Li prende, li arma, li piazza in corridoi angusti e li mette di fronte a una serie di creature demoniache da (cui farsi) massacrare. Fa, insomma, tutto ciò che è lecito attendersi dal film basato sullo sparatutto per antonomasia e oltretutto lo fa appoggiandosi sulle spalle di The Rock, che si conferma ancora una volta come ottimo Arnold Schwarzenegger del nuovo millennio.

Ogni singolo elemento di Doom, dai personaggi, ai dialoghi, alle svolte del plot, è tagliato con l’accetta. Ma i tagli sono precisi, non mancano mai il bersaglio. Nessun dialogo memorabile, ma anche nessuna battuta da far cadere le palle. Nessuna sequenza d’azione particolarmente degna di nota, ma anche nessun netto tonfo. Delude forse un po’ il design dei mostri, per lo più poco ispirato, ma di sicuro centrano il bersaglio almeno un paio di idee (per esempio le nano-porte).

Insomma, stiamo parlando di una scemenza media, che non eccelle e non sorprende, ma alla fin fine scorre via tranquilla. Certo, va presa con lo spirito giusto, ma con quale altro spirito si può trovare il coraggio di mettersi a guardare un film del genere? E certo, buona parte del gusto sta nel conoscere le citazioni e i meccanismi di gioco con cui gli sceneggiatori si sono divertiti. Ma tutto questo, alla fin fine, permette a chi sa di cosa si sta parlando di divertirsi con il BFG, il mostro pseudo-canino e le mille altre citazioni, compresa la sequenza FPS.

Sì, perché c’è anche quella, ed è l’unico momento davvero genuino del film. Han trovato perfino il modo di darle una giustificazione narrativa, e l’hanno piazzata lì, verso la fine: cinque minuti abbondanti di soggettiva, splendida, perfetta, che riproduce incredibilmente bene il feeling di un vero sparatutto in prima persona, e viene perfino accompagnata dal tema musicale del primo Doom. E il cerchio fatto di citazioni e gomitate sul fianco dello spettatore si chiude poi con un bel deathmatch e con Trent Reznor tutto impegnato a urlare “Don’t you fucking know what you are?” sui titoli di coda.

Insomma, Resident Evil aveva forse alle spalle qualche idea (anche di cinema) in più, ma Doom riesce comunque nel – facile, va detto – compito di guardare dall’alto verso il basso qualsiasi altra pellicola tratta da un videogioco. In attesa del promettente Silent Hill.

V per vendetta


V for Vendetta (USA/Germania, 2005)
di James McTeigue
con Hugo Weaving, Natalie Portman, Stephen Rea, Stephen Fry, John Hurt

V for Vendetta è l’ennesimo film politico e politicizzato di una stagione hollywoodiana estremamente impegnata e che, del resto, rispecchia il sentimento di disagio dell’americano medio nei confronti di un governo retto da un palese ritardato. La pellicola di James McTeigue riesce in un compito non semplice, coniugando alla perfezione l’estetica patinata e i ritmi sincopati del classico “pop corn movie” americano con la voglia di dare un messaggio forte e importante, seppur in maniera un po’ anestetizzata.

La graphic novel in cui il film affonda le sue radici l’ho letta una decina almeno di anni fa, quando probabilmente neanche ero in grado di afferrarne fino in fondo i contenuti e, soprattutto, in un’epoca sufficientemente lontana da non farmene ricordare una beneamata fava. Tornato dal cinema, però, sono andato a curiosare in giro per scoprire cosa e come gli sceneggiatori hanno modificato, visto che, oltretutto, per l’ennesima volta, Alan Moore ha scelto di tirarsela e ha preteso che il suo nome non apparisse nei titoli di coda.

Sicuramente, come detto, il sottotesto politico è stato ammorbidito, ma ci sono anche altre modifiche nell’intreccio, comunque a mio parere per la maggior parte molto azzeccate. La relazione sentimentale più esplicita fra i due protagonisti, ad esempio, mi è parsa scritta molto bene ed estremamente romantica. Le scene d’azione aggiunte sono ben realizzate e, soprattutto, perfette nel contesto citato in apertura, di fusione fra film impegnato e allo stesso tempo di facile lettura. E poi, l’aver scelto di “snellire” l’ambientazione, dando vita a un futuro sì opprimente e cupo, ma non devastante e devastato come quello originale, ha permesso di mettere in scena un contesto estremamente credibile e agghiacciante, proprio perché molto vicino a quello in cui viviamo.

Ma tutte queste considerazioni restano nell’ambito della curiosità personale, dato che, lo ribadisco per l’ennesima volta, il mio approccio nei confronti di un adattamento per il grande schermo non vede e non vedrà mai la fedeltà al testo originale come elemento di critica, ma solo come interessante spunto di cui chiacchierare. A maggior ragione quando il film, come in questo caso, è un ottimo film, estremamente ben realizzato, scritto in maniera solida e appassionante, con pochi reali difetti.

McTeigue dirige la scena con buona padronanza, senza dubbio sfrutta molto di quanto imparato alla corte dei Wachowski, non solo nell’esplicito citarli durante le sequenze d’azione, ma anche nella fissazione per i dettagli e nell’utilizzo assiduo di simbolismi più o meno evidenti (e comunque in buona parte derivati dal fumetto di Moore e Lloyd). E, al di là di tutto, riesce a dare alla pellicola una sua impronta abbastanza personale.

A voler cercare il pelo nell’uovo, comunque, ci sono elementi di V for Vendetta che mi hanno lasciato perplesso. Per esempio la figura del cancelliere, davvero troppo sopra le righe e caricaturale, specie in un contesto che vede qualsiasi altro personaggio, anche il più tagliato con l’accetta, almeno un po’ caratterizzato e umanizzato. Probabilmente si voleva creare un personaggio simbolico, anche da contrapporre al simbolo che il protagonista V sostiene di voler essere, ma alla fine ne esce un po’ indebolita l’altrimenti estrema credibilità della vicenda. E a volerla dire proprio tutta, i minuti finali potevano essere un po’ più asciutti, meno tirati per le lunghe.

Ma, come detto, si sta cercando il pelo nell’uovo. V for Vendetta è ottimo cinema di intrattenimento, curato nella messa in scena e molto ben scritto. Non solo, è anche cinema impegnato, portatore di un messaggio non banale e non facile in un contesto hollywoodiano. Sarebbe ridicolo lamentarsi.

Il grande inverno


A Game of Thrones (USA, 1996)
di George R. R. Martin

Qualche anno fa, credo quattro o cinque, il Dottore mi raccontava di una saga “fantasy ma non fantasy”, che – ricordo – aveva qualcosa a che fare coi lupi. La stava leggendo e me la consigliava, incuriosendomi non poco, anche se poi non intrapresi la lettura. Tre o quattro anni dopo, improvvisamente, tutti conoscevano Le cronache del ghiaccio e del fuoco, tutti le stavano leggendo e tutti mi importunavano sostenendo che “è una figata”, “èbBbellissimissimo”, “devi troppo leggerlo” e via dicendo. Alla fine ho ceduto e ho letto il primo dei due volumi in cui il primo tomo originale è stato diviso nella versione italiana.

Ovviamente, quando le aspettative montano a dismisura, il rischio della delusione è sempre dietro l’angolo. E infatti, dopo aver letto Il trono di spade, rimasi con un certo senso di insoddisfazione. Un romanzo francamente poco più che modesto, scritto in maniera di sicuro appassionante, ma tutt’altro che esaltante. Di recente, parecchi mesi dopo, ho deciso di affrontare la seconda parte, incontrando subito uno scoglio colossale: dopo un paio di mesi in cui ho letto praticamente solo saggi di stampo giornalistico e libri di Lansdale, la prosa fantasy è semplicemente insostenibile.

Ad ogni descrizione del poetico ruscello o dell’epica cavalcata mi cadevano le palle. Dopo una cinquantina di pagine ci ho fatto l’abitudine, e quello stile pomposo si limitava a darmi qualche brivido lungo la schiena. Passata la boa del centinaio, mi sono fatto prendere dagli eventi e mi sono lasciato trasportare, ritrovando i ritmi concitati e appassionanti della prima parte. Ma anche gli stessi difetti.

La saga di Martin ha sicuramente un pregio, ed è quello di distaccarsi abbastanza dagli stereotipi più classici e banali del fantasy. Insomma, non c’è la trita e ritrita storia del gruppetto di eroi/amici impegnati a cercare la super arma finale per sconfiggere la reincarnazione del male. Anche perché tirarla avanti per tutti quei libri sarebbe stato angosciante. Invece lo scrittore americano ha messo in piedi una specie di mega sceneggiato ad ambientazione cavalleresca, in cui l’elemento fantastico è senza dubbio presente, ma non preponderante. A tenere banco sono le classiche regole del seriale all’americana, con tutti i loro pregi e i loro difetti.

Il difetto più grosso, almeno dal mio punto di vista, è proprio questo seguire pedissequamente gli stilemi di quella narrativa. Ovviamente non posso sapere che piega prenderanno gli eventi in seguito, ma nel primo libro (o nei primi due, fate voi) succede esattamente tutto quello che deve succedere. Per chi è anche solo un po’ avvezzo alla narrazione per episodi – e io, fra telefilm, cartoni animati e fumetti, un po’ lo sono – non c’è evento di questo primo volume che non sia telefonato almeno cinquanta pagine prima. Ma telefonato, passato in filodiffusione e, nel dubbio, pure telegrafato.

Tutto, dal colpo di scena all’evento di minore importanza, è di una prevedibilità quasi disarmante. Lo stesso cliffhanger finale, segue talmente bene tali regole che potrebbe tranquillamente apparire sulla splash page conclusiva di un fumetto Marvel o nell’ultima inquadratura di un telefilm americano, con tanto di “to be continued” in basso a sinistra. E, per inciso, è una conclusione perfetta nel far venire voglia di leggere il secondo volume. Ma infatti tutto questo non rende certo Il grande inverno (e Il trono di spade, ovviamente) un brutto libro, anzi.

Come detto, Martin scrive in maniera estremamente coinvolgente e conosce fin troppo bene i meccanismi con cui gioca. Non a caso, per dirne una, ha messo assieme un cast di personaggi sconfinato e molto ben caratterizzato, al punto che, se decide di piantare lì una bella morte drammatica, gli basta sparare nel mucchio. A dirla tutta, una scelta stilistica che ho trovato un po’ ridondante c’è: impostare un intero romanzo (un’intera saga?) sul “montaggio incrociato” à la George Lucas, alla lunga, può stancare il lettore. Comunque, alla fin fine, parere positivo, curiosità di andare avanti, solo incapacità di condividere l’entusiasmo che ho visto e sentito gravitare attorno alla saga. Magari, coi volumi successivi…

"Nooo, la Hoegaarden, è la mia preferita, è buonissima!"


Per presentarci un videogioco di ping pong in uscita su Xbox 360, Take 2 Italia ha organizzato in Future un piccolo torneo fra noi redattori.
Ovviamente ho dato la mia disponibilità a partecipare. Oggi, però, in pausa pranzo mi sono assentato a lungo per fare una commissione.
Quando sono tornato, ho visto che il torneo era già in corso, e ho pensato: “Vabbé, son tornato tardi, pace”.

Vado a sedermi, mi chiamano e mi dicono “tocca a te”.
Si partiva dagli ottavi di finale e, in sostanza, ero tornato per tempo.

Ah, si giocavano partite al meglio dei tre game, il game si vinceva con 11 punti.

Agli ottavi di finale ho sderenato Riky, il grafico di TGM.
L’ho lasciato a due.

Ai quarti di finale ho squartato Babich, che ha fatto qualcosa in più di Riky, ma pochino.

In semifinale contro Alepolli, finalmente, delle difficoltà.
Primo game tiratissimo, si arriva sull’otto pari, poi Polli parte via e va a vincere.
Nel secondo game prendo il controllo: 10 a 0. Finirà 11 a 1.
Il terzo game, ancora, è stato molto equilibrato fino se non sbaglio all’otto pari, poi ho preso il largo.

Notare che nel secondo e terzo turno ho eliminato entrambi i membri della redazione Xbox.
😀

In finale, come è solo giusto che sia, ho incontrato Patriarca.
Primo game tirato, indovinate un po’, fino all’otto pari (circa, adesso non so se era davvero sempre otto a otto, comunque era in quella “zona”).
Poi parto e vado a vincere.
Secondo game splendido, punto a punto, continui sorpassi e controsorpassi.
Sul sette pari (qui davvero, me lo ricordo), lo stacco e vado 10 a 7.
Mi annulla tre match point.
11 a 10.
Mi annulla un altro match point.
12 a 11.
Gli pianto il match point su per il culo.

O forse è finita 13 a 12?
Boh.
😀

Comunque, ho vinto.
I premi:
– cappellino rockstar
– maglietta rockstar
– scatolozza da 24 bottiglie (33 cl.) di Hoegaarden

Se settimana prossima qualcuno vuole venire a vedere la Champions, la birra c’è.

Ah, la frase del titolo l’ha pronunciata la Rumi quando ho aperto il bagagliaio.

Hong Kong colpo su colpo


Knock Off (HK/USA, 1998)
di
Tsui Hark
con
Jean-Claude Van Damme, Rob Schneider, Lela Rochon, Paul Sorvino, Carman Lee

Nello scorso decennio Jean-Claude Van Damme si è impegnato nel portare a Hollywood alcuni fra i più importanti registi del cinema d’azione di Hong Kong. Pochi anni dopo aver partecipato all’esordio americano di John Woo con Hard Target, recita da protagonista in Maximum Risk di Ringo Lam e Double Team di Tsui Hark. Il rapporto con questi ultimi due diventa incredibilmente solido, al punto che Van Damme replicherà un anno dopo con Hark e girerà addirittura altri due film con Lam.

I film dello sbarco in Occidente di questi tre registi hanno un forte punto in comune: pur mantenendo tutti in maniera molto forte l’impronta dell’autore, sono in tutto e per tutto prodotti occidentali. Hong Kong colpo su colpo, secondo frutto della coppia Van Damme/Hark, invece, è una pellicola estremamente “hongkonghiana”. E non solo per l’ambientazione, una Hong Kong di fine millennio, prossima alla liberazione dal dominio britannico.

C’è molto Oriente nel cast di attori, nei toni a metà fra il melodrammatico e il farsesco, nell’estetica a basso budget e nelle coreografie delle scene d’azione. Tsui Hark mette ancora una volta in scena il suo gusto per l’interno degli oggetti, spinge la macchina da presa nelle canne delle pistole e dentro i macchinari, rendendo anche la semplice pressione di un bottone un evento roboante.

Soprattutto sul piano estetico, però, la pellicola mostra tutti gli anni che si porta sulle spalle e riesce a mantenere una certa dignità solo grazie al suo non prendersi praticamente mai sul serio. Resta comunque un film minore, anche se può valere la pena di recuperarlo per gustarsi le ottime sequenze d’azione, dinamiche e ricche di fantasia nonostante le movenze imbolsite di Van Damme, ben lontano dalle evoluzioni di un Jackie Chan o un Jet Li.

Birth – Io sono Sean


Birth (USA, 2004)
di
Jonathan Glazer
con
Nicole Kidman, Cameron Bright, Danny Huston, Lauren Bacall, Anne Heche, Peter Stormare

Quattro anni dopo l’apprezzato Sexy Beast, il videoclipparo Jonathan Glazer torna alla regia cinematografica con questo Birth, intrigante storia di ritorni dall’aldilà e conseguenti drammi esistenziali. Purtroppo, se il soggetto è senza dubbio affascinante, la sceneggiatura traballa parecchio, regalando più di una situazione oltre il limite del ridicolo e facendo molta fatica nel dare reale peso drammatico alle vicende.

A tenere in piedi la vicenda ci pensano la regia di Glazer – davvero bravo nel dipingere immagini estremamente evocative – e le splendide interpretazioni di Nicole Kidman e del piccolo Cameron Bright. Il film, però, è davvero troppo freddo e, sebbene si tratti probabilmente di una scelta consapevole, il risultato è che la storia fatica a decollare.

Se a questo aggiungiamo una risoluzione degli eventi davvero impacciata, un colpo di scena finale telefonato fin dai primi minuti della pellicola e un generale senso di incompiuto, il risultato finisce per deludere. Birth, insomma, è soprattutto un’occasione persa.