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Snowpiercer

Snowpiercer (USA/Corea del sud, 2013)
di Joon-ho Bong
con Chris Evans, Jamie Bell, Kang-ho Song, John Hurt, Octavia Spencer, Tilda Swinton, Ed Harris

Quello di Snowpiercer è uno di quei futuri fantascientifici mandati in vacca all’insegna delle migliori intenzioni. Nei suoi primi minuti, il film ci racconta che l’umanità, posta di fronte a una situazione di riscaldamento globale ormai innegabile e totalmente fuori controllo, decide infine di agire, sparando in cielo una sostanza chimica pensata per riportare la situazione a livelli accettabili. Solo che la sostanza in questione funziona troppo bene e finisce per scatenare una nuova era glaciale a cui non sopravvive praticamente nessuno. Si salva unicamente chi è salito a bordo di un treno dal moto perpetuo, capace di autoalimentarsi e tenere in vita i propri passeggeri. Al suo interno, quindi, si trova ciò che rimane dell’umanità e ovviamente ci vuole molto poco perché si crei il classico ecosistema con i benestanti che vivono nel lusso dei primi vagoni alle spese dei pezzenti rintanati in coda al treno. Ma ai pezzenti girano i cinque minuti e a quel punto comincia il film.

Le premesse di Snowpiercer sono, ovviamente, parecchio assurde e immagino ci voglia poco a smontare la credibilità di questo trenino che se ne va in giro felice salvando i suoi passeggeri. Una volta assorbito questo “problema”, e se non si è in grado di assorbirlo è forse meglio farsi un esamino di coscienza e lasciar perdere, ci si può godere il notevole film d’esordio occidentale per Joon-ho Bong (Memories of Murder, The Host, Mother), ultimo – e probabilmente non ultimo – nel recente carosello di registi sudcoreani importati dalle nostre parti. Snowpiercer, nonostante le sue assurde premesse, è un film di fantascienza (o fantasy o quel che vi pare) solido, intelligente, che ha qualcosa da dire e che appassiona con la sua forza brutale e trascinante. Ha la forza e la personalità del suo regista, che del resto ha scritto la sceneggiatura di mano sua (assieme al notevole Kelly Masterson di Onora il padre e la madre), uno sviluppo amaro e convincente, nonostante magari qualche salto logico rivedibile, e una scena d’azione centrale dalla bellezza stordente. Arrivato a quel punto, ammaliato fin dall’inizio, ho deciso che era appena diventato il mio film preferito di quest’anno fra quelli che dubito arriveranno in Italia quest’anno.

Snowpiercer avanza assieme ai suoi protagonisti da un vagone all’altro, riservando ogni volta una sorpresa, perché tanto loro quanto gli spettatori non sanno mai cosa si celerà dietro ogni porta. E le sorprese arrivano davvero, pur fra qualche banalità, all’insegna dello spirito surreale che ci si aspetta da Joon-ho Bong e che in qualche modo unisce qui la sua meravigliosa costruzione dell’immagine con un gusto e un approccio più occidentali. È un film micidialmente cupo, che non risparmia i colpi bassi, affronta il suo futuro distopico interrogandosi su quanto e cosa siamo disposti a fare per sopravvivere, sulla moralità posta di fronte alla sopravvivenza, e tira dritto sul proprio binario (ehm) fino alla potente conclusione. Ha forse il solo limite di rallentare un po’ troppo nel pre-finale, quando viene dato spazio agli spiegoni firmati Ed Harris, per arrotolarsi attorno ai suoi colpi di scena e preparare il botto conclusivo. La cosa, di fondo, funziona, ma quel suo improvviso tirare il freno dopo un’ora che – nonostante un ritmo piuttosto blando – acchiappa disperatamente per non mollarti un secondo, beh, sgonfia in parte l’entusiasmo.

Ed è subito copertina su Facebook!

Eppure, nonostante questo, Snowpiercer rimane un gran film, proprio per il suo far quel che deve e vuole senza guardarsi mai indietro. Oltretutto, al servizio di Joon-ho Bong c’è un cast eccellente: i caratteristi di contorno sono perfetti come sempre ed Ed Harris e Tilda Swinton vanno brutalmente sopra le righe, ma il contesto lo richiede e da un film del genere, diretto da un regista del genere, non ci si può aspettare altro. Quanto al trio di testa, più o meno, non si può dire loro nulla: Kang-ho Song è una certezza, Jamie Bell non si fa odiare e Chris Evans è sorprendentemente bravo, una volta tanto, a tenersi il film sulle spalle e a interpretare un ruolo cupo, con tanto di monologo drammatico sul finale espresso in maniera dignitosa. Per uno che fino a oggi ha sempre dato il meglio quando doveva fare la spalla cretina, non è poco. Che questo avvenga per mano di un regista coreano, forse, vuole dire qualcosa. Anche se non so bene cosa.

L’ho visto al cinema qua a Parigi. Se IMDB non mente, la Francia è l’unica nazione occidentale in cui il film è già uscito, nonostante il cast lo renda sicuramente appetibile. Immagino abbia giocato un ruolo nella distribuzione il fatto che Snowpiercer è ispirato a un fumetto francese. Se Wikipedia non mente, i diritti per l’Italia sono in mano a Koch Media. Speriamo bene.

Sunshine

Sunshine (2007, UK/USA)
di Danny Boyle
con Cillian Murphy, Chris Evans, Michelle Yeoh, Cliff Curtis, Hiroyuki Sanada

Se tre indizi fanno una prova, possiamo serenamente dire che Danny Boyle dovrebbe smetterla di lavorare con Alex Garland. Dopo The Beach e 28 giorni dopo, Sunshine è il terzo film in cui il regista britannico riesce nell’impresa di proporre un approccio interessante, intelligente e fuori dagli schemi al film di genere, per poi sputtanare più o meno tutto. Nelle fasi risolutive quando va bene, nell’intera seconda metà quando va male.

Sunshine racconta di un equipaggio di astronauti in missione per la salvezza della razza umana. Il sole si sta spegnendo e c’è bisogno di ravvivarlo facendo brillare al suo interno la bomba atomica definitiva. Non essendo disponibile Bruce Willis, per portare a termine l’impresa già fallita da una precedente spedizione si sceglie di mandare nello spazio Cillian Murphy (e una serie di altri scienziati e piloti).

Per buona parte del film il taglio del racconto è assolutamente realistico, con grande attenzione alle psicologie dei personaggi e alla situazione estrema che vivono. Ritmi lenti e compassati, atmosfere lugubri, opprimenti, voglia di far vivere allo spettatore l’angoscia di stare affrontando non solo una missione da cui si potrebbe non tornare e dalla quale già qualcuno non è tornato, ma anche le sensazioni tremende di un viaggio monotono, interminabile, asfissiante, della lontananza dagli affetti, della responsabilità di avere l’intera razza umana sulle proprie spalle.

Fra i protagonisti non ci sono grandi eroi spacconi e donnicciole coinvolte in storie d’amore strappalacrime. I momenti di crisi non generano scene d’azione e si limitano invece a spingere sul pedale dell’intenso dramma. Addirittura fra gli attori non appaiono né Steve Buscemi né Peter Stormare! Sunshine è, insomma, un gran bel film, che ha poco a che vedere col genere “catastrofico” e si rivela davvero fuori dagli schemi non per il semplice gusto di esserlo, ma con un senso e delle valide ragioni. Solido nella scrittura, intenso nelle emozioni che genera, seducente nelle suggestive immagini che Boyle mostra. Purtroppo, però, a un certo punto la magia finisce.

Salta fuori il cattivo, aumentano i morti, ci sono un paio di inseguimenti al buio e in sostanza si rovina quasi del tutto la bella atmosfera del film. Nonostante tutto – penso per esempio alla bella scena in cui Mace incontra il suo destino – Sunshine riesce comunque a mantenere una sua dignità fino in fondo. Ma lo fa purtroppo lottando contro la solita perdita di controllo del Boyle, che sembra quasi voler chiudere con la sua rilettura (inevitabilmente stronza) di 2001 odissea nello spazio.

I Fantastici 4 e Silver Surfer

Fantastic Four: Rise of the Silver Surfer (USA, 2006)
di Tim Story
con Ioan Gruffud, Jessica Alba, Chris Evans, Michael Chiklis, Julian McMahon e la voce di Laurence Fishburne

Secondo, inevitabile episodio di una saga che inevitabilmente ne conterà tre, Rise of the Silver Surfer prosegue nel solco tracciato dal capostipite e porta avanti un discorso fatto di comicità leggera e fumettosità spensierata. Tim Story firma un altro film per famiglie, che incita ai valori sani e all’umorismo di grana grossa. Consapevole di stare dirigendo un sequel, perde meno tempo con le introduzioni e i prologhi, concedendosi invece il lusso di un racconto vagamente più ricco e di personaggi un filo più approfonditi.

A guadagnarne sono soprattutto le del resto già ben tratteggiate dinamiche “famigliari” che da sempre caratterizzano le storie degli F4. L’aspetto comico, però, sembra un po’ meno riuscito. Non che il primo film fosse esilarante, ma c’era qualche battuta azzeccata, e l’atmosfera solare e il carisma di Chris Evans facevano il resto. Qui Evans, che pure s’impegna, sembra un filo più spento e soprattutto gli sceneggiatori faticano a mescolare lo spirito goliardico della serie con le tematiche più seriose offerte dalla presenza di Silver Surfer e Galactus.

In compenso, si diceva, c’è un po’ più storia, si tocca di sfuggita un tema interessante come quello del libero arbitrio e va in scena un personaggio sfolgorante come il surfista d’argento, bellissimo da vedere e, grazie a Laurence Fishburne, pure da ascoltare. Il tutto condito con un gusto per lo spettacolo sicuramente più scatenato. Certo Story non ha e non avrà mai il talento visivo di altri registi che si sono cimentati coi supereroi prima di lui, ma le scene d’azione sono ricche e solide, con effetti speciali particolarmente riusciti e tante belle strizzatine d’occhio per i fan (lo pseudo Super Skrull su tutti). Un’altra scemenzucola, insomma, ma onesta, ben realizzata e (a tratti) divertente.

A margine, il Blu-ray de I Fantastici Quattro e Silver Surfer è pazzesco. Spettacolare per definizione, ricchezza dei colori, pulizia dell’immagine. Non perde un colpo anche nelle scene più complesse, particolarmente scure o invase da effetti speciali. A cercare col lanternino, qualche artefatto si trova di sicuro, ma del pelo nell’uovo faccio a meno. Nettamente la cosa migliore che ho visto in accaddì, anche se in effetti devo dire di averne viste poche.

I Fantastici Quattro

Fantastic Four (USA, 2005)
di Tim Story
con Ioan Gruffud, Jessica Alba, Chris Evans, Michael Chiklis, Julian McMahon

Mi sfugge davvero il senso delle bordate d’odio che negli ultimi due anni ho visto e sentito volare all’indirizzo di questo film. Roba che, se fosse meritata, avrebbe l’ovvia conseguenza di qualificare Daredevil come crimine nei confronti dell’umanità e portare Elektra all’ambito rango di antimateria (per non parlare di Catwoman). Sul serio, posso al limite capire l’appassionato che si indigna nel vedere il suo amato Dottor Destino ridotto in queste condizioni, ma non vado oltre. Tanto più che a me, dell’infedeltà all’originale, è sempre fregato davvero poco. Figuriamoci poi in questo caso, considerando che – pur amando molto alcuni cicli di storie – ho sempre trovato insopportabili il saccentone di gomma, il cretino testa calda, l’idiota che si piange addosso e – lui più di tutti – il Re degli zingari.

E come spesso accade quando mi avvicino a una roba che mi hanno insegnato a temere come l’Anticristo, la prima reazione davanti a Fantastic Four è di stupito apprezzamento. Apprezzamento per un film che ha la saggezza di non prendersi per un attimo sul serio nel narrare di roba che, francamente, messa su schermo non può che risultare ridicola. Ma forse proprio questa è la sua colpa, il non scegliere la strada del cupo “realismo” e delle tutine in pelle virate al nero. O forse il fatto che, tolta la Cosa, i personaggi non vadano mai oltre la macchietta? Non penso, dato che avviene lo stesso in praticamente tutti gli altri film di supereroi. Io ne ricordo pochini, di protagonisti davvero ben caratterizzati, fra la marea di gente in costume che ci siamo sorbiti negli ultimi dieci anni. Giusto un Octopus, a tratti un Wolverine, al massimo la Rogue del primo X-Men, ma poi?

Insomma, a conti fatti, questo Fantastic Four è una piacevole commedia d’azione, con dialoghi a tratti davvero divertenti (e, se i trailer dell’epoca fanno testo, assai mortificati nell’adattamento italiano), effetti speciali decorosi e un brillantissimo Chris Evans nel ruolo della Torcia Umana. Paga purtroppo la presenza dietro alla macchina da presa di un regista obiettivamente limitato, incapace di regalare “pezzi” come il prologo di X-Men 2 o la sequenza del treno di Spider-Man 2, ma rimane comunque un prodotto onesto. E tutto sommato il difetto peggiore è Jessica Alba, una che acquista dignità cinematografica solo se la vesti da cavallerizza e la metti a ballare attaccata a un palo. Cosa che purtroppo qui non avviene.