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Le sorelle perfette

Negli USA, Le sorelle perfette (adattamento fantasioso dell’originale Sisters) è uscito a Natale, nello stesso giorno di Star Wars: Il risveglio della forza, con una mossa coraggiosa affrontata di petto anche in campagna pubblicitaria, appoggiandosi su trovate deliziose come l’hashtag #YouCanSeeThemBoth e la parodia di dietro le quinte che piazzo qua sotto. Qua in Italia invece ci arriva ad agosto, assieme a tutti gli horror migliori degli ultimi due anni e a quel paio di blockbuster che la distribuzione italiana si è sentita di non rinviare ai mesi autunnali (quando non addirittura a gennaio, come per il gigante di Steven Spielberg). Per carità, è una mossa che ci può stare, considerando che Amy Poehler e Tina Fey non hanno dalle nostre parti neanche un decimo della popolarità di cui godono in patria, ma insomma, queste cose mi mettono sempre addosso un po’ di tristezza. Che ci devo fare, mi spiace. Comunque, il dietro le quinte.

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Unbreakable Kimmy Schmidt – Stagione 1

Unbreakable Kimmy Schmidt – Season 1 (USA, 2015)
creato da Tina Fey, Robert Carlock
con Ellie Kemper, Tituss Burgess, Carol Kane, Jane Krakowski

In origine, Unbreakable Kimmy Schmidt sarebbe dovuta essere la nuova serie di Tina Fey e Robert Carlock sulla NBC, che già era stata la casa di 30 Rock. L’idea di partenza era semplice: costruire qualcosa attorno al volto intriso d’assurda innocenza di Ellie Kemper e alla forza che nonostante questo riesce ad esprimere. NBC, però, non sembrava credere particolarmente nel progetto, e probabilmente in generale nelle commedie, e finì per venderlo a Netflix, giunta arrembante al salvataggio come già per diverse altre serie. E quindi, qualche tempo dopo, per la precisione a marzo di quest’anno, Unbreakable Kimmy Schmidt si è manifestata sugli schermi degli abbonati a Netflix. Ne è valsa la pena?

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30 Rock

Non sono un gran seguace del Saturday Night Live. È una trasmissione che mi affascina, al punto che ho letto uno dei tanti libri ad essa dedicati, ascolto sempre con interesse i podcast sull’argomento che mi capitano sul telefono, ho comprato il cofanetto in DVD della prima stagione durante un viaggio in America, ogni tanto guardo pezzetti a caso su Netflix e qualche sketch su YouTube, ma non mi sono mai messo a seguirla in maniera assidua. E infatti, per me, Tina Fey era più che altro quella tizia che avevo visto imitare Sarah Palin su YouTube. Le cose cambiano in fretta, se ti guardi le sette stagioni di 30 Rock: ora sono una sua mezza groupie, ma soprattutto ho ben presente chi sia, i suoi ritmi, il suo stile, il suo modo di far comicità, cosa che mi è risultata particolarmente chiara quando, un paio di settimane fa, ho rivisto quella cosetta deliziosa di Mean Girls e mi sono reso conto di quanto sembri un episodio speciale della serie dedicato al mondo delle adolescenti.

L’argomento è diverso, lo stile è magari ancora acerbo, ma il genere di gag, l’approccio al politicamente scorretto, l’elegante cattiveria con cui si riesce a prendere in giro tutto e tutti, il senso del ritmo, i personaggi assurdi e quel fondo di tenerezza con cui vengono portate avanti vicende in fondo molto umane in un contesto ben oltre i limiti del demenziale… alla fin fine sono questi i pregi maggiori della serie che ha poi occupato sette anni della carriera di Tina Fey. Una serie che parte dallo spunto autobiografico, dal raccontare le assurdità della sua esperienza da head writer del Saturday Night Live, e finisce poi per allargare il tiro e raccontare le mille assurdità che definiscono una città folle e fuori dal mondo come New York. E se il piazzare una gag dietro l’altra rimarrà fino alla fine il focus principale, pian piano emergerà anche il desiderio di raccontare la storia dei due personaggi principali, a cui è veramente difficile non affezionarsi e coi quali, in un qualche modo un po’ sbalestrato, diventa in fretta facilissimo immedesimarsi.

Poi, certo, la faccenda “New York” magari io, da italiano, posso coglierla solo fino a un certo punto, ma in fondo a render grande la serie c’è proprio il suo saper essere splendida e adorabile anche se spesso non hai ben chiaro di cosa stia parlando. Se ci riesce è soprattutto per la clamorosa valanga di idee, trovate, personaggi che spara fuori a getto continuo con un ritmo estenuante, implacabile, che ovviamente ogni tanto finisce per dar vita a momenti poco riusciti, ma tempesta le sue sette stagioni di gioielli indimenticabili. La follia di Tracy Jordan e Jenna Maroney, il reality show di Angie Jordan, Grizz e Dot Com, la malefica nipotina affarista di Chloë Grace Moretz, gli episodi dal vivo, le inquietudini di Kenneth e della sua erede, i monologhi di Jack Donaghy, la cretinaggine della banda di scrittori, il clamoroso Leo Spaceman e l’altrettanto clamoroso Devon Banks, le donne di Jack e gli uomini di Liz, i parenti e gli amici, Cerie, Jonathan, Danny, Paul e la famiglia Geiss, l’episodio su Batman e quello sul boardgame, il patetico Kim Jong-il e tutto il resto, un delirio che non sempre ha centrato il bersaglio ma che ha saputo mantenere un livello costante di spacco abbastanza sconosciuto alla maggior parte delle serie comiche americane. E insomma, mi sa che 30 Rock è la mia commedia televisiva preferita di sempre, almeno fra quelle poche che ho seguito dall’inizio alla fine. Ma in effetti già il fatto che ho avuto voglia di andare fino in fondo dice molto. E poi, come dice Tracy sul gran finale, non siamo stati in tanti a seguirla, ma loro i soldi li han presi lo stesso, a posto così.

Ho visto le prime stagioni in DVD, poi mi si è manifestata su Netflix ed è scattato il binge watching. In linea di massima, mi sembra veramente il prototipo della cosa che non ha troppo senso guardarsi tradotta/doppiata, per mille questioni che vanno dall’intraducibilità al ritmo delle parole, passando per un puro e semplice Alec Baldwin. Fra l’altro, se Wikipedia non mente, in Italia non l’hanno neanche trasmesso per intero, manca ancora l’ultima stagione.

Mean Girls


Mean Girls (USA, 2004)
di
Mark Waters
con Lindsay Lohan, Rachel McAdams, Lacey Chabert

Leggi il nome dell’ennesima pseudo-icona pop minorenne alla voce “protagonista”, noti l’ambientazione scolastica, annusi la puzza di già visto e ti aspetti la solita commediola adolescenziale di poche pretese, sciocchina e prevedibile, che si risolve nei buoni sentimenti e insegna un po’ di morale alle giovani in ascolto. Te la aspetti e in parte la trovi. Ma trovi anche qualcosa di diverso, un film dalla scrittura solida e frizzante, con trovate piacevoli e soluzioni non banali. Un film che, per il genere cui appartiene, ha un raro e apprezzabile gusto per l’autoironia e il demenziale.

Intelligente e a modo suo realistico nelle dinamiche fra i personaggi, sfiziosamente paragonate alla dura legge dalla savana, Mean Girls è una piacevolissima sorpresa. Non solo diverte e scorre, ma risulta quasi del tutto privo di quello stucchevole buonismo da quattro soldi tipico in questi film e intriso di cinismo e trovate al vetriolo. E se anche il finale a tarallucci e vino manifesta cattiveria, magari di facciata, ma pur sempre cattiveria, scopri che proprio amaro in bocca il film non te ne lascia. Promosso con decisione.