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Jason Bourne

Sui titoli di coda di Jason Bourne, come al solito, si ascolta Extreme Ways di Moby. E come già era successo per i tre film precedenti, si tratta di una nuova versione, un riarrangiamento tirato fuori per l’occasione. Che è un po’ quel che si potrebbe dire anche di Jason Bourne, in effetti. Dopo svariati anni nei quali Matt Damon e Paul Greengrass hanno temporeggiato dichiarandosi amore a botte di “Torno solo se c’è lui” e ostentando prudenza in stile “Non so, abbiamo detto tutto quel che c’era da dire, magari se c’è la sceneggiatura giusta… “, alla fine la coppia d’oro ha deciso di tornare sul luogo del delitto, nonostante, oh, non è che ‘sta sceneggiatura sia poi così fenomenale. Ma probabilmente era troppo irresistibile la tentazione di far presente a Jeremy Renner che, per quanto ci provi, non ce la può proprio fare a prendersi un franchise e farlo tutto suo.

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Non è un paese per vecchi

No Country For Old Men (USA, 2007)
di Ethan & Joel Coen
con Josh Brolin, Javier Bardem, Tommy Lee Jones, Kelly Macdonald, Woody Harrelson

È Non è un paese per vecchi uno dei migliori film dei fratelli Cohen? Hai voglia, qua stiamo dalle parti di Fargo e L’uomo che non c’era. Da quelle parti, un po’ sopra, un po’ sotto, un po’ attorno. È No country for old men uno dei migliori film degli ultimi due o tre anni? Ma sì, suvvia, anche se si fa in fretta a smentirmi, con tutti i pezzi da novanta che mi sono perso per strada. È l’ultimo dei due fighetti dal Minnesota un film capace di piacermi tanto ma tanto ma tanto? Uhm.

Oddio, sì, per carità, assolutamente sì. Sì perché – caspita – come fa a non piacermi tanto ma tanto ma tanto una roba diretta in questo modo? Con questa cura, questa strabordante e avvolgente capacità di trascinarti dentro. Con quel dialogo micidiale fra Bardem e il vecchio alla stazione di servizio, con un Josh Brolin che ti chiedi in quale caspita di angolo fosse nascosto fino all’altro ieri, con quell’incredibile bravura nel camminare in equilibrio perfetto sul filo che separa il dramma, il thriller, la satira, il racconto morale. Con Tommy Lee Jones, fra l’altro, che ormai me lo fa venire duro pure se si mette a leggere la lista della spesa.

Eppoi io ho sempre un po’ di stima per chi si prende il rischio di sfottere lo spettatore, per chi trascorre due ore montando badilate di materiale, di tensione, di voglia, di lancinante trasporto, e poi ti frega non dandoti neanche un briciolo di soddisfazione. Soprattutto perché m’hanno fregato per davvero, stavolta. Ci son rimasto male, proprio, a vedermi negato il confronto finale, e solo col senno di poi sono riuscito ad apprezzare la cosa. Anche perché, diciamocelo, la cazzata vera viene dopo, in quel dialogo fra Tommy e l’altro vecchio, quell’insostenibile spiega che mi deve fare il sottotitolo e la didascalia, mi deve dire il cosa, il perché e il percome. E che due palle!

Soprattutto quando poi la spiega mi arriva assieme a tre o quattro finali messi uno dietro l’altro, che se c’è una cosa che mi uccide lo spirito e mi ammazza i coglioni sono i film con diciottomila finali. Oh, poi magari è colpa del doppiaggio, e se me lo vedo in originale Tommy Lee me lo fa venire duro anche in quella parte. E d’altronde, se è vero che il finale è quello che ti ricordi uscendo dalla sala, è vero anche che due mesi dopo pensi, che so, a Brolin che aspetta Bardem seduto sul letto, ai cani incazzati che si gettano nel fiume, all’inseguimento notturno fra le macchine. A quelle cose lì, e volendo pure alle riflessioni che ci stanno sotto, che son belle, ricche e profonde, anche se magari era meglio non spiattellarmele in maniera tanto didascalica. Insomma, non mi ha fatto impazzire, ok, ma avercene, di film così, ci mancherebbe!

Le tre sepolture


The Three Burials of Melquiades Estrada (USA, 2005)
di Tommy Lee Jones
con Tommy Lee Jones, Barry Pepper, Julio Cedillo, January Jones, Melissa Leo

Interessante western moderno, che segna l’esordio alla regia di un Tommy Lee Jones misurato e struggente, anche se eclissato sullo schermo dalla gran prova di Barry Pepper. Le tre sepolture è una storia di amicizia virile, talmente forte da andare oltre la ragione e i colpi di fucile.

L’avvio, pur piacevole, non è dei migliori, con quell’aria ormai trita e ritrita da film maledetto che giocherella con la struttura narrativa e si diverte a stupire con immagini di bassa umanità. Ma nella seconda parte Jones sceglie per una messa in scena più lineare e dall’impatto decisamente più forte, abbandona le pretese da autore di tendenza e si limita a raccontare una bella storia.

Il protagonista diventa un eroe western di quelli veri, che non guardano in faccia a nessuno e schiantano nella polvere chiunque provi a metter loro i bastoni fra le ruote. La narrazione si fa più intensa e la macchina da presa mostra immagini molto evocative, anche se forse un po’ di maniera. Peccato per un finale troppo buonista e tutto sommato inconcludente, ma, per essere l’opera prima di un attore, non è niente male.