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Doctor Strange

Doctor Strange è la nuova storia d’origini dei Marvel Studios. È un film che racconta bene o male le solite cose, mantenendosi omogeneo in termini di direzione stilistica con il taglio fin troppo noto di questa serie di film, conservando il canonico mix di avventura, dramma, umorismo (seppur con meno battutine del solito) e cattivi promettenti ma sottosfruttati, andando a chiudersi sulla classica battaglia gigantesca con in palio il destino del mondo. Allo stesso tempo, però, è forse il film Marvel Studios dall’identità più particolare. È una specie di Iron Man in cui il protagonista arrogante ed egoista finisce per cambiare davvero e compiere un reale viaggio interiore. È un film Marvel che abbandona quella specie di “realismo” legato alla tecnologia e la butta totalmente per aria a botte di incantesimi e misticismo. Ha delle scene d’azione surreali, bizzarre, ingegnose, bellissime. Ed è, nonostante quell’uniformità stilistica di fondo, il film Marvel Studios (e, forse, la grossa produzione hollywoodiana recente) con la carica visiva più bizzarra, surreale, ricercata e sperimentale. Insomma, è una bomba e, se lo chiedete a me, è il miglior blockbuster dell’anno (certo, non è che quest’anno ci voglia molto, per esserlo).

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Il caso Spotlight

Spotlight è il nome del team interno al Boston Globe che si occupa di inchieste investigative d’ampia portata, Le quali possono richiedere anche anni di lavoro su un singolo argomento. Si tratta della redazione giornalistica investigativa più antica degli Stati Uniti d’America, perlomeno fra quelle ancora attive, e nel 2003 ha vinto il premio Pulitzer per la serie di articoli nati dall’inchiesta raccontata in questo film. Ora, come da questo si possa essere arrivati ad intitolare il film in Italia Il caso Spotlight, io, onestamente, con tutta la buona volontà, pur sapendo che Il caso [inserire a piacere] è un classico d’impatto, non riesco davvero a capirlo. Ma insomma, facciamocene una ragione e tiriamo avanti, anche perché Spotlight è un gran bel film, ottimamente scritto, diretto e interpretato.

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Southpaw – L’ultima sfida

Southpaw (USA, 2015)
di Antoine Fuqua
con Jake Gyllenhaal, Oona Lawrence, Rachel McAdams, Forest Whitaker, 50 Cent

In origine, Southpaw, era stato concepito con Eminen nel ruolo di protagonista e le vicende legate al pugilato, nella concenzione dello sceneggiatore Kurt Sutter (Sons of Anarchy, The Shield), avrebbero dovuto fare da metaforone dei guai affrontati dal rapper nella vita reale. Poi le cose sono andate per le lunghe, Eminem aveva altro da fare (ma ha firmato due pezzi per la colonna sonora) e il film è stato preso in mano da Antoine Fuqua e Jake Gyllenhaal. Meglio? Peggio? Beh, con tutto che Eminem in 8 Mile se l’era cavata bene, il caro Jake ha tirato fuori un’altra performance pazzesca delle sue, non solo sul piano della trasformazione fisica, ma anche su quello della versatilità, della capacità di raccontare tante sfaccettature dello stesso personaggio con gli sguardi, il corpo, la voce. Quindi, insomma, diciamo pure “meglio”. Il problema è che il film sta quasi tutto lì, nel suo incredibile attore protagonista. Attorno c’è pochino, ed un pochino neanche poi realizzato così bene.

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Mean Girls


Mean Girls (USA, 2004)
di
Mark Waters
con Lindsay Lohan, Rachel McAdams, Lacey Chabert

Leggi il nome dell’ennesima pseudo-icona pop minorenne alla voce “protagonista”, noti l’ambientazione scolastica, annusi la puzza di già visto e ti aspetti la solita commediola adolescenziale di poche pretese, sciocchina e prevedibile, che si risolve nei buoni sentimenti e insegna un po’ di morale alle giovani in ascolto. Te la aspetti e in parte la trovi. Ma trovi anche qualcosa di diverso, un film dalla scrittura solida e frizzante, con trovate piacevoli e soluzioni non banali. Un film che, per il genere cui appartiene, ha un raro e apprezzabile gusto per l’autoironia e il demenziale.

Intelligente e a modo suo realistico nelle dinamiche fra i personaggi, sfiziosamente paragonate alla dura legge dalla savana, Mean Girls è una piacevolissima sorpresa. Non solo diverte e scorre, ma risulta quasi del tutto privo di quello stucchevole buonismo da quattro soldi tipico in questi film e intriso di cinismo e trovate al vetriolo. E se anche il finale a tarallucci e vino manifesta cattiveria, magari di facciata, ma pur sempre cattiveria, scopri che proprio amaro in bocca il film non te ne lascia. Promosso con decisione.