A Christmas Carol

A Christmas Carol (USA, 2009)
di Robert Zemeckis
con le voci (e pure un po’ le facce) di Jim Carrey, Colin Firth, Gary Oldman, Cary Elwes, Bob Hoskins, Robin Wright Penn

Viene un po’ voglia di chiederselo, che caspita sia saltato in testa a uno fra i registi americani più grossi di due degli ultimi tre decenni, per mettersi improvvisamente a dirigere solo animazione al computer. Certo, sì, fatta col motion capture, anzi, col performance capture, con gli attori che recitano. Però, eh, sarà mica cinema, questo qua, coi pupazzetti, eh, ai miei tempi non si facevano queste porcherie, eh. Guardando A Christmas Carol non so se si trovino delle risposte, però si trova un film davvero bello, che il dubbio di aver sbagliato a ignorare i due precedenti me lo fa venire.

Zemeckis è probabilmente l’unico a saper usare il 3D senza abusarne, senza sventolartelo sotto il naso, senza distrarti con le minchiate, ma pensando piuttosto a raccontare una storia e a tappezzare la sua totale padronanza registica con questa nuova tecnica rappresentativa. E a mozzartici comunque il fiato, con questa nuova tecnica rappresentativa. O, forse, il punto è che si tratta dell’unico regista serio ad averci provato per davvero: vediamo come va con Cameron, Dante, Burton e compagnia bella.

Sta di fatto che A Christmas Carol è un gioiello di narrazione per immagini. Una rilettura cupa, fosca, affascinante della splendida novella di Dickens, che cede forse alle lusinghe del luna park solo in quel lunghissimo inseguimento verso la fine, ma per il resto si preoccupa unicamente del mettere in scena come si deve e in maniera intelligente il testo con cui ha a che fare. E certo danno una mano le facce di gomma degli attori, alcuni dei quali fra l’altro neanche semplici da riconoscere (Gary Oldman, lo ammetto, m’era sfuggito), ma tutti efficaci e davvero bravi.

Il film l’ho visto in versione italiana e in 3D XpanD nella sala Energia del cinema Arcadia a Melzo. Importanza di guardare questo film in lingua originale: eh, insomma, per quanto il doppiaggio mi sia parso comunque buono, oltre che privo di insopportabili voci provenienti dalla TV, sarebbe carino ascoltarli, tutti ‘sti attori che han fatto il performance capture. Prima del film han proiettato il trailer di Avatar, in 3D. Maremma maiala, avevo la bocca letteralmente spalancata. 23 gennaio. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Innocent – Stereophonics. Mi sembra l’unica decente dell’ultimo album. Sorseggiavo un disgustoso intruglio da macchinetta del caffè.

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La settimana a fumetti di giopep – 29/12/2009

La rubrica sta tornando ad essere quasi regolare. Chissà quanto dura?

Bonelli
Volto Nascosto ***
Piacevolissima miniserie che una volta tanto mette in scena un racconto vero e proprio, con un arco narrativo compatto, completo, sensato, fuggendo quindi dalla classica struttura bonelliana della ripetizione infinita che caratterizzava invece Brad Barron. Letta tutta di fila, nel giro di un mesetto, mi ha sorpreso per costanza, senza forse picchi qualitativi sconvolgenti ma anche senza un singolo albo riempitivo o di puro tonfo. Bei personaggi, bello sviluppo, buon mescolare Storia e finzione e un protagonista – Vittorio – davvero riuscito e fuori dai soliti schemi bonellidi.

Marvel
Criminal: Una brutta nottata ****
Criminal contiene a ogni volume una storia diversa, lievemente unita alle precedenti dall’appartenenza allo stesso universo narrativo. Una brutta nottata racconta di come lo sfortunello Jacob Kurtz, che vuole solo vivere la sua vita tranquilla e farsi gli affari suoi, si trovi invischiato in un turbine di sesso, violenza e criminalità. E di come, ovviamente, tante volte sotto le sembianze della sfiga si nascondano gli errori del passato tornati a tormentarci. Scrittura da manuale del solito, eccellente Ed Brubaker e disegni perfetti del ruvido Sean Phillips: una coppia che incarna il noir a fumetti. Quello sporco, lurido, rabbioso, triste, melodrammatico, seducente.

Spider-Man Noir ***
Forse più pulpettone che vero e proprio noir, questa rilettura dell’ummeragn in chiave dark trascina dall’inizio alla fine, raccontando del faticoso annaspare di un vigilante armato di pistola nel fango di una New York corrotta da cima a fondo. Ispirato nelle rielaborazioni grafiche – un avvoltoio così cattivo non si era mai visto – e intelligente nei suoi colpi di scena, ha forse il solo limite di un finale troppo accomodante, che – appunto – mal si adatta all’etichetta di “noir”.

Runaways #8: Rock zombi **
Dopo l’abbandono del sempre ottimo creatore Brian K. Vaughan, una fra le serie Marvel più frizzanti, spiritose e intelligenti del decennio sta neanche troppo lentamente andando a catafascio. Spiace per Terry Moore, altrove solo ottimo, ma questo volume può essere al massimo considerato un compitino diligente, moscio, privo di spessore. E disegnato da cani.

Altro
Tag ****
Essere uno fra i maggiori autori di fumetti americani significa anche avere la capacità di tirar fuori qualcosa di realmente nuovo da un tema, quello dei morti viventi, che sembra aver già detto tutto. Trasmetteresti volontariamente una malattia mortale a una persona che ti ha fatto un torto, se fosse l’unico modo per salvarti? Una domanda assurda, non troppo lontana, va detto, da quella posta ai protagonisti di The Ring, che trova però qui risposte non banali.

Non sto facendo esattamente delle vacanze natalizie, ma mi sono ritagliato un po’ di tempo per giocare, leggere, guardare. Di scrivere qua dentro mi è però momentaneamente un po’ passata la voglia. Ma adesso torna, eh! Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Criminal – Fiona Apple. Ho la testa che pulsa.

Regalo di Natale!

Dopo centododici anni con lo stesso template, di cui fra altro mi sono rotto le palle sessant’anni fa, cambio faccia al blog. Brutto? Bello? Pesante? Boh? Comunque, a me mi piace. Un bacio con la lingua a Fotone per la scritta là sopra, abbracci calorosi a chiunque mi faccia notare qualcosa che non funziona o porti alla mia attenzione elementi particolarmente brutti. E sì, lo so che i link là in cima sono da sistemare: appena ho un secondo lo faccio. Ah, dimenticavo: con questo template tornano a funzionare le anteprime dei post! Tripudio!

Ho spostato robe in giro, tolto qualcosina, aggiunto qualcos’altro. Sul serio: se qualcuno ancora mi legge e qualcosa non dovesse tornargli, son tutto orecchie. E iscrivetevi su Networked Blogs, ché mi riempite il box lì in fondo. Mentre scrivevo questo brutto post ascoltavo 4 Guys 1UP del 23 ottobre, con ospite Tim Schafer. Digerivo una corposa macedonia dell’Esselunga.

La settimana a fumetti di giopep – 22/12/2009

Copertina innevata per la Settimana a fumetti natalizia. Perché qui si lavora pure sotto le feste (e sotto la neve)!

Manga
Cross Game #11 ****
Katsu #8 ****
Nuovi sviluppi, nuovi personaggi, umorismo spicciolo, buoni sentimenti, amore e amicizia per tutti. Adachi, my man.

Marvel
Ultimate Spider-Man #70: Ultimatum #3 ****
Ecco, l’unico motivo per cui la goccia Ultimatum non ha fatto traboccare il vaso delle mie sature gonadi sta in questo paio di storielline dell’Uomo-Ragno. Sta nel fatto che Bendis ancora una volta dimostra quanto sia possibile emozionare raccontando di fatto due cose in croce per quaranta pagine. Io, a uno che scrive roba del genere e che riesce ancora a colpire nel segno dopo nove anni e centotrentatré storie della stessa solfa, ci voglio bene e ci do fiducia. Vediamo come va avanti.

Altro
Whiteout: Melt ****
Whiteout: Melt prende i tratti migliori della precedente miniserie e li estremizza, concentrandosi sulla personalità della sua protagonista e soprattutto sulla potenza narrativa dell’ambientazione. Questa volta non c’è un risibile giallo da risolvere – anche se un pizzico di mistero ovviamente non manca – ma solo la pura lotta contro le simpatiche intemperie polari. Azione, colpi di scena, caratterizzazione magistrale dei (pochi) personaggi, il corrosivo stile grafico di Steve Lieber e un Greg Rucka in splendida forma. Leggerlo mentre Milano spalanca le porte alla fine del mondo, poi, non ha prezzo.

Mi sto leggendo tutto Volto Nascosto. E neanche mi sta dispiacendo. Ma ne parliamo a tempo debito. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: The ’59 Sound – The Gaslight Anthem. Insalata o macedonia?

La battaglia dei tre regni

Red Cliff & Red Cliff II (Cina, 2008/2009)
di John Woo
con Tony Leung, Takeshi Kaneshiro, Fengyi Zhang, Chen Chang, Wei Zhao, Jun Hu, Chiling Lin, Shido Nakamura

Premessa: della storia cinese so meno di una fava. Ho fatto giusto due ricerchine su Internet, prevalentemente su Wikipedia.

La battaglia dei tre regni è l’adattamento cinematografico di una parte de Il romanzo dei tre regni, monumentale opera che romanza con taglio epico svariati eventi storici della Cina che fu, a cavallo fra secondo e terzo secolo. A quei centoventi capitoli (un migliaio di personaggi, oltre ottocentomila parole) si è nel tempo ovviamente ispirata una marea di altra roba, fra cui pure qualche videogioco, tipo i vari strategici Romance Of The Three Kingdoms, i Kessen e i simpaticissimi Dynasty Warriors.

Ecco, a un appassionato di videogiochi, c’è poco da fare, certi momenti de La battaglia dei tre regni fanno venire in mente proprio l’insopportabile serie di squartammazza targati Koei. Coi generali – non a caso personaggi presenti anche in quei giochi – che scendono in campo e da soli sbaragliano decine e decine di nemici, così, come se niente fosse. Va però detto che queste situazioni e davvero poco altro rappresentano le uniche concessioni di Woo al Wuxiapian cui siamo abituati. Nei due Red Cliff (sì, due, ne parliamo dopo) non si vede gente che svolazza come in La tigre e il dragone e rimbalza fra un muro e l’altro come in New Super Mario Bros. Wii.

E che si vede? Si vede un racconto che – fatta la tara al taglio mitologico con cui vengono caratterizzati i vari protagonisti e determinati snodi narrativi – mantiene abbastanza i piedi per terra, mostrando sì due scene di battaglia epiche, enormi, semplicemente splendide, ma concentrandosi soprattutto sui personaggi, sui complicati intrecci umani e politici che li legano, sulla guerra vista non solo attraverso lo scontro sul campo ma anche (soprattutto) tramite ciò che è preparazione, dialogo, tattica. Si vede un cast meraviglioso, con Tony Leung che al solito mangia in testa a tutti e attorno a lui un campionario di presenze sceniche da mozzare il fiato. Si osserva un John Woo tornato all’eleganza e alla potenza stilistica che sembrava aver ormai irrimediabilmente perso. Si respira il solito, adorabile, malinconico melodramma che permea il cinema dell’estremo oriente tutto e che ce lo fa amare.

Ah, quasi dimenticavo: i due Red Cliff. Avete presente Kill Bill? Volume uno e volume due? Ecco, stessa roba. Red Cliff, in Cina, è uscito sotto forma di due film, da centoquarantaepassaminuti l’uno. La versione occidentale è frutto di un riassemblaggio e scesoiamento voluto e curato dallo stesso Woo, al fine di renderlo più adatto ai nostri palati fini con una durata da centoquaranta minuti e spiccioli. Non l’ho vista, ma ho leggiucchiato in giro e noto come siano in effetti state eliminate quasi solo scene estremamente “cinesi”, lontane dal gusto occidentale, oltre a una “sottotrama” che è forse la più debole dei film originali. Ma stiamo comunque parlando dell’eliminazione di oltre due ore di materiale, che genera per forza di cose qualche incongruenza e qualche scena un po’ priva di senso, oltre a tagliar fuori alcune fra le più belle immagini dei due film (il parto e la caccia alla tigre? Ma stiamo scherzando?). Insomma, meh.

Il film l’ho visto in lingua originale, sottotitolato in inglese. Importanza di guardare questo film in lingua originale: non saprei, però l’importanza di guardarlo tutto per intero non la sottovaluterei. Eagle Pictures ha comunque annunciato la pubblicazione (su DVD e Blu-Ray) del film in entrambe le versioni: abbreviata e integrale. Quindi a breve saremo tutti più contenti. Nel frattempo, vi segnalo Chua Import & Entertainment, il sito – consigliato dal Guglia, ciao e grazie – tramite il quale ho comprato i due DVD cinesi, dezonati e con sottotitoli in inglese. Spedisce dalla Germania, quindi si schiva quella vergogna nazionale che è la dogana italiana. Mentre scrivevo questo brutto post, Al Michaels e Cris Collinsworth gufavano in televisione. Il mio stomaco elaborava il troppo the bevuto. Gli Eagles battevano agevolmente i Giants e si issavano in testa alla classifica della NFC East.

Multitentacolo

Il podcast del Tentacolo Viola: Episodio IV. Ospite speciale Pierpaolo Greco di Multiplayer. Gli sottopongo un pippone che non finisce più sui metri di giudizio e le scale di valori. E poi si parla di altre cose. Tipo che io parlo di Cooking Mama 3, del nuovo Buzz e di Red Cliff. Sta qui.

I podcast videoludici italiani si vogliono tutti bene fra di loro. Un abbraccio d’amore. Musica ascoltata nello scrivere questo brutto post: The Arrival – Michael Nyman. Mangiavo un paio di kiwi.

Orgoglio e pregiudizio e zombie

Pride and Prejudice and Zombies (USA, 2009)
di Seth Grahame-Smith

L’altro giorno, gironzolando come un’anima in pena da Feltrinelli, ho notato che è uscita un’edizione italiana di Pride and Prejudice and Zombies. E m’è venuto in mente che qua dentro non ho mai scritto di quella sciocchezzuola, anche se ne ho parlato nell’episodio zero di Outcast e quindi magari qualche disperato mi ha ascoltato mentre io lo descrivevo e Fotone rideva. Ma, insomma, mettiamolo pure nero su bianco.

Orgoglio e pregiudizio e zombie è una sciocchezzuola. Seth Grahame-Smith ha sostanzialmente preso il testo originale di Jane Austen e ci ha appiccicato sopra le decalcomanie dei morti viventi. Ma non così per dire, no no, ha proprio preso il testo originale, parola per parola, e l’ha usato come base per realizzare il suo, aggiungendo, togliendo, modificando, ma anche lasciando interi brani del tutto immacolati. La storia è la stessa, l’intreccio non muta di una virgola e le variazioni ruotano tutte attorno al cambio di contesto: la Gran Bretagna in cui amoreggiano Elizabeth, Darcy e tutti gli altri è invasa dagli zombie.

Le modifiche sono talmente deliranti e sopra le righe da non poter che strappare un sorriso: Lizzy e Jane hanno viaggiato in Cina per imparare le arti marziali, la scena del ballo si conclude con un’orda di zombie che irrompe e pianta su un gran casino, Elizabeth rifiuta Darcy prendendolo a calci… tutte simpatiche cosette del genere. Il problema è che non c’è altro. Un esercizio di stile, insomma, che si esaurisce proprio in questo suo giochetto e non riesce a fare quasi nulla in più. Chi – come me – si aspettava di vedere usati gli stessi personaggi e la stessa ambientazione per dare vita a un romanzo horror “canonico”, magari dal taglio un po’ trash/demenziale, rimarrà sorpreso. In positivo o in negativo? Boh?

L’idea è simpatica e nei suoi momenti migliori funziona anche molto bene. L’estremizzazione delle vicende di Charlotte e il modo in cui l’infezione va ad accentuarne i significati rappresentano forse l’esempio migliore, ma di buone trovate ce ne sono anche altre. Il problema è che sono disperse in un romanzo che, di fondo, condivide tutta la forza del suo intreccio con il testo originale. I personaggi sono quelli, gli snodi narrativi sono quelli e non son certo un paio di risate di bassa lega e due sbudellamenti a cambiar le carte in tavola. Insomma, se è l’intreccio che interessa, tanto vale andare sul libro originale, molto bello e indubbiamente superiore a questo.

Ma allora dove sta, se c’è, il senso di Orgoglio e pregiudizio e zombie? Sta per l’appunto nell’esercizio di stile, nella “rielaborazione” del romanzo originale e nel fatto che sarebbe quasi da leggere con il testo a fronte, confrontando passo a passo le parole di Jane Austen e quelle di Seth Grahame-Smith. In quest’ottica si tratta di un’operazione simpatica, divertente, a tratti perfino intelligente. E mi ha spinto a leggere Pride and Prejudice, che insomma, è già un bel risultato.

Il libro l’ho letto in lingua originale, nell’edizione brossurata di Quirk Books. Importanza di leggerlo in lingua originale? Beh, più che altro sarebbe da capire come sia stata realizzata la versione italiana. Insomma, qua il punto è anche l’utilizzo del testo di Jane Austen: se non è stata mantenuta la fedeltà, che senso ha? Che poi Jane Austen andrebbe comunque letta nella sua lingua e fine, ma insomma, eh. Nello scrivere questo brutto post ascoltavo in sottofondo la roba trasmessa da ESPN durante l’intervallo della partita fra Eagles e Giants. 30 a 17… come finirà?

New Super Mario Bros. Wii

New Super Mario Bros. Wii (Nintendo, 2009)
sviluppato da Nintendo EAD

New Super Mario Bros. Wii è strepitoso. Punto. Difetti? (1) L’inizio parecchio moscio: nei primi due mondi c’è una totale mancanza di senso del nuovo e di, boh, trasporto. Certo, si intravedono già qualche bella idea e lo sforzo di fare un gioco impegnativo e non la passeggiata che c’era su DS, ma davvero sembra di stare giocando alla stessa roba di tre anni fa. E non è bello. (2) Manca l’online e non ci ho potuto quindi giocare in cooperativa con Holly. (3) Le cazzo di piattaforme/ascensori dell’ottavo mondo: metà delle volte le muovevo troppo velocemente, Mario faceva la piroetta e io finivo nella lava. (4) È un Mario 2D e non è una cosa di tutt’altra pasta come Yoshi’s Island, quindi ti viene da paragonarlo a Super Mario World e, vabbuò, su, dai. Però, fine, tutto il resto è strepitoso.

Ha un crescendo fuori scala: come detto, parti un po’ meh, anche se magari ti fai pigliare dal solito stile Nintendo, ma poi ti ritrovi fra le mani una roba assurdamente bella, curata, perfetta, piena di idee, che cresce costantemente dall’inizio alla fine, ha forse il miglior boss finale nella storia dei Mario 2D e dopo il boss ci mette pure il mondo stronzobastardomaledetto dedicato agli hardcore gamer che a prendere le monete del 9-7 ho bestemmiato davvero tanto. Ah, fra l’altro: è il gioco più hardcore che ho giocato quest’anno. E no, non c’è Peach a pecora.

Poi la verità è che ha ragione chi dice che è un aggiornamento del gioco DS, perché dai, è quello, ha quella faccia, ha quello stile, ha pure più o meno gli stessi mondi, non si può negare che lo sia. Però ha pure ragione chi dice “ma col cazzo”, perché c’è veramente troppo di più (oh, c’è Yoshi: gameset&match), troppa più cura, troppa più attenzione a fare una roba che funzioni a tutti i livelli, troppe più idee, troppe più cose. E concentrarsi sulla prima visione senza rendersi conto della seconda, se lo hai giocato davvero a fondo, mi sembra abbastanza miope. Se poi ti stai occupando di scriverne una recensione, mi sembra abbastanza degno della brutta gente che ho la sfortuna di chiamare colleghi e che guardo con sdegno dall’alto in basso credendo di essere chissacchì.

È il nuovo Mario paura spaccatutto diverso e innovativo? No, quello era Super Mario Galaxy, per questa generazione direi che siamo a posto. È un gioco della madonna, un Mario della madonna, un platform vecchio stile della madonna? Esatto. Vi sempra poco? A me no. Mamma mia! Ai miei tempi, quando qui era tutta campagna, per dei giochi che erano semplicemente dei seguiti della madonna di giochi della madonna ci si esaltava. Turrican II venne acclamato come capolavoro, non ci si tirava le paranoie perché era uguale al primo.

Quasi tutto quello che leggete in questa pagina l’ho in realtà scritto in una mail per la redazione di Nextgame, all’interno di una discussione ben più ampia e che non riguardava il nuovo Marietto nello specifico. Copio e incollo la chiusura di quella mail: “Uah, figata, adesso copio, incollo, sistemo la formattazione, aggiungo due insulti a Zave e ho fatto il post su New Super Mario Bros. Wii per il blog. Grazie a tutti. :*” Mattia, sei uno stronzo. A New Super Mario Bros. Wii ci ho giocato in inglese, perché ho il Wii impostato così. Ma cambia poco, anzi, in genere le versioni italiane dei giochi Nintendo sono solo ottime. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Crush (non Crash) – Dave Matthews Band. Sorseggiavo una tazza di Earl Grey. Mattia sei una merda.