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The Conjuring – Il caso Enfield

The Conjuring – Il caso Enfield  è un seguito fotocopia, fatto a modino, con tutte le sue cose al posto giusto e che non ha proprio intenzione di differenziarsi dall’originale, se non nel minimo sindacale dato dalla maggior convinzione sul fronte degli effetti speciali, dalla tendenza a rifare tutto un po’ più grosso e da velatissimi ribaltamenti di ruoli. A tratti sembra veramente di guardare lo stesso film, solo col volume più alto: un prologo incentrato su un caso che avrà ripercussioni nella storia principale (nel primo film fu la bambola destinata a conquistarsi uno spin-off, qua si omaggia l’indagine più famosa dei coniugi Warren in quel di Amityville… ma si buttano comunque i semi per un altro spin-off); una casa infestata che si svela pian pianino; una certa attenzione nell’approfondire il lato umano delle vicende, tanto per le vittime quanto per gli investigatori dell’occulto; un taglio da horror vecchio stile come non se ne fanno (facevano?) più; un finale in cui la tensione cala le braghe in nome di spettacolo ed effetti speciali. Se quel che si cerca è un more of the same realizzato con un pizzico di gusto, insomma, bene così.

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Blow

Blow (USA, 2001)
di Ted Demme
con Johnny Depp, Penélope Cruz, Franka Potente, Ray Liotta, Paul Reubens

George Jung è un giovane ribelle del Massachussets che un bel giorno si rende conto di non voler diventare un clone del suo amato padre, di non volersi infognare in un matrimonio fatto di litigi e incomprensioni e di non voler mai avere in vita sua problemi economici. Tirare la fine del mese con un semplice stipendio non fa per George, che decide così di trasferirsi in California assieme all’amico Tuna. Qui s’innamora della bella hostess Barbara, che lo introdurrà al fantastico mondo della droga e, così facendo, staccherà il guinzaglio all’irrefrenabile ambizione di George.

Blow, penultimo lungometraggio firmato da Ted Demme prima di morire, racconta la (sedicente) storia vera di George Jung, che da ragazzetto sfigato alla ricerca di soldi facili si trasformerà nel principale trafficante di droga degli anni Settanta, capace di aprire praticamente da solo la strada degli Stati Uniti al cartello del narcotraffico colombiano. La sua esistenza, così come raccontata da Demme, è la storia triste e malinconica di un personaggio squallido, spinto a distruggere la vita delle persone a cui vuole bene, incapace di fermarsi anche di fronte agli affetti più cari, destinato a fallire anche quando proverà a cercare redenzione dedicandosi alla figlia.

Molto ben diretto e interpretato, con il solito grande Johnny Depp a sfoderare uno splendido accento da “Boston George”, Blow non sembra interessarsi più di tanto al racconto della vita di Jung. Tant’è che i bei personaggi di contorno, capitanati da un grandissimo Ray Liotta e impoveriti da quel catorcio di Penelope Cruz, finiscono per essere più interessanti e degni di nota del triste uomo al centro del racconto. Ma d’altra parte la scena è dominata non dai personaggi e dagli eventi, quanto piuttosto dagli anni in cui essi vivono.

Demme parla di un’epoca e delle sue trasformazioni, trasporta lo spettatore lungo un paio di decenni che tratteggia con spensierata delicatezza. Blow, insomma, è quasi un documentario, non sulla vita di George Jung, ma su una particolare epoca della storia americana. Ed è nel seguire questo intento, forse, che si trova la dubbia utilità di un protagonista e un racconto tanto poco interessanti.