Archivi tag: Netflix

Riverdale – Stagione 1

Quella di Archie Andrews e relativa casa editrice Archie Comics è una storia che inizia quasi ottant’anni fa, con la nascita dell’allora MLJ Magazines, e prosegue imperterrita ancora oggi. Il rosso adolescente Archibald “Archie” Andrews fa il suo esordio a fine 1941 in Pep Comics e diventa uno fra i personaggi più longevi, seppur fra alti e bassi, della narrativa seriale americana, fiero portabandiera dei fumetti che non hanno bisogno di superpoteri e si limitano a raccontare storie di gente normale (fermo restando che l’editore ha negli anni sperimentato anche con supereroi e fantastico, ottenendo per esempio un successo notevole con la streghetta Sabrina). Dalle nostre parti, le avventure di Archie, Betty, Veronica, Jughead e amici assortiti non hanno forse mai catturato l’attenzione come nei migliori anni della loro vita a stelle e strisce, ma ho un ricordo abbastanza angosciato della trasmissione italiana di Zero in condotta (The New Archies), che, come ogni cosa accompagnata dalla voce di Cristina d’Avena, finivo per guardare anche se non me ne fregava poi molto. Agevolo contributo audiovisivo.

Durante i magici anni Dieci che stiamo finendo di vivere, Archie Comics ha spinto per un rilancio e ammodernamento completo della propria attività, forse figlio anche della consapevolezza di stare pubblicando da troppi decenni storie di adolescenti che non venivano lette da adolescenti (o comunque così è più o meno come l’ha messa giù lo scrittore Mark Waid). Si è visto quindi l’esordio di Kevin Keller, primo personaggio dichiaratamente gay nella popolazione della cittadina di Riverdale, e in generale si è cominciato ad affrontare tutta una serie di tematiche fondamentali per il pubblico adolescente dei giorni d’oggi. Inoltre, è scattato un inseguimento un po’ surreale alla diversificazione, che ha visto via via la nascita della prima serie horror dell’editore, Afterlife With Archie, il manifestarsi di crossover sempre più deliranti (con Predator, il Punitore, Glee… ), la creazione di una nuova etichetta dedicata ai supereroi e l’inevitabile rilancio dell’Archie fumettistico più classico, proposto da Mark Waid in una bella versione moderna, che riesce a conservare lo stile spensierato e le dinamiche romantiche senza risultare datato. E ne è pure nato un nuovo universo narrativo, “New Riverdale”, che getta nel mucchio un altro successo dei bei tempi dell’editore, Josie and the Pussycats.

In tutto questo marasma di progetti riusciti recenti, è finalmente giunto anche ciò che appariva scritto nelle stelle e, onestamente, è quasi incredibile non aver visto prima: una serie televisiva trasmessa sul network The CW e ispirata ad Archie. Riverdale, sviluppata dallo stesso Roberto Aguirre-Sacasa a cui dobbiamo l’Archie horror citato sopra, sottopone le vicende della cittadina alla classica cura del network americano, tirando fuori una serie dai protagonisti adolescenti tutti bellissimi, tutti tristi, tutti immersi nel melodramma dalla testa ai piedi, tutti molto propensi a desiderarsi carnalmente e levarsi di dosso le magliette appena possibile. Le dinamiche di gruppo e gli intrecci romantici vanno a pescare nell’Archie classico, ma tutto viene riletto attraverso una chiave contemporanea a base di cura estetica scintillante e intreccio mystery, che infila Riverdale da qualche parte fra un reboot di Veronica Mars e una rilettura adolescenziale di Twin Peaks.

E il risultato è una serie davvero divertente, che fa ruotare tutto attorno a un omicidio misterioso ma butta nel mucchio criminalità organizzata, tresche adolescenziali, amori proibiti fra studenti e insegnanti, ragazzini intimoriti all’idea che praticamente tutti gli adulti della loro vita siano folli cospiratori, daddy issues a catinelle, romanticismo spinto, momenti assurdamente sopra le righe da commedia adolescenziale, lampi da thriller piuttosto efficace e storie di corna vissute. E funziona! Funziona innanzitutto perché il cast è davvero azzeccato, con un Archie faccia da pesce lesso circondato da compagni di scuola estremamente carismatici e una selezione di adulti in stile Stranger Things (basti pensare che i genitori del protagonista sono Molly Ringwald e Luke Perry, wink wink). Ma funziona ancora di più per la maniera allucinata in cui sono scritte le varie puntate: un continuo turbinio di eventi, rivelazioni, colpi di scena sempre più assurdi e svolte che fanno procedere il racconto a diecimila all’ora, non mollano mai e non danno mai la sensazione di brodo allungato. Visto lo storico di The CW e delle serie su cui mette le mani Greg Berlanti, è probabile che col passare delle stagioni si perderà questo senso del ritmo incessante e si scivolerà verso un tedioso allungare il brodo, ma per il momento ci si diverte.

In America è appena partita su The CW la seconda stagione, che viene distribuita da Netflix in contemporanea in tutti i paesi del mondo tranne l’Italia, dove parte invece oggi la prima stagione su Mediaset Premium Stories. E che ci dobbiamo fare?

Annunci

Stranger Things 2

L’aspetto forse più interessante di Stranger Things 2, almeno per come la vedo io, sta nel fatto che ha offerto ai Duffer l’occasione di raccontare quel che nei film a cui si sono ispirati non abbiamo mai visto, per ovvi motivi. Cosa accade, dopo? Dopo il finale, dopo l’epilogo che chiude i fili narrativi, dopo che si è conclusa l’avventura, si è risolto l’evento traumatico, si è tornati alla vita di tutti i giorni, ma prima che esploda la nuova avventura raccontata nel secondo film, come si vive? Lo vediamo qui, soprattutto nelle prime puntate, che dilatano i tempi introduttivi del classico seguito proprio dando spazio al ritorno alla normalità, più riuscito per alcuni invece che per altri. E la risposta, per quegli alcuni, è che non si vive benissimo, e non solo perché l’avventura non si è del tutto conclusa e ci sono ancora (più) strane creature che gironzolano fra questo mondo e quell’altro. Il tratto più affascinante, per quanto certo limitato nell’approfondimento, di come vengono caratterizzati i protagonisti in questo secondo anno della serie  Netflix sta, se vogliamo, nello stress post traumatico che ti ritrovi addosso dopo essere sopravvissuto a un demogorgone del sottosopra.

Continua a leggere Stranger Things 2

Mindhunter – Stagione 1

Fra tutti i pregi, i difetti, le caratteristiche forti, le peculiarità e i cliché di Mindhunter, ciò che più mi ha colpito nell’arco di tutte e dieci le puntate, spesso in maniera solo parzialmente conscia, altrettanto spesso con orecchio attento, è la colonna sonora. A volte era lì che mi schiaffeggiava potente, in altri casi si avvicinava di soppiatto e mi tirava la gamba del pantalone in maniera fastidiosa. Tutto ciò che è suono, in Mindhunter, è figlio di una cura spaventosa e veicolato – come del resto quasi ogni altro elemento della serie – a definire uno stato d’animo preciso. C’è il tema musicale, certo, che è l’aspetto più ovvio nel suo tornare sistematicamente in ogni momento chiave legato ai (serial) killer, con quei suoni acuti e subdoli, ma mai esagerati, che mirano a un’inquietudine e una tensione lente, di accumulo. C’è il grande studio sulle voci, sulle parlate, sul modo in cui ogni personaggio comunica il suo modo di essere, ma prima ancora il suo modo di apparire, attraverso il tono tramite cui si esprime. Senza contare il lavoro fenomenale di Cameron Britton nel riprodurre il vero serial killer Ed Kemper. E poi c’è il design dei suoni. Le catene, i registratori, i maledetti passi di Kemper, che punteggiano la sua presenza con quell’avanzare poderoso. Quei momenti splendidi in cui i racconti di fatti spaventosi vengono accompagnati dai rumori di ciò che accadeva, senza bisogno di usare le immagini.

Continua a leggere Mindhunter – Stagione 1

Suburra – Stagione 1

Esistono serie TV che partono subito a mille e tengono alto il livello dall’inizio alla fine. Sono piccoli miracoli che svettano là in cima, ai massimi livelli della produzione seriale. Ma sono casi rari. Più spesso ci sono alti e bassi, fra episodi pilota che sparano tutte le cartucce e rimangono senza nulla da dire poi, saliscendi vertiginosi e serie che crescono nel tempo, lentamente ma regolarmente. Queste ultime sono quelle che premiano la fiducia. La fiducia in questo o quell’elemento riuscito che hai colto nelle prime puntate e la voglia di vedere se gli aspetti positivi sapranno prendere il controllo della situazione. È il caso di Suburra, la cui prima puntata, diretta da Michele Placido come la seconda, va a un passo dal disastro ma si salva mostrando fin da subito quelli che saranno poi gli aspetti migliori e centrali della serie ispirata al film di Stefano Sollima, del quale la produzione Netflix è una sorta di prequel.

Continua a leggere Suburra – Stagione 1

Big Mouth

C’è un momento, nella vita di ogni maschio eterosessuale, in cui tutto cambia più o meno dal giorno alla notte. Gli esseri di sesso femminile assumono le sembianze di tagli pregiati di carne da valutare per scopi sessuali (certo, a seconda di come sei fatto, puoi tenerne più o meno in considerazione e rispettarne personalità e sentimenti, ma comunque, carnazza). All’improvviso, tutto ciò che ricorda anche solo vagamente un buco risveglia istinti che non eri certo di possedere. Il mondo torna ad essere una scoperta continua, quotidiana. Se già non lo sapevi, ti rendi conto che anche le femmine fanno la pipì. Talvolta scorreggiano, perfino. Suppongo che accadano cose “accostabili” anche alle femmine eterosessuali e non ho la minima idea di come funzioni l’omosessualità. Non mi ci metto nemmeno, a parlarne. Tanto mi sembra che lo faccia benissimo Big Mouth, nuova serie animata Netflix ideata da Nick Kroll, Andrew Goldberg, Mark Levin e Jennifer Flackett. Ci si sono messi in quattro, addirittura.

Continua a leggere Big Mouth

Il gioco di Gerald

Il gioco di Gerald si inserisce nel gruppone, ultimamente piuttosto nutrito, dei progetti fortemente voluti e inseguiti per anni e anni da un regista che ci teneva proprio guarda in una maniera che non ti dico. La leggenda narra che Mike Flanagan, fin dagli esordi, girasse per Hollywood con il libro di Stephen King sotto braccio, cercando in tutti i modi di convincere qualcuno a fargliene dirigere un adattamento. Mentre inseguiva il suo sogno, il caro Mike ha deciso di esordire svelandosi come nuovo grande talento dell’horror con Oculus, per poi firmare altri tre film tutti interessanti (fra cui questo e questo), tutti ben diretti, tutti con qualità innegabili, tutti largamente imperfetti e non all’altezza del suo esordio. Evidentemente, però, il credito accumulato fino a quel punto gli ha permesso di entrare nel sempre più popolato club dei registi a cui Netflix ha detto “Ma certo, caro, noi ci mettiamo i soldi, tu fai un po’ quello che vuoi.” E “Quello che vuoi” è diventato un adattamento piuttosto fedele nella sostanza, intelligente nel modo in cui reinterpreta determinati aspetti del libro, forse troppo fedele riguardo ad altri.

Continua a leggere Il gioco di Gerald

Castlevania – Stagione 1

Più passano gli anni e più, in questo triste mondo dell’entertainment tarato su misura dei fan scassamaroni, si fa largo l’idea che nell’adattare un’opera conti solo ed esclusivamente un presunto “rispetto dell’originale”. È quel modo di pensare secondo cui avere un Uomo-Ragno fedele al personaggio dei fumetti sia più importante di avere un Uomo-Ragno protagonista di un bel film (non è una frecciata a Spider-Man: Homecoming, che non ho ancora visto ma pare essere delizioso). È, se lo chiedete a me, un modo di pensare cancerogeno, che fa solo danni, ed è, sempre se lo chiedete a me, l’unico modo in cui è possibile ritenere che il Castlevania di Netflix sia per il momento molto più che mediocre, nonostante un paio di elementi azzeccati e l’impressione che possa solo migliorare. E se non lo chiedete a me, beh, che ci fate qua?

Continua a leggere Castlevania – Stagione 1

Love – Stagione 2

Tradizionalmente, le commedie televisive incentrate su una storia d’amore tendono a giocare per settimane, mesi, anni, sul “Si metteranno assieme o no?”, con un tira e molla infinito che fa da meccanismo di base per lo sviluppo (esile) del racconto e per molti dei tormentoni umoristici. E in fondo è quello che, in una certa misura, fa anche Lovesick, una serie abbastanza fuori dagli schemi sotto alcuni aspetti ma di certo non in questo. Ultimamente, però, si sono viste diverse serie TV che hanno scelto una strada diversa, facendo accoppiare fin da subito, o quasi, i loro protagonisti e dedicandosi poi a raccontare l’evoluzione del rapporto. È quel che fanno due gioielli come You’re the WorstCatastrophe ed è veramente il cuore di quel che Love voleva essere fin dall’inizio.

Continua a leggere Love – Stagione 2

Poi non dite che non vi ho avvisati: The Infiltrator

L’altro giorno è spuntato sul Netflix italiano The Infiltrator, un film su gente che si infiltra nel cartello della droga e ne esce profondamente segnata nel cuore, nella mente, nello spirito e nelle palle. Io l’ho visto al cinema qua a Parigi qualche tempo fa e ne ho scritto a questo indirizzo qui. Long story short: caruccio, stragiavistissimo, Bryan Cranston bravo da far paura. A tal proposito, mi raccomando la lingua originale, fate i bravi!

Esplosione di logorrea fin dal titolo nello scrivere di alcune cose fumettare che ho visto quest’anno e di cui non ho mai scritto ma sulle quali mi esprimo ora, sicuramente fuori tempo massimo, perché, insomma, qua sul blog è abbastanza una tradizione e quindi perché no?

Il 2016 è forse l’anno in cui non arrivo a dire di essermi rotto i coglioni dei film e telefilm di supereroi, ma ho comunque affrontato quel giro di boa dopo il quale non sempre l’amore per i fumetti riesce a farmi concentrare sul bicchiere mezzo pieno. Ci riesco ancora, eh, contro tutto e tutti, e non mi è chiarissimo in base a cosa ci riesca o meno (a naso: mi sa che inizio a non tollerare più chi si piglia troppo sul serio quando va in giro in mutandoni), ma mamma mia che rottura di coglioni che è stata la seconda stagione di Daredevil e quanto, a qualche mese di distanza, fatico ad averne un buon ricordo. Poi, per carità, già la prima, pur trovandola molto bella, non mi ha fatto impazzire e strappare i capelli come è accaduto a tanti altri, ma insomma, era comunque su tutt’altro livello. Qua, invece, un rotolare di maroni quasi ininterrotto, con qualche momento di reale bellezza a mettere un freno qui e lì.

Continua a leggere Esplosione di logorrea fin dal titolo nello scrivere di alcune cose fumettare che ho visto quest’anno e di cui non ho mai scritto ma sulle quali mi esprimo ora, sicuramente fuori tempo massimo, perché, insomma, qua sul blog è abbastanza una tradizione e quindi perché no?