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30 Rock

Non sono un gran seguace del Saturday Night Live. È una trasmissione che mi affascina, al punto che ho letto uno dei tanti libri ad essa dedicati, ascolto sempre con interesse i podcast sull’argomento che mi capitano sul telefono, ho comprato il cofanetto in DVD della prima stagione durante un viaggio in America, ogni tanto guardo pezzetti a caso su Netflix e qualche sketch su YouTube, ma non mi sono mai messo a seguirla in maniera assidua. E infatti, per me, Tina Fey era più che altro quella tizia che avevo visto imitare Sarah Palin su YouTube. Le cose cambiano in fretta, se ti guardi le sette stagioni di 30 Rock: ora sono una sua mezza groupie, ma soprattutto ho ben presente chi sia, i suoi ritmi, il suo stile, il suo modo di far comicità, cosa che mi è risultata particolarmente chiara quando, un paio di settimane fa, ho rivisto quella cosetta deliziosa di Mean Girls e mi sono reso conto di quanto sembri un episodio speciale della serie dedicato al mondo delle adolescenti.

L’argomento è diverso, lo stile è magari ancora acerbo, ma il genere di gag, l’approccio al politicamente scorretto, l’elegante cattiveria con cui si riesce a prendere in giro tutto e tutti, il senso del ritmo, i personaggi assurdi e quel fondo di tenerezza con cui vengono portate avanti vicende in fondo molto umane in un contesto ben oltre i limiti del demenziale… alla fin fine sono questi i pregi maggiori della serie che ha poi occupato sette anni della carriera di Tina Fey. Una serie che parte dallo spunto autobiografico, dal raccontare le assurdità della sua esperienza da head writer del Saturday Night Live, e finisce poi per allargare il tiro e raccontare le mille assurdità che definiscono una città folle e fuori dal mondo come New York. E se il piazzare una gag dietro l’altra rimarrà fino alla fine il focus principale, pian piano emergerà anche il desiderio di raccontare la storia dei due personaggi principali, a cui è veramente difficile non affezionarsi e coi quali, in un qualche modo un po’ sbalestrato, diventa in fretta facilissimo immedesimarsi.

Poi, certo, la faccenda “New York” magari io, da italiano, posso coglierla solo fino a un certo punto, ma in fondo a render grande la serie c’è proprio il suo saper essere splendida e adorabile anche se spesso non hai ben chiaro di cosa stia parlando. Se ci riesce è soprattutto per la clamorosa valanga di idee, trovate, personaggi che spara fuori a getto continuo con un ritmo estenuante, implacabile, che ovviamente ogni tanto finisce per dar vita a momenti poco riusciti, ma tempesta le sue sette stagioni di gioielli indimenticabili. La follia di Tracy Jordan e Jenna Maroney, il reality show di Angie Jordan, Grizz e Dot Com, la malefica nipotina affarista di Chloë Grace Moretz, gli episodi dal vivo, le inquietudini di Kenneth e della sua erede, i monologhi di Jack Donaghy, la cretinaggine della banda di scrittori, il clamoroso Leo Spaceman e l’altrettanto clamoroso Devon Banks, le donne di Jack e gli uomini di Liz, i parenti e gli amici, Cerie, Jonathan, Danny, Paul e la famiglia Geiss, l’episodio su Batman e quello sul boardgame, il patetico Kim Jong-il e tutto il resto, un delirio che non sempre ha centrato il bersaglio ma che ha saputo mantenere un livello costante di spacco abbastanza sconosciuto alla maggior parte delle serie comiche americane. E insomma, mi sa che 30 Rock è la mia commedia televisiva preferita di sempre, almeno fra quelle poche che ho seguito dall’inizio alla fine. Ma in effetti già il fatto che ho avuto voglia di andare fino in fondo dice molto. E poi, come dice Tracy sul gran finale, non siamo stati in tanti a seguirla, ma loro i soldi li han presi lo stesso, a posto così.

Ho visto le prime stagioni in DVD, poi mi si è manifestata su Netflix ed è scattato il binge watching. In linea di massima, mi sembra veramente il prototipo della cosa che non ha troppo senso guardarsi tradotta/doppiata, per mille questioni che vanno dall’intraducibilità al ritmo delle parole, passando per un puro e semplice Alec Baldwin. Fra l’altro, se Wikipedia non mente, in Italia non l’hanno neanche trasmesso per intero, manca ancora l’ultima stagione.

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Talk Radio

Talk Radio (USA, 1988)
di Oliver Stone
con Eric Bogosian, Ellen Greene, Leslie Hope, John C. McGinley, Alec Baldwin

Il 18 giugno 1984 Alan Berg, speaker radiofonico famoso per la sua lingua velenosissima e totalmente priva di peli, viene ucciso con tredici colpi di pistola nel vialetto di casa sua. Tre anni dopo Eric Bogosian e Tad Savinar sfondano con una commedia teatrale parzialmente ispirata alla sua vita. Passa un anno e Oliver Stone porta Talk Radio al cinema, realizzando un film interpretato dallo stesso Eric Bogosian e basato su un mix fra la commedia teatrale, la vera storia di Alan Berg e qualche idea in più.

Ne esce fuori una pellicola strana e affascinante, estremamente teatrale nella messa in scena, quasi del tutto incentrata sulla maestosa interpretazione dell’attore protagonista. Bogosian sembra nato per questo ruolo, che del resto si è probabilmente anche un po’ cucito addosso. La sua voce calda e graffiante, la sua affascinante parlata e il suo nervoso, schizoide modo di fare donano al personaggio vita propria. E non è forse un caso che questo sia praticamente l’unico personaggio di peso interpretato da Bogosian sul grande schermo.

Talk Radio mette in scena un monologo che va avanti pressoché ininterrottamente, anche e soprattutto quando vengono mostrate apparenti conversazioni a due. Barry Champlain, il fittizio conduttore del graffiante talk show radiofonico al centro delle vicende, domina la scena seppellendo la pur apprezzabile serie di comprimari che gli ruotano attorno. Regna sull’intero film con la sua verve e le sue battute sferzanti, con il suo atteggiamento autodistruttivo, acido e malinconico.

E Oliver Stone gli appiccica addosso un film claustrofobicamente ossessionato dalla sua figura. Non esce praticamente mai dagli studi radiofonici, se non per una manciata di flashback e per un’apparizione pubblica che inizia come piacevole diversivo e si chiude con l’angosciante e opprimente reazione della gente al protagonista. E il culmine del film è, guardacaso, uno splendido monologo, interpretato da un Bogosian in stato di grazia e messo in scena da Stone con una trovata semplice, ma efficacissima.

E poi, subito dopo una nota di lieta speranza, arriva quel finale così asciutto e triste, malinconico e asfissiante, seguito dalla crudelmente ironica serie di commenti degli ascoltatori. Fatico a considerare Talk Radio un gran film, forse un po’ anche perché non amo la – comunque qui poco ostentata – retorica di Oliver Stone, ma cazzo se ti lascia dentro qualcosa.

The Departed – Il bene e il male


The Departed (USA, 2006)
di Martin Scorsese
con Leonardo DiCaprio, Matt Damon, Jack Nicholson, Vera Farmiga, Mark Wahlberg, Martin Sheen, Ray Winstone, Alec Baldwin

Difficile, forse impossibile, rendermi conto di quanto l’essermi presentato in sala fresco della visione dei tre Infernal Affairs possa aver influenzato il mio giudizio e il mio godimento dell’ultimo film di Scorsese. Da una parte è certamente vero che conoscere già tutti gli snodi principali della trama ha sostanzialmente cancellato buona parte della tensione e della suspence. Ma dall’altra è vero anche che molti aspetti a mio parere negativi lo sono a prescindere da un confronto col film di Lau e Mak. Ma sì, è indubbio, l’insoddisfazione nasce anche dall’inevitabile parallelo e dalla consapevolezza di preferire il modo in cui certe sequenze e certi personaggi sono stati affrontati nelle tre pellicole cinesi.

ATTENZIONE, QUESTO ARTICOLO POTREBBE CONTENERE DETTAGLI RIGUARDANTI LA TRAMA DI THE DEPARTED E DEI TRE INFERNAL AFFAIRS. VEDIAMO DI NON ROMPERE LE PALLE.

Eppure The Departed è un film che funziona, che funziona decentemente anche per chi Infernal Affairs l’ha visto, ma che certo risulta dirompente per chiunque altro. La potenza del soggetto e la cruda, inattesa, assurdità del finale lasciano di stucco e non possono che colpire. Scorsese, poi, compie una scelta per certi versi molto saggia e si distacca parecchio dal modello originale, non tanto nello sviluppo degli eventi – quasi identico – quanto piuttosto nella risoluzione delle piccole cose e nella caratterizzazione dei personaggi. E nel confezionare una pellicola assai più occidentale rispetto a quella che, comunque, per quanto molto hollywoodiana, rimane una trilogia dall’anima estremamente orientale. Il risultato, sulla carta, è un film che presenta svariati motivi d’interesse anche per chi non può certo essere sconvolto dai colpi di scena. Il problema, però, sta nella deprimente sceneggiatura di William Monahan.

A deludere è soprattutto quello che al contrario di norma è fra gli elementi distintivi delle pellicole di Scorsese: la caratterizzazione dei personaggi. Piatta e, nonostante una passata di grigio nel finale, abbastanza manichea, rifugge i caratteri sfumati e ambigui dell’originale cinese e si appoggia su una divisione schematica e monodimensionale. Chi è cattivo è cattivo, magari è simpatico, magari fa un po’ pena, ma cattivo è e cattivo rimane. E lo stesso vale per i personaggi positivi che, pur talvolta ammantati di qualche tinta fosca, non escono dal loro schematismo. Certo, Sullivan alla fin fine vorrebbe uscirne pulito, ma non sfugge mai dalla sua gabbietta di inguaribile bastardo. Certo, Costigan si concede qualche violenta deriva verso una troppo “convinta” interpretazione del ruolo di mafiosetto, ma non va mai oltre il limite. E cosa rimane? Un Nicholson come al solito esagerato, strabordante e molesto, una bella psicologa la cui scomoda posizione (fra le poche intuizioni interessanti di Monahan) non viene sfruttata a dovere e una serie di personaggi minori, macchiette buone giusto per far da tappezzeria.

The Departed è un film efficace, appassionante, splendidamente diretto, dall’incredibile colonna sonora (per la scelta dei pezzi e per l’utilizzo che ne viene fatto), ma cui sfugge quella passionalità e quel senso del dramma che così bene caratterizzano invece Infernal Affairs. Voluta o meno che sia, questa differenza risulta micidiale per chi, come me, il film originale l’ha visto e amato. Dov’è il conflitto, dov’è l’ambiguità morale, dove stanno le difficili scelte, i dubbi e i traumi? Sullivan non è interessato a nulla che non sia il suo squallido tornaconto personale, non offre spiragli di redenzione, vuole solo sfangarla e viene – tutto sommato giustamente – punito. Costigan scivola sempre più verso il lato oscuro, ma non viene mai messo davvero alla prova, e quello che dovrebbe rappresentare il punto di rottura, la prima dimostrazione della sua delicata condizione psicologica, si risolve nel pestaggio di due delinquentelli. Tutto qui?

Ed è (s)confortante il pensiero che anche persone cui il film cinese rimane ancora sconosciuto riconoscano a The Departed questi e altri difetti, frutto quindi non solo dell’impietoso confronto, ma della natura stessa di un film ben lungi dall’essere perfetto. E piange il cuore a vedere un soggetto tanto carico di potenziale drammatico e tanto efficace risolversi in maniera così semplice, didascalica, ridotta al genere puro e semplice, per quanto diretto con mano estramente felice.

Un parallelo vero e proprio fra The Departed e Infernal Affairs, d’altra parte, è ingiusto e complicato da mettere in piedi. Se la struttura del film di Scorsese è sostanzialmente quella del primo episodio cinese e quindi con esso andrebbe confrontata, l’affresco narrativo va anche a pescare dagli altri due film, ma comprime circa sei ore di materiale in una pellicola da due ore e mezza. Ovvio quindi che i personaggi della saga di Lau e Mak finiscano per essere meglio tratteggiati e approfonditi. E questo vale non solo per i due “equivalenti” di Costigan e Sullivan, ma anche e soprattutto per i personaggi minori e le relazioni fra di loro.

Eppure i principali motivi di delusione nel film di Scorsese vanno oltre questi limiti e non possono che essere considerati come vere e proprie scelte. Basti pensare al diverso impatto della morte di Anthony Wong/Martin Sheen. Da una parte un personaggio ricco, il cui rapporto paterno con Yan è meravigliosamente tratteggiato senza dover scivolare nel didascalico e la cui morte violenta, improvvisa e devastante lascia di stucco. Dall’altra un vecchietto dalla presenza minore, quasi per nulla approfondita, che Scorsese prova inutilmente e impacciatamente a rendere interessante con quella scena casalinga, e la cui morte è dipinta in maniera più enfatica, “preparata” e, a conti fatti, meno efficace. Per non parlare, poi, di ciò che l’evento implica.

Se nel film di Lau e Mak la morte del sovrintendente toglie ogni speranza a Yan, perché elimina l’unica altra persona al corrente dei fatti, nel remake di Scorsese troviamo il superfluo personaggio interpretato da Mark Wahlberg, che di fatto riduce ancora di più l’impatto di quell’evento. Il Dignam di Wahlberg, peraltro, vive il paradosso di essere personaggio in tutto e per tutto superfluo, posticcio, appiccicato per il solo scopo di poter chiudere il film in quel modo, e allo stesso tempo, a parte l’ovvio – e bravissimo – Di Caprio, unica vera fonte di simpatia del film. Le sue battutacce lasciano il segno e la sua interpretazione è come al solito adorabile. Ma, quando conta, finisce solo per essere dannoso.

Così come dannosa è l’interpretazione di Nicholson, efficace nella prima parte, ma fra le principali fonti di “distacco” emotivo per la sua successiva deriva à la Jack Torrance. C’è chi gradisce queste sue interpretazioni forzate, esagerate, sopra le righe. Forse fra gli estimatori c’è Scorsese, che del resto ci ha regalato un inquietantemente simile Daniel Day Lewis in Gangs of New York. Io non faccio parte del clan. Io rimpiango il sottile, amaro, adorabile Eric Tsang di Infernal Affairs. E con lui rimpiango i suoi colleghi, che però, bisogna dirlo e ripeterlo, erano graziati da personaggi più affascinanti, profondi, ambigui e ricchi delle rispettive controparti occidentali.

Ricchi come l’ispettore Lau, così ben interpretato dal suo omonimo attore e così tragicamente affascinante nella sua disperata ricerca di redenzione. Matt Damon fa il possibile, nel tentativo di dare coerenza e credibilità al suo personaggio, ma lavora con materiale molto più piatto, banale, monodimensionale e deludente. Si torna sempre lì, non c’è ambiguità, non c’è conflitto, non c’è niente di niente.

Si potrebbe andare avanti ancora a lungo cercando questa o quella differenza fra i due film, puntando il dito per esempio su quanto più tesa riesca ad essere la transazione coi thailandesi nell’originale rispetto alla scialba versione occidentale, ma in realtà il discorso è molto semplice. The Departed è un ottimo poliziesco, un discreto film di Scorsese e un mediocre remake.