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L’amore non va in vacanza


The Holiday (USA, 2006)
di Nancy Meyers
con Cameron Diaz, Kate Winslet, Jude Law, Jack Black, Eli Wallach, Rufus Sewell, Edward Burns

Due donne che c’hanno grossa crisi sentimentale decidono di farsi una vacanza lontano dai rispettivi mondi e scelgono di scambiarsi la casa tramite un sito Internet. La donna in carriera losangelina Cameron Diaz si ritrova così sepolta dalla neve britannica e insidiata dall’affascinante Jude Law. La di lui sorella Kate Winslet, impiegata servoglebissima, finisce a stare in una villa allucinante in piena Beverly Hills, flirtando con un Jack Black di passaggio. Seguono conflitti, amicizie, incomprensioni, riappacificazioni, momenti di tenerezza, risate e lieto fine.

Commediola di poche pretese, spensierata, riuscita e piacevole, The Holiday mi restituisce un vago senso di fiducia nei confronti di una regista sulla quale, dopo l’insopportabile What Women Want, avevo decisamente messo una croce su. Merito di personaggi scritti come si deve, con dialoghi divertenti e a tratti dotati – udite udite – perfino di senso, e di un bel cast, con attori bravi e in parte (al di là di Jack Black che, sarà perché non lo sopporto, mi è parso totalmente fuori posto). Nulla di trascendentale, ma un ottimo passatempo durante un lungo volo transoceanico.

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Shrek 2


Shrek 2 (USA, 2004)
di Andrew Adamson, Kelly Asbury e Conrad Vernon
con le voci di Mike Myers, Eddie Murphy, Cameron Diaz, Antonio Banderas, Julie Andrews, John Cleese, Rupert Everett, Jennifer Saunders

Una volta ci può stare, alla seconda il dubbio mi è venuto, ma a questo punto tenderei a darlo per scontato: i film d’animazione Dreamworks, perlomeno quelli in CG, non sono nelle mie corde. Antz l’avevo trovato eccessivamente cerebrale, freddo, costruito a tavolino, in quel suo piatto scimmiottare il più banale Woody Allen. Shrek mi aveva dato un’impressione di discreto squallore, con quella pessima colonna sonora, quell’appoggiarsi quasi esclusivamente su gag fatte di citazioni trite e ritrite e, diciamocelo, quel deprimente messaggio finale inneggiante all’omologazione. Madagascar, pure, nonostante le deliranti e intriganti invenzioni visive, mi era sembrato mostruosamente freddo e sbagliato nei tempi comici. E con Shrek 2 va sempre peggio.

Intendiamoci, si tratta di film a tratti molto divertenti, che ogni tanto ti sorprendono con gag davvero azzeccate. L’orco che si presenta alla fabbrica della fatina fingendo di essere un sindacalista è fantastico, così come molto divertenti sono alcune rielaborazioni degli stereotipi fiabeschi. Il gatto con gli stivali, poi, doppiato da un adorabile Banderas, sfrutta al massimo qualsiasi gag sia possibile estrarre dall’umanizzazione dell’animale ruffiano per eccellenza.

Eppure, fra un lampo e l’altro, per buona parte della visione di Shrek 2 ho respirato piattezza, insoddisfazione, a tratti perfino noia. Una comicità goffa, stanca, nata vecchia, sempre pronta a rifugiarsi nell’ennesima, stantia citazione quando non si sa più cosa inventare. Sarà anche un luogo comune, ma i film Pixar, anche quelli meno riusciti, mi sembrano davvero un altro pianeta, e non solo sotto il profilo tecnologico.

Ogni maledetta domenica


Any Given Sunday (USA, 1999)
di
Oliver Stone
con
Al Pacino, Jamie Foxx, Dennis Quaid, Cameron Diaz, James Woods, LL Cool J, Matthew Modine, Aaron Eckhart

Any Given Sunday contiene tutti i pregi e i difetti dei film di Oliver Stone, perlomeno di quelli più recenti. Gran montaggio, regia che, pur ovviamente eccelsa sotto il profilo tecnico, risulta troppo didascalica e pregnante di simbologie e facili moralette sparse, sceneggiatura rivedibile, con personaggi che parlano come in un telefilm di quart’ordine, e soluzioni stantie. C’è praticamente tutta la collezione di clichè del genere sportivo, dal dopato, al vecchio, al giovane “che rompe le palle all’allenatore ma in fondo è un bravo ragazzo”, al coach stesso che è vecchio ma in fondo ancora ce la fa, a quello che se prende un’altra botta muore, a quello che pensa solo ai soldi ma in fondo è uno sportivo vero, ai dottori (uno buono e uno cattivo), alla padrona senza scrupoli e così via. Sembra il cast di un improbabile Major League 3 – Let’s go to NFL.

Il culmine, poi, è la partita finale, che si svolge secondo copione, emozionando lo spettatore che ormai si è affezionato ai giocatori e vuole vederli vincere. E allora facciamoli sudare, ma vincere, e tiriamo le fila del tutto con i giocatori che improvvisamente si amano, sono affiatati, giocano per la squadra, sono tutti ligi al dovere e batteranno la squadra cattiva con l’allenatore puzzone che ha lo sguardo come quello dei sette nani delle multinazionali del tabacco di The Insider. E già che ci siamo, ci sbattiamo pure la redenzione del mignottone presidente, che in fondo è pura dentro anche lei. Per non parlare di Al Pacino… Rupert Everett accetta solo ruoli da gay, Al Pacino accetta solo monologhi. Qua poi è un delirio, praticamente passa tutto il film a parlare da solo.

Chiaramente il culmine è il discorso alla squadra prima dell’ultima partita, eseguito secondo il manuale del perfetto Robin Williams. Al attacca a predicare di buoni sentimenti, onore e cose tanto giuste, i giocatori lo ascoltano, la musica sale, lo spettatore si emoziona, il ribelle è d’accordo e avanza verso lo schermo per esaltare il pubblico, Al Pacino sbraita in tutta la sua raucedine e urla sempre di più fino al culmine del discorso, la squadra salta in piedi e comincia a urlare, la musica sale e copre le urla, si corre in campo, attacca un remix della musica di Mortal Kombat (è veramente identica) e finalmente cominciano a giocare.

Sì, finalmente, perché l’unico lato veramente positivo (e l’unico motivo per cui ‘sto film non è noioso come tutti i recenti di Stone) sono le partite, girate alla stregua di un action movie e, in sostanza, se si esclude qualche tecnicismo ogni tanto, godibilissime anche da chi di palle ovali non capisce una mazza.