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Dead Rising: Watchtower

Dead Rising: Watchtower (USA, 2015)
di Zach Lipovsky
con Jesse Metcalfe, Meghan Ory, Virginia Madsen, Dennis Haysbert, Rob Riggle
Crackle è una piattaforma per lo streaming di film, telefilm, programmi TV e chissà che altro messa in piedi da Sony ormai parecchi anni fa e dal successo non esattamente paragonabile a quello di Netflix. È disponibile solo in America e Australia – la versione britannica ha chiuso dopo quattro anni di attività – ed è totalmente gratuita. I guadagni, infatti, arrivano dalle interruzioni pubblicitarie, un po’ come su Hulu Plus, con la differenza che Hulu Plus ti permette (dietro abbonamento) di guardare gli episodi più recenti di tante serie TV, mentre Crackle ha un catalogo che, tolta qualche piacevole sorpresa, fa venire la depressione. Quindi, insomma, è gratis, ma non c’è poi così tanto di interessante (e, soprattutto, di recente) e la visione viene interrotta piuttosto spesso dalla pubblicità. In pratica è come guardare la TV italiana la domenica pomeriggio.

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24 – Stagione 1

24 – Day 1 (USA, 2001/2002)
creato da Joel Surnow e Robert Cochran
con Kiefer Sutherland, Sarah Clarke, Elisha Cuthbert, Leslie Hope, Dennis Haysbert, Penny Johnson, Carlos Bernard

Jack Bauer, agente in forza alla Counter Terrorist Unit di Los Angeles, ha la tendenza ad agire sfidando qualsiasi autorità, fregandosene di tutto e di tutti e schivando in scioltezza la morale comunemente accettata. È per questo che è così bravo, è per questo che, spesso, paga care le conseguenze delle sue azioni. Le sue avventure – che in questa prima stagione riguardano il tentativo di sventare un attentato alla vita del possibile futuro primo presidente USA di colore – vengono raccontate in tempo reale: ogni episodio mette in scena esattamente un’ora di vita dei suoi personaggi, sfruttando gli intermezzi pubblicitari per gli unici balzi temporali. E proprio da questa struttura particolare e abbastanza innovativa vengono i maggiori pregi e i principali difetti della serie.

Un’intera stagione di 24 racconta un unico grande intreccio, che si sussegue nei suoi ventiquattro episodi senza soluzione di continuità. Questa prima annata è sostanzialmente divisa in due lunghissimi “episodi” della durata di circa dodici ore ciascuno (a quanto pare perché la produzione non si fidava e voleva poter chiudere a metà in caso d’insuccesso). Ovviamente questi due “episodi” si possono rozzamente dividere in atti, con una fase iniziale di preparazione, un momento centrale di crisi e una risoluzione finale degli eventi. Le conseguenze di questa natura tanto particolare sono parecchie, a partire dalla già accennata struttura narrativa, che di fatto nega l’esistenza di singoli episodi, ma racconta invece un unico, lungo fluire di eventi.

Se da una parte ne guadagna l’impatto generale della serie, con quel continuo “effetto ciliegia” che spinge a desiderare ardentemente la puntata successiva, dall’altra ne perde il singolo episodio, che non può certo dare la classica soddisfazione della bella storia autoconclusiva, con un inizio e una fine, così tipica della narrativa seriale. Più in generale, il serial assume in fretta toni abbastanza prevedibili, non tanto nei colpi di scena (alcuni un po’ telefonati, altri meno), ma nella ripetitiva struttura del singolo episodio.

Ogni puntata sfrutta lo stesso meccanismo narrativo e alla lunga, semplificando, ciascun episodio si riduce sostanzialmente a risolvere il cliffhanger del precedente, perdere tempo per mezz’ora e lasciare poi tutti col fiato sospeso grazie al colpo di scena finale. Ed è chiaro che portare avanti un racconto per ventiquattro ore in tempo reale richiede espedienti narrativi magari efficaci, ma non sempre riusciti al cento per cento. D’altra parte, se devi infilare almeno due o tre colpi di scena a settimana, è abbastanza inevitabile che prima o poi l’incredibile girandola di sfighe consecutive cominci a stridere un po’. Tanto più che, proprio per la struttura in stile “unico grande episodio da dodici ore”, c’è un bel blocco di puntate che stenta a decollare in ritmi e pathos, prima di lasciare spazio al di sicuro coinvolgentissimo crescendo finale.

Eppure 24 funziona. Funziona perché, dovendo buttare via un sacco di tempo fra un colpo di scena e l’altro, lavora (bene) sui personaggi, con dialoghi azzeccati e caratterizzazioni che, per quanto lavorate un po’ troppo con l’accetta, fanno il loro dovere e permettono di passare sopra a bucherelli di sceneggiatura e forzature varie. Funziona perché ha un protagonista supereroe in borghese, tormentato e dalla morale sfumata, capace di prendere in mano la situazione come forse solo il Bruce Willis dei tempi d’oro sapeva fare. E funziona per l’ottima regia – non a caso spesso nelle mani del sempre solido Stephen Hopkins – il cui azzeccatissimo e insistito utilizzo dello split-screen si sposa alla perfezione con il meccanismo narrativo. Ma, perlomeno guardando questa prima stagione, non sono riuscito a condividere l’entusiasmo generale. Boh, vedremo con la seconda