Scream Queens – Stagione 2

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La seconda stagione di Scream Queens è il seguito della prima stagione di Scream Queens. Per quanto questa cosa possa essere benale, facile e stupidotta da dire, il fatto è che è proprio così. E, fra l’altro, metterla giù in questa maniera è forse un pallido tentativo di esprimermi in linea con quel che Scream Queens vuole essere e riesce costantemente ad essere: una stronzatona consapevole, divertita, adorabilmente scema e sparata a mille, che se ne frega nella maniera più assoluta di risultare ridicola e, anzi, cerca con insistenza proprio quell’effetto, prendendolo in giro, prendendosi in giro, prendendoti in giro, cazzeggiando a raffica e senza pietà dall’inizio alla fine (qua ci mettiamo un punto, dai). È Scream Queens. È la teen comedy idiota, con le bitch più stupide di sempre a seminare il panico ben più dei killer di turno che cercano di farle fuori, mentre attorno a loro si agitano gli attori più improbabili, le guest star più assurde, una meravigliosa Jamie Lee Curtis e scelte stilistiche da anni Ottanta travisati sotto doping. È un pasticcio, un macello, una clamorosa puttanata. Ed è, anche nel secondo anno, uno spacco adorabile.

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Louie

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L’anno scorso, ero lì che mi chiedevo cosa prepararmi da guardare per il viaggio in aereo verso la GDC e m’è cascato l’occhio su Louie, che giaceva bella completa su Amazon Instant Video e a cui non avevo mai dato una chance, nonostante fossi un discreto ammiratore di Louis C.K. e la serie mi attirasse un sacco. E, guarda un po’, l’intera prima stagione me la sono puppata così, come se niente fosse, durante il viaggio di andata. Un mese dopo o giù di lì, complice anche il fatto che mia figlia era ancora nella fase “Dormo solo se papà mi tiene in braccio per un’ora mentre guarda qualcosa in TV”, avevo finito di ridere come uno scemo, amareggiarmi, singhiozzare e farmi sudare gli occhi di fronte alle cinque, spettacolari, stagioni che compongono la serie. Ed ero lì che ne decantavo le lodi di qua e di là, sfondando porte aperte, convertendo non credenti e scoprendo che c’è chi non riesce a guardare Louie perché l’amarezza e la corrosività di fondo del C.K. gli abbattono la voglia di vivere. Capita.

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American Horror Story: Hotel

Il problema principale di American Horror Story, per come la vedo io, è in una fra le sue caratteristiche migliori, vale a dire la natura da serie antologica. Il fatto di raccontare ogni anno storie diverse, mentre allo stesso tempo si gioca con i ritorni e la ciclicità, determina gran parte del suo fascino e del suo divertimento, ma va anche a sottolineare in maniera brutale quanto, mano a mano, la formula abbia iniziato a diventare stanca e, forse, eccessivamente riciclata nella sua struttura. Mi pare di capire che con l’ultima Roanoke si sia provato a cambiare un po’ le carte in tavola, ma io seguo la faccenda con estrema calma e quindi sto ancora a chiacchierare della stagione precedente. Una stagione che mi ha abbastanza divertito, che ha come al solito due o tre episodi fenomenali (su tutti, ancora una volta, spicca quello di Halloween) e in cui molti degli attori hanno dato spettacolo. Ma anche una stagione in cui, appunto, la formula ha ormai il sapore dello stantio, il tema di turno (il vampirismo) è trattato in maniera non poi così interessante e abbiamo perso Jessicona Lange in favore di una Lady Gaga che, boh, non è un disastro, ma il Golden Globe se non bestemmio guarda.

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The Strain – Stagione 3

Spesso, quando si chiacchiera di serie TV, arriva il momento del “tieni duro, poi migliora”. Quel suggerimento che chi ne sa, chi se l’è già guardata tutta e può consigliare dall’alto dell’esperienza, elargisce al pubblico in ascolto. Quel “poi” può voler dire tante cose. Possono essere un paio di puntate come cinque o sei, può essere una stagione come due o tre. Non è poco, eh. E infatti è un suggerimento che ha davvero senso solo quando le puntate deboli sono, appunto, una o due. Voglio dire: stai parlando con una persona che ha deciso di abbandonare una serie dopo due puntate perché non le piace e le suggerisci di guardarne altre venti, che troverà altrettanto brutte, perché poi le cose migliorano? Nel 2016? Con tutta la marea di roba interessante e facilmente accessibile che c’è in giro? Ore e ore a smarronarsi in attesa di chissà cosa? Ma che, scherzi? No, figurati. Infatti non ha senso: tieni duro se ti interessa TANTISSIMO l’argomento e/o se ci vedi qualche spunto che pensi possa crescere e/o sai di adorare attori/showrunner/whatever e vuoi crederci. O se hai 15 anni e tanto passeresti comunque tutto il pomeriggio davanti alla TV e/o ti pagano per guardare la serie. O se sei un matto che ci tiene a finire quello che inizia. Ehm.

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Uno di quei placidi lunedì mattina a base di The Fall e Your Name

Dunque, oggi c’ho un po’ da fare, non mi sono preparato in anticipo e allora me la gioco dicendo che mi sono accorto che venerdì si è conclusa The Fall su Sky e se qualcuno ci tiene bizzarramente a conoscere il mio parere può trovarlo a questo indirizzo qui. Inoltre, vi ricordo che, da oggi a mercoledì, in alcune (immagino poche) sale italiane proiettano Your Name, che è molto bello. Ne ho scritto a quest’altro indirizzo qua. Buon avvio di settimana!

xXx – Il ritorno di Xander Cage

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Che oggetto buffo, questo nuovo xXx. Il tentativo è chiaro e smaccato: ripetere la magia riuscita con Fast & Furious, prendendo una serie caduta in disgrazia e dandole nuova vita all’insegna del macello sborone che, per altro, in questo caso era già il cuore del primissimo episodio, ma in un momento storico nel quale era forse troppo presto per tentare quella via. Oggi, invece, quelle cose dominano i multisala, quindi l’idea è comprensibile e tutto sommato apprezzabile. Anche l’approccio, fondamentalmente, è lo stesso dei Fast & Furious, a base di attenzione surreale per una continuity di cui non frega nulla a nessuno (se non magari a quel nerdacchione in incognito di Vin Diesel) e creazione di un supergruppo su cui costruire seguiti infiniti. Certo, qua sembra tutto un po’ più macchinoso e meno sincero, vuoi perché ci stai riprovando, vuoi perché il materiale di partenza è se possibile ancora più scarno e povero, ma insomma, se il risultato funziona, chissenefrega. Il problema è che funziona solo in parte.

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Fuori orario

Com’è riguardare Fuori orario durante una buia notte a marzo del 2016, fra l’altro probabilmente vent’anni abbondanti dopo che l’hai visto per l’ultima volta? Strano. Com’è mettersi a scrivere, una mattina di gennaio del 2017, di quella volta che a marzo del 2016 ti sei riguardato Fuori orario vent’anni abbondanti dopo l’ultima volta? Surreale. Ma qua il blog funziona così, ogni tanto scatta il recupero di quella bozza che avevo lasciato lì abbandonata e riparte la sfida con il mio cervello brasato per provare a ricordarmi le sensazioni che dovrei aver provato e che potrei voler trasmettere in quattro righe. Nel caso specifico, poi, la cosa deriva da quella faccenda che tre anni fa mi hanno regalato il libro delle recensioni da quattro stelle di Roger Ebert e ogni tanto lo apro, vado avanti a guardare in ordine alfabetico e poi ne scrivo. Otto film visti in tre anni non è un gran risultato ma, ehi, non mi corre dietro nessuno.

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Arrival

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Arrival è, assieme a Manchester by the Sea, il mio film preferito del 2016. Forse, pistola alla tempia, devo ammettere che ho preferito Manchester by the Sea, ma insomma, sono sfumature, e comunque preferirei non arrivarci, alla pistola alla tempia. In Italia escono entrambi nel 2017, quindi saranno probabilmente anche i miei film preferiti del 2017, magari assieme a La La Land, l’ultimo del trio per cui avevo aspettative completamente ingestibili, quello che, se le soddisfa pure lui, mi farà probabilmente dare di matto, perché a quel punto cosa potrò chiedere, ancora, al 2017? Ma intanto Arrival arriva questa settimana ed è un film meraviglioso, scritto, diretto e interpretato da gente fuori dalla grazia di Dio, che affronta un tema fantascientifico in maniera tanto rigorosa quanto profondamente umana, affascina con il suo incredibile matrimonio di suoni e immagini, strazia con le sue svolte narrative e, casomai uno fosse preoccupato per Blade Runner 2049, ti lascia addosso una placida serenità sull’argomento. Poi, certo, può comunque venir fuori una schifezza ma, per dire, se fosse bello anche solo la metà di Arrival, sarebbe comunque un ottimo seguito. Sì, Arrival mi è piaciuto così tanto. E siccome (tanto quanto Manchester by the Sea, vedi la coincidenza) fa parte del club “Madonna quanto è stato bello andare a vederlo senza saperne una fava, al di là degli ottimi nomi coinvolti e del fatto che se ne parlava benissimo”, chiuderò in questa maniera il più lungo del solito paragrafo iniziale. In Arrival ci sono gli alieni e il film si incentra su Amy Adams e compagni che provano a capire come comunicare con loro. È bellissimo, è bellissima, sono tutti bravissimi, volate al cinema.

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Your Name

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Your Name si apre in maniera straniante, con una pioggia di meteoriti, una ragazzina sognatrice della provincia giapponese che vorrebbe scoprire Tokyo, un giovane studente di belle speranze che nella capitale ci vive, dei titoli di testa modello sigla di serie TV scanzonata, un taglio da commediola stupidina e assurda. Lo spunto di partenza rielabora quello classico da Freaky Friday (Tutto accadde un venerdì e/o Quel pazzo venerdì), con i due personaggi che non si conoscono e non si sono mai visti ma per qualche motivo si scambiano di personalità, ritrovandosi l’uno nel corpo dell’altro. Questa cosa viene raccontata adottando il solito taglio da commedia adolescenziale giapponese, buffa, romantica e un po’ malinconica, appoggiandosi però su un lavoro di montaggio e scrittura fenomenale, che accompagna con gusto e splendida ricerca estetica lungo le folli giornate dei due. Poi, però, le cose cambiano.

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Sventagliata a caso di fumetti letti nelle ultime settimane, fra panettoni, pandori e tortellini

È lunedì. Ieri sera sono andato a dormire tardi perché mi ero preso bene con l’inizio della terza stagione di The Strain. Per fortuna, quando ho chiesto l’aiuto della regia sulla chat di Facebook, la giuria popolare mi ha detto che non era il caso di guardare un’altra puntata ed era meglio andare a dormire.  Quindi non sono andato a letto troppo tardi, ma insomma. In più, il nuovo coinquilino felino fatica a quagliare con la preesistente coinquilina felina e le loro discussioni notturne mi hanno svegliato a più riprese. “E sticazzi?” No, certo, per carità, ma insomma, avevo voglia di buttare fuori qualcosa nel blog, ho la testa vuota e gli occhi spenti, mi sembrava il momento buono per il periodico post di aggiornamento ossessivo compulsivo sui fumetti letti di recente, per la precisione fra dicembre e questo pezzo di gennaio. Non sono molti, non c’è neanche molto di particolarmente bello, non so quanto potrei avere da dire di interessante anche su ciò che è bello e i miei ricordi sono come al solito ormai fumosi ma, oh, insomma, il punto è proprio di tirar fuori una roba facile tanto per.

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