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Spiriti nelle tenebre

The Ghost and the Darkness (USA, 1996)
di Stephen Hopkins
con Val Kilmer, Michael Douglas, John Kani

Nel marzo del 1898 il tenente colonnello dell’esercito britannico (ma di origini irlandesi) John Henry Patterson venne spedito in Africa, a supervisionare la costruzione di un ponte ferroviario sopra al fiume Tsavo. Qui si dovette scontrare con la furia di due leoni maschi dal comportamento insolitamente aggressivo, che secondo la leggenda arrivarono a far fuori addirittura centoquaranta persone (i documenti ufficiali della compagnia ferroviaria parlano di ventotto lavoratori uccisi, la verità, probabilmente, sta nel mezzo). A un certo punto i lavori finirono per interrompersi, a causa della fuga di massa della manovalanza locale, e Patterson fu costretto a mettere in pratica le sue esperienze da cacciatore di tigri in India per eliminare i due felini. Ci riuscì solo nel dicembre di quello stesso anno, dopo mesi di tentativi.

Sulla sua impresa Patterson basò un romanzo, che negli anni ha fatto da ispirazione per ben tre film, l’ultimo dei quali è proprio questo Spiriti nelle tenebre, che ricama non poco sulle vicende reali. William Goldman, autore della sceneggiatura, romanza senza pietà, aggiungendo parecchi elementi e inventandosi di sana pianta il personaggio di Charles Remington, cacciatore esperto e navigato, hollywoodiano fino all’osso, interpretato da un Michael Douglas costantemente sopra le righe.

Romanzato o meno che sia, comunque, Spiriti nelle tenebre è un film onesto e divertente. Certo, bisogna scendere a patti con gli stereotipi del “filmone” avventuroso, con le musiche tribali e le battute sagaci, con il fatto che certi personaggi sembrano scritti al solo scopo di mettere in scena qualche morte drammatica. Ma facendolo ci si gusta l’ennesima prova convincente di un professionista come Stephen Hopkins, che il suo compitino diligente lo porta sempre a termine e che ancora una volta mette in mostra tutto il suo mestiere nel creare scene coinvolgenti e cariche di tensione, impreziosite oltretutto da effetti speciali che a undici anni di distanza fanno ancora benissimo il loro lavoro.

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Kiss Kiss Bang Bang

Kiss Kiss Bang Bang (USA, 2005)
di Shane Black
con Robert Downey Jr., Val Kilmer, Michelle Monaghan

A cavallo fra anni Ottanta e Novanta, Shane Black si è fatto un nome firmando le sceneggiature dei primi due Arma Letale, di Last Action Hero e del bellissimo L’ultimo boyscout. Il poliziesco autoironico, i cui personaggi si esprimono solo a colpi di battute sarcastiche e frasi leggendarie, nel quale ci deve sempre essere una coppia di protagonisti/antagonisti che si perculano, e che gravita vorticosamente attorno ad atmosfere da film noir. Non l’ha inventato lui, e del resto 48 ore è di cinque anni precedente alla prima avventura di Martin Riggs, ma certo questa specie di sottogenere porta chiaro addosso il suo nome.

Dopo l’uscita nei cinema di Spy, per Black si apre un decennio di sostanziale oblio, al termine del quale il nostro eroe prova a tornare alla ribalta scrivendo e dirigendo questo Kiss Kiss Bang Bang. Summa di tutto il suo operato, l’esordio da regista di Shane Black mette in scena un Robert Downey Jr. classico eroe noir, uomo (non troppo) comune alle prese con vicende più losche e più grandi di lui, nelle quali finisce coinvolto per amore di una portatrice sana di clamoroso sorriso.

Omicidi, tradimenti, incesti e traffici sporchi fanno da sfondo a un carosello di dialoghi fulminanti, divertentissimi, intraducibili e – probabilmente – mal tradotti nell’adattamento italiano, che rappresentano l’unico reale motivo d’esistere di questo film. Un divertente esercizio di scrittura, che dura giusto il tempo di arrivare in fondo e non lascia tracce del suo passaggio, se non qualche dubbio sul fin troppo contorto intreccio. Ma son comunque un centinaio di minuti estremamente piacevoli, carichi di risate, graziati da un Val Kilmer e un Robert Downey Jr. esilaranti e convincenti. Non ci si può lamentare.