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La bussola d’oro

The Golden Compass (USA/UK, 2007)
di Chris Weitz
con Dakota Blue Richards, Ben Walker, Nicole Kidman, Daniel Craig, Eva Green, Sam Elliott
con le voci di Ian McKellen, Kristin Scott Thomas, Kathy Bates

La bussola d’oro è l’ennesimo primo capitolo di una trilogia fantasy, che va ad arricchire un filone ben lungi dall’esaurirsi. Anche questo tratto dal primo di tre libri, anche questo privo di un finale e con tantissimi discorsi lasciati in sospeso, anche questo – sigh – con una bimba predestinata a salvare l’universo da una minaccia terrificante. Gli effetti (i danni?) generati dal successo di Harry Potter e Il signore degli anelli, che vanno di pari passo con quanto causato da Spider-Man e X-Men, insomma, non accennano a fermarsi.

In questo caso, però, va detto che i risultati non sono totalmente disprezzabili, perché il film di Chris Weitz propone un immaginario affascinante e ricco di idee, che affronta tematiche adulte e profonde (anche se si sono schivati gli argomenti religiosi del libro mettendo in scena dei cattivi nazistoidi) e regala non pochi momenti di grande e sontuoso impatto visivo. C’è insomma dell’ottimo, dietro alla patina di balocco natalizio pieno d’animalini teneri modello Trudi, e ci sono anche dei buoni attori, che fanno sempre la loro figura (anche se i bambini pagano il solito doppiaggio “romaneggiante”).

Certo, l’impressione è che si sia lavorato un po’ troppo di cesoie e riassuntini (vai a sapere se in fase di scrittura o in sala di montaggio) e tutta la prima parte di film appare mostruosamente affrettata, con personaggi e concetti poco più che abbozzati, sequenze risolte in velocità e messe in fila una dopo l’altra solo perché “ci devono stare”. E se la cosa appare evidentissima a me, che il libro non l’ho mai avuto fra le mani, posso solo immaginare che impressione faccia a chi magari ha affrontato la lettura da poco.

Di sicuro il film ne esce impoverito e indebolito e non a caso si risolleva soprattutto nei momenti dal forte impatto visivo, nelle belle scene d’azione, nel mettere in mostra scenografie spettacolari ed effetti speciali di buon livello. Un’esperienza strana e un po’ monca, insomma, ma che può comunque meritarsi una chance, seppur con la consapevolezza che, visto lo scarso successo riscosso in patria, il secondo e il terzo capitolo potrebbero non vedere mai la luce.

X-Men – La trilogia


X-Men (USA, 2000)
di Bryan Singer
con Hugh Jackman, Patrick Stewart, Ian McKellen, Anna Paquin, Famke Janssen, James Marsden, Rebecca Romijn, Halle Berry, Tyler Mane, Ray Park, Bruce Davison

Nel rivedere il primo X-Men quasi sei anni dopo, mi sono stupito per un’eleganza formale che non ricordavo e non gli riconoscevo. Singer costruisce la scena apponendo ben chiara la sua firma, raccontando le psicologie dei personaggi e creando atmosfere stranianti. Non rinuncia a dipingere immagini dalla grande forza evocativa, ma si concentra soprattutto sui volti, sui dettagli, sulle piccole cose.

E il punto di forza è il taglio realistico, che punta a raccontare una storia fatta di persone, non di superpoteri. Singer si mantiene terra terra ed apre la strada per quello che poi diventerà il nuovo filone del cinema fumettistico, lontano dalle esagerazioni barocche di Tim Burton e Joel Shumacher. A risultare vincente è quindi la scelta di adattare, invece che riprodurre, trasformando materiale fumettistico in materiale cinematografico, fatto di credibilità, buoni attori e compattezza narrativa.

Il bello è che, nonostante questa fuga dall’estetica colorata e ipercinetica dei fumetti di supereroi, X-Men si mantiene estremamente fedele al materiale d’origine. I personaggi, pur avendo molti punti di distacco da quelli noti ai fan, ne conservano l’essenza, nella caratterizzazione psicologica e in quella visiva. E la stessa struttura narrativa del film aderisce in pieno alle regole della serialità a fumetti, presentando un episodio importante, ma inserito in un contesto preesistente e che certo non si chiude qui. Insomma, promosso a pieni voti.


X-Men 2
X2 (USA, 2003)
di Bryan Singer
con Hugh Jackman, Patrick Stewart, Ian McKellen, Brian Cox, Alan Cumming, Anna Paquin, Shawn Ashmore, Aaron Stanford, Famke Janssen, James Marsden, Kelly Hu, Rebecca Romijn, Halle Berry, Bruce Davison

Tre anni dopo, gli X-Men di Bryan Singer proseguono sulla stessa linea, riallacciandosi a quanto raccontato nel primo film e portando avanti un discorso seriale, fatto di trame che si intrecciano con quelle del primo episodio e che pongono le basi per il già annunciato successivo. Aumentano i personaggi e con loro il senso di meraviglia, ma si perde un po’ per strada l’approfondimento, in parte per un gioco di sottintesi (inutile sarebbe ripetere quanto detto nel precedente film), un po’ per le difficoltà nel tenere le redini di un cast tanto ampio.

Il secondo X-Men, comunque, è un buon film di genere, riuscito come e in parte più del primo, ma che soffre di un problema congenito e inevitabile, del resto caratteristico anche del fumetto d’origine, che ha sempre dato il suo meglio quando abbandonava un po’ la sua natura corale per concentrarsi su pochi personaggi. E così, mentre protagonista e mattatore rimane il solito Wolverine di Hugh Jackman, il resto del cast si muove sullo sfondo, facendo quasi da tappezzeria.


X-Men 3: Conflitto finale
X-Men: The Last Stand (USA, 2006)
di Brett Ratner
con Hugh Jackman, Famke Janssen, Halle Berry, Patrick Stewart, Ian McKellen, Kelsey Grammer, Shawn Ashmore, Aaron Stanford, Ellen Page, Anna Paquin, Ben Foster, James Marsden, Rebecca Romijn, Cameron Bright, Vinnie Jones, Dania Ramirez

Paradossalmente, ma forse neanche troppo, l’episodio che meglio riproduce le atmosfere dei fumetti originali è anche il film meno riuscito dei tre. In The Last Stand si vedono per la prima volta dei veri scontri fra esseri dotati di superpoteri e si respira per la prima volta quell’estremo senso del melodramma così tipico delle saghe di Chris Claremont (per fortuna senza dover subire la logorroica retorica dello sceneggiatore britannico).

Il problema è che tutto questo leva spazio a ciò che aveva reso grandi i primi due episodi, soprattutto perché Brett Ratner fatica a sfruttare il potenziale drammatico offerto dalla sceneggiatura. Ci sono trovate potentissime, dall’esordio di Angelo, con quel suo disperato e vergognoso mutilarsi, ai dubbi della Bestia di fronte alla cura, al rigetto di Magneto per chi subisce la cura stessa. Ma viene tutto accennato, lasciato più che altro alla fantasia dello spettatore, stordito dalla magnificenza e dalla spettacolarità della messa in scena.

L’approfondimento psicologico non è nelle corde di Ratner, che si concentra più sul macrocosmo narrativo, mettendo in scena un conflitto di proporzioni cataclismatiche e premendo sul pedale dell’azione e del conflitto “esteriore”. Il regista, poi, probabilmente anche nel tentativo di non distaccarsi troppo dall’immaginario visivo creato da Singer, firma un film solido, ma un po’ anonimo, che fa sentire la mancanza del ragazzone fuggito su Krypton. In questo terzo episodio non c’è nulla che richiami la potenza evocativa della prigione di plastica o di quella bellissima sequenza iniziale che, nel secondo film, introduceva il personaggio di Nightcrawler.


Nel complesso, la trilogia cinematografica dedicata agli X-Men si distingue per compattezza narrativa e stilistica. Guardare i tre film in fila permette di cogliere un preciso filo conduttore, che poneva già nel primo episodio le basi e i punti chiave che avranno poi portato alla cataclismatica conclusione. Il cambio di regista nel terzo film si sente, ma non in maniera esagerata e anche sul piano estetico la serie tiene molto bene.

A convincere, poi, è anche l’attenzione con cui gli sceneggiatori hanno scelto di rielaborare e adattare per il grande schermo personaggi, temi e situazioni che hanno fatto la pluridecennale storia fumettistica dei mutanti Marvel. Tutta la serie è ricca di ammiccamenti a episodi che sono impressi a fuoco nella memoria degli appassionati e nella stessa scrittura dei dialoghi c’è grande attenzione al linguaggio, alle frasi fatte, a tutto ciò che può richiamare i fumetti d’origine.

E allora mi tocca ripetere quanto dicevo parlando di Batman Begins: “Tutti, ma proprio tutti i recenti film di supereroi hanno un momento o due in cui mi scatenano la pelle d’oca, mi mettono addosso i brividi, mi fanno quasi venire le lacrime agli occhi, perché fanno vivere davanti alle mie pupille personaggi e situazioni che da tanti, troppi anni ho imparato ad amare.” Beh, questa trilogia “mutante” è strabordante di situazioni del genere, dalla battaglia fra Wolverine e Sabretooth nel primo film, al momento in cui lo stesso Logan si scatena a scuola durante l’assalto militare nel secondo, a tutto il terzo film. Che, ripeto, è forse il più debole, ma anche il più fumettistico e, quindi, il più emozionante in quest’ottica.

Il codice Da Vinci


The Da Vinci Code (USA, 2006)
di
Ron Howard
con
Tom Hanks, Audrey Tatou, Ian McKellen, Jean Reno, Paul Bettany, Alfred Molina, Jurgen Prochnow

Se prendi un sacco per la pattumiera, lo riempi di frutta marcia, latte scaduto e cibo avariato, lo chiudi non troppo bene e lo appoggi sul balcone esposto al sole, dopo un po’ di giorni è molto probabile che puzzi parecchio e sia pieno di vermi. Se a quel punto lo apri, togli un po’ di scatolette e barattoli vuoti per far posto e prima di richiuderlo ci caghi dentro, beh, difficilmente smetterà di puzzare. Ed è probabile che i vermi non si infastidiscano troppo per la merda.

Il codice Da Vinci cinematografico è un ottimo adattamento del mediocre libro da cui è tratto. La sceneggiatura di Akiva Goldsman tralascia (soprattutto nella prima parte) qualche episodio e ne modifica (soprattutto nella seconda parte) qualcun altro, ma nel complesso riassume molto bene il “quid” del libro.

E infatti i difetti sono gli stessi, a partire dal colossale turbine di cazzate su cui si fonda l’intreccio, proseguendo con una scrittura piatta, didascalica, logorroica e prevedibile e giungendo infine alla massacrante assenza di ritmo della seconda metà di film. Ron Howard ci prova anche, a metterci del suo, ma il materiale è indifendibile e non concede scampo.

Di buono nel film c’è che si è scelto di sorvolare su alcune fra le fesserie più impresentabili del libro e che anche per questo la sua struttura ripetitiva e monocorde emerge meno. Di non altrettanto buono c’è un’impressione di tirato via nell’adattamento delle sequenze iniziali e una pesantezza se possibile ancora più marcata del segmento centrale, quello più “divulgativo”. Di pessimo c’è il fatto di dover vedere un attore delizioso come Ian McKellen sprecato in roba del genere.

Dan Brown, devi bruciare all’inferno, e con te tutti gli stronzi – me compreso – che ti hanno dato dei soldi per questa merdata.