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Poi non dite che non vi ho avvisati: Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali

Oggi esce in Italia l’ultimo film di Tim Burton, quello che sembra la sua versione degli X-Men (o magari dei Nuovi Mutanti) ma lui nega fortissimo perché i fumetti fanno cagare e i suoi non sono supereroi. Non è brutto, non è bello, è litigarello. Ne ho scritto quando l’ho visto, due mesi fa, a questo indirizzo qua.

Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali

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Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali è il film che risponde alla grande domanda che ci siamo sempre posti (?): “Come sarebbe un film sugli X-Men diretto da Tim Burton?” Poi, certo, Burton, nelle interviste, sostiene che durante la lavorazione i mutanti Marvel non gli siano mai passati per la testa e poi, per spiegarne il motivo, descrive i personaggi dei suoi film con parole che si adatterebbero alla perfezione, ehm, ai mutanti Marvel. Insomma, l’idea di giovani dotati di abilità e/o deformità assurde che rendono per loro difficile, se non impossibile, condurre una vita normale e che si ritrovano tutti insieme appassionatamente in una scuola gestita da una figura adulta, anch’essa dotata di poteri particolari. Anzi, peculiari. E alcune di queste persone dotate sbroccano, diventano cattive e mettono in pericolo tanto i loro simili, quanto gli esseri umani normali che capitano per la loro strada. Insomma, ci siamo capiti.

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Penny Dreadful – Stagione 3

La terza stagione di Penny Dreadful, tanto vale dirlo subito, non è complessivamente all’altezza delle prime due. Intendiamoci, ha dei momenti altissimi, Un filo d’erba è fra le migliori puntate della serie in assoluto (come del resto lo sono state anche negli anni scorsi quelle dedicate al passato di Vanessa Ives), nonché il momento in cui la stagione finalmente decolla per non fermarsi più, e la serie si conclude in maniera coerente e azzeccata. Però manca quella pazzesca costanza qualitativa forse irripetibile dei primi due anni. Per dirne una, la puntata iniziale è davvero goffa nello svolgere il suo lavoro di “Dove eravamo rimasti?” e anche le due successive, prima appunto del decollo segnato dalla quarta, sono lente, fumose, affaticate nello stare dietro ai vari personaggi. Inoltre, l’impressione è che quell’equilibrio così delicato, e così perfetto nei primi due anni, fra melodramma, natura macchiettistica della premessa e strizzatine d’occhio, non venga qui sempre raggiunto, con momenti davvero poco riusciti. È proprio il tirare di gomito che, secondo me, diventa troppo forte e sottolineato, si fa un po’ prendere la mano e perde la sorprendente eleganza degli anni passati. Però, ehi, sto anche un po’ cercando il pelo nell’uovo.

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Penny Dreadful in Italia!

Dunque, a quanto pare stasera Penny Dreadful arriva in Italia, per la precisione su Rai 4, secondo una formula deliziosa: il lunedì trasmettono alle 21:10 la versione censurata, il venerdì trasmettono alle 23:15 la versione integrale. Sigh. Danno due episodi alla volta, quindi per la prima stagione ce la caviamo nel giro di un mese. Non so che intenzioni abbiano per la seconda stagione.

Ah, già, il punto di questo post sta nel dire che secondo me è una fra le serie recenti più belle su cui abbia posato gli occhi, come ho scritto a questo indirizzo qua.

Penny Dreadful – Stagioni 1 e 2

Penny Dreadful – Season 1 & 2 (GB/USA, 2014/2015)
creato da John Logan

con Eva Green, Josh Hartnett, Timothy Dalton, Reeve Carney, Rory Kinnear, Billie Piper, Danny Sapani, Harry Treadaway, Simon Russell Beale, Helen McCrory

Penny Dreadful è la prima creazione televisiva di John Logan, sceneggiatore cinematografico tutt’altro che infallibile ma dalla carriera lunga e ricca di successi, che negli ultimi anni l’ha visto diventare amichetto del cuore di Sam Mendes. E non a caso il nostro amico Sam è coproduttore per la serie e avrebbe pure diretto qualche episodio, se non si fossero messi di mezzo impegni fastidiosi legati a una certa spia britannica. La sua mano, però, si vede in maniera abbastanza evidente nel taglio visivo e nel livello pazzesco della produzione alle spalle della serie, cui mi sono avvicinato pensando di provare una cosetta simpatica, buffa, scemotta e un po’ trash ma della quale sono ora innamorato perso, in languida e devastante attesa della terza stagione. Cose che capitano.

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Franklyn

Franklyn (Francia/GB, 2008)
di Gerald McMorrow
con Eva Green, Ryan Phillippe, Sam Riley

Che vuoi dire, di un film come Franklyn? Che puoi dire, di un film come Franklyn? Vediamo, posso dire che è un film che mi è stato un pochino sulle palle, perché un personaggio come quello di Eva Green mi sta per forza sulle palle, anche se, ehm, Eva Green, sulle palle, buttala, come immagine. Però devo dire che è anche un film che in fondo mi sta simpatico, perché fa un po’ quel che gli pare, fregandosene di tutto e tutti. Va avanti per la sua strada, lento, incasinato e palloso, senza spiegare nulla, buttando lì qualche indizio, certo, ma di fatto impegnandosi a non far capire una fava di niente fino a, boh, quindici, venti minuti dalla fine.

È un pregio? È un difetto? A occhio, direi che è semplicemente Franklyn. Un film che la butta sul “non facciamo capire un cazzo fino a che non decidiamo di spiegarlo” ma, sotto il casino, non sembra avere molto da dire. Sì, ok, c’è una riflessione sulla fantasia, il chiudersi in se stessi, l’arricciamento e la fuga dalla realtà, che per quanto banale è sempre intrigante. Ma che altro c’è, poi? Un paio di trovate visive gradevoli (ma anche una regia di un piatto che non ci si crede) e quattro scemate recitate dalla boccuccia di Eva Green. Fine.

In più, si diceva, è un film barboso. Il ritmo lento, a casa mia, non è un problema, anzi, qua ci si annoia con gran fatica. Ma Franklyn, soprattutto nella prima parte, mi ha veramente messo in crisi. Sarà che non mi sembrava fosse in grado di far vedere o di raccontare nulla d’interessante, a parte i poliziotti con la tuba, delle scenografie quasi azzeccate e, ehm, Eva Green? Pure il finale melodrammatico con l’incontro sotto la pioggia, m’è parso moscio. E io son parecchio sensibile, eh, ai finali melodrammatici con l’incontro sotto la pioggia!

Epperò, non so, non me la sento di dire che non vale la pena di guardarlo, perché in fondo un paio di cose interessanti le fa, e altrettante ne dice. Certo, magari non vale la pena di tornare a casa completamente inzuppati dai monsoni dell’aprile milanese, pur di vederlo.

La bussola d’oro

The Golden Compass (USA/UK, 2007)
di Chris Weitz
con Dakota Blue Richards, Ben Walker, Nicole Kidman, Daniel Craig, Eva Green, Sam Elliott
con le voci di Ian McKellen, Kristin Scott Thomas, Kathy Bates

La bussola d’oro è l’ennesimo primo capitolo di una trilogia fantasy, che va ad arricchire un filone ben lungi dall’esaurirsi. Anche questo tratto dal primo di tre libri, anche questo privo di un finale e con tantissimi discorsi lasciati in sospeso, anche questo – sigh – con una bimba predestinata a salvare l’universo da una minaccia terrificante. Gli effetti (i danni?) generati dal successo di Harry Potter e Il signore degli anelli, che vanno di pari passo con quanto causato da Spider-Man e X-Men, insomma, non accennano a fermarsi.

In questo caso, però, va detto che i risultati non sono totalmente disprezzabili, perché il film di Chris Weitz propone un immaginario affascinante e ricco di idee, che affronta tematiche adulte e profonde (anche se si sono schivati gli argomenti religiosi del libro mettendo in scena dei cattivi nazistoidi) e regala non pochi momenti di grande e sontuoso impatto visivo. C’è insomma dell’ottimo, dietro alla patina di balocco natalizio pieno d’animalini teneri modello Trudi, e ci sono anche dei buoni attori, che fanno sempre la loro figura (anche se i bambini pagano il solito doppiaggio “romaneggiante”).

Certo, l’impressione è che si sia lavorato un po’ troppo di cesoie e riassuntini (vai a sapere se in fase di scrittura o in sala di montaggio) e tutta la prima parte di film appare mostruosamente affrettata, con personaggi e concetti poco più che abbozzati, sequenze risolte in velocità e messe in fila una dopo l’altra solo perché “ci devono stare”. E se la cosa appare evidentissima a me, che il libro non l’ho mai avuto fra le mani, posso solo immaginare che impressione faccia a chi magari ha affrontato la lettura da poco.

Di sicuro il film ne esce impoverito e indebolito e non a caso si risolleva soprattutto nei momenti dal forte impatto visivo, nelle belle scene d’azione, nel mettere in mostra scenografie spettacolari ed effetti speciali di buon livello. Un’esperienza strana e un po’ monca, insomma, ma che può comunque meritarsi una chance, seppur con la consapevolezza che, visto lo scarso successo riscosso in patria, il secondo e il terzo capitolo potrebbero non vedere mai la luce.

Casino Royale


Casino Royale (USA, 2006)
di Martin Campbell
con Daniel Craig, Mads Mikkelsen, Eva Green, Judi Dench

Quattro anni dopo La morte può attendere, James Bond torna in pista, con un nuovo attore a vestirne i panni e un forte tentativo di ritorno alle origini. Casino Royale racconta le vicende del primissimo romanzo di Ian Fleming, in una sorta di Bond Begins che aggiorna le origini del personaggio ai tempi moderni, smorzandone i tormentoni e adattandone gli stereotipi al fantastico mondo del post 11 settembre. Il risultato è, finalmente, un James Bond guardabile. Roba che non si vedeva da un po’ troppo tempo.

Considerando che Martin Campbell ha diretto l’ultimo 007 di mio gradimento e che ero quantomeno intrigato dalla scelta di Daniel Craig come nuovo Bond, mi sono presentato in sala con tutta la fiducia possibile e, devo dirlo, non sono rimasto deluso. Casino Royale racconta la nascita del personaggio e lo fa con un senso del ritmo, un gusto e un divertimento che davvero erano sconosciuti agli ultimi episodi. E Craig è un fantastico Bond, rozzo, rude e di grande presenza scenica. Non ho letto un singolo romanzo di Fleming, ma non faccio altro che sentir parlare di grande aderenza al testo originale (pur con tanti “se” e “ma”). Non che sia necessario, ma insomma, fa anche piacere.

Operazione perfettamente riuscita, quindi? Più o meno. Certo, nonostante le iniziali proteste dei fan, alla fine Craig ha convinto tutti, anche se resta da vedere quanto vorranno portare avanti questo Bond scaricatore di porto e quanto lui sarà in grado di adattarsi nel momento in cui decideranno di ritirar fuori lo 007 super lusso. E si potrebbe anche mettere in discussione l’atto finale del film, che sembra francamente un po’ attaccato con lo sputo, messo lì in maniera impacciata e faticosa. Ma rimane comunque un gran bel film d’azione e intrigo, appassionante e tutto sommato anche abbastanza atipico, perché non è che si veda tutti i giorni, un duello finale affrontato al tavolo da gioco.